“Green Book” di Peter Farrelly

di Gianni Quilici

Alla fine del film in una sala (grande) e quasi piena scatta un applauso convinto, fatto che non accade quasi mai. La ragione è semplice: Green Book aveva accumulato quella selva di emozioni, che si sono liberate, superando l’inibizione dell’applauso, sempre timoroso a mostrarsi laddove le regole non lo prevedono.

E si può capire perché. Non è tanto e solo, perché è un film di buoni sentimenti, ma perché questi sentimenti maturano da dei contrasti

Innanzitutto tra i due protagonisti diversissimi tra loro. Il grande pianista afro-americano Don Shirley  ricco e famoso, autorevole e colto, raffinato e infelice e Tony Lip, suo autista, italo-americano sboccato, affamatissimo, svelto di lingua e di pugni, istintivamente razzista ma, a suo modo, generoso e intelligente.

In secondo luogo lo scontro con un’America del Sud  razzista e separatista, che all’inizio degli anni ‘60 (la storia vera, come si sa,  si svolge nel 1962) mostrava in pieno la sua arroganza,  ferocia e ottusità.

L’amicizia che lentamente si instaura tra i due nel viaggio, che, dal Nord America scende nel profondo Sud per un tour di concerti,  li trasforma, perché ambedue vengono “toccati”  in situazioni difficili quando non disperate. Ed è questo che può commuovere, soprattutto in alcune notevoli sequenze a forte tasso emotivo.

E’ fin troppo banale aggiungere che il merito di ciò, oltre ad un’abile sceneggiatura, va ai due protagonisti, Viggo Mortensen e Mahershala Ali,  che scolpiscono magnificamente due personalità con  fisionomie nette.

E’ un film che “insiste  un po’ troppo sui buoni sentimenti” come scrive Barry Hertz su Internazionale?

Certo il film è un prodotto che vuol  farsi benvolere (penso alle sequenze delle lettere), alternando sapientemente  la commedia al dramma, ma il cuore di Green Book è nella verità dei protagonisti, che, in un film on the road,  imparano a conoscersi e a rispettarsi, finendo per riconoscersi e accettarsi nella loro diversità in un crescendo emotivo costruito con grande abilità, senza scadere nell’enfasi o nella caricatura.

GREEN BOOK di  PETER FARRELLY

Sceneggiatura: Peter Farrelly, Nick Vallelonga, Brian Hayes Currie

Fotografia: Sean Porter

Montaggio: Patrick J. Don Vito

Musica: Stu Goldberg, Kris Bowers

Cast:

Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Don Stark, Sebastian Maniscalco,  P.J. Byrne.

Produzione: Amblin Partners, DreamWorks, Participant Media

Distribuzione: Eagle Pictures

Usa, 2018, 130′

“La terra dell’abbondanza” di Fabio e Damiano D’Innocenzo

di Mimmo Mastrangelo

Una Gomorra nel brox romano, ma potrebbe essere
ambientata in una qualsiasi periferia del mondo. Un film
duro che disturba e non pacifica. Scorre lungo quella sottile
linea di demarcazione tra il bene e il male e risucchia lo
spettatore negli inferi di un transito giovanile, destinato a
non trovare la via di uscita.

E’ “La terra dell’abbastanza” (2018),
eccellente esordio dei fratelli Fabio e Damiano
D’Innocenzo, lo scorso anno presentato al Festival di
Berlino (con un’ acclamazione unanime da parte della
critica internazionale) e vincitore di tre “Nastri D’Argento” .

Zoomata su un quartiere dormitorio di Roma: Mirko e
Manolo frequentano l’istituto alberghiero e la loro vita è
quella di due normalissimi ragazzi della loro età. Una
notte investono mortalmente un uomo e, invece di
soccorrerlo, fuggono. Questa tragedia si trasformerà per i
due ragazzi in un colpo di fortuna. Una fortuna, però, solo
apparente, l’uomo investito è un pentito della mala
romana in fuga dal suo mondo fuorilegge. Manolo e Mirko
per premio vengono ingaggiati dal boss della banda che
braccava l’uomo morto e a loro afida il compito di portare a
termine altri crimini. In compenso ottengono rispetto e
tanto denaro. Il facile guadagno si rivelerà – dentro una
narrazione di parole ruvide ma vere – solo “un biglietto
d’entrata per l’inferno scambiato per un lasciapassare
verso il Paradiso”.

