“Fuori menu” di Nacho G. Velilla

fuori-menu

di Gianni Quilici

Un film apparentemente “alla Almodovar” come molti non hanno potutto fare a meno di sottolineare. C’é Madrid, c’è l’omosessualità trattata naturalmente, c’è la commedia che si vuole trasgressiva.

Però in Almodovar la commedia ha la leggerezza della profondità o in certi casi la leggerezza nella tragedia. In Nacho Velilla la commedia diventa farsa o, nel migliore dei casi, spettacolo (o tentativo di).

Perché -come osserva acutamente Edoardo Beccatini su My Movies- il regista cerca di “fare la sintesi fra la commedia salace e quella cosiddetta ‘per famiglie’ (…) così che si racconta la maturazione di un istinto paterno giustificando la superficialità di alcuni passaggi attraverso l’alibi narrativo della cornice favolistica”. Non si cercano articolazioni che diano complessità e verità ai protagonisti, ma la “battuta” o le “battutine” che facciano ridere o sorridere per le loro allusioni.

Ne viene fuori un film non solo perbenista, ma qualunquista, perché, consapevolmente o inconsapevolmente, toglie la forza ancora oggi violentemente provocatoria che l’omosessualità contiene, la consuma, la banalizza.

Javier Cámara (Parla con lei, La Mala Educacion), che ne è protagonista, ha la forza e la bravura di fare spettacolo, ma, senza una scrittura adeguata, né (grande) maschera, né personaggio, diventa spesso inconsistente, farsesco, senza verità.

Fuori menù (Fuera de carta)

Regia: Nacho G. Velilla

Sceneggiatura: Oriol Capel, Antonio Sánchez, David Sánchez, Nacho G. Velilla

Attori: Javier Cámara, Lola Dueñas, Fernando Tejero, Benjamín Vicuña, Chus Lampreave, Luis Varela, Junio Valverde, Alexandra Jiménez, Cristina Marcos, Carlos Leal, Fernando Albizu, Alejandra Lorenzo

Fotografia: David Omedes. Montaggio: Angel Hernandez Zoido. Musiche: Juanjo Javierre. Distribuzione: Bolero Film.

Paese: Spagna 2008. Durata: 111 Min

“Puccini e la fanciulla” di Paolo Benvenuti

di Luca Peretti

1908, Torre del Lago, Doria, la cameriera che lavora a casa del compositore Giacomo Puccini,
viene accusata dalla moglie del maestro, Elvira, di essere l’amante del marito.
Incapace di sopportare la vergogna per questa accusa falsa, la ragazza si suicida e solo una visita medica post mortem verificò la sua verginità. Puccini, secondo quanto scoperto dal regista Paolo Benvenuti, era in realtà l’amante di Giulia, la cugina di Doria, che lavorava allo Chalet di Emilio, di fronte a Villa Puccini a Torre del Lago.

Fin qui i fatti, rigorosi e storicamente documentati, da sempre punto di partenza dei lavori del regista pisano. Che si cimenta ancora in una magistrale messa in scena della storia (o Storia, se preferite), in un opera meticolosa, attenta, precisa. Ancora un lavoro sugli attori – non professionisti – di scavo, sui volti, di sottrazione. E poi i paesaggi, cooptati dalle fotografie e dai dipinti (soprattutto macchiaioli), e le musiche, così vive, così parte di un film che parla di un compositore.

Sedersi in un cinema (perchè i film di Benvenuti vanno visti al cinema, e nel formato giusto!) e
godersi gli 84 minuti di Puccini e la fanciulla è un’esperienza cinematografica che non vi capita di
fare sempre. é cinema vero, dove la parola cede di fronte alla potenza dell’immagine, che penetra
dentro. è un cinema di poesia, ma anche politico, volto a riscopire un lato della biografia pucciniano
spesso, qualora non sempre, trascurato e dimenticato.

Quello che Benvenuti fa, sia che parli di Portella della Ginestra (Segreti di Stato), di Gesù (Il Bacio di Giuda), di Puccini o di qualunque altra cosa, è portare alla luce il non detto, cambiare il punto di osservazione, studiare la storia e le storie come nessuno le aveva studiare prima, far vedere le cose come prima non le si voleva vedere.

Un altro grande film, da scovare in qualche cinema nascosto o nei cineforum.

PUCCINI E LA FANCIULLA
Regia: Paolo Benvenuti
con Riccardo Joshua Moretti (Giacomo Puccini) Tania Squillario (La Servetta Doria Manfredi) Giovanna Daddi (Elvira, la Moglie di Puccini) Debora Mattiello (Fosca, la Figlia di Elvira) Federica Chezzi (Giulia, la Cugina di Doria)
soggetto: Paolo Benvenuti Paola Baroni
sceneggiatura: Paolo Benvenuti Paola Baroni
musiche: Paola Baroni (Progetto Musicale)
montaggio: César Augusto Meneghetti
costumi: Simonetta Leoncini
scenografia: Paolo Benvenuti Aldo Buti
fotografia: Giovanni Battista Marras
suono: Mirco Mencacci Alberto Amato
Anno di produzione: Italia 2008
Durata: 84′

“Redacted” di Brian De Palma

di Marcello Bertocchini

La “zampata” rabbiosa che non ti aspetti, una lucidissima dimostrazione di come si può rappresentare ancora la realtà attraverso il mezzo cinematografico. Un film che supera ogni stereotipo, utilizzando proprio il linguaggio stesso dell’omologazione, così tipico dei nostri tempi “moderni”. Un film che mi ha profondamente colpito, che mi ha lasciato senza parole per quanto lo abbia trovato perfetto, che mi ha commosso per la schiettezza dei suoi messaggi, per il coraggio del suo autore.

