Lucca Film Festival. “L’altro volto della speranza” di Aki Kaurismäki

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di Gianni Quilici

L’altro volto della speranza. Un bel titolo. Nel film la speranza è raccolta in due storie, in due personaggi che poi si intrecciano. Lui un commesso viaggiatore, che lascia moglie e lavoro, vince a poker, compra un ristorante. L’altro, un profugo siriano fuggito da Aleppo, sbarcato da una nave in Finlandia, a Helsinki, nascosto da un cumulo di carbone. Due umanità che dopo vicissitudini si incontrano e si aiutano in condizioni, per il profugo, disperate.

L’altro volto, il disumano, è la polizia con le sue leggi impietose e inflessibili, che chiudono gli occhi di fronte alle devastazioni della guerra; oppure sono i razzisti più beceri e sanguinari, che minacciano e accoltellano, pronti anche a dar fuoco a corpi umani.

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Kaurismaki è  regista così stilisticamente personale da essere immediatamente riconoscibile. Per certi versi è realistico soltanto quel tanto che è sufficiente a farlo apparire verosimile. In realtà non lo è, ne’ vuole esserlo, perché dichiaratamente di parte. E’ dalla parte degli umani, degli artisti, degli stravaganti, dei coraggiosi ed oggi, dei profughi, dei disperati.

Per questo rifiuta la dialettica, è unilaterale con una scelta stilistica originale. Utilizza personaggi essenziali e dolenti di pochissime parole, quasi maschere; crea situazioni ironico-comiche, che muovono al sorriso, un sorriso compartecipe, tenero, con montaggi improvvisi, che accennano appena e troncano, senza compiacimenti lasciando, invece, risonanze poetiche. Tra tante efficaci sequenze, indimenticabile, per la forza espressiva dei primissimi piani, la partita a poker.

L’altro volto della speranza  di Aki Kaurismäki.con Sherwan Haji, Sakari Kuosmanen, Ilkka Koivula, Janne Hyytiäinen, Nuppu Koivu.Finlandia, 2017, durata 98 minuti.

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“Elle” di Paul Verhoeven

elledi Gianni Quilici

Un film da vedere, senza alcun dubbio. Perché rappresenta una donna complessa e nello stesso tempo (molto) contemporanea, che parla di sé e di noi.

Complessa, perché esercita un potere. Lo esercita nel suo lavoro come proprietaria di una società che produce videogiochi, è autoritaria e autorevole, sicura e netta anche di fronte a giovani creativi e taglienti. Inoltre è diretta e  cinica nel rapporto con gli altri. Gli uomini, li corteggia, li usa, li lascia, ma è anche gelosa e vendicativa. Infine è ambigua, non definita interamente. Viene stuprata da un uomo mascherato, ma non denuncia il fatto, ne parla invece con gli amici-amiche, si arma ed è pronta ad uccidere per difendersi, ma una volta smascherato lo stupratore sembra voler iniziare con lui un rapporto sado-masochista, con un finale non del tutto decifrabile, ma comunque bislacco.

Questo cinismo ha una sua radice. Michelle, così si chiama la protagonista, vive ancora un dramma adolescenziale. Odia suo padre ergastolano per avere assassinato bestialmente 27 persone molti anni fa;  non sopporta la madre e la bistratta per la sua svampita leggerezza, che oscilla tra botox ed escort boy. Vive, infine, in un ambiente a lei simile, senza però che esso ne abbia la sua sfrontatezza e autorevolezza, la sua libertà.

Un film tra commedia, tragedia e thriller abilmente mescolati.  Una buona sceneggiatura nel tratteggiare lei (Elle),  un montaggio invisibile, ma veloce e essenziale, una musica non invadente, ma che crea tensione nelle scene da thriller, attori e attrici tutti all’altezza, con una grande Isabelle Huppert, come la critica (tutta) e i premi (prestigiosi) hanno abbondantemente rilevato.

Isabelle Huppert incarna e scolpisce, infatti, con grande nettezza un personaggio multiforme, in modo tale che polarizza lo sguardo e difficilmente evapora dagli occhi. Una donna fragile e forte, appassionata e spregiudicata, crudele e seducente, beffarda e sprezzante, in una parola spiazzante. Per descriverne la forza sarebbe però necessaria  un’analisi di tipo fenomenologico del volto nel suo flusso: i silenzi e gli indugi, gli sguardi e i toni; ma anche la postura ed il passo.