Distribuito ora in Dvd dalla Cecchi Gori,
questo piccolo capolavoro dei fratelli D’Innocenzo, alla
stregua di altro buon cinema italiano, non ha avuto la
fortuna che meritava nelle sale.

Uscito in circuito con poche copie, ha guadagnato al botteghino
meno di cinquecentomila euro. Un incasso povero, che
certamente non ripaga l’ottimo lavoro di scrittura e regia,
né la buona prova dei giovanissimi Andrea Carpenzano
(Manolo) e Matteo Olivetti (Mirko) e degli esperti Luca
Zingaretti (il boss), Max Tortora (il padre di Manolo) e
Milena Mancini (la madre di Mirko).

“Cold War” di Paweł Pawlikowski

di Silvia Chessa

Paweł Pawlikowski dirige una fiaba elegante e struggente, dove la bellezza, la sintonia, la malinconica e passionale personalità dei due protagonisti, Zula e Viktor, magnetizza dal primo all’ultimo fotogramma; peraltro, ogni scena è una fotografia in bianco e nero, e tutte queste scene-foto, già da sole, parlano, raccontano, esprimono quel misto fra sconfitta e desiderio, fra slancio in avanti e inquietudine di ritorni al (e dal) passato.

Gli sguardi di Zula, (una sorta di Marilyn Monroe polacca, con meno effimera esuberanza e una natura ammaliatrice ma dolente, altalenante fra mesta e ribelle), di un fascino perturbante e magnetico, la sua personalità così travagliata inquieta e carismatica, la figura, il volto e l’eleganza altrettanto profonda e cupa di Viktor, già da soli sussistono, bastano a se stessi, e per conquistare definitivamente il pubblico.

In più, la vicenda, con l’amore burrascoso ma indissolubile che lega il musicista alla cantante, il borghese alla ragazza povera ma talentuosa, reduce e segnata da una condanna, scontata in carcere, per essersi difesa dal proprio padre; l’attrazione che fa scontrare e poi ritrovare e fondere le opposte anime dei due protagonisti, le finezze e i modi diplomatici e disinvolti di lui con le intemperanze di lei, è una storia che avvince e appassiona.

Tra l’altro i fatti si svolgono in anni (1940-50) carichi di tensioni e contraddizioni, di logorante contrasto politico-militare fra URSS e USA, contrasto del quale Viktor e Zula divengono emblema e simboli viventi: è il periodo della cosiddetta guerra fredda, una finestra temporale in cui avvengono trasformazioni sociali e politiche che si riversano anche, ad esempio, sulle scalette e le scelte stilistiche di un’importante compagnia di canto e danza popolare polacca, costretta, come si vedrà, ad assecondare i desiderata e i dettami di partito.

Il tema dei cambiamenti e degli obblighi imposti emerge poi anche nel confronto fra la vita semplice e naturale vissuta in Polonia e quella mondana, ma piena di compromessi che la coppia (distaccandosi e riunendosi, nel tempo) vivrà nel soggiorno a Parigi.

Tanti dati ed elementi storico artistico culturali convergono e si intrecciano in modo sottile e labile, come il fruscio del disco sul piatto, tipico delle prime note e delle atmosfere jazz che si respirano nelle scene ambientate nei fumosi localetti parigini, dove Viktor suona (e dove poi Zula, raggiungendolo, canterà) in questa pellicola, di una bellezza e di una qualità estetica straordinaria e memorabile.

COLD WAR

Titolo originale: Zimna wojna
Regia: Pawel Pawlikowski
Cast: Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc, Agata Kulesza, Cédric Kahn, Jeanne Balibar Adam Woronowicz, Adam Ferency, Jacek Rozenek, Martin Budny.