Appunto, la “zampata” rabbiosa che non ti aspetti da un regista – autore di alcuni apprezzabili film, almeno fino a 15/20 anni fa – che pensi avviato alla fine della sua carriera senza lode e senza infamia. E il suo film fa male, molto male, alla morale, alla politica, alle convenzioni, imperanti nelle cosiddette società occidentali. Ecco perché il film non si deve vedere, diventa un altro nemico da combattere, deve essere distrutto perché diseducativo, può far riflettere e riflettere, oggi, è pericoloso. Redacted come simbolo di resistenza, contro la menzogna, la menzogna legalizzata. Cercatelo con qualunque mezzo, guardatelo, fatelo circolare, parlatene.

Siamo in Iraq, oggi (il fatto da cui prende spunto il film risale a due/tre anni fa); cosa fanno i soldati americani (giovani reclute, scaraventati lì, un po’ per caso, un po’ per bisogno, un po’ per voglia di sfuggire ad un vuoto di prospettive) nei giorni e nelle notti di quella “guerra – non guerra”? Si logorano, si annoiano, cercano di esaltarsi per vincere la paura, si autodocumentano, usano ossessivamente telecamere, macchine fotografiche, telefoni cellulari, tutto ciò che può fissare le loro imprese, o i loro sacrifici, o i loro misfatti (balordi, stupidi, cretini misfatti). Hanno personalità influenzabili, sono giovani, sono essi stessi vittime. E Brian De Palma ce lo ricorda, non li difende, ma ce li mostra come sono, come si diventa vivendo in un contesto così … disordinato? nel senso di assenza di una qualunque legalità, di regole civili, di principi, mi verrebbe da dire, etici. Ma in base a quale etica? Soldati super equipaggiati, ma fragilissimi, sembrano robot o astronauti nelle loro tute, con le loro armi incredibilmente sofisticate, che però non li rendono invincibili, anzi, tutt’altro.

Redacted è la loro storia, è il loro documento, il film lo hanno fatto loro, con le loro stesse mani. C’è il loro vero volto, le loro gesta “eroiche” di soldati conquistatori, ci sono le loro bravate da maschi armati drogati in branco (quelle che non occorre stare in Iraq per compiere, ma che lì risultano più facili e, paradossalmente, meno pericolose), ci sono le loro aspirazioni (speranze tra le macerie), ci sono le loro morti, altrettanto balorde ed inutili come quelle da loro stessi provocate.

Redacted è cinema verità, sono occhi non inquinati che riflettono ciò che vedono. Di loro immagini è piena la “rete”, questo misterioso, quanto sinistro ed esaltante, strumento di offesa, ma anche di difesa, contraddizione e rigore, vero e falso. Farlo diventare cinema (cinema di impegno civile, politico, ideologico) è impresa da Autore con la “A” maiuscola.

Ripeto: cercatelo con qualunque mezzo, guardatelo, fatelo circolare, parlatene!

Redacted

Un film di Brian De Palma. Con Kel O’Neill, Ty Jones, Izzy Diaz, Rob Devaney, Patrick Carroll, Mike Figueroa, Paul O’Brien, François Caillaud, Daniel Sherman. Genere Guerra, colore – Produzione USA 2007.

“La classe” di Laurent Cantet

di Maddalena Ferrari

La pellicola si ispira ad un libro, che Francois Bégaudeau ha scritto sulla sua esperienza di insegnante e si basa su una sceneggiatura alla cui stesura ha collaborato lo stesso Bégaudeau, che poi è l’attore che interpreta se stesso, il professore di lettere di terza media di una scuola alla periferia parigina. Come lui, tutti gli altri attori sono non professionisti e impersonano loro stessi: professori, ragazzi, genitori.

Eppure non è un documentario, ma un film di finzione e poggia su un testo scritto. Cantet, dopo un complesso e lungo lavoro preparatorio di osservazione e scelta di personaggi e situazioni, riesce a dare vita ad un ambiente umano assolutamente vero, in cui ragazzi e adulti interagiscono fra loro con estrema naturalezza.
Sono ammirevoli la prontezza e la sensibilità del regista nell’organizzare spazi, tempi e riprese su un materiale che di volta in volta doveva essere sia preparato che lasciato anche all’improvvisazione; d’altra parte, la selezione del girato ed il montaggio danno vita e dinamicità a quella che è poi una storia: la storia del rapporto, nel corso di un anno scolastico, fra una classe composita, con elementi particolarmente difficili, ed il loro insegnante di lettere.
Questi è aperto alla comprensione e al dialogo, anche in senso letterale: sono particolarmente significative le lezioni impostate su scambi di domande, risposte, commenti fra gli alunni e il professore, dove si tiene sempre presente il vissuto dei ragazzi e Bégaudeu cerca di reggere le redini del discorso, a volte con qualche fatica; egli è esigente, ma costretto anche a transigere su un certo modo di parlare e di atteggiarsi. Questa scelta pedagogica e comportamentale non gli risparmia critiche, né delusioni, perché il suo rifiuto dell’autoritarismo si scontra con il peso dei rapporti di forza, non sempre a suo favore. Tanto più che i ragazzi si portano addosso il disagio della società in cui vivono.