La grandezza del film è quindi Michelle, come personaggio, e Isabelle Huppert, come interpretazione. Gli altri comprimari  hanno una loro verità, ma descrittiva. Lo stupratore è seducente, ma, oltre che prevedibile come tale, è superficiale. Funziona come stereotipo, ma rimanendo tale. Il figlio neopadre sul limite della stupidità. E lo scrittore non è neppure vagamente rassomigliabile ad un Jean-Paul Sartre, come il tipo di rapporto con Michelle, poteva lasciare adombrare.

elle 2ELLE

REGIA: Paul Verhoeven

ATTORI: Isabelle Huppert, Christian Berkel, Anne Consigny, Virginie Efira, Charles Berling, Laurent Lafitte, Vimala Pons, Jonas Bloquet

SCENEGGIATURA: David Birke.    FOTOGRAFIA: Stéphane Fontaine. MONTAGGIO: Job ter Burg. MUSICHE: Anne Dudley

PAESE: Francia, Germania, Belgio. ANNO: 2016.     DURATA: 130

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“Una vampata d’amore” di Ingmar Bergman

vampatadi Gordiano Lupi

Una vampata d’amore – meglio sarebbe stato lasciare il titolo originale La serata dei buffoni – non è tra i film più noti e celebrati di Ingmar Bergman, contemporaneo a un capolavoro come Monica e il desiderio resta un po’ in ombra, ma la critica francese lo giudica una delle opere nere più riuscite del Maestro svedese. Bene hanno fatto la Ripley’s Film e Viggo srl a riportare sul mercato il DVD di un’opera che in Italia non si apprezzava dalla edizione televisiva del 1975, successiva a quella cinematografica del 1959, visto che da noi Bergman è arrivato con sei anni di ritardo rispetto alla patria di origine. Un DVD realizzato da un master HD CAM in versione originale, fornito dal distributore internazionale NON STOP SALES AB, prezioso e  imperdibile per un collezionista delle opere del regista svedese. La colonna italiana, non essendo più reperibile il negativo colonna, è stata masterizzata e sottoposta a pulizia digitale, a partire da un positivo di 35mm d’epoca stampato dalla Globe Film International per la prima distribuzione italiana del 1959. Non ci sono Extra, questo è il solo limite di un’importante operazione culturale.

Bergman scrive, sceneggia e dirige la storia di Albert (Grönenberg) è il direttore di un circo, stanco di tutto, persino del suo lavoro, separato dalla moglie – che rimpiange non per amore ma per la vita borghese – con una giovane amante (Andersson) che a un certo punto lo tradisce con un perfido attore di teatro. Bergman descrive da grande artista il rapporto logoro tra i due amanti, vissuto tra consuetudini e frasi fatte, gelosie e tradimenti, parole non dette e sogni di fuga. Il finale è molto triste, con Albert deriso e malmenato, dopo aver cercato di vendicarsi del rivale, non riesce neppure a suicidarsi e finisce per uccidere l’orso del circo. Tragedia ridicola, se si vuole, perché tutto torna al punto di partenza: il circo riprende il suo girovagare, Albert torna con la sua amante e la vita prosegue tra delusioni, rimpianti e inutili sogni di cambiamento. In fondo, nel breve volgere di una notte, l’uomo e la donna si sono traditi reciprocamene, perché il primo sarebbe tornato a vivere con la moglie, se soltanto lei lo avesse accettato. L’amante, invece, si è lasciata sedurre da uno squallido teatrante che l’ha ricompensata con un gioiello falso ed è andato al circo per deriderla. Bene ha fatto la critica francese a definire il film un’opera nera che mette in scena un’umanità dolente, incapace di cambiare la propria vita, una storia d’amore non convenzionale, dal contenuto introspettivo che anticipa i futuri capolavori. Un film ricco di immagini cruente, fotografia gelida in bianco e nero, soluzioni di regia originali (figure riprese negli specchi, in controluce), poetici piani sequenza e panoramiche di scogliere, prati e montagne che si specchiano nel mare. Romanticismo espressionista che non presta il fianco a sentimentalismi di sorta e a immagini consolatorie, ma sempre crudo e realistico, persino cinico e sadico. Attori straordinari, impostati secondo le regole del teatro, così come il cinema di Bergman resta sempre molto teatrale, anche se la fotografia di Sven Nykvist conferisce un respiro ampio e grande intensità agli esterni.

Bergman afferma nel libro autobiografico Immagini (Garzanti, 1992): “Il film è un tumulto, ma un tumulto ben organizzato. Lo scrissi in un piccolo hotel nei pressi di piazza Mosebacke, la camera era stretta, con una vista di chilometri sulla città e sulla rada. Dall’hotel si scendeva al teatro attraverso una scala a chiocciola segreta. la sera si udiva la musica che veniva dal palcoscenico della rivista. Di notte, nella sala da pranzo dell’hotel, gli attori e i loro bizzarri ospiti facevano festa. In quell’ambiente, in meno di tre settimane, nacque Una vampata d’amore, scritto di getto, dal principio alla fine, guidato dai demoni della gelosia. Qualche anno prima ero stato sconsideratamente innamorato. Con il pretesto dell’interesse professionale spinsi la mia amata a raccontarmi nei dettagli le sue sfaccettate esperienze erotiche. La specifica eccitazione della gelosia retrospettiva mi logorò, graffiandomi nelle viscere e nel sesso”.

Possiamo dire che il film è una combinazione continua di erotismo e di umiliazioni, che parte dall’episodio di Frost e Alma – narrato in un breve flashback – per poi approfondire il sentimento sviscerando la stanca relazione tra Albert e Anne. Una vampata d’amore non fu accolto bene dalla critica, addirittura un critico svedese scrisse di rifiutarsi di valutare ocularmente l’opera del signor Bergman. Il tempo ha dato ragione al grande regista, perché il film è invecchiato benissimo e resiste con la forza del capolavoro al passare del tempo.

Una vampata d’amore

Regia: Ingmar Bergman.Soggetto e Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist, Hilding Bladh. Montaggio: Carl – Olov Skeppstedt. Musiche: Karl-Birger Blomdahl. suono: Olle Jacobsson. Costumista: Mago. Direttore di Scena: Crals Ove Carlberg.  Produttore. Rune Waldekranz. Produzione: Sandrewproduktion. Distribuzione: Sandrew Bauman Film. Distribuzione Italiana: Globe Film International. Origine: Svezia (1953). Durata. 92’. Fotografia. b/n. Titolo originale: Gycklarnas afton (La serata dei buffoni). Distribuito in Italia: 1959. Riedizione Televisiva: 1975. Interpreti: Čke Grönenberg (Albert), Harriet Andersson (Anne), Hasse Ekman (Frans), Anders Ek (Teodor), Gudrun Brost (Alma), Annika Tretow (Agda), Erik Strandmark (Jens), Gunnar Björnstrand (Sjuberg), Curt Löwgren (Blom), Čke Fridell (ufficiale), Kiki (il nano), Majken Torkeli (signora Ekberg), Vanjek Hedberg (suo figlio), Curt Löwgren (Blom), Conrad Gyllenhammar (Fager), Mona Sylwan (signora Fager), Hanny Schedin (zia Asta), Michael Fant (Anton), Naemi Briese (signora Meijer), Lissi Alandh, Karl-Axel Forssberg. Olav Riégo, John Starck, Erna Groth, Agda Helin, july Bernby, Göran Lundquist, Mats Hĉdell

Leonardo (Sinisgalli) Gatto (Alfonso): due poeti in coppia come cinecronisti

628-thumbdi Mimmo Mastrangelo

Strinsero subito una fraterna amicizia  Alfonso Gatto (Salerno 1909 – Orbetello 1976) e Leonardo Sinisgalli (Montemurro 1908- Roma 1908) quando, agli inizi degli anni trenta  del secolo scorso, si incontrarono in una Milano laboriosa e culturalmente vivacissima, nonostante le grinfie del regime fascista.

Oltre a quelle con Domenico Cantatore, Arturo Tofanelli, Orazio Napoli, Salvatore Quasimodo, Edoardo Persico,  importante per loro  si rilevarono le frequentazioni con Cesare Zavattini che  li esorterà a partecipare a Firenze al concorso dei Littorali  della gioventù dove  il poeta  salernitano si aggiudicherà  il primo premio nella sezione  prosa e  il poeta-ingegnere lucano, con il componimento “Interno Orfico”, vincerà nella sezione della lirica.

Nel 1934 Zavattini lavorava alla Rizzoli  e dirigeva  per la già prestigiosa casa editrice  “Cinema illustrazione”,    settimanale  di intrattenimento ed informazione cinematografica  che aveva diretto anche Giuseppe Marotta e vi collaboravano, tra gli altri nomi illustri,  anche lo scrittore Giovanni Guareschi e il fotografo dei divi di casa nostra Elio Luxardo.

Zavattini  invitò Gatto e Sinisgalli  a  scrivere per la diffusissima  rivista, i due poeti accettarono e insieme redassero  tre articoli che firmarono con lo pseudonimo  Leonardo Gatto e furono pubblicati  nei numeri del 10, del 17 e del 31 ottobre di quel 1934.

Cosa raccontano ai lettori i cinecronisti Gatto e Sinisgalli  nei loro pezzi presentati   come se fossero delle corrispondenze da Hollywood?  Esordiscono con  un ritratto  sui generis  di  Pat Paterson, l’attrice anglo-scozzese che, secondo molte malelingue del tempo,  era diventata una diva degli Studio non tanto per le sue qualità artistiche quanto per essere la moglie dell’attore di origini francesi Charles Boyer. Nel secondo articolo  camuffano ancora una corrispondenza dall’estero  e svelano i timori di  andare a lavorare oltreoceano di Elisabetta Bergner, attrice  di origine austriaca che per anni era stata la regina dei salotti berlinesi e poi “prima donna” dei teatri londinesi. <

<Gli industriali americani – scrivono i nostri – hanno fatto alla Bergner proposte spettacolose. Ma Elisabetta ha paura di Hollywood, ha paura che Hollywood la soffochi….Ma in America, presto o tardi finirà con l’andarci, preceduta oramai dalla fama di due suoi film celeberrimi: “La grande Caterina” e “Gli amori di Arianna”>>.

Alfonso-GattoNell’ultimo articolo Gatto e Sinisgalli si inventano di sana pianta un’intervista coi divissimi Clark Gable e Mae West, <<la nuova vamp di Hollywood, quella che ha rimesso di moda i busti con le stecche, i grandi cappelli con uccelli veri infilzati ad uno spillo, le collane di perla false…>>. I nostri improvvisati cinecronisti domandano all’attrice: <<Vi piacerebbe essere un uomo?>> e la fanno così rispondere: <<Io sono troppo soddisfatta di me stessa. Per essere un uomo dovrei sacrificarmi a non essere più un’ attrice…>>. << Vi  piacerebbe essere donna?>>  è, invece,  la domanda posta a Gable al quale  fanno ammettere che se fosse dell’altro sesso <<mi occuperei molto più delle mie qualità interiori che del mio aspetto esterno>>.

Sinisgalli  e Gatto dopo quella giovanile esperienza lavoreranno ancora per il cinema, il poeta lucano porterà a termine, insieme al regista e sceneggiatore Virgilio Sabel, due cortometraggi  scientifici: ” Una lezione di geometria” (1949) e ” Un millesimo di millimetro” (1950). Partecipò con Zavattini e Luigi Malerba al lavoro di sceneggiatura del film “Il cappotto”(1952) di Alberto Lattuada e, sempre in quegli anni, girerà un altro cortometraggio ( il set era una soffitta invasa  da un’infinità di oggetti sommersi dalla polvere) mai presentato al pubblico e verrà chiamato  da Riccardo Ghione e un giovanissimo Marco Ferreri  a dare il suo contributo a “Documento  mensile”,  progetto editoriale che  fallì dopo appena tre numeri per problemi finanziari.

Invece  il poeta salernitano si occuperà di cinema sulle pagine di diverse testate come  “Il Bargello”, “Film oggi”, “Cinematografo”,  “Giornale del Mattino” e “Vie Nuove”, sarà l’apostolo  Andrea nel film  “Il Vangelo secondo Matteo” (1964) di Pier Paolo Pasolini il quale quattro anni dopo lo vorrà ancora sul set di “Teorema”. In veste di attore lo si vedrà pure  in “Cadaveri eccellenti” di Francesco Rosi e “Caro Michele” di Mario Monicelli,  entrambi i film usciranno nel 1976, anno in cui il  poeta perderà la vita  in un incidente stradale.

“Il pugile del duce” di Tony Saccucci

pugiledi Mimmo Mastrangelo

Fino a quel momento nessuna “battaglia pugilistica” aveva  avuto un’ attesa così sentita  tra gli italiani. Non c’era stato ancora un evento sportivo sui cui la stampa dell’epoca aveva così  incessantemente acceso i suoi riflettori  quanto la sfida, valida per il titolo nazionale ed europeo  dei pesi medi, tra Leone Jacovacci e  il campione in carica Mario Bosisio. Disputato  il 24 giugno del 1928 sul ring  allestito  allo stadio Nazionale di Roma, seguito da quarantamila spettatori e da casa da moltissimi italiani,  grazie  all’Eiar che aveva realizzato il primo collegamento  radiofonico per un avvenimento sportivo,  il macht fu vinto ai punti  da Jacovacci che picchiò duramente dalla prima all’ultima ripresa il milanese Bosisio, ma l’arbitro non  convalidò la vittoria in quanto la differenza  punti tra i due sfidanti  era ridottissima. Il pubblico protestò, invase il ring e portò in trionfo il piangente Jacovacci. I giornali del giorno dopo, pur riconoscendo la netta superiorità sull’avversario,  la sua potenza e le qualità tecniche riportarono che Jacovacci non poteva rappresentare l’Italia di Mussolini in Europa in quanto  era un pugile dalla pelle scura. L’ostracismo nei suoi confronti non finì con  quell’incontro, il regime e la federazione pugilistica  fecero di tutto per isolarlo, costringendolo ad appendere presto i guantoni al chiodo.

Quella del boxeur di colore è una storia amara (dal lato umano) e leggendaria (da lato sportivo) che è stata per lunghi decenni seppellita nella polvere dell’oblio  e poi riportata alla luce grazie  al libro, uscito nel 2008 per l’editore Palombi,  “Nero di Roma”  di Mauro Valeri.

Le pagine  del sociologo hanno  ora ispirato  il docu-film “Il pugile del duce”, opera prima di Tony Saccucci,  prodotta e distribuita  dall’Istituto Luce ed uscita nelle sale italiane il 21 marzo in occasione della giornata mondiale contro il razzismo.

Un lavoro filmico pulito, senza orpelli figurativi che,  basandosi su immagini d’epoca, articoli di giornali, fotografie della famiglia Jacovacci, oltre al racconto delle attese della vigilia e delle fasi saliente dell’epico incontro  del 1928, ricostruisce la vita del pugile dalla pelle nera che fu vittima dei pregiudizi e di  una cultura  di regime smaccatamente razzista.

pugileduce_leonejacovacci-kjbH--1280x960@ProduzioneJacovacci nacque nel Congo nel 1902, il padre Umberto era un romano che si trovava in quel tempo in Africa in quanto lavorava  per conto  dei reali di Belgio, la madre si chiamava Zibu Mabeta ed  era un principessa  babuendi. Il padre portò Leone in Italia ancora bambino affidandolo alla cura  dei nonni che abitavano a   Viterbo. A sedici anni, per sfuggire ai continui atti di razzismo subiti, si imbarcò da mozzo su una  nave che lo portò nel Regno Unito dove si arruolò nell’esercito inglese  e cambiò il nome in John Douglas Walker. Nel frattempo iniziava a farsi le ossa da “pugilatore”  in incontri a volte disputati nei posti più impensabili. Nel 1921 si trasferì a Parigi, cambiò ancora nome in  Jack Walker  e, passando di vittoria in vittoria diverrà uno dei nomi più noti della boxe. Nel 1922 ritornò in Italia e in quello stesso anno  al Teatro Carcano di Milano salì sul ring  contro Bruno Frattini per  la conquista del titolo  nazionale dei pesi medi, Jacovacci perse ai punti, ma la sconfitta fu sancita anche questa volta da uno scandaloso verdetto. Dopo questo incontro e prima di arrivare a quello contro Bosisio, Jacovacci farà di tutto per  essere accettato come un normale cittadino italiano. Abbandonata  l’attività sportiva si trasferirà a Milano dove lavorerà come portiere di un condominio e morirà nel 1983.

Il film di Tony Saccucci – che si avvale delle testimonianze dello stesso Mauro Valeri, della figlia del pugile nero e  di Patrizio Sumbu Kalambay, l’ex-campione mondiale dei medi, pure lui di origini congolesi e diventato in seguito cittadino  italiano  – è  di certo un’opera di condanna verso ogni  manifestazione di razzismo  ma per la sua riuscita merita  una collocazione di riguardo nella  lunga lista delle affascinanti e dannate storie di pugili che sono state raccontate sul grande schermo. “Il pugile del duce” verrà presentato il  prossimo 30 marzo al Parlamento Europeo.

“Jackie” di Pablo Larrain

jackidi Gianni Quilici

Jackie del regista cileno Pablo Larrain ( di lui ricordo un terribile e magnifico Tony Manero ) non è film da grande pubblico, manca l’intreccio che appassiona; è un film più adatto a occhi attenti al suo sottotesto visivo, molto implicito. Ed è un film assolutamente da vedere per diverse ragioni.

Primo: tratteggia un personaggio, Jackie”, Jacqueline Kennedy, con la distanza e l’intelligenza filmica  sottilmente giusta. Da una parte le lacrime e il dolore incontrollabile, la rabbia e il sentimento di colpa di non aver fatto abbastanza; dall’altra l’eleganza e la raffinatezza, la determinazione ed il carisma, ma soprattutto la capacità e il desiderio di creare sui funerali del marito un evento per l’immaginario collettivo planetario  attraverso la sua pura, scenografica presenza.

Secondo: Pablo Larrain armonizza con grande scioltezza narrativa il presente (l’incontro con il giornalista politico del Life Theodore H. White ) con i fatti del passato più o meno recente con alcune sequenze di forte impatto emotivo.

Terzo: Natalie Portman interpreta la first lady strepitosamente, perché diventa quel personaggio complesso e non del tutto decifrabile, quasi un ossimoro come figura: dolorosamente empatica come donna persa nel suo dolore, ma pure freddamente algida come sovrana con la consapevolezza (questo ci dice nell’intervista) che il dolore deve rimanere strettamente privato, ma pubblicamente divenire, invece, leggendario.

JACKIE

Regia di Pablo Larrain. con Natalie Portman, Peter Sarsgaard, Greta Gerwig, Billy Crudup, John Hurt, Richard E. Grant.  USA, Cile, 2016, durata 91 minuti.

“Austerlitz” di Sergei Loznitsa.

austerlitzdi Gianni Quilici

Ho chiesto ad un’amica la sua impressione a caldo subito dopo la fine del film. “Sono cose che sapevo già” la sua risposta.

Infatti Austerlitz rappresenta ciò che ognuno di noi può osservare entrando in una qualsiasi mostra che diventa evento di massa. Solo che il doc-film ci mette in un angolo di una sala come spettatori e ci fa vivere il percorso di un campo di concentramento, divenuto museo, il Sachsenhausen, dall’inizio quando i visitatori entrano dalla cancellata sulla quale campeggia la scritta Arbeit macht frei, alla fine quando ritornano, seguendoli lungo il percorso attraverso gli orrori di ciò che è stato (camerate, camere a gas, forni crematori, pali per impiccagioni), che oggi sono soltanto spazi che evocano o possono evocare soltanto con l’immaginazione ciò che allora, atrocemente, accadde.

Ecco che di tutto questo noi vediamo  soprattutto i volti dei visitatori.  Sono volti distratti, annoiati, spaesati, stanchi, di corpi che camminano, vagano e si fermano appena; che mangiano, sorseggiano, telefonano, fotografano, si fotografano o si fanno fotografare. