“Il giovane Karl Marx” di Raoul Peck

marxdi Gianni Quilici

Vedo “Il giovane Karl Marx” e mi lascio andare. Cerco di prendere il piacere nella ricerca di una possibile identificazione.  Karl Marx potrebbe essere, infatti, uno dei tanti miei possibili “dover essere”. E devo dire che all’inizio,  proprio all’inizio, mi infastidiscono,  ma poi mi attraggono la spavalderia, il sarcasmo, la nettezza, l’audacia dei suoi giudizi; e inoltre mi affascina la passione dello studio, come lettura, consultazione, scrittura,  nel caos tra libri, letto, cucina;  la ricerca di rigorosità e di profondità nel bisogno di cogliere la struttura ultima nella materialità dei rapporti sociali contro la propaganda, il sentimentalismo, il facile populismo; la presenza politica attiva nello scontro ideologico  dentro le leghe operaie, che si stanno formando in tutta Europa; l’incontro,  l’amicizia, la collaborazione, l’affinità elettiva con Engels, che lo aiuterà in tutti i modi per tutta la vita.

E quando il film finisce con un applauso spontaneo e si alza la voce inconfondibile di Bob Dylan in “Like a rolling stones” sono contento, come se avessi passeggiato durante queste due ore con Marx Engels e quella Storia. Tuttavia ci sento un limite, che soltanto dopo, sfogliando qualche pagina di Marx, capisco, pur rendendomi conto della difficoltà del regista di rappresentare il giovane Marx in così poco tempo.

Avrei voluto che nel film emergesse di più lo scontro di pensiero, che pure viene rappresentato, ma in una misura che non rende a sufficienza la statura di un personaggio eccezionale, che contiene in sé l’economista e il filosofo, lo storico e il politico e infine anche lo scrittore. Ed ho pensato paradossalmente ad alcuni film di Bergman dove la dialettica dell’esistenza diventa estrema, perché molti sono i punti di vista che entrano in contrasto. Questa radicalità di pensiero materialistico e dialettico, penso, era la peculiarità che ha fatto di Marx la figura storica che forse più di ogni altra ha influenzato il pensiero e la storia contemporanea. Questo mi è sembrato il limite di un film comunque meritevole:  non andare là dove il pensiero non solo si mostra, ma non si accontenta.

54721Il giovane Karl Marx  di Raoul Peck

con August Diehl, Stefan Konarske, Vicky Krieps, Olivier Gourmet, Hannah Steele.

Titolo originale: Le jeune Karl Marx.  Francia, Germania, Belgio, 2017, durata 112 minuti.

Anime in viaggio” a cura del Circolo del Cinema di Lucca

vardaCinema Centrale, ore 21.30

Terminiamo questa stagione cinematografica con film tutti, ma proprio tutti, da non perdere. Sono corpi e anime in viaggio, che si cercano e si scoprono, che si rivelano e ci mostrano psicologie complesse e rapporti tortuosi, delitti e corruzioni, paesi rurali e metropoli.

Iniziamo con un film nomade, Visage village, tanto piccolo produttivamente quanto gioioso e personale, sorprendente e commovente. Poi,  un amore (Corpo e anima) sospeso poeticamente tra realtà e sogno in un ambiente crudo, il mattatoio; un thriller psicologico (Quello che non so di lei) misterioso e avvincente del grande Roman Polanski; una relazione irreversibile (Un amore sopra le righe) attraverso passioni, tradimenti, separazioni e riconciliazioni; un noir politico (Delitto al Cairo) nel clima della Primavera araba egiziana; uno scontro generazionale (Illegittimo) tra segreti familiari che sconvolgono; ed infine il nostro film a sorpresa di fine stagione con i nostri auguri per una felice estate.

Giovedì 19 aprile 2018

Visage village di JR e Agnès Varda. Documentario, durata 90 min. – Francia 2017.

Road movie poetico e immaginifico, un viaggio polifonico e di profondissima densità concettuale e visiva attraverso una Francia rurale a bordo di un camioncino che porta stampato su un fianco una grande macchina fotografica.  Ne sono protagonisti la regista belga Agnès Varda, un’icona della Nouvelle Vague, oggi 89enne, e un 34enne artista di strada francese, noto con lo pseudonimo di JR, celebre per tappezzare di gigantesche foto-murales strutture urbane e industriali. Visages Villages non è un documentario, non sono fogli di diario,  è  molto di più: è un trionfo di intelligenza appassionata, di divertimento e allegria, di vitalità e grazia,  che restituiscono al cinema la sua forza di invenzione e di poesia.

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Giovedì 26 aprile  2018

Corpo e anima di Ildikò Enyedi.  con Alexandra Borbély, Morcsányi Géza, Ervin Nagy, Pál Mácsai, Júlia Nyakó. Ungheria, 2017, durata 112 minuti.

Lui, 50enne con un braccio paralizzato, è il direttore di un mattatoio ed è deluso dalle donne tanto che ha deciso di chiudere con loro; lei, una 30enne, nuova responsabile della qualità, bionda e carina, ma priva di esperienze erotiche, rigida, silenziosa e meticolosa. Una storia d’amore originale, realistica e surreale, scritta con poetica intelligenza, con un montaggio morbido e essenziale, una musica che sottolinea senza invadere e, infine,  attori e attrici che si fanno, appunto, anima e corpo. Uno dei migliori film dell’anno, Orso d’oro a Berlino, entrato nella cinquina degli Oscar per il miglior film straniero.

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Giovedì 3 maggio 2018

75269_pplQuello che non so di lei di Roman Polanski. con Emmanuelle Seigner, Eva Green, Vincent Perez, Damien Bonnard. Francia, Belgio, Polonia, 2017, durata 110 minuti.

Le donne raccontate da Roman Polanski stregano con lo sguardo, sono avvolte da un’aura di mistero e trasportano lo spettatore in un mondo, dove bene e male si fondono in un unico corpo. In Quello che non so di lei, c’è Eva Green: bella, sinuosa e fatale. Trasuda determinazione, violenza, ed è la mattatrice assoluta di un thriller psicologico disturbante. Il regista intrappola i suoi personaggi (la Green ed Emmanuelle Seigner) in luoghi chiusi e costruisce una geometria di inquadrature  con una sobrietà sempre più rara al tempo di internet e degli smartphone. Un film che mette i brividi,  in cui il colpo di scena è sempre dietro l’angolo..

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Giovedì 10 maggio 2018

Un amore sopra le righe di Nicolas Bedos.  con Doria Tillier, Nicolas Bedos, Denis Podalydès, Antoine Gouy, Christiane Millet.  Francia, 2017, durata 115 minuti.

Parigi: anni settanta. Un giovane nottambulo fatica a trovare un editore per i suoi scritti. Ma una sera, lui scrittore in rottura con la famiglia cattolica di destra, narciso e ambizioso, incontra lei, studentessa di lettere classiche, ebrea di origini modeste, colta, ironica e brillante….  Melodramma che non risparmia il lirismo e la tenerezza, ma evita l’idealismo banale delle storie d’amore tradizionali. Suddiviso in capitoli il racconto raggira i clichés romantici a colpi d’ironia irriverente, sfida il perbenismo a forza di provocazioni con  fluidità e un grande senso della teatralità.

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Giovedì 17 maggio 2018

Omicidio al Cairo di Tarik Saleh. con Fares Fares, Mari Malek, Yasser Ali Maher, Slimane Dazi.  Svezia, Danimarca, Germania, Francia, 2017, durata 106 minuti.

Sono i giorni precedenti la cosiddetta Rivoluzione Egiziana del 2011. In un contesto di malcontento sociale e di forti tensioni, Tarik Saleh inserisce l’uccisione di una bellissima cantante  Lalena, ispirandosi ad un fatto di cronaca. Protagonista un detective raccomandato e corrotto,  che, tuttavia svilupperà una coscienza che lo spingerà alla ricerca della verità, al di là di ogni possibile conseguenza. Un thriller costruito ad arte, che tiene alta l’attenzione dello spettatore e che  restituisce in maniera realistica lo stato di degrado di un paese povero e lacerato.

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Giovedì 24 maggio 2018

Illegittimo di Adrian Sitaru. con Alina Grigore, Robi Urs, Bogdan Albulescu, Adrian Titieni, Cristina Olteanu – Romania, Polonia, Francia, 2016, durata 85 minut

Film realizzato a bassissimo costo, in due settimane con un solo ciak per scena,  scegliendo di non affidarsi a una sceneggiatura in senso stretto. Illegittimo si apre su una normalissima cena di famiglia. Victor, il padre, e i suoi 4 figli-e  conversano di massimi sistemi, ma  ben presto la cena diventa lite furibonda. Il padre medico, durante il regime di Ceaușescu, si rifiutava di praticare l’aborto e denunciava le donne che lottavano per ottenere il diritto di farlo. Il tema viene affrontato anche nei suoi aspetti più controversi, attraverso lo svelamento di inconfessabili segreti di famiglia: l’incesto.  Illegittimo: una sconvolgente opera corale di un film emozionante, che spiazza e fa emergere diversi interrogativi, che ci riguardano profondamente.

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Giovedì 31 maggio 2018

Film da definire di fine stagione

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Lucca Film Festival “Driver” di Yehonatan Indursky

driver di Laura Menesini

Nel quartiere ultraortodosso di  Bnei Brak  vive questo padre Ruzumi con la figlia di nove anni, da solo, dopo che la madre della bambina se n’è andata .

Il suo è uno strano lavoro, porta dei falsi mendicanti alle case dei ricchi perché raccontino storie strappalacrime e si facciano dare un’offerta che poi divideranno a metà.  I falsi mendicanti non sono all’altezza della recitazione spesso e lui così dà loro lezioni e insegna loro come far scattare la commiserazione nei benefattori.

La figlia però ha paura a casa da sola, anche perché il padre, dopo i giri in auto, va a giocare in una sorta di casinò.

Il film scorre piuttosto lento ma approfondisce molto la psicologia dell’uomo messo alle strette dal comportamento e dalle reazioni della bambina. Il suo comportamento ondivago lo porta ad oscillare tra atteggiamenti diversi, diviso com’è tra la figlia e i compagni di avventure.

Forse per la prima volta vediamo gli ultraortodossi nella vita di tutti i giorni, la loro religiosità si evince solo dall’abbigliamento e, in questa vita quotidiana, li vediamo nei loro lati oscuri e nelle loro incertezze.

Vediamo la generosità del ricco elargita con fare distaccato e offensivo fino all’unica volta in cui Ruzumi racconta una storia vera, la sua.

Le atmosfere sono sempre cupe, anche nei momenti di apparente luce, come nei ristoranti dove sono solo uomini con cernecchi, kipa e cappelloni, mentre la luce acquista una funzione magica nel finale, davvero un momento di rara bravura registica, da antologia!

Driver di Yehonatan Indursky con Moshe Folkenflik, Manuel Elkaslassy Vardi. Israele, Francia, 2017. Dur. 92′.

“Wong Kar-Wai: un regista seduttivo” di Gianni Quilici

WOWong Kar-Wai è un regista seduttivo. E’ questa l’impressione dominante che ho avuto vedendone la trilogia (In the Mood for Love, 2046, La mano), film pure diversi, ma con una profonda unitarietà stilistica e tematica.

La seduzione di Wong Kar-Wai filtra attraverso il cinema, naturalmente. Ed è esercitata, più o meno, consapevolmente. Wong Kar-Wai non vuole sedurre soltanto il suo pubblico, desidera anche sedursi, sedurre se stesso.

In che modo si esprime questa seduzione? Prendiamo 2046 come oggetto di riferimento di analisi. Nel protagonista innanzitutto. Nel personaggio e nel suo interprete (Tony Leung, anche In the Mood for Love). Come personaggio è già un seduttore, sia quando è lui innamorato che quando invece è amato da altre.

La sua seduzione nasce dall’elegante non chalance e dal mistero, di cui si circonda: un alone di solitudine o di dissipazione che lo accompagna, con l’immancabile sigaretta, lo sguardo ironico e comunque distante. Altrove.

Come interprete verrebbe da chiedersi, e questo potrebbe essere un altro articolo di “ipotesi folli”, su quanto ci sia di Wong Kar-Wai e quanto invece di Tony Leung nel protagonista.

Nella voce fuori campo che illustra talvolta immagini di repertorio (il tempo della storia), ma che più spesso diventa dolente o sentenziosa, si mescola con immagini eccessive e fuggitive, diventa proiezione di visioni, sogno essa stessa.

WONNelle immagini, in particolare del romanzo, 2046, che raccontato si fa cinema trasforma i piccoli corridoi, le stanzucole di Hong Kong in un tecno-treno futurista che corre nel futuro, nel tempo più che nello spazio, tra interni freddi e eccessivi, geometrici e indefiniti, con movimenti vertiginosi e sinuosi ed ancora una volta una passione incontenibile a suggerire un altro mondo mentale e sentimentale possibile irraggiungibile.

Nei volti delle attrici, tutte magnifiche. Dove desiderio, dolore e rimpianto rappresentano una sorta di fenomenologia dei sentimenti, che la durata ed intensità dei primi piani e dei campi/controcampi, la cura dei dettagli, la perfezione delle inquadrature sottolineano magistralmente. [ Sarebbe da analizzare, a questo proposito, il personaggio, forse più riuscito, la vicina di stanza, interpretato da Zhang Zi-yi]

Nella musica poliedrica e caleidoscopica, che sottolinea epoca ed ambienti e percorre le atmosfere dell’universo melò e visionario dell’autore, esaltandolo con le colonne sonore di altri film (Querelle, Finalmente domenica, Non uccidere), canzoni (Nat King Cole, Dean Martin, Xavier Cugat), per accentrarsi come motivo dominante su un’aria d’opera la “Casta diva” di Bellini coinvolgente e ammaliante.

Ma la ragione più profonda della seduzione è la filosofia che sottende tutti questi film: il desiderio che nasce come promessa di felicità infinita e l’impossibilità di realizzarlo.

Un tema che ricorda la teoria del piacere di Leopardi, ma a cui, in 2046, si aggiunge un altro elemento di tipo romantico: la disillusione, perché il grande amore (quello rappresentato in In the Mood for Love) è ormai perduto e non ce ne potranno essere altri.

E’ forse qui il limite di 2046: fare della memoria (l’amore perduto) la chiave intorno a cui ruota la filosofia del film, come se questo amore fosse sempre e comunque immodificabile o non potesse essere un possibile abbaglio dell’immaginazione da verificare, contro ciò che il personaggio stesso può pensare.

Spia di questo ragionamento è la sequenza della “vedova nera”, che mi è sembrata, oltre che fastidiosamente letteraria, anche molto compiaciuta. Non un incontro di caratteri, ma un’ideologia che si vuole affermare.

WOIn the mood for love di Wong Kar-wai. Con Tony Leung, Maggie Cheung, Rebecca Pan, Lai Chen, Li Gong  durata 90 min. – Cina 2000.

2046 di Wong Kar-wai. Con Chen Chang, Maggie Cheung, Kimura Takuya, Carina Lau, Tony Leung, Faye Wong. durata 118 min. – Cina 2004.

La Mano di Wong Kar Wai con Gong Li, Chang Chen. Francia, Hong Kong, Italia, Lussemburgo, USA 2004. Dur: 31’


Lucca Film Festival “Lucky” John Carrol Lynch

luc di Laura Menesini

Lucky è un ateo novantenne decisamente ben messo come salute fisica e mentale. È indipendente, vive solo e compie i suoi riti quotidiani con maniaca precisione. Non è mai stato sposato, non ha parenti anche perché è sopravvissuto a tutti, ma ha i vicini e gli amici, nonostante il suo carattere impulsivo e rabbioso. Non fa sconti a nessuno e dice a tutti quello che pensa con un linguaggio assai colorito e con imprecazioni degne di uno scaricatore di porto.

Cura il suo fisico con la ginnastica e con un’alimentazione minima, ma in compenso fuma almeno un pacchetto di sigarette al giorno.

Il suo viaggio spirituale, però, lo mette difronte alla fine ormai prossima e inevitabile e questo lo porta a una consapevolezza e a una tristezza che non ha rimedi, perché così è la vita dell’uomo. Si può ripercorrere il passato, riandare all’infanzia e soprattutto al periodo della guerra, alla marina e agli attacchi finiti bene, ma non col tono del piangersi addosso, semplicemente come qualcosa che si è vissuto e che fa parte di noi.

Ben presente è l’oggi e se si è sopravvissuti a quasi tutti i nostri coetanei, non si può pensare di poter durare in eterno.

I paesaggi desertici dei dintorni di Los Angeles, coi loro tramonti e albe  dai colori meravigliosi e con quei raggi rasenti, sono uno sfondo perfetto a questi sentimenti. Il bosco di cactus sembra eterno e l’uomo, misero mortale, non può far altro che prenderne coscienza e rimanerne ammaliato.

La recitazione di Harry Dean Stanton è emozionante, i suoi occhi esprimono la curiosità che ancora prova nei confronti del mondo, ma anche la coscienza della fine ormai prossima; la sua camminata obliqua ci presenta il suo carattere indomabile e le gambe indebolite dall’età.

Diversa invece la sorte delle tartarughe e dei cactus, la loro vita è lunghissima e la “testuggine” del suo amico ha finalmente trovato il suo vero habitat dopo una lunghissima prigionia.              Solo per loro c’è futuro!

Lucky di John Carroll Lynch. Un film con Harry Dean Stanton, David Lynch, Ron Livingston, Ed Begley jr, Tom Skerritt, Beth Grant. USA, 2017, durata 88 minuti.

Lucca Film Festival “The Marriage” di Blerta Zeqiri

Thedi Laura Menesini

Nel piccolissimo stato del Kosovo, due fidanzati aspettano ancora i resti dei genitori di lei, qualche osso, un braccio, qualcosa da seppellire con un nome.

La guerra è lontana e presente al tempo stesso e la Serbia un vicino ingombrante. Tutto però si dimentica e si va avanti, la voglia di divertirsi da parte dei giovani è sovrana e l’aiuto arriva anche da un bel po’ di alcol.

I due fidanzati stanno mettendo a punto gli ultimi preparativi per la casa, devono scegliere la cucina e incontrare una zia americana che non potrà presenziare al matrimonio.

Ma tutto cambia all’improvviso! È ritornato, senza alcun preavviso, un amico, un amico particolare, il vero amore di lui. Da questo momento il duo si trasforma in trio e l’amore fra i due amici è davvero bello e forte. Il regista gioca sulla psicologia dei personaggi e ce li mette davanti in primo, primissimo piano a scrutarne le sensazioni più riposte.

L’amore è il motore di tutto e l’amore va coronato coi figli, che devono essere tanti, “non come fanno tanti giovani che pensano se possono permetterseli” come dice un vecchio con il copricapo tradizionale. Così i due fidanzati si sposano, ma nel mezzo di una bella festa di matrimonio balcanica arriva l’amante di lui ….

Il film è già stato premiato a Tallinn ed è veramente bello, nella recitazione, nella musica, nella rappresentazione della classe media del paese, ma soprattutto nel toccare con mano lieve e delicata l’amore dei due amici e la scena di sesso tra i due uomini è dolcissima.

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film_THE-MARRIAGEdi Gianni Quilici

Concordo con le considerazioni di Laura Menesini e aggiungo:

la regista Kosovara, Bertla Zeqiri, è molto precisa e netta nel calibrare il taglio del montaggio, che lascia implicito ciò che si può immaginare; e molto sottile nella caratterizzazione psicologica e sociologica dei personaggi e dell’ambiente, evitando il melodramma, come il finale lasciava presagire.

In che modo? Scegliendo di dare una consapevolezza superiore a questo amore omosessuale nascosto e disperato, che Bertla Zeqiri riesce a trasmetterci non solo nell’intenso rapporto sessuale, ma anche nei silenzi, negli scoppi di rabbia della reciproca disperazione. Questa consapevolezza emerge nella scelta con cui il film si conclude. Una conclusione, fra l’altro, non facile.

Dopo la notevole e lunga sequenza del matrimonio, tra l’allegria del pranzo, la musica e i balli e la cupezza dei due protagonisti, con tutte le conseguenze non prevedibili che ne conseguono, il finale è da una parte l’abbraccio dolente e asciutto; dall’altra  una separazione inevitabile e definitiva.  Tra una passione travolgente e le convenzioni sociali (il matrimonio con donna e figli) sono queste a vincere.  Almeno nel Kosovo, in questi anni. E per Bertla Zeqiri, una regista di talento.

THE MARRIAGE di Bertla Zeqiri

Con Edon Rizvanolli, Adriana Matoshi, Alban Ukaj, Dukagjin Podrimaj, Besnik Krapi, Kushtrim Sheremeti, Ilire Vinca Celaj, Aurita Agushi, Bislim Muçaj, Xhevdet Doda.  Kosovo, Albania 2017. Durata: 100 min.

“Van Gogh tra il grano e il cielo” di Giovanni Piscaglia

adi Silvia Chessa

Il docu-film “Van Gogh tra il grano e il cielo”, per la regia di Giovanni Piscaglia, nelle sale il 9-10-11 Aprile, presenta, attraverso 300 tra dipinti e disegni della collezione privata lasciata da Helene Kröller-Müller, un ritratto straordinario e toccante del grande pittore olandese di cui è narrata la parabola artistica, secondo il racconto di alcuni studiosi e storici dell’arte, tra cui Marco Goldin (curatore della mostra tenutasi alla Basilica Palladiana di Vicenza con le opere del Kröller-Müller Museum di Otterlo, in Olanda) cui si affiancano le riprese realizzate nei luoghi che videro fiorire l’arte di Van Gogh (Nuenen, Parigi, Bruxelles, Auvers-sur-Oise).

Intensa anche se breve, solo dieci anni, fu la vita artistica di questo pittore, di cui colpiscono le tematiche, le rivoluzionarie novità tecniche, l’eccentricità della personalità e la voracità di stili contaminati fra loro nella sua produzione artistica che ha cambiato il corso della pittura ma anche del pensiero.

Il divino fanciullo olandese andò oltre ogni contemporaneo e si spinse oltre i suoi limiti (in una strenua lotta contro l’epilessia, la malattia mentale e le ristrettezze economiche per le quali dovette chiedere al fratello Theo ogni cosa di cui necessitava per lavorare); sospinto da una irriducibile ansia di assoluto, di andare alla radice della vita, legando il terreno all’ultraterreno, Vincent espresse la sua spiritualità nella totale adesione agli ultimi della terra: di se stesso diceva di essersi “istruito all’Università della miseria, per le strade”. Aveva fatto Il predicatore ed era approdato tardi, intorno ai 27-30 anni, alla pittura, per molti critici senza possedere un innato e spiccato talento, ma facendo convergere, nella pittura, la sua forza benigna. Quella stessa volontà salvifica che lo aveva mosso a farsi predicatore, si incarnò nella pittura. Il suo percorso di predicatore non si interruppe ma semplicemente passò dalla Bibbia al pennello. Ispirato da questa sua volontà di redimere il mondo, e dalla sua sete di assoluto, dipinse la bellezza e la fatica della vita nei campi. La natura è vista con occhi di credente, all’insegna di un sacerdozio del colore e della pennellata: gli olivi di Vincent hanno rami nodosi, aggrovigliati, come braccia che si protendono supplici verso un cielo carico di inquietudini. Molti suoi quadri incarnano la durezza della vita di contadini, fabbri, cucitrici…persone che egli aveva osservato da vicino e a lungo, senza distacco, bensì come uno di loro:

“Cosa sono io agli occhi della gran parte della gente? Una nullità, un uomo eccentrico o sgradevole (..) Ebbene, anche se ciò fosse vero, vorrei sempre che le mie opere mostrassero cosa c’è nel cuore di questo eccentrico, di questo nessuno..”

vincent-van-gogh-contadini-che-seminano-patate

La sofferenza dei “Contadini che seminano patate” (1885) è parte del tutto, di un tutto che fatica, e che soffre, ma di una sofferenza che vivifica: e non vi è differenza fra un contadino e un olivo, non importa se i suoi “Mangiatori di patate” (1885) hanno tratti rozzi e animaleschi, o se mai vi fossero elementi ingenui o addirittura dilettanteschi nella sua pittura, e se i cinque protagonisti sono immersi in un ambiente che sa più di antro, di muffa, di stalla, che non di casa..E non importa neppure che Vincent abbia dichiarato di essersi, invece, ispirato alla “Cena di Emmaus” di Rembrandt, quadro dalla tecnica sofisticata e molto lontano dallo stile di Van Gogh… perché, malgrado tutto, il quadro di Vincent trasuda poesia da ogni poro, e trasmette una temperatura umana, una sacralità, silenziosa e laboriosa, che non hanno precedenti e paragoni. Gli ulivi sembrano modellarsi sulle sofferenze del Cristo nell’orto del Getsemani. Una natura quindi antropomorfizzata e sacralizzata e lui quasi un vate di un panteismo pittorico..

Il suo merito è stato quello di prenderci per mano e guidarci nei sentieri che egli stesso mai abbandonò, tenendosi aggrappato alle sue radici come un olivo ben piantato ma proteso al cielo: fra grano e cielo.

imagesAnche la Parigi, in pieno fermento culturale ed artistico, nella quale approdò nel 1886, fu da Vincent dipinta con quei connotati terrosi e campagnoli delle sue terre di origine ed amate: dandole spessore, candore e densità.

Il sudore che imperla la fronte dei raccoglitori di patate è rugiada che stilla candida e impreziosisce la tela, le sue stelle della “Notte stellata” (1889) sono girandole esplose di fuoco, ventagli giapponesi che muovono l’aria ed addensano i colori notturni, rischiarando le tenebre e sovvertendo il senso del notturno, dalle fatiche del giorno alla festosa quiete della sera.

Il respiro universale che Vincent ricercò ovunque e senza posa per tutta la sua breve e dolorosa vita è tutto nei suoi dipinti.


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Ed Helene questo lo capì, e lo volle fare comprendere al suo secolo e a noi suoi eredi. Loro due non si conobbero: Helene aveva undici anni quando Vincent morì, ma le loro anime colloquiarono, si fecero compagnia, si unirono virtualmente, e per sempre.

Innumerevoli ed incredibili le affinità e le analogie fra loro due. Ci fu, per via telepatica e a distanza temporale, un immaginario ma fertile incontro pieno di poesia, delicatezza, sospiri, scritture, slanci e solitudini silenziose che meriterebbe un altro film e, prima ancora, un romanzo.

Helene, come Vincent, scelse di dormire, malgrado le sue ricchezze, in un lettuccio in stile monastico, anch’ella scriveva lettere in quantità (fitto ed appassionato l’epistolario che ella tenne con Sam van Deventer, quanto quello, molto affine per toni, interessi, passioni espresse, di Vincent con Theo), era riservata e tenace, trovava benessere nell’immergersi nella natura, era avvinta dalla bellezza in modo fanciullesco ed incontenibile (vedi sue cartoline da Venezia, da Firenze e da Roma), e risorgeva dalle amarezze, temperando il suo carattere nelle solitarie, infinite passeggiate nel verde…Ma, soprattutto, trovava conforto e senso alla sua esistenza nelle opere di Vincent. Tanto che non le bastò collezionarle e circondarsene, bensì, da sacerdotessa della pittura, volle dedicarvisi in modo totalizzante. La missione che Helene si auto assegnò fu dare al suo Van Gogh la gloria mancata in vita.

Ed alla fine, dopo tanti ostacoli e peripezie anche finanziarie (la crisi economica del 1929 e poi gli investimenti sbagliati in cui incorse il marito), per sua tenacia e per nostra fortuna, le riuscì.

“Now I understand
what you tried to say to me
How you suffered for your sanity
How you tried to set them free

They would not listen, they did not know how

Perhaps they’ll listen now”.
(Don McLean’s, “Vincent”/ “Starry,Starry Night”, 1971)

VAN GOGH TRA IL GRANO E IL CIELO

Regia di Giovanni Piscaglia
Soggetto e sceneggiatura di Matteo Moneta
Con la consulenza scientifica e la partecipazione di Marco Goldin
DOP Lorenzo Giromini
Musiche originali di Remo Anzovino
Montaggio Valentina Ghilotti
Produttore Esecutivo Veronica Bottanelli
Prodotto da 3D Produzioni e Nexo Digital
Con la partecipazione straordinaria e la voce narrante di Valeria Bruni Tedeschi

Faithfull” di Sandrine Bonnaire e “My Generation” di David Batty

mydi Gianni Quilici

Vedo uno dietro l’altro due film, che hanno un filo comune: gli anni ’60 a Londra: “My Generation” e “Faithfull”.

Il primo di David Batty mi appare superficiale, perfino fastidioso. Michael Caine,  per certi versi attore carismatico, come conduttore e narratore di questi anni di grandi mutamenti culturali e sociali (dalla cultura pop ai Beatles e ai Rolling Stones) è, invece, banale, perché ripropone questi eventi con  nostalgica mitizzazione, senza quella distanza critica necessaria per cogliere dietro l’esplosione di libertà e creatività anche superficialità e disperazione, di chi non vedeva oltre ciò che sentiva e appariva.

faithfull-copertinaDiverso, invece, il medio-metraggio di Sandrine Bonnaire, nascosta dietro la sua voce. L’attrice francese, nei panni di regista, sa mescolare sapientemente,  con abile montaggio l’intervista a Marianne Faithfull con il materiale di repertorio (sempre interessante), mettendo in contatto e a confronto passato (ciò che la cantante era allora) e presente (ciò che è oggi), palesandosi anche  sottile psicologa.

Si avverte, infatti, tra lei e Marianne quella complicità necessaria per scavare là dove il privato diventa intimo e significativo con domande veloci che indagano cause e conseguenze dei fatti: il successo, il rapporto con Mike Jagger, il tentativo di suicidio ecc, ecc.

Da tutto quanto emerge la personalità di Marianne Faithfull. Una donna  diretta e burbera, ironica e sorridente, con un tono di voce grave e affascinante, in cui la sicurezza delle pause denota una padronanza di sé e del pubblico; una donna (oggi) forte, ma consapevole, come tutti dovremmo, di essere in ricerca, non risolta.

FAITHFULL di Sandrine Bonnaire con Marianne Faithfull. Francia 2017. Dur: 61 min.

MY GENERATION di David Batty con Michael Caine, Joan Collins, Paul McCartney, Twiggy, Roger Daltrey, Lulu. . Gran Bretagna, 2017, durata 85 minuti.

Lucca Film Festival “The girl’s spring” di Gu Wei Cina

Locandina-LFF-e-EU-2018-1024x390-e1522942116333di Laura Menesini

Film decisamente bello e coinvolgente.

Il dramma di questo povero contadino che salva la vita a un uomo d’affari e che dopo alcuni anni vede morire le sue due figlie di leucemia provocata dall’inquinamento della cartiera dello stesso uomo d’affari da lui salvato.

Il povero contadino è diventato vicedirettore della stessa cartiera e gode di un benessere sconosciuto al resto degli abitanti della zona, ma la malattia e la morte delle figlie risveglia in lui un ancestrale senso di giustizia e i soldi non lo ripagano della luce e dell’amore delle figlie. Essenzialmente per loro godeva di quella ricchezza e di quegli agi ed era sul loro futuro che investiva tutto se stesso.

Il film è particolarmente drammatico perché ispirato a una storia vera e questo ci fa riflettere sullo sviluppo cinese tanto rapido e intenso quanto insensibile alle problematiche ambientali e inquinante fino all’inverosimile. Quando capiranno che il mondo è di tutti e che non possiamo maneggiarlo a nostro piacimento?

Ma aldilà di questi ragionamenti, il film ha un ritmo serrato e impeccabile, il protagonista recita benissimo e i suoi occhi riconoscono l’ingiustizia proprio là dove prima si erano chiusi al sopruso.

Il film si incentra sulla famiglia del contadino/vicedirettore e mostra solo di sfuggita i paesani, pieni di odio verso colui che vuol toglier loro le briciole di benessere acquisito.

Forte è il richiamo alle credenze tradizionale e al feng shui. Il “maestro” è una sorta di divinità e quello che dice inappellabile.

Bellissima la fotografia in bianco e nero: la tecnica degli infrarossi rende il paesaggio magico quando si tratta della campagna tradizionale e di quegli alberi che sono stati sacrificati alla cartiera, nebbioso quando mostra dall’alto l’insieme della scena e i macchinari che lavorano per l’azienda anche se si tratta di montagne stupende. Con lo sfocato in primo piano poi ci vuol far capire che non è l’apparenza quella che conta, la “sostanza” può essere ovunque!

THE GIRL’S SPRING di Gu Wei. Cina 2018. b/n. Dur: 74 min.

“In ricordo di Angela Ricci Lucchi” di Mimmo Mastrangelo

ritrattoSe n’è andata in un silenzio quasi totale. Solo pochi giornali hanno riportato la notizia e un ricordo della morte avvenuta a Milano qualche giorno addietro della regista romagnola Angela Ricci Lucchi che,  insieme al compagno  Yervant Gianikian, ci ha regalato un’ opera estremamente unica nella storia del cinema e dell’arte.

Come per  Jean Marie Straub e Daniel Auteuil (altra  coppia di registi outsider),  Gianikian e  Ricci Lucchi per quasi un cinquantennio hanno rappresentato un marchio di fabbrica, autori di un “cinema espanso” (per ricordare una definizione  cara al critico Enzo Ungari) che vuole sottrarre lo spettatore all’abitudine e  all’assuefazione.

Il  suo  (il loro) operare non ha avuto mai   niente a che fare con quello di “registi-padroni” che, servendosi di un’arte illusionistica, pretendono di comandare il pubblico quando ridere, piangere, commuoversi, indignarsi. Con Angela Ricci Lucchi e Gianikan siamo su un altro pianeta dell’arte filmica,  non hanno prodotto  immagini né  mai fatto  cinema direttamente.

Il loro campo di lavoro è stato  quello di intervenire  sulla memoria, prendere vecchie pellicole (molte volte sottratte alla polvere  negli archivi milanesi del fotografo ed operatore di macchina Luca Comerio), ri-filmarle e dipingerle  a mano, fotogramma per fotogramma, lasciando così  affiorare dalla materia chimica una nuova luce e nuovi significati. Un lavoro certosino e di amore dai tempi rallentati, una procedura per riaccendere i lati rimasti  oscuri  di una vecchia pellicola non sonorizzata e su cui solitamente verrà  poi sovrapposta la musica di una partitura minimalista.

“Dal polo all’equatore” (1986), “Uomini anni vita” (1990), “Diario Africano” (1994), “Inventario balcanico” (2000)  sono  titoli  molto noti all’estero e, colpevolmente, non  da noi,  non per caso “Dal Polo all’equatore” venne  riconosciuto a livello internazionale tra “i cinquanta film più notevoli” del decennio 1980-1989.

I titoli  di Ricci Lucchi e Gianikian sono “riflessione sulla forza e sull’intelligenza della visione, non raccontano una storia ma infinite, tutte quelle che siamo in grado di leggere sui volti di anonime figure umane che tornano a ri-guardarci, nei gesti che riacquistano la sacralità di ciò che è riproducibile ma irripetibile, nella densità  quasi tattile dei paesaggi…”.  Un lungo e cosmopolita poema audiovisivo che mescola l’Oriente con l”Occidente, fa incontrare culture e  affonda  nella memoria, questo è il cinema (l’arte) dagli sconfinamenti spaziali e temporali di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian. Un viaggio il loro  nel fiume della storia che va a connotare una ricerca tanto  artistica quanto rigorosamente politica.

Il 24 marzo 2018 nell’ambito dell’ultima giornata  della rassegna “Frammenti autoriali”, per ricordare Angela Ricci Lucchi , è stato presentato presentato allo Spazio Art House di Moliterno (Potenza) “Dal Polo all’Equatore” realizzato sulla fotografia di cinquecentomila fotogrammi di materiali d’archivio.