La realtà esterna non compare nel film, come evidenzia il titolo francese, Entre les murs e cioè i muri della scuola, anzi, della classe, che circoscrivono i fatti; ma gli alunni e i loro familiari, che intervengono nell’ambito scolastico, rimandano ai problemi che vi sono: le differenze sociali, l’immigrazione, la difficile integrazione…

La conclusione, un po’ amara e sospesa, lascia irrisolti i nodi di questa esperienza contraddittoria. Il film ci restituisce tutta la complessità e ambivalenza dell’esistenza reale.

La classe – Entre les murs

titolo originale: Entre les murs di Laurent Cantet
con F. Bégaudeau • N. Amrabt (Nassim) • L. Baquela (Laura) • C. Rachedi (Cherif) • J. Demaille (Juliette) • D. Doucouré (Dalla)
sceneggiatura: L. Cantet • F. Bégaudeau • R. Campillo
fotografia: P. Milon • C. Pujol • G. Lazarevski
montaggio: R. Campillo • S. Léger
nazione: Francia
anno: 2008
durata: 128 min.
distribuzione: Mikado Film

“Miracolo a Sant’Anna” di Spike Lee

di Maddalena Ferrari

Le polemiche con l’Anpi , o meglio, con alcune sezioni toscane, possono sembrare pretestuose, perché Spike Lee e il suo sceneggiatore James McBride, che è anche l’autore del libro da cui il film è tratto, hanno un atteggiamento tutto sommato corretto nei confronti del giudizio storico sulla strage di Sant’Anna, come viene evidenziato nei titoli della pellicola; e non è certo presentando i nazisti in modo diversificato che si tradisce la storia. Tuttavia, pur tenendo presente che la vicenda narrata è frutto di invenzione, non si può non riconoscere che la figura del partigiano traditore, che troviamo presente a sant’Anna , che uccide il suo capo ed è responsabile dell’eccidio a Colognora, non è solo un “invenzione”, ma costituisce un vero e proprio falso storico. E questo è piuttosto pesante.

Ma veniamo al film: decisamente brutto. Tra i bei paesaggi delle Apuane, la spettacolarità a buon mercato delle scene “di guerra” ( che, se confrontate con quelle, poniamo, dello sbarco in Normandia di Salvate il soldato Ryan di Spielberg, film peraltro non precisamente apprezzato da noi, rivelano tutta la loro pochezza drammatica e stilistica ), la rappresentazione cartolinesca, per non dire carnevalesca, della comunità di paese in Italia; una serie senza fine di stereotipi: il bambino salvato dal nero gigante buono, la giovane donna razionale ed equilibrata, ma frustrata e turbata dal desiderio sessuale, il vecchio padre fascista, il soldato americano cinico e quello sensibile e sentimentale…; la musica di accompagnamento pesante, che non ti dà tregua; gli episodi, di pace e di guerra, tanto convenzionali quanto arbitrari, messi lì perché “ci stanno bene”; il tasto del sentimento pigiato smaccatamente…Non so veramente cosa si possa salvare, se non, in casi sporadici, le dinamiche relazionali di alcuni personaggi.

Ritengo inoltre assurda la scelta di far parlare agli americani la stessa lingua degli italiani, in un contesto realistico, in cui, per di più, i personaggi del luogo hanno la loro brava inflessione dialettale.

E il finale, poi, in quella spiaggia da sogno, dove si incontrano, manco a dirlo, il militare invecchiato e il piccolo Angelo diventato adulto, ricco e potente, è ridicolo.

MIRACOLO A SANT’ANNA
titolo originale: Miracle at St. Anna
Lingua originale: inglese
Paese: Italia/USA
Anno: 2008
Durata: 160 m.
Regia: Spike Lee
Soggetto: James McBride (dal romanzo omonimo)
Sceneggiatura: James McBride
Produttore: Spike Lee, Luigi Musini, Roberto Cicutto
Interpreti e personaggi

* Derek Luke: Sergente Aubrey Stamps
* Michael Ealy: Sergente Bishop Cummings
* Laz Alonso: Caporale Hector Negron
* Omar Benson Miller: Soldato Sam Train
* Pierfrancesco Favino: Peppi Grotta
* Valentina Cervi: Renata
* Matteo Sciabordi: Angelo Torancelli
* John Turturro: Detective Antonio ‘Tony’ Ricci
* Joseph Gordon-Levitt: Tim Boyle
* John Leguizamo: Enrico
* Kerry Washington: Zana Wilder
* D.B. Sweeney: Colonnello Driscoll

Fotografia: Matthew Libatique
Montaggio: Barry Alexander Brown
Scenografia: Tonino Zera
Costumi: Carlo Poggioli

“Il Divo” di Paolo Sorrentino

di Nino Muzzi

Il Divo di SorrentinoA che serve un film politico? A che serve un film a sfondo sociale? A che serve l’arte civile?
La risposta è semplice: a smascherare un mito.
Anche il capostipite di questo tipo di film, Quarto potere, in fondo non è altro che il tentativo di sdipanare il mito per ridurlo a semplice …nulla.

