“Solamente nero” di Antonio Bido

di Gordiano Lupi

Antonio Bido (Villa del Conte, Padova, 1949), nel 1962 realizza un Tom Sawyer da giovanissimo cineamatore, laureato in lettere e filosofia, si interessa di cinema anche durante gli studi, fa parte del Centro Universitario Cinematografico, dove realizza due lungometraggi sperimentali (Dimensioni, 1970 e Alieno da, 1971) che ricevono premi e giudizi molto positivi. Collabora con Giuseppe Ferrara dal 1972 al 1980 (fotografia ne La salute in fabbrica, 1972; aiuto regista in Faccia di spia, 1975), come regista si ricorda per due thriller: Il gatto dagli occhi di giada (1977) e Solamente nero (1978).

Sono le sue cose migliori, legate al thriller made in Italy di Bava e Argento, ma ricche di atmosfera e di intense suggestioni. Non fa molto altro, dopo un silenzio lungo sei anni gira l’ironico Barcamenandoci (1984), Mak II 100 (1987) e il televisivo Aquile (1989), si dedica a film spettacoli sulle Forze Armate, chiude con Blue Tornado (1991) e I miei sogni in pellicola (2019). Fa anche il regista pubblicitario.

Solamente nero è il più classico dei thriller italiani, a metà strada tra erotismo e horror, pervaso da un clima angoscioso e malsano, figlio delle suggestioni di Profondo rosso (1975) – la musica di Stelvio Cipriani eseguita dai Goblin, il titolo che pare una risposta ad Argento … – e de La casa dalle finestre che ridono (1976), con la presenza del prete e il suo ruolo decisivo, oltre a un’ambientazione veneziana decadente.

La trama è piuttosto complessa, da vero giallo ricco di atmosfera e di indizi disseminati in modo suggestivo e inquietante. Si parte da un antefatto in un prato ai piedi di un castello con un bambino che assiste a un orribile delitto. La storia prosegue in presa diretta a bordo di un treno dove Stefano (Capolicchio), un giovane professore, incontra l’architetto Sandra (Casini), entrambi diretti a Venezia, dove si ritroveranno e sboccerà il loro amore. Stefano va in vacanza da Paolo (Hill), il fratello sacerdote, per curarsi un esaurimento nervoso. Una serie di omicidi e di minacciose lettere spedite al prete gli ricorderanno il passato, ma soltanto nelle ultime sequenze Stefano ricollegherà i fili di una brutta storia che aveva cercato di cancellare.

Un film girato con uno stile molto personale, fotografato benissimo da Vulpiani che ritrae una Venezia gelida e spettrale, al tempo stesso magica e intensa, sceneggiato senza esitazioni, con qualche dialogo troppo impostato, ma dotato di un perfetto meccanismo di suspense.

Il regista muove la macchina da presa alternando soggettive del killer e primissimi piani, rapide zumate e panoramiche suggestive, improvvisi cambiamenti di scena che creano tensione e sussulti. Flashback dispensati nel corso della storia con grande senso del ritmo, alternati a sequenze sentimentali e altre decisamente erotiche (il rapporto Casini – Capolicchio sul tappeto davanti al focolare costa un divieto ai minori), che si danno il cambio con scene girate in laguna, a bordo di motoscafi e vaporetti.

Alcune sequenze acrobatiche sono interpretate da controfigure, veri stunt-man esperti di guida marina. Il regista regala un cammeo al cimitero, nei panni di un anonimo visitatore.

Ottimi gli attori, azzeccati nei rispettivi ruoli, ben guidati da un regista che sa dirigere il materiale umano a disposizione, soprattutto sa quel che vuole. Lino Capolicchio proviene da La casa dalle finestre che ridono (1976) e nella sua caratterizzazione ricalca le suggestioni inquietanti del personaggio avatiano. Craig Hill (1926 – 2014), un attore americano che a un certo punto della sua vita decide di trasferirsi in Spagna, noto in Italia per il cinema western e per un lacrima movie (Stringimi forte papà, 1978), si cala a dovere nella parte del prete assassino, in uno dei suoi ultimi film. Stefania Casini aveva già fatto Suspiria (1977) di Dario Argento ed è attrice talmente brava da sapersi adattare a ruoli da commedia come da cinema horror. Massimo Serato e Juliette Mayniel sono due garanzie, interpreti di consumata esperienza e bravura, hanno fatto di tutto nel cinema di genere, spesso guidati da registi importanti.

Solamente nero porta benissimo i suoi anni, si rivede volentieri, perdonando qualche ingenuità di trama, apprezzando la struttura da giallo inquietante e torbido che il regista infonde nella narrazione. Ruolo diabolico del prete, come spesso accade nel cinema nero italiano, in questo caso portatore di un orribile segreto ancestrale, scoperto dal fratello ma anche da alcuni parrocchiani che lo ricattano. Finale tragico, con suicidio annunciato, dopo diverse sequenze di macabre uccisioni a colpi di alabarda, a bordo di un motoscafo e per strangolamento.

Molti elementi riconducono a un clima più horror che thriller: sedute spiritiche, una medium con figlio schizofrenico, le bambole e i giocattoli come oggetti inquietanti, un segreto inconfessabile che torna dal passato. Davvero ottimo. Giustificato il suo stato di cult.

Solamente nero

Regia: Antonio Bido. Genere: Giallo, Thriller. Soggetto: Antonio Bido, Domenico Malan. Sceneggiatura: Antonio Bido, Domenico Malan, Marisa Andalò. Fotografia: Mario Vulpiani. Montaggio: Amedeo Giomini. Musiche: Stelvio Cipriani (eseguite dai Goblin). Costumi: Ferroni. Trucco: Massimo Giustini. Produttore: Antonio Bido. Distribuzione: P.A.C.. Interpreti: Lino Capolicchio (Stefano), Stefania Casini (Sandra), Craig Hill (Don Paolo), Massimo Serato (conte Mariani), Juliette Mayniel (signora Nardi), Laura Nucci (matrigna di Sandra), Attilio Duse (Gaspare), Gianfranco Bullo (figlio signora Nardi), Luigi Casellato (Andreani), Alfredo Zammi (commissario), Alina Simoni (medium), Emilio Delle Piane (maresciallo), Sonia Viviani (ragazza), Sergio Mioni (dottor Aloisi), Fortunato Arena (oste), Antonio Bido (uomo al cimitero).

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