Anno: 2018
Produzione: Polonia
Durata: 85 minuti


Distribuzione: Lucky Red

“Santiago, Italia” di Nanni Moretti

di Gianni Quilici

Ho pensato durante la prima parte del film. “Non si può alzare le spallucce facendo i critici critici, e sottilizzando ….”- Perché Nanni Moretti, rappresentando l’esperienza cilena del governo di Allende, ci colpisce alle radici delle emozioni per  tre aspetti concatenati tra loro:

1) la simbiosi tra Io individuale e  Io collettivo, che soltanto nei momenti di partecipazione fisica e psichica liberatoria come è stata quella, crea passione, determinazione, correnti d’affetto commuoventi a vedersi nei volti, nelle canzoni, nelle parole ;

2) la ferocia mostruosa di chi bombarda, mitraglia, imprigiona, tortura questa espansione politica, sociale, esistenziale fatta soprattutto di quel popolo, fino ad allora oppresso, emarginato, affamato, che scopre, si scopre, conquista  identità, speranze, orizzonte;

3) la figura eroica di Salvador Allende, con la sua oratoria scolpita e vibrante, che combatte fino  alla morte, senza incitare alla rivolta, sapendo che sarebbe stato per il suo popolo un bagno di sangue.

Ma Santiago,Italia non vuole essere un film nostalgico, come sottolinea il titolo,  aspira a collegare quella tragedia cilena con l’Italia di allora e ci rappresenta, fatto poco noto, come l’ambasciata italiana salvò centinaia di vite, come i profughi furono protagonisti in Italia di cortei e manifestazioni imponenti e come vennero  integrati economicamente e socialmente nella società.

Ecco, qui il film non è più all’altezza di quelle emozioni. Il salto del muro (allora basso) degli uomini e donne ricercati dai militari per trovare rifugio nell’ambasciata, la loro permanenza lì dentro e successivamente l’integrazione di coloro che trovarono asilo in Italia risultano più informative che emozionali  e, a volte, ripetitive nelle loro testimonianze.

Nanni Moretti avrebbe dovuto, forse, recuperare o utilizzare più materiale di quel presente per farlo vivere come allora fu vissuto  e nel rapporto con l’Italia e gli italiani di oggi avrebbe, forse, dovuto  essere più esplicito utilizzando quelle immagini che meglio simbolizzano la ferocia, l’ipocrisia,  del potere e dei suoi servi.

Santiago, Italia di  Nanni Moretti

Sceneggiatura:    Nanni Moretti   Fotografia: Maura Morales Bergmann   Montaggio: Clelio Benevento
Cast:  Victoria Sáez, Rodrigo Vergara, Raúl Silva Henríquez, Piero De Masi, Patricio Guzmán, Miguel Littín, María Luz García, Marcia Scantlebury, David Muñoz, Carmen Hertz, Arturo Acosta
Produzione: Storyboard Media, Sacher Film, Rai CInema, Le Pacte
Distribuzione: Academy Two

Italia, Francia, Cile, 2018, 80′

“Il toro del pallonetto” di Luigi Barletta

di   Mimmo Mastrangelo

La boxe  ha avuto interpreti brucianti di passioni e deliri,  altalenanti tra  gloria e  declino. Una  disciplina antica come l’uomo (peccato che da tempo sia in declino) che, spesso,  ci ha regalato storie  in cui i cazzotti e le esistenze “si sono schiantati in egual misura”.

Come è accaduto al napoletano Giuseppe  Esposito, alias  “ il toro del Pallonetto” di cui, dopo il terremoto del 1980,  non si è saputo più nulla. Sparito nel nulla.  Per la sua poderosa  stazza, già da ragazzo  nel  quartiere popolare di San Lucia dove viveva lo chiamavano “a muntagna”, il gigante . Provò a cimentarsi in vari sport,  ma senza successo, finché un amico gli consigliò di frequentare la palestra  di Nino Camerlingo , un’istituzione nella boxe di Napoli, “scopritore di molti talenti tra gli scugnizzi”.

Non aveva tecnica né stile, eppure Esposito si presentava immenso , in palestra sferrava cazzotti con una forza incredibile, per questo diventò  “il toro del Pallonetto”.

I primi incontri  li vinse sulle portaerei statunitensi ormeggiate nel porto di Napoli.  Sul un ring  di quelle imbarcazioni lo vide il campione  Joe Luis ( diventato famoso per aver battuto Primo Carnera) che lo volle portare con lui negli Stati Uniti. Oltreoceano  si fece conoscere come Joe  Esposito, ma cadde nella trappola di un boss italoamericano che gestiva scommesse e combinava i match.

Schifato dal pezzo di America “borderline” vissuta tornò a Napoli,  sposò Anna,  trovò lavoro al porto e Camerlingo lo accolse di nuovo nella sua palestra. Nel 1952  “Joe il toro” salì sul ring ed ebbe la meglio su un trevigiano che chiamavano  “il mitra” per la velocità con cui sferrava i colpi in succesisone. Per il napoletano doveva essere la svolta verso il professionismo, ma una banale lite con l’emergente Nino Benvenuti mandò tutto a carte quarantotto.

Nella Napoli del tempo di Achille Lauro, le sue idee comuniste  erano scomode e, dunque, fu costretto a lasciare  di nuovo la sua città. Finì da un cugino in Ungheria  dove partecipò attivamente alle insurrezioni del 1956, e proprio negli scontri sviluppatesi durante una protesta di piazza  vide morire la moglie.

Ritornato in Italia tentò una carriera di attore nel cinema. Saranno le sue solo delle fugaci comparsate in produzioni non importanti.

Poi il vuoto, la nebbia, la vita di Joe sparirà definitivamente dai radar di chi lo conosceva.  Una storia romanzesca quella di Joe Esposito che, grazie a varie testimonianze (Lello Mascia, Tullo Pironti, Luigi Necco,  Valerio Caprara, Patrizio Oliva, Nino Benvenuti, Clemente Russo), il regista  Luigi Barletta ha voluto ricostruire ne “Il toro del Pallonetto” (2018), presentato nei giorni scorsi al MAXXI di Roma.

Prodotto da Zivago Film e dall’Istituto Luce Cinecittà, è un lavoro  in cui non si vede una sola immagine  di  Esposito, il volto rimarrà  del tutto sconosciuto per la ragione che la sua storia è  semplicemente frutto della fantasia. E’ stata tutta inventata.

Il colpo di genio di Barletta  sta proprio  qui, aver lavorato sulla finzione, su un mockumentary in cui la parabola umana e sportiva  di Esposito è  pretesto per conoscere i principali eventi vissuti a Napoli dal fascismo alla fine del novecento, per aprire uno spaccato sull’alta scuola di pugni, carezze e sogni del maestro  Camerlingo, sui campioni pugilatori (Cossia, Oliva,Russo) ferrati all’ombra del Vesuvio.

“Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità” di Julian Schnabel

nota di Gianni Quilici

Schnabel è riuscito a rendere credibile un’artista conplesso come Van Gogh, obiettivo del film e impresa difficilissima.

Primo e soprattutto: per la straordinaria affinità fisiognomica e psichica  che Willen Dafoe è riuscito a creare , esprimendo del pittore olandese il candore e la violenza, la stupefazione e la creazione, lo stordimento e la follia, il misticismo e l’acutezza estetica e, di ciò, soltanto un’analisi fenomenologica potrebbe dare conto.

Secondo: perché Schnabel ne ha visualizzato il tormento creativo, ma anche la consapevolezza estetica attraverso dialoghi efficaci ( uno degli sceneggiatori non a caso è Jean Claude-Carrière), un uso appropriato della soggettiva, montaggi sincopati,  movimenti di macchina mobili e ravvicinati , che ne hanno reso efficacemente la frenetica creatività e lo strazio nevrotico.

Troppo invasiva e ridondante è, invece, la musica, soprattutto nella sequenza, in cui Van Gogh scopre la luce e i colori di Arles.

Terzo: per la scenografia che rende palpabili e veritiere cittadine e taverne, sentieri e paesaggi di fine ottocento.

Quarto: per gli attori di contorno: Emmanuelle Seigner, placida e luminosa, Oscar Isaac, un Gaugin impetuoso, affettuoso e geloso, e su tutti Niels Arestrup, in una strepitosa particina,  mentre parla, mostruosamente erotico, incuriosito con Van Gogh, ambedue in una  vasca, per il bagno settimanale nell’ospedale psichiatrico di Saint Remy.

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità

Regia di Julian Schnabel

Cast:  Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Stella Schnabel, Mads Mikkelsen, Niels Arestrup, Alan Aubert, Amira Casar, Lolita Chammah

Durata 110 minuti. Nazione USA

“Da morire” di Gus Van Sant

di Gianni Quilici

In questo film di un regista, Gus Van Sant, che ha saputo rappresentare l’adolescenza come pochi altri, vorrei sottolineare velocemente alcuni aspetti.

Primo: la strepitosa interpretazione di Nicole Kidman che riesce a scolpire la crudeltà nella seduzione  con una maschera di diabolica ipocrisia visivamente erotica e sessualmente ammaliante come poche volte –credo- si è visto nel cinema.

Secondo: il volto  di adolescente di  Joaquin Phoenix completamente indifeso, totalmente affascinato, intellettualmente èbete,  incapace  di capire e  di difendersi dal raggiro di lei.

Terzo: l’ambiente di provincia, che diventa, nel suo minimalismo, come in alcuni film di Jarmush,   simbolo  di una delle nevrosi che divora(va) l’America e i Paesi opulenti: il bisogno di apparire, di avere successo nel micro come nel macro.

Quarto: un rapporto riuscito tra il documentario (le interviste ai protagonisti) e la fiction ( la vicenda ), perché prevale la forza della narrazione filmica, mentre le interviste fungono da distanza che il regista opera verso la sua materia per trasmetterla anche allo spettatore.

Quinto: il finale,  non  facile, mi pare esemplare. La crudezza implicita va a braccetto con l’ironia beffarda. Lei sepolta, impenetrabile, nel lago ghiacciato, su cui la sorella dell’assassinato sta volteggiando con la musica che l’accompagna e i titoli di coda che scorrono. Vendetta è fatta, sembra dirci Gus Van Sant, ma in ciò che abbiamo visto non ci sono orizzonti, ma un presente crudo e un futuro forse ancora più crudo .

DA MORIRE

Titolo originale: To Die For
Regia: Gus Van Sant
Interpreti: Nicole Kidman, Matt Dillon, Joaquin Phoenix, Casey Affleck
Durata: 95′
Origine: USA, 1995

“Ricordando il grande regista greco Dimos Theos” di Mimmo Mastrangelo

Da lungo tempo malato, se n’è andato ad 83  anni e in un silenzio quasi totale Dimos Theos,   regista che diede vita, insieme a Theo Angelopoulos e Costa Gravas,  alla stagione di quel  “nuovo cinema greco” dallo sguardo fortemente  impegnato e politicizzato.

Alla  stregua del grandissimo  Jean Vigo, Dimos Theos  ha girato nella sua vita solo quattro lungometraggi (e una serie di cortometraggi).

Esordì  dietro la macchina da presa con il documentario  “Ekato ores tou mai”, dedicato alle ultimissime ore di vita di Grigoris Lambrakis, medico, parlamentare della sinistra e campione di atletica leggera che detenne dal 1936 e  per oltre vent’ anni il record nazionale di salto in lungo maschile. Nel 1963 la sua morte per mano violenta dell’estrema destra politica causò in Grecia una protesta popolare quasi da colpo di stato .

Nella filmografia  di Theos  il titolo  più conosciuto rimane “Kierion”, presentato in concorso al Festival di Venezia del 1968. Nel clima di contestazione che investì  la ventinovesima edizione della Mostra,  venne molto apprezzato questo film ispirato all’oscuro  caso di George Polk,  un giornalista statunitense che nel 1948 era andato in Grecia per intervistare il noto leader politico Markos Vafeiadis e venne assassinato. Dopo Venezia il film fu trasmesso in Germania sul piccolo schermo, mentre nella Grecia dei colonnelli   venne censurato. Solo nel 1974, con nuove scene e un rinnovato montaggio, “Kierion”  poté fare la sua comparsa nelle sale della Grecia.

Quando gli artisti hanno iniziato  ad articolare il discorso politico nel 1966” dirà Theos in un’intervista – “non eravamo sicuri di essere liberi di parlare apertamente, così ho fatto un film politico mascherato da fantascienza. Non vediamo  quasi mai  cosa succede, non conosciamo il paese o l’anno, volevo solo mostrare  la verità di quel fatto“.

Durante  la dittatura militare il cineasta, originario di Karditsia,  fu costretto all’esilio in Germania, quando rientrò in Patria  girò l’altro suo capolavoro “Diadikasia” (1976) in cui è sintetizzata tutta la filosofia del suo cinema  e il mito di Antigone viene spogliato di ogni aspetto spettacolare. I

n Italia lo scorso anno la rassegna triestina “I mille occhi”,diretta da Sergio M  Gernani,  ha riconosciuto al  regista  il “premio Anno Uno” e proposto i suoi titoli più importanti. Nonostante che Dimos Theos sia rimasto pressoché un cineasta sconosciuto, “il suo sguardo si presenta moderno, capace di inventare un cinema e renderlo percepibile nella sua grandezza” .

da 2001 Odissea nello spazio “Fermati David…” di Nino Muzzi

«Il film è un trattato mitologico. Il suo significato va ricercato a un livello viscerale e psicologico piuttosto che grazie a una specifica spiegazione letterale».

Queste furono le parole con cui Kubrick, cinquant’anni fa, rispondendo ai vari commenti alla prima del suo “2001 Odissea nello spazio”, cercò d’indirizzare lo spettatore nella ricerca dei significati nascosti nel suo capolavoro.

È questa dunque la bacchetta del rabdomante che dobbiamo usare per seguire il percorso del personaggio, David, unico appiglio dello spettatore che trova in lui subito una figura di riferimento, identificativa e al contempo interpretativa della vicenda narrata.

Perché anche David inizialmente “non sa nulla” di tutta la sua missione. Dietro di lui si sente il lavoro occulto dei programmatori del famoso computer Hal (translitterazione di IBM), ma si capisce che lui stesso è stato scelto soprattutto per la sue doti fisiche: la sua atleticità, la sua calma, la sua meticolosità e così via, piuttosto che per le sue abilità intellettuali.

Ma è così che deve iniziare ogni “fiaba”, ogni narrazione mitologica: il protagonista dev’essere un ingenuo, uno sprovveduto che segue, mettiamo, un sentiero nel bosco, il paesaggio impervio e misterioso per eccellenza, che nel film si trasforma nello “spazio” inabitato.

Lo spettatore è più informato di lui perché ha già assistito alla premessa del racconto. Una lunga premessa che parte dal mondo delle scimmie, i primati in lotta fra loro, e dalla pietra nera che porta “il senno” nell’universo degl’istinti. Ma di questo David non sa niente. Lui è di umili origini, come si deduce dalla scena dei due genitori che festeggiano on line il suo compleanno dinanzi ad una modesta torta con le candeline. Quindi si può immaginare che sia cresciuto studiando materie tecniche in un qualche istituto scolastico di provincia. Tutto qui.

E ora si trova a tu per tu con un mostro di sapienza, un computer che parla e pensa come un essere umano, che sa tutto della missione da compiere.

David sa tutto dei congegni dell’astronave ed è capace di cambiarne i componenti andati in avaria, ma non conosce la ratio profonda della sua missione, il computer sì.

Il mostro di sapienza, l’intelligenza astratta per eccellenza, tende a fare a meno dell’apporto umano, anzi tende a distruggere l’intervento umano nelle scelte decisive.

E quando l’uomo riesce a penetrare nel meccanismo dell’intelligenza artificiale e comincia a smontarlo pezzo dopo pezzo, l’elaboratore-mostro Hal s’impaurisce e ne segue un dialogo pausato accompagnato dal ritmo di un respiro come quello di un cetaceo, sentito da dentro al suo ventre.

Hal:  Ma cosa hai intenzione di fare, David? David… credo di aver diritto ad una risposta alla mia domanda. So che qualcosa in me non ha funzionato bene. Ma ora posso assicurarti, con assoluta certezza, che tutto andrà di nuovo bene.

Ho ancora il massimo entusiasmo e la massima fiducia in questa missione… e voglio aiutarti. David fermati. Fermati, ti prego. Fermati David. Vuoi fermarti David? Fermati David. Ho paura. Ho paura David.
La mia mente se ne va. Lo sento… la mia mente svanisce… non c’e’ alcun dubbio… lo sento… lo sento… lo sento…

Buongiorno, signori. Io sono un elaboratore Hal 9000. Entrai in funzione alle officine Hal di Verbana nell’Illinois il 12 gennaio 1992. Il mio istruttore m’insegnò anche a cantare una vecchia filastrocca. Se volete sentirla, posso cantarvela.

David: Sì, vorrei sentirla. Cantala per me.

Hal:  ……… Si chiama Girogirotondo… Giro-giro-toondo io giro intorno al moondo…Le steeellee…d’argeeentooo…costancinqueceeentoo…Centoaa…cinquaaantaeoolao…glinaaa…caooonta…oaaaaooaoo…oooo…. (rumore incomprensibile)

Si accende un monitor: Buongiorno, signori. Queste sono comunicazioni registrate precedentemente alla vostra partenza e che per motivi di segretezza di estrema importanza erano note a bordo durante la missione soltanto al vostro elaboratore Hal 9000

Tutta questa sequenza non è altro che l’uccisione del drago da parte di Sigfrido nel poema dei Nibelunghi.

Sigfrido uccide il drago e il drago, morendo, gli rivela il canto degli uccelli e il segreto dell’invulnerabilità.

David uccide Hal e dal ventre di Hal un monitor gli rivela il segreto della sua missione. Adesso David è solo e deve “navigare” alla ricerca della pietra nera.

Se mai ci fu pietà per una macchina, che scrittori o registi hanno cercato di trasmettere al lettore o allo spettatore, questo è un caso esemplare. Kubrick ha felicemente ottenuto questo effetto tramite due elementi: il respiro di sottofondo e la riduzione di Hal a bambino balbettante. Il tutto con il volto di David in primissimo piano che s’imperla via via di sudore dietro la maschera a ossigeno.

Grandissimo Kubrick!

“Blue Amber” di Jie Zhou

di Laura Menesini

La domanda che si pone la protagonista è “quanto vale la vita di un uomo?” perché suo marito, morto a 32 anni davanti ai suoi occhi, travolto da un’auto mentre attraversava la strada con l’amato cagnolino, è stato risarcito dalla ricca signora che l’ha investito con una somma irrisoria, se paragonata alle ore che l’uomo ha vissuto. E così Lotus, la protagonista, fa i conti migliaia di volte e non le torna che ogni ora della vita di suo marito valesse così poco e lei, sempre sottomessa, sempre con gli occhi bassi, scelta dalla suocera come moglie per il figlio, suocera che poi l’ha sempre trattata male perché non le dava un nipote, lei stessa medita vendetta sociale. Lavora come cameriera in una ricca casa, in una città sopraffatta dal cemento e dall’inquinamento, dove le differenze di censo sono notevolissime e intanto fa con ripetitività ossessiva i suoi conti e non le tornano e si scinde tra la vita di ieri, l’oggi e il sogno.

Questi diversi piani sono anche raffigurati nelle immagini – bellissime – sfumate e piene di riflessi a indicare che non si è solo uno, ma tanti “nessuno e centomila” specialmente quando il mondo ci è crollato addosso come è successo a Lotus.

Il cagnolino è il suo “figlio” e la tragedia e al tempo stesso la catarsi avverrà proprio nel momento della morte dell’animale, quel piccolo cagnolino bianco che continuava a stare in mezzo alla strada, là dove era stato travolto e ucciso il padrone e dove verrà investito lui stesso.

A questo punto esplode la rabbia e il dolore e quelle lacrime, che non erano mai state versate per la perdita della suocera e del marito o per la sua vita così disastrata, ora sgorgheranno, mentre i diversi piani si saranno ricomposti in un tutto unico e la donna potrà finalmente guardare dritto davanti a sé e fissare la macchina da presa.

Film molto bello, un po’ lento secondo la tradizione orientale, ma coinvolgente e pieno di pathos. La fotografia poi è speciale!

BLUE AMBER

di Jie Zhou con Wang Zhener, Lu Yulai, Geng Le, Zhang Yao, Wang Caiping. Genere Drammatico – Cina, 2018, durata: 97 min.