Invece, ahimè, Sorrentino ( da me tanto stimato ) questa volta non ha capito il suo film –succede- e ha fatto paradossalmente un’operazione inversa, si è addipanato non sull’uomo, Giulio Andreotti, ma sulla sua icona: la silouette del diavolo (mille volte ripetuta nelle riprese di spalle).

Mai film è stato così esplicito: nomi, cognomi e indirizzi fioccano ad ogni istante e appaiono addirittura scritti in rosso sullo schermo, come per dire: -Attento, non ti sbagliare, questo è Cirino Pomicino, questo è Sbardella …- e via dicendo, eppure questa esplicitezza (se così si può dire) non colpisce nessuno. Quelle cronache turbolente che si agitano intorno al protagonista non servono ad altro se non a distaccarlo nettamente dalla turba dei faccendieri che lo circonda e a riconfermarlo intoccabile, immortale, inafferrabile.

C’è solo un timido giudizio della moglie, per altro non sviluppato a dovere, che tenta con le armi femminili del:”Ti conosco bene io…” d’invertire una vulgata che vuole Andreotti colto e geniale, piuttosto che informato e accorto. Ma questa battuta della moglie non riesce a smascherare il mito del marito e muore fra le quattro mura domestiche.

Le accuse di Scalfari, poi, snocciolate secondo uno stile denunciatorio da anni settanta, sul tema del “caso” non approfondiscono niente e non scalfiscono l’icona, anche perchè, a ben vedere, poggiano su una base euristica linguisticamente ambigua: “E’ un caso che…?” per arrivare ad una risposta unica per tutti gli esempi:’No, non è un caso!”. Allora, si dice lo spettatore, ha ragione il divo Giulio quando dice:”Io non credo al caso, ma alla volontà di Dio” ed ha ragione fino in fondo quando la sua intera vicenda politica si legge come volontà divina e si spiega come volontà divina: un male che deve perpetuarsi ad evitare un male peggiore, quindi un male benefico.

Un libro, per esempio, che riveli per quale ragione i generali muoiano tutti nel loro letto e non sul campo di battaglia deve approfondire i motivi “laici”, se non scientifici, di questo fenomeno. Il film parla dall’inizio alla fine di un Andreotti che passa illeso attraverso mucchi di cadaveri, come la mitica salamandra attraverso le fiamme, ma non ne spiega i motivi “laicamente” condivisibili.

La Mafia? Il Vaticano? La CIA? Ma allora si approfondisca il suo rapporto con questi superpoteri oppure si approfondisca quel meccanismo di autodiffesa di cui nel film c’è appena un accenno: l’archivio.
L’archivio tenuto da Andreotti fa tremare tutti, come dice lui stesso, ma in realtà Andreotti tiene un diario in cui oggettiva, giorno dopo giorno, le sue malefatte , ed è il diario il suo vero confessore, non quello sparuto pretonzolo che appare un paio di volte nel confessionale. L’archivio semmai spiega l’ascesa di un personaggio come Putin, che proviene dalla polizia segreta e sa vita morte e miracoli di tutti i politici della vecchia Unione Sovietica e li tiene in scacco.

Il Divo tenta di riagganciarsi al filone del film politico italiano, Il cittadino al di sopra di ogni sospetto, Todo modo, Cadaveri eccellenti, L’affare Mattei, Le mani sulla città, Salvatore Giuliano, e via dicendo, ma proprio quel filone tradisce platealmente, in quanto l’uomo di potere non viene tradotto in altri termini, ma resta uomo di potere, cento volte ripetuto e cento volte scritto con la lettera maiuscola.

E’ vero che alla fine del film l’icona parlante di Andreotti pronuncia la parola “niente”, ma questa soluzione filmica appare quanto mai incollata come un’etichetta. L’Ivan il Terribile di Eisenstein si dibatte fra l’uomo e la sua icona; le incertezze della coscienza individuale che fanno abbassare la testa dello zar fino a terra sui cadaveri dei boiari giustiziati e la consapevolezza del suo ruolo storico che, d’un tratto, gliela fa sollevare risolutamente per pronunciare le fatidiche parole: Non basta!

Il Divo di Sorrentino invece resta icona anche quando mangia con la moglie gli spaghetti all’amatriciana.

IL DIVO
Paese: Italia/Francia
Anno: 2008
Durata: 110 min
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Produttore: Francesca Cima, Fabio Conversi, Maurizio Coppolecchia, Nicola Giuliano, Andrea Occhipinti
Casa di produzione: Indigo Film, Lucky Red, Parco Film, Babe Film (Francia)
Distribuzione (Italia): Lucky Red
Interpreti e personaggi

* Toni Servillo: Giulio Andreotti
* Anna Bonaiuto: Livia Danese
* Giulio Bosetti: Eugenio Scalfari
* Flavio Bucci: Franco Evangelisti
* Carlo Buccirosso: Paolo Cirino Pomicino
* Paolo Graziosi: Aldo Moro
* Giorgio Colangeli: Salvo Lima
* Alberto Cracco: Don Mario
* Lorenzo Gioielli: Carmine Pecorelli
* Gianfelice Imparato: Vincenzo Scotti
* Massimo Popolizio: Vittorio Sbardella
* Aldo Ralli: Giuseppe Ciarrapico
* Giovanni Vettorazzo: Magistrato Scarpinato
* Piera Degli Esposti: Signora Enea

Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Musiche: Teho Teardo
Scenografia: Lino Fiorito
Costumi: Daniela Ciancio
Trucco: Vittorio Sodano
Premi:

* Festival di Cannes 2008: Premio della giuria
* European Film Awards 2008: European Film Awards per il miglior attore (Toni Servillo)

“Il matrimonio di Lorna” di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne

di Gianni Quilici

E’ un film sulla quotidianità, che tuttavia finisce per sfuggire alla banalità (del quotidiano)

L’inizio della storia è questo: Lorna, graziosa e silenziosa immigrata albanese, che vive a Liegi, rincasa ogni sera da un giovane (Jéremie Rénier, l’attore-simbolo dei Dardenne) che tratta con durezza e che invece sembra avere bisogno di lei, delle sue cure e attenzioni. Quel giovane è un tossicomane, che cerca disperatamente di curarsi, ed è anche suo marito, sposato soltanto per avere la cittadinanza belga. Intanto un tassista italiano, sta per preparare un nuovo matrimonio con un russo, che otterrà da lei la cittadinanza belga in cambio di un bel gruzzolo di soldi. Naturalmente il “tossicomane” dovrà morire..

E’ un film sulla quotidianità, perché i Dardenne indugiano molto sui gesti rituali e meccanici del quotidiano cittadino: camminare, salire, scendere, dare e prendere soldi, scambiare due parole, guidare…

Però diventa imprevedibile. La vicenda ha svolte improvvise poco immaginabili e per niente scontate, che però hanno una logica, seguono un percorso profondo, che dà un senso universale alla vicenda, la proietta oltre i fatti narrati. Sono stacchi improvvisi, spesso senza rappresentazione, ne’ spiegazione, stacchi non solo narrativi, ma ideologici. Sono le scelte che Lorna matura e che realizza per istinto, che si trasmettono non attraverso le parole, la dialettica, ma il semplice agire. La ragazza, infatti, di fronte alla logica imperante del denaro, priva di qualsiasi compassione e confronto, sceglie la fedeltà ad un sentimento.

Un sentimento verso il giovane che non c’è più, che va al di là della razionalità, perché quello che lei immagina le rimanga di lui (un figlio?) è l’unico orizzonte che ha davanti. Il figlio diventa l’utopia per lottare fino all’ultimo respiro. Non importa se esso sia vero o puramente immaginario.

In questo film i Dardenne scelgono lo stesso materiale di, più o meno, sempre (emarginati, precari, disadattati), rappresentandolo con un linguaggio diverso. Non più camera a mano in movimento, non più estenuante (e geniale) oggettiva sulla protagonista (“Rosetta”). Si avvicina, come è stato notato da qualcuno, al cinema di Bresson (questo andare/venire, che accumula progressivamente tensione; o a quello di Kaurismaki (l’angelo non edulcorato in un mondo spietato) e a tutti e due per la sottrazione delle tragedie, per il lindore e l’asciuttezza della rappresentazione. Arta Dobroshi, un volto che s’impone.
Il matrimonio di Lorna (Le silence de Lorna)

Un film di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne. Con Jérémie Renier, Arta Dobroshi, Fabrizio Rongione, Olivier Gourmet, Morgan Marinne, Alban Ukaj.
Produzione Belgio, Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania. Dur: 108′.

“Il resto della notte” di Francesco Munzi

di Roberto Costa

il resto della notteNel buio ed inestricabile labirinto dell’incomprensione che alimenta i rapporti tra italiani e stranieri immigrati (inasprita ad arte dai media), non costituisce certo uno spiraglio di luce il film di Francesco Munzi – incursione nelle pieghe e piaghe del settentrione italiano a sua volta piuttosto confuso e incomprensibile nei suoi intenti.

Una donna della ricca borghesia è più o meno coscientemente indotta a far risalire le cause della sua insondabile ‘paura’ all’incombente e minacciosa presenza dello straniero – pronto a rubarci gioielli, piscine, comodità, sicurezze – quando i suoi incubi derivano in realtà da un altro tipo di straniero, vale a dire la sua vita familiare e sentimentale, inappellabilmente fredda e vuota. Nel frattempo un gruppetto di persone dell’altra società (alcuni rumeni e un italiano cocainomane), non meno a disagio della signora di cui sopra, aspirando al “salto di qualità” o covando facili vendette, tentano il colpo alla sua villa in collina con il favore delle tenebre. Morti, feriti, fuggiaschi e disperati saranno il resto della notte.

Munzi si muove bene in partenza, con sobrietà e giustezza di toni e una certa sapienza di intreccio di storie e personaggi. Ma dopo mezz’ora si comincia a durar fatica a comprendere dove voglia andare a parare, e infatti di lì a poco perderà il controllo dello sviluppo narrativo e delle conseguenti dinamiche psico-sociali tra le parti in gioco. Allora il film comincia a fare acqua da svariate parti, mostrando qualche incongruenza o estraneità tra i dettagli e il senso generale del racconto (si pensi al percorso degli orecchini di perla scomparsi, che da molla narrativa e segno di differenza sociale diventeranno particolare ininfluente sulla vicenda ma segno di differenza et(n?)ica, sebbene forse ad un livello inconscio di sceneggiatura e forse proprio per questo più pericoloso), appiattendosi sui soliti stereotipi (vedi la storia d’amore parallela del marito della signora) e subendo con troppa facilità il modello televisivo dilagante (la quasi totale assenza di uno stile cinematografico personale è ormai caratteristica comune e imprescindibile di molti giovani e meno giovani registi italiani attuali).

Alla fine non basterà qualche squarcio sulla desertificazione umana e urbanistica dei nostri contemporanei orizzonti a salvare il film dall’inutilità e a strappar via un solo brandello di pregiudizio dalla nostra regale ignoranza sull’argomento immigrazione.

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Il resto della notte di Francesco Munzi
interpreti: Sandra Ceccarelli, Aurélien Recoing, Stefano Cassetti, Laura Vasiliu,
Victor Cosma, Constantin Lupescu, Valentina Cervi, Susy Laude, Teresa Acerbis
Italia 2008. Durata: 100′

“La conquista dell’inutile” di Werner Herzog

di Gianni Quilici

werner herzogHerzog è un grande regista cinematografico? Sì, perchè è un esploratore che ha creato e continua a scoprire molti universi cinematografici con uno stile sopratutto suo, herzoghiano. Questo lo scrivono e pensano in molti. Non si sa invece, o molto poco, che è anche uno scrittore. Senza aggettivi, almeno per ora. Questo diario ne è la dimostrazione. Leggetelo, se volete lasciare almeno per qualche giorno la comoda, nonostante tutto, vita quotidiana occidentale.
E’ un libro dentro la lussureggiante foresta amazzonica, di chi vive la paurosa grandezza di luoghi nei quali la natura ha una forza, a volte, devastante. E Herzog la vive non da regista privilegiato, ma da uomo tra indios, animali domestici e feroci, dentro lo scatenamento delle furie atmosferiche, rischiando spesso la vita. nel tentativo (riuscito) di fare non soltanto un film, Fitzcarraldo, ma di compiere nella realtà stessa l’impresa titanica, che la pellicola ha poi rappresentato: trasportare una nave, facendole valicare una montagna nella foresta dal Rìo Camisea al Rìo Urubanda, due affluenti del Rio degli Amazzoni.

Ciò che sorprende, in questo viaggio ad alta tensione e lontanissimo dalla vita quotidiana d’un occidentale, è l’Herzog scrittore: precisione di dettagli, velocità di scrittura, asciuttezza di linguaggio, in cui il sé è considerato con il distacco di un entomologo, realismo e visionarietà; visioni che diventano per eccesso di disperazione poesia di tipo surrealista, quasi uno Chagall a tutto spazio:

Vorrei essere altrove, dove gli esseri umani volano via sopra i campanili, i campanili sopra i campi coltivati, le navi sopra le montagne, i continenti sopra gli oceani.

Werner Herzog. La conquista dell’inutile. Oscar Mondadori, 2007. 347 p. € 9.

“Nei cuori della terra” il nuovo ciclo del circolo del cinema di Lucca


Pier Paolo Pasolini… Sokurov e Mikhalkov, i volti mitici di Marlon Brando e della Marylin, quello, per lo più sconosciuto, di Galina Vishenevskaya…
S’inizia quest’anno più presto del solito, a fine settembre, sull’onda di film che vanno “nei cuori” di questo disastrato, ma pur sempre magnifico, Pianeta. Ci saranno parole e incontri, ma soprattutto visioni, storie, ritmi, geografie del mondo, esplorazioni: Mosca e la Cecenia, Rio de Janeiro e le favelas, Pelè e la dittatura militare, Torino e il Marocco, i rumeni e i padani, i viaggi dentro i sentimenti e quelli dentro la storia. Pellicole, tutte, con una necessità e uno stile.
Vi aspettiamo dal 25 settembre, come sempre, al cinema Centrale.

Giovedì 25 settembre 2008
L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza (O ano em que meus pais saíram de férias)
di Cao Hamburger
con Michel Joelsas, Germano Haiut, Paulo Autran, Daniela Piepszyk, Simone Spoladore, Caio Blat, Liliana Castro.
Brasile 2006. – Dur: 104′.
“Talmente tanti i motivi per amare L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza che è difficile sceglierne uno: forse la forza evocativa dei campionati del mondo di calcio del 1970, quelli che perdemmo in finale e che il Brasile di Pelè vinse alla grande, o forse la potenza sommessa di una vicenda che sa mescolare la politica e la vita privata, la crudeltà di una dittatura militare e i giochi solitari di un bambino che i genitori rivoluzionari hanno dovuto abbandonare, oppure l’originalità di un ambiente poco noto, quello degli ebrei di San Paolo che quel bambino prendono a cuore e proteggono come possono.
Ma se devo essere sincero fino in fondo devo ammettere che questo film mi ha sciolto il cuore perché mi ha riportato a quegli anni così vicini e così lontani, anni in bianco e nero, senza sponsor e computer, senza cartoni giapponesi e pubblicità invadenti, anni in cui un bambino doveva inventarsi ogni pomeriggio dal nulla della malinconia e della noia”. (Marco Lodoli da “Il diario)

Complesso S. Micheletto, ore 21.30
(speciale anteprima mostra “MOTO & CINEMA” in collaborazione con Mostre&Mostre srl Associazione Indian)

Martedì 30 settembre 2008
Il selvaggio [The Wild One,)
di Laszlo Benedek
con Marlon Brando, Mary Murphy, Lee Marvin, Robert Keith, Jay C. Flippen. USA, 1954. B/n. Durata 79′,
In una tranquilla cittadina della California spadroneggia una banda di giovinastri dediti all’ubriachezza, alle gimkane motociclistiche e ad azioni di teppismo. La banda è capeggiata da Johnny (Marlon Brando) un duro (all’apparenza) ma dal cuore tenero. Un giorno verrà accusato ingiustamente di omicidio…
E’ un film che ha fatto epoca, sia nel costume (il giubbotto di pelle e la moto di Brando), che nell’immaginario collettivo, divenendo il capostipite della denuncia di un certo malessere giovanile.

Giovedì 2 ottobre 2008
Corazones de Mujer
di Davide Sordella, Pablo Benedetti
con Aziz Amehri, Ghizlane Waldi, Mohammed Wajid. Italia 2007. Dur: 85′.
Sarà presente il regista Pablo Benedetti
C’era una volta il miglior sarto di vestiti arabi della città e c’era una promessa sposa a cui lui doveva fare il vestito da matrimonio: Zina. Il problema era che Zina aveva già perso la verginità e nel mondo arabo ciò non è permesso. Saliranno al volante di una vecchia Alfa Romeo Spider, da Torino fino in Marocco e… inizieranno il viaggio che le salverà la vita.
Paolo Benedetti e Davide Sordella regalano una bella prova di regia, l’ispirazione ad Almodovar è originale e non diventa mai debito, la sceneggiatura frizzante ed essenziale ha tanti, ma mai troppi, spunti. Un viaggio di formazione sentimentale, di consapevolezza sessuale, di incontro e confronto, di vita appassionata e dolente. L’ottima musica (Enrico Sabena) accompagna la storia regalandole leggerezza e profondità, cifra stilistica di questo melodramma tenero e arguto, che pur senza accusare direttamente va al cuore, alla pancia e al cervello di chi guarda, con un (sor)riso amaro.

Giovedì 9 ottobre 2008
12
di Nikita Mikhalkov
con Nikita Mikhalkov, Sergei Makovetsky, Sergei Garmash, Aleksei Petrenko, Yuri Stoyanov, Valentin Gaft.
Russia, 2007. Dur: 149 min.
Dodici uomini in uno stanzone discutono fino allo sfinimento per decidere se un giovane accusato di aver ucciso il patrigno a coltellate è colpevole o meno. Il verdetto dev’essere unanime. E la discussione, anziché andare per le spicce, diventa un confronto a tutto campo fra i giurati, diversissimi per estrazione sociale, cultura e carattere. Ognuno di loro getta nel dibattito tutto sé stesso, le sue idee, le sue esperienze, le sue paure, talvolta inconfessate…
Sebbene sia il remake di un caposaldo della cinematografia Usa, 12 offre allo spettatore la sua anima russa, aliena e irriducibile a ogni omogeneità. Eppure la storia dell’imputato ceceno che aspetta una condanna già scritta diventa improvvisamente anche la storia dei pregiudizi di casa nostra: ricorda il romeno, l’albanese, l’immigrato clandestino. In questo doppio, incessante movimento – dalla paura del singolo alla paranoia sociale – sta la grandezza di questo film che mette al centro di sé stesso la necessità etica di una giustizia in terra. E la dolorosa consapevolezza della sua assenza. Infine, qualche colpo di scena da istrione navigato e una danza liberatoria, per scaldarsi nel gelido inverno moscovita.

