Festival dei Popoli.”The Boy from H2″ di Helen Yanovsky

mad 1di Maddalena Ferrari

Il cortometraggio segue le vicende  quotidiane di un ragazzo palestinese, Muhammad Burqan, che si muove tra una miriade di divieti e pericoli nella zona 2 di Hebron , quella parte cioè della città della Cisgiordania, dove gli Israeliani esercitano un controllo opprimente e persecutorio. Muhammad, come tanti, deve convivere con impedimenti e vessazioni, dibattendosi tra l’odio che gli ispirano i militari israeliani  e la pazienza che  chi è più grande di lui, come il padre, costretto, tra l’altro, a spostarsi su una sedia a rotelle, ha da anni maturato dentro di sé e cerca di trasmettere ai più giovani.

Nel visetto ambrato si legge qualche segno di abbrutimento e quasi sicuramente esso si conforma ad una maschera di indifferenza ed impenetrabilità. Lo vediamo in alcuni primi piani, che lo lasciano però presto allontanarsi, come risucchiato dall’ambiente, dal movimento, dalle cose da fare, dagli incontri e dagli scontri.

Il documentario, realizzato in collaborazione con le organizzazioni che si occupano delle violazioni dei diritti umani, è come una frazione di un cammino di conoscenza, che prosegue in sala attraverso il colloquio con la regista georgiana; essa ci informa della maturazione del ragazzo, dell’assunzione sulle sue spalle del sostentamento della numerosa famiglia. E la storia continua…

mad 2The Boy From H2   di Helen Yanovsky.

Un film Genere Cortometraggio –

Israele, Palestina, 2017,

durata 21 minuti.

“Appennino” di Emiliano Dante

appenninodi Gianni Quilici

Un diario come flusso di immagini, di narrazioni, di interpretazioni, ho pensato, che via via che scorrevano ho cercato di scomporle in riflessioni, che nel film naturalmente si intrecciano.  E così scrivo.

E’ un diario per la voce (giusta), fuori campo, tra l’oggettivo e il soggettivo dello stesso regista, Emiliano Dante, che dà un senso dentro e oltre le immagini

E’ narrativo, perché racconta una storia , che ha un inizio, uno sviluppo, senza avere una fine.

E’ filosofico, perché cerca di capire il senso esistenziale e cinematografico del fare cinema.

E’ politico, perché rappresenta sul campo una situazione sociale che parte dalla lenta ricostruzione dell’Aquila, la città del regista, e prosegue con il terremoto di Amatrice e Arquata del Tronto e infine con la vita in hotel, a San Benedetto del Tronto, dopo i terremoti di Norcia e di Montereale-Campotosto, denunciandone i limiti, le contraddizioni attraverso testimonianze e fatti.

E’ poetico, perché, a volte, riesce a toccare sentimenti profondi.

E’ cinematografico, perché va oltre il documentario di denuncia per le ragioni sopra dette, e anche  per l’uso efficace della musica e di vignette ironicamente affettuose, tutto frutto dello stesso regista, che per necessità e. per scelta si presenta come regista totale.

Appennino

Regia di Emiliano Dante. Con Giancarlo Cappelli, Stefano Cappelli, Paolo De Felice, Elena Pascolini, Enzo Rendina, Antonio Sforna.  Documentario – Italia, 2017, durata 66 minuti.

Torino Film Festival “Napalm” di Claude Lanzmann

locandinadi Gianni Quilici

L’inizio è fortemente condizionato dalla censura nord-coreana, per cui vediamo ciò che è possibile riprendere: le strade deserte di auto, la visita al museo delle armi, e soprattutto gli sport orientali (il dojang del teekwoond).  Non la realtà dunque, ma l’apparenza, perché, come tutti i regimi totalitari, ciò che viene rappresentata è la parata dell’ordine, della forza, della felicità. Rimangono invece nella memoria le immagini terribili dei bombardamenti americani,  l’uso del napalm, le devastazioni e le morti di civili, che saranno milioni.

Tuttavia è nella seconda parte che Napalm diventa avvincente e, in certi momenti, toccante,  quando Claude Lanzmann  racconta la (sua) storia d’amore con una bellissima infermiera coreana,  nel 1958, anno in cui egli visitò la Corea del Nord, prima delegazione occidentale ad essere autorizzata, dopo la guerra con la Corea del Sud .

Una storia d’amore avventurosa e rischiosissima per la ragazza, considerato l’assoluto divieto  di rapporti, se non strettamente professionali e controllati, tra uomini stranieri e donne nord-coreane.

Lanzmann racconta con voce grave e pacata, con le giuste pause di chi è padrone di sé, della propria oratoria e trasmette una visività ad una narrazione ricca di dettagli psicologici e materiali  con colpi di scena, che creano attesa.

Un film, quindi, che diventa tale soprattutto attraverso la qualità di una parola, che innesca immagine e ritmo, personaggi e attrazione narrativa.

NAPALM  di e con Claude Lanzmann. Francia, 2017, durata 100 minuti.

Torino Film Festival “La cordillera” di Santiago Mitre

the_summit_2_h_2017di Gianni Quilici

In un hotel isolato sulla cordigliera andina si svolge un summit dei capi di Stato latino-americani per dettare le regole di un nuovo accordo petrolifero, ma tra le pieghe, si insinuano sornioni e prepotenti gli interessi statunitensi e gli intrecci che questi stanno tramando.

Protagonista centrale il presidente argentino  Hernán Blanco, poco considerato dagli avversari tanto da essere etichettato da certa stampa praticamente invisibile e che si trova sul capo la minaccia di uno scandalo da parte dell’ex genero su dei finanziamenti occulti ricevuti dal suo raggruppamento .

All’inizio sembra un film politico, ma via via emerge con forza l’aspetto esistenziale, non solo a livello psicologico, ma anche psicoanalitico, perché evoca drammi, senza esplicitarli chiaramente, fantasmi profondi che non capiamo bene se immaginati o reali.

A quel punto La cordillera diventa un thriller dove i due livelli politico e esistenziale,  si incontrano, con grande efficacia narrativa e implacabilmente morale, in Hernán Blanco e noi spettatori capiamo, anzi meglio intuiamo, cosa si nasconde dietro il suo volto, dentro la sua maschera.

Ricardo Darin riesce a trasmettere le sfumature giuste a un personaggio complesso, apparentemente dimesso in realtà ambizioso e determinato, mentre il paesaggio nudo e solitario, tortuoso e inquietante della Cordigliera rappresenta efficacemente, anche simbolicamente, la profondità della storia.

La cordillera  di Santiago Mitre  con Christian Slater, Elena Anaya, Ricardo Darín, Daniel Giménez Cacho, Paulina García. Argentina, Francia, Spagna, 2017, durata 114 minuti.

“Barbiana ‘65. La lezione di Don Lorenzo Milani” di Alessandro D’Alessandro

show_img.phpdi Mimmo Mastrangelo

Ai registi e alle  troupe televisive di ogni parte del mondo  che  salirono a Barbiana  a nessuno  Don Lorenzo Milani permise  di filmare lui e i suoi figlioli. Tuttavia il priore fece un’eccezione   per  Angelo D’Alessandro, il quale nel dicembre del 1965, quando la malattia del Priore era già in uno stato avanzato, fece delle riprese sui momenti di scuola che si svolgevano in quella piccola e povera comunità di montagna.

Il girato di D’Alessandro non divenne un film, mai passò su uno schermo, solo di tanto in tanto il regista pugliese  (conosciuto  per la serie televisiva “I racconti del faro” e  la rubrica “Vangelo vivo” ) proiettava degli spezzoni in qualche convegno a tema religioso. Col tempo sul Don Milani “messo in scena” da D’Alessandro cadde la polvere, solo dopo la morte del regista, avvenuta nel 2011, il figlio Alessandro, ritrova il girato, lo restaura e ne confeziona  “Barbiana ‘65. La lezione di Don Lorenzo Milani”.

Presentato in prima mondiale all’ultimo festival di Venezia, accompagnato  da immagini inedite della Barbiana di oggi  e dalle  testimonianze   di Don Luigi Ciotti, del magistrato Beniamino Deidda ( fu allievo di Don Milani) e da Adele Corradi (a suo tempo giovane collaboratrice nella scuola di Barbiana), il docu-film vuole restituire “nuova voce e immagine” a quello scomodo parroco di campagna che ha dimostrato con la sua esperienza  che non si può essere educatori se non si è pronti a lottare in prima persona senza meditazioni.

Nel film si vede Don Lorenzo seduto sulla sdraia  in mezzo ai suoi figlioli,  aspettare il ciak del regista,  fare lezione tra cartine geografiche e mappamondi, leggere  sprazzi di quella lettera inviata ai giudici che lo avevano accusato di apologia di reato per aver difeso l’obiezione di coscienza. E’ decisa la sua voce nell’affermare l’indicibile, nel far  avvertire l’attrito del proprio corpo gettato nella lotta,  nell’annunciare ai giovani che<<sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza  non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che  non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti  a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto>> .

Le immagini si soffermano a lunghi tratti sui volti dei ragazzi, ma inseguono, innanzitutto, il Don Milani pedagogista, il maestro che impara insieme ai suoi discenti dentro una scuola povera, austera, laica e non confessionale che inculca lo studio e  la conoscenza in quanto dispositivi per eccellenza per formare cittadini liberi e responsabili.

Le testimonianze di Don Ciotti del magistrato  Deidda e della Adele Corradi si incastrano senza slabbrature con le riprese di D’Alesssandro padre e ci  aiutano meglio a comprendere la portata rivoluzionaria della scuola di  Barbiana, la potenza d’irrompere nelle coscienze  della  pedagogia di  Don Milani (lo si vede pure in paramenti sacri sull’altare per una scena studiata). L’incastro  tra il girato in bianco e nero  di cinquantadue anni fa e quello  a colori di oggi è funzionale per approdare alle toccanti sequenze finali: nel  povero cimitero di Barbiana arriva Papa Francesco per sostare solitario in preghiera davanti al tomba del Priore che, ricordiamo, seppe  accogliere di luce  la malattia e la morte alla stregua della sua vita.

Il docu-film di D’Alessandro padre e figlio è nelle sale italiane per i cinquantenario della morte sacerdote fiorentino ponendo con forza un’urgenza: il nostro tempo è proprio  quello per tornare a leggere Don Milani, la sua lezione rimane fiorente, basta  individuare percorsi innovativi per combattere  le nuove povertà e criticità sociali.

Don Lorenzo Milani e Padre Ernesto Balducci furono tra gli anni cinquanta-sessanta del secolo scorso le punte emergenti  (e di diamante) della Chiesa fiorentina, i fautori di una pastorale di liberazione, poco all’ombra della sacrestia e molto dentro al mondo e alle sue sofferenze.

Per il cinquantenario della morte del Priore di Barbiana, le Edizioni San Paolo  hanno fatto bene a dare alle stampe di Padre Balducci “Io e Don Milani”, un volumetto di cinque brevi scritti già pubblicati in cui il fondatore di “Testimonianze” argomenta, in particolare, sul valore e l’eredità del modello educativo di Don Milani che, tra l’altro,  viene presentato nel sacerdote  che ha saputo inimitabilmente mantenere  fedeltà ai principi della fede , della Chiesa e della libertà. Per Balducci il confratello è il profeta che ha vissuto nel   proprio tempo quello che altri hanno sperimentato in stagioni  successive. Un pastore “un manovale della storia, che dall’interno delle fatiche del vivere quotidiano portano un segno che si rileverà fecondo di futuro”.

Brevi ma lucide  riflessioni su una “teologia della liberazione” sono le pagine di Balducci che meritano una lettura per nulla superficiale, anche in ragione del fatto che non   elevano   nessun santino dell’autore di “Esperienze Pastoriali”: Balducci, infatti, manifesta con parole limpide quel limite  di  Don Lorenzo di credere che bastasse la parola, il sapere per liberare l’uomo, quando “occorre mettere mano ai meccanismi dello sfruttamento e cioè occorre una dimensione politica…”.

Del libro di Padre Balducci verrà letto un capitolo questa sera (ore 22.00) allo Spazio Art House e subito dopo, per il cinquantenario della morte del Priore di Barbiana verrà proiettato “Don Milani”, film che fu girato per la televisione  nel 1997 da Sergio Frazzi su sceneggiatura di Sandro Petraglia e Stefano Rulli. Nei  panni del sacerdote  un convincente Sergio Castellitto che, attraverso le sue potenzialità attoriali, riesce a modulare la figura di un Don Milani “evangelicamente corretto, purgato della sua componente più aspra e provocatoria”.

Barbiana ‘65. La lezione di Don Lorenzo Milani di Alessandro D’Alessandro. Italia 2017. Durata: 62′- Distributore: Istituto Luce

“Lo sguardo Intimistico e vibrante di Antonietta De Lillo” di Mimmo Mastrangelo

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“Il poeta sceglie ciò che deve essere…La religione è la moneta più valida nella vita di un uomo, senza la religione l’uomo non riuscirebbe né a creare né a demolire se stesso…Sono una donna molto alla  mano, una persona di tutti i giorni, sono proprio la pazza della porta accanto…”.

Parole di Alda Merini (Milano 1931 – Milano 2009) estrapolate qua e là  dalle sequenze girate nel 1995 a Milano ,   nell’abitazione  della poetessa,    da Antonietta De Lillo per il suo lavoro, con l’attrice Licia Maglietta, “Ogni sedia ha il suo rumore” . Immagini  che  nel 2013 la regista napoletana ha rimontato integralmente per  “La pazza della porta accanto”, documentario in cui la Merini si pone in un modo intimistico  davanti alla macchina da presa esponendo pensieri, idealizzando la poesia – intesa come sentimento rilevatore, visione di uno e cento sguardi insieme – raccontando pezzi della sua vita: l’infanzia, gli amori, gli  incontri con “persone enormi” ( Spagnoletti, Manganelli, Quasimodo…), la lunga degenza in manicomio, il dolore per i figli  strappati a lei durante l’internamento “per  dispetto, cattiveria”. Un narrarsi, un esporsi al pubblico con delicatezza   che fa il paio con lo stile  della De Lillo, la quale è capace di restituire la forza del pensiero della Merini con un filmare complice e intimistico.

Il docu-ritratto   è stato presentato nel formato Dvd, insieme ad altre tre significative opere della filmografia della De Lillo, alla Casa della Musica nell’ambito della Festa del Cinema  di Roma.

Antonietta-De-Lillo_dvd-2Gli altri titoli editi dalla Cecchi Gori Entertaiment. sono “Il resto di niente” (2004), “Let’s Go (2015) e     il film collettivo dello scorso anno “Oggi insieme domani anche”   che è una deliziosa e incisiva  inchiesta-testimonianza sui cambiamenti che ci sono stati negli ultimi quarant’anni nella famiglia italiana, di come il suo concetto tradizionale si sia  sbriciolato sotto i colpi di una trasformazione generale della società, ma il film offre pure un lucido  spaccato  sull’ultima crisi economica che ha colpito il Paese, sui processi di immigrazione e  sulle modalità di approccio e  confronto con le altre culture.

Una  storia di incredibile deriva sociale  è il documentario “Let’s Go” con  protagonista  il fotografo e scrittore napoletano Luca Musella il quale,  sul canovaccio di  un testo-lettera,    racconta con disincanto la sua parabola esistenziale: da professionista, artista di successo ad uno dei tanti fantasmi che popolano la Milano dell’indigenza. Un autoritratto di un uomo che ha perso tutto (tranne la dignità) nel cui sguardo si  accende lo schermo di un Paese che arranca, balbetta.

Tratto dall’omonimo  romanzo di Enzo Striano, “Il resto di niente” è film più noto tra i lavori di Antonietta De Lillo, quando uscì sugli schermi italiani  ci fu chi lo definì  un piccolo capolavoro. E in effetti  il sogno, la lotta di innalzare a Napoli  nel 1799 la repubblica (e gli ideali  della rivoluzione francese), intorno all’impeto  rivoluzionario  della  nobildonna portoghese Eleonora Pimentel Fonseca (interpretata con vigore  da Maria  De Medeiros),  è rappresentato dalla De Lillo sì  con   fedeltà ai fatti narrati da Striano, ma seguendo uno stilema visivo  che fa della sua opera una delle pellicole italiane  più riuscite e  da ricordare degli inizi del nuovo millennio. C’é tutta la tensione intellettuale e artistica del cinema della regista napoletana ne “Il resto di niente”, un ‘opera vibrante con le sequenze rivestite di una cornice solennemente classica e commovente.

“Tempi moderni” a cura del Circolo del cinema di Lucca

mother!CINEMA CENTRALE, Lucca. Ore 21.30

TEMPI   MODERNI

L’inizio del ciclo: Blow up restaurato, uno dei film simbolo del post-moderno, dell’era in cui l’immagine diventa spesso più importante della realtà stessa, fino al punto di mutarla.

E di seguito una serie di film che rappresentano con efficacia le grandi questioni dei nostri tempi: i nostri Tempi moderni. Ecco quindi il muro che divide Israele dalla Palestina fotografato, visionato, raccontato dal grande fotografo Josef Koudelka; la tratta degli esseri umani nella migrazione tra la Libia e l’Italia; la battaglia senza esclusione di colpi da una determinatissima, spregiudicata e scaltra lobbista contro la potente lobby statunitense delle armi; la rivolta di una grande cantante –in arte Nico –  contro il consumismo della propria vita;  e infine in “Madre” è il film stesso  barocco  e aggrovigliato, biblico e vitale” un prodotto estetico e sociologico dei nostri tempi. Ma dietro ad ognuno di questi film circola il cinema, la capacità di colpire occhi, mente  e, a volte, cuore.

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Giovedì 9 novembre 2017

Blow up di Michelangelo Antonioni con David Hemmings, Sarah Miles, Vanessa Redgrave, Jane Birkin. Gran Bretagna, Italia, 1966, durata 108’

Blow-up, che torna ora in prima visione grazie al restauro distribuito dalla Cineteca di Bologna, è un film  diventato mitico non solo perché simbolizza nell’immaginario un’epoca, ma anche perché è un’opera di pensiero e di poesia, perché è una acuta meditazione sul divario fra realtà e fantasia  e infine e soprattutto, perché è  cinema.

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Giovedì 16 novembre 2017

Madre di Darren Aronofsky con Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Ed Harris. USA, 2017, durata 118’.

Lei si è trasferita nella grande casa isolata in mezzo ai campi di grano per amore di Lui. Lui, invece, non riesce a superare il blocco che gli impedisce di scrivere e passa le giornate davanti alla pagina bianca. Finché nella casa isolata irrompe uno sconosciuto. E’ un film, che divide profondamente critica e pubblico. Scrive uno spettatore:” È un’esperienza unica, di grande cinema, intenso e teso nella prima metà; metaforico, allegorico, claustrofobico e disturbante nella seconda. Regia e montaggio magistrali”. Vedere per valutare!

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IN COLLABORAZIONE CON PHOTOLUX FESTIVAL

Giovedì 23 novembre 2017

Koudelka fotografa la Terra Santa di Gilad Baram.  con Josef Koudelka.  Documentario – Germania, Repubblica Ceca, 2015, durata 76’.

Cinque anni di reportage, tra il 2008 e il 2012, di una delle figure leggendarie della fotografia contemporanea, Josef Koudelka, in una delle zone di conflitto cruciali del pianeta: l’orrendo muro che separa Israele dalla Palestina. Con una profondità simile a quella  di Wim Wenders su  Salgado,  il giovane regista pedina Koudelka per riprodurne il processo creativo, si intrufola nella composizione dello scatto, per catturarne l’intuizione, il punto di vista, lo sguardo sul reale,  restituendo valore al tempo e ai luoghi,  trasmettendo, senza cercare lo spettacolo, l’emozione della verità
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Giovedì 30 novembre 2017

Miss Sloane – Giochi di potere di John Madden con Jessica Chastain, Mark Strong,  Alison Pill.  USA, 2016, durata 127’

Miss Sloane è una lobbista affascinante e risoluta, la più ricercata a Washington, famosa per la sua astuzia e una lunga storia di successi.  Non ha famiglia, nessun legame sentimentale, se non un aitante gigolò, e sceglie di affrontare  la più spietata delle lobby delle armi. Diretto dal britannico John Madden,  Miss Sloane è un film intricato e intrigante, recitato da  una straordinaria Jessica Chastain, ancora una volta sontuosa e supportata da comprimari di prim’ordine.

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Giovedì 14 dicembre 2017

Nico 1988 di Susanna Nicchiarelli con Trine Dyrholm, John Gordon Sinclair, Anamaria Marinca. Italia, Belgio, 2017, durata 93’.

Gli ultimi anni di vita di Christa Päffgen, in arte Nico, musa di Warhol, cantante dei Velvet Underground e donna la cui bellezza era indiscussa. Nico vive una seconda vita quando inizia la sua carriera da solista. Qui seguiamo gli ultimi tour di Nico e della band, quando Nico si è liberata del peso della sua bellezza e inizia a ricostruire un rapporto con il figlio. Un road movie, un film musicale, e soprattutto, il racconto della sofferta ribellione di un corpo alla schiavitù della propria immagine. Vincitore della sezione Orizzonti a Venezia, uno dei film più belli visti al Lido.

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Giovedì 21 dicembre 2017

L’ordine delle cose di Andrea Segre con Paolo Pierobon, Giuseppe Battiston, Valentina Carnelutti. Italia, Francia, Tunisia, 2017, durata 112’.

Straordinario film sulla tratta di esseri umani tra Libia e Italia. Un funzionario del governo italiano viene spedito in Libia per convincere alti funzionari libici  a collaborare con il governo per fermare il traffico di migranti… Andrea Segre dimostra grande sensibilità nel trattare un soggetto tanto delicato e costruisce una sorta di thriller impegnato, capace di tenere alta la tensione dal primo all’ultimo minuto e di far riflettere su un argomento di strettissima attualità.

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“Broken Flowers” di Jim Jarmush

brokdi Gianni Quilici

Don, un moderno Don Giovanni, non più giovane, seduto sul divano, corpo inerte e devitalizzato, dopo essere stato appena lasciato dall’ultima giovane conquista (Julie Delpy), si trova tra le mani una lettera da una ex amante anonima, che gli annuncia che un figlio avuto 19 anni prima si è messo sulle sue tracce.

Don si mette controvoglia  in viaggio, in auto e in aereo, alla ricerca delle donne avute in quegli anni, per scoprire da chi possa aver avuto questo figlio. La prima (Sharon Stone) lo accoglie ancora luminosa e disponibile con una figlia-ninfetta provocatrice e allettante; la seconda (Frances Conroy)  sembra rimpiangerlo, compressa da un marito geloso, saccente e vagamente minaccioso; la terza (Jessica Lange) lo liquida sorridente; la quarta (Tilda Swinton) piangendo si infuria, mentre i suoi uomini finiscono per picchiarlo. Rimane l’ultima: è morta. Davanti alla sua tomba, sdraiato, appoggiato ad un albero, Don piange.

Quel pianto segnala un contrasto, il primo. Infatti Don per tutto il viaggio era apparso impassibile, sguardo spento e pochissime parole,  le essenziali.

Il finale  rivela, ancora di più, ciò che le immagini non avevano mostrato. Don pensa di avere trovato il figlio. Si sbaglia. Il giovane fugge pensando di trovarsi di fronte ad un paranoico. Don rimane in mezzo alla strada vedendolo fuggire. La cinepresa gira intorno a lui perplesso e amareggiato. Non è più quel volto inespressivo, visto durante (quasi) tutta la durata del film. Soffre. Sicuramente per il figlio che non c’è e che aveva sperato di trovare. Forse anche per la sua vita intera, come l’ha vissuta.

Ancora una volta Jarmush realizza un film minimalista, un road movie intimo molto implicito, dove ciò che vediamo è un paesaggio anonimo e un corpo che si nasconde. Billy Murray è sottile nella sua aria apparentemente annoiata, in realtà angosciata, perché vuota, priva di desideri, in cui tuttavia filtrano ancora in veloci flashback dettagli di emozioni trattenute e desideri erotici non sopiti ( cosce,  volti, nudità, oggetti ), mentre la colonna sonora è, come negli altri film, un mix di rock, jazz, musica classica che dà il senso al viaggio nelle sue variazioni, nei contrappunti e sfumature.

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Un film di Jim Jarmusch.

Con Bill Murray, Jeffrey Wright, Sharon Stone, Frances Conroy, Jessica Lange. Tilda Swinton, Julie Delpy, Chloë Sevigny, Christopher McDonald, Alexis Dziena

durata 105 min. – USA 2005.

Confronti: Kaurismaki, il poeta. Nolan: il prestigiatore” a cura del Circolo del cinema

01164807S.MICHELETTO

Lucca, ore 21.30

Ci piace l’idea, e spero piaccia anche a voi, di mettere a confronto due cineasti agli antipodi: Aki Kaurismäki e Cristopher Nolan.

Infatti Kaurismäki, nato nella campagna finlandese nel 1957, è un regista che realizza commedie minimali tragiche e malinconiche, a budget ridotto, di disperati stralunati e disincantati con un umorismo leggero e dissacrante, una lucida moralità  e un tocco poetico originale in uno stile laconico e essenziale riconoscibile al primo sguardo.

Cristopher Nolan, nato a Londra nel 1970, è invece un regista di grande successo anche commerciale,  è un notevole narratore,  inventore di storie originali con inedite soluzioni, è un prestigiatore che nasconde i fatti in un intreccio mai banale, spesso fascinoso e  labirintico, dentro il quale c’è sempre il cinema

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Lunedì 6 novembre 2017

Calamari union di Aki Kaurismäki con Timo Eränkö, Kari Heiskanen, Matti Pellonpaa.           Finlandia 1985. Dur: 78 min.

Una ventina di persone disadattate, povere in canna e dall’aspetto strampalato in stile Blues Brothers, si ritrovano per pianificare la fuga dalla realtà degradante del proprio quartiere. Obiettivo: l’agiata zona urbana di Eira… Film realizzato con mezzi scarsissimi,  con una sceneggiatura stringata all’osso ed una vena surreale e grottesca degna del miglior Lynch. Una regia sopraffina che non lascia nessuna inquadratura al caso, alternando riprese svolazzanti a camere fisse  Un film da scoprire per la sua demenziale magnificenza.

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maxresdefaultLunedì 13 novembre 2017

Memento di Christopher Nolan. Con Guy Pearce, Carrie-Anne Moss, Joe Pantoliano..  durata 114 min. – USA 2000

Il protagonista, un giovane investigatore  disperato a caccia dell’uomo che ha stuprato e ucciso sua moglie, ha perduto la memoria dei fatti recenti: non arriva a ricordare azioni, incontri o parole di un’ora, due ore prima. “Memento” è un labirinto di stile, meticolosità e debolezza. La debolezza umana. Quella con la quale si rimane inermi e confusi davanti alla grandezza visionaria di questo piccolo gioiello.

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IN COLLABORAZIONE CON PHOTOLUX FESTIVAL

Lunedì 20 novembre 2017

Robert Doisneau – La lente delle meraviglie di Clémentine Deroudille. con Clémentine Deroudille, Daniel Pennac, Sabine Azéma. Francia, 2016, durata 83’.

Troppe volte l’opera di Robert Doisneau, uno dei più grandi  e poetici fotografi del XX secolo, è stata ridotta alla fotografia del bacio de l’Hôtel de Ville. In questo film, realizzato dalla nipote, viene fuori il ritratto intimo dell’uomo e all’artista. Una lettera d’amore che cerca le parole nelle fotografie inedite,  nei video d’archivio e nelle conversazioni con gli amici e i complici di sempre.

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Lunedì 27 novembre 2017

Vita da bohème di Aki Kaurismäki. Con Jean-Pierre Léaud, Matti Pellonpaa, Evelyne Didi Dur: 109 min. – Francia 1992

Bohème anni Novanta. Rodolfo è a Parigi senza permesso di soggiorno. Difficile sbarcare il lunario, perché i suoi quadri hanno ben pochi acquirenti. E la vita è dura anche per gli amici, il poeta francese Marcel e il compositore irlandese Schaunard. Benché costantemente squattrinati la loro vita non è tuttavia né monotona né squallida: il mondo non li capisce, ma che importa? Si sentono artisti, vivono da artisti, e il loro atteggiamento verso gli altri è improntato a totale fiducia e bontà d’animo. Da non perdere!

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Lunedì 4 dicembre 2017

Insomnia  di Christopher Nolan. Con Al Pacino, Robin Williams, Hilary Swank. durata 115 min. – USA 2002.

Ispettore di polizia circondato da un’aura di leggenda, Al Pacino, atterra in uno sperduto villaggio dell’Alaska per indagare sull’omicidio di una diciassettenne. Nella sua lunga carriera ha visto di tutto e di più; però il peggio deve ancora arrivare. Come accade, o come accadeva, per il grande cinema americano – che sapeva essere popolare e insieme profondo -, il bel film di Christopher Nolan, allucinato e doloroso, chiede più livelli di lettura.

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Lunedì 11 dicembre 2017

Ho affittato un killer  di Aki Kaurismäki.Con Jean-Pierre Léaud, Margi Clark, Kenneth Colley  durata 85 min. – Finlandia, Svezia 1990.

Dopo aver saputo del proprio licenziamento, un impiegato statale decide di farsi eliminare da un killer. Ne assolda così uno, ma si pente quasi subito non appena incontra una donna. Senza mai psicologizzare,  Kaurismäki racconta con la semplicità e linearità di una favola moderna la radicale trasformazione della visione di un uomo che ritrova il senso della propria vita proprio nel momento in cui ha abbandonato tutto.

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Lunedì 18 dicembre 2017

The Prestige di Christopher Nolan. Con Hugh Jackman, Christian Bale, Scarlett Johansson, Michael Caine. durata 127 min. – USA, Gran Bretagna 2006.

Un’amicizia che diventa rivalità. Una rivalità che dà vita ad una sfida senza esclusione di colpi tra due giovani apprendisti maghi, Robert e Alfred . Ambientato nella Londra del 1899, The Prestige è un film complesso, emozionante, sempre coinvolgente grazie ad un ritmo in costante crescendo, che sfocia in un finale tanto sorprendente, quanto ricco di spunti di riflessione.

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“Mistery Train” di Jim Jarmush

mistery_traindi Gianni Quilici

Inizia con un treno che arriva a Memphis e termina con il treno che parte da Memphis. Sul treno c’è una giovanissima coppia giapponese: lei invasata di Elvis Presley, lui distaccato, quasi assente. Scopriamo nello scorrere della pellicola che negli stessi luoghi è capitata anche un’italiana a cui, nel viaggio, è morto  il marito e che un tipaccio, di un terzetto male in arnese, ha compiuto una squallida rapina finita . L’hotel è il punto in cui tutti convergono e qui Jarmush ce li rappresenta nello stesso periodo di tempo, ognuno con la sua storia, ma con alcuni elementi in comune: Tom Waits alla radio che annuncia Elvis Presley che canta “Blue Moon” e uno sparo improvviso. Un mosaico narrativo che via via si compone di fronte a noi

Protagonista è Memphis, città di un mito, Elvis Presley. Ma Elvis è poco più di un manifesto o di una canzone;  ciò che vediamo è un paesaggio urbano e umano tra i più desolanti, dove vigono solitudine e  abbandono. I protagonisti sono tutti senza sguardo, pensiero, progetto. L’unico che presenta forse qualche astratta inquietudine è il giapponesino, che rimane quasi sempre altrove, non si sa dove.

Jarmush osserva questi personaggi, che non hanno spessore né psicologico, né ideologico, con felice ironia e, a volte, con parodistico distacco, accompagnati da  una azzeccata colonna sonora. Indimenticabile l’episodio dei tre balordi beoni con due grandi Steve Bushemi e  Joe Strummer, ex leader dei Clash, dove tragedia e sorriso si incontrano.

“Questa è l’America” sembra dirci Jarmush in questo come nei precedenti suoi film. Certamente è anche questa. Sappiamo, però, che l’America è più complicata e contraddittoria, più tragica e viva. Jarmush è, però, un minimalista: vede bene quello che vede e sa rappresentarlo. Questo è il suo pregio ed insieme il suo limite.

MISTERY TRAIN  di Jim Jarmusch

Con Steve Buscemi, Joe Strummer, Nicoletta Braschi, Youki Kudoh, Elizabeth Bracco, Masatoshi Nagase, Rick Aviles, Screamin’ Jay Hawkins, Cinqué Lee. Usa 1989. Durata: 110 min.