Giovedì 16 ottobre 2008

Tropa de Elite – Gli squadroni della morte

di José Padilha
con Wagner Moura, Caio Junqueira, Maria Ribeiro, André Ramiro, Fernanda Machado, Milhem Cortaz.
Brasile, Argentina, 2007. Dur: 115 min.
Davvero incredibile la super-striminzita distribuzione sul nostro territorio di «Tropa de elite – Gli squadroni della morte», il film che ha vinto più che giustamente l’Orso d’oro all’ultima Berlinale.
L’opera seconda di José Padilha è ambientata nel 1997, alla vigilia del viaggio di papa Giovanni Paolo II, quando i quattrocento imbattibili e incorruttibili agenti del Bope (
reparto speciale della polizia di Rio de Janeiro) intensificano per ragioni d’immagine la loro agghiacciante «caccia grossa». Scandito dalle ansimanti riprese della macchina a mano, dal dialogo feroce e urlato e, soprattutto, dal montaggio mozzafiato, il film sceglie due personaggi-guida, due antieroi noir che rientrano appieno nella tradizione del poliziesco classico. Da una parte il Capitano che sta per distruggere se stesso e il nucleo familiare a causa dello stress insostenibile procurato dai metodi violenti e illegali; dall’altra il giovane agente-studente, che vive, però, una grave contraddizione tra l’uniforme nera e la complicità con un gruppuscolo «rivoluzionario» di giovanotti della Rio bene. E in effetti, la forza di quest’avvincente ballata criminale sta proprio nel rigore di uno sguardo che non arretra davanti ai dogmi «di destra o di sinistra» e preferisce immergere la macchina da presa negli abissi di una ben più preoccupante disumanizzazione apocalittica.

Giovedì 23 ottobre 2008
Il resto della notte
di Francesco Munzi
con Sandra Ceccarelli, Aurélien Recoing, Stefano Cassetti, Laura Vasiliu, Victor Cosma, Constantin Lupescu, Valentina Cervi, Susy Laude.
Italia 2008. Dur: 99′ min.
Ambientato nella glaciale Torino, tra lussureggianti colline, quartieracci malavitosi e il centro storico, Il resto della notte, è un noir dell’immigrazione, un «primo piano» sulla paura e sul materialismo che uccide l’anima.. Due rumeni immigrati, e un italiano, (Stefano Cassetti, l’indimenticabile Roberto Succo), impazzito di dolore dopo aver perso la potestà del figlio, puntano con grimaldelli e pistola alla bella villa in collina da svaligiare. L’operazione è facile, quasi inutili le mascherone da thriller made in Usa. Invece…
Scrive Mereghetti: “Al suo secondo film dopo Saimir, Francesco Munzi elimina qualsiasi concessione estetica o sociologica. I suoi personaggi sono verissimi ma mai sovraccaricati o compiaciuti. Non rappresentano un «tipo» o una «macchietta» – la moglie frustrata, il drogato paranoico, l’ immigrato malavitoso -, sono volti veri e concretissimi, resi attraverso un lavoro sugli attori davvero encomiabile: la Ceccarelli mai così convincente; Recoing o Cassetti perfetti così come i volti rumeni. E lo stesso lavoro di spoliazione ed essenzialità Munzi lo impone alla regia, dove ogni immagine e ogni scena si rivelano necessarie, lontane sia dal naturalismo che dalla bella immagine, ma capaci di restituire la drammatica durezza di una società che ha perso ogni speranza.”

Giovedì 30 ottobre 2008
Alexandra
diAlexksandr Sokurov
con Galina Vishnevskaya, Vasili Shevtsov. Russia 2006. Dur: 92 min.
Una donna, interpretata dalla grande cantante Galina Vishnevskaya, vedova di Rostropovic, va a visitare il nipote di stanza in Cecenia. La guerra c’è, è evidente, e non c’è nemmeno bisogno di stare a ricordare ragioni e perché. Sokurov non banalizza le posizioni in campo ma, come John Ford, ritiene che agli anziani spetti il compito di fermare la guerra.
Alexandra
è in questo senso il suo film più dolente, annegato in un beige seppiato che sembra voler strappare via i colori che differenziano le superfici degli uomini per giungere a ciò che ci rende simili gli uni agli altri. Un’immensa lezione di cinema che conserva saldamente negli occhi Germania anno zero di Rossellini e Furore di Ford.

Giovedì 6 novembre 2008

La Rabbia di Pasolini

di Giuseppe Bertolucci. Italia 2008. B/n 83 minuti.

Operazione di recupero realizzata da Giuseppe Bertolucci sulla base delle indicazioni precise di Pier Paolo Pasolini su singoli punti specifici. Così vengono ricostruiti i primi 15 minuti monchi nell’edizione del ‘62: con al centro la guerra in Corea e la guerra in genere, le alluvioni e le ricostruzioni, le ideologie e i miti di massa. Poi hanno inizio i 53′ della rabbia pasoliniana. e stavolta è vera rabbia, I poli tra cui si muove sono quelli della guerra e della bellezza. Il vertice è raggiunto nel finale con le immagini della morte di Marylin, sublimi versi di vera bellezza incontaminata, racchiusa nel fascino immobile di una bambina mai diventata adulta, e con il volo di Gagarin nell’orbita terrestre e il trionfale ritorno a Terra, vita che supera la morte e ritorna vita.

La rabbia si conclude con una appendice inedita, L’aria del tempo, di 12 minuti che raccoglie un florilegio di cinegiornali d’epoca dc per sbeffeggiare Pasolini e creare un prototipo, poi utile in futuro di «linciaggio mediatico», da Braibanti a Valpreda), comprese le dichiarazioni finali di Pasolini sugli arrabbiati in Italia, piccoli arrabbiati perché piccola è la borghesia. Sembra di intuire dietro le sue parole che non ci sarà più rabbia. E rabbia ormai non c’è più. E’ qualcosa d’altro, che rabbia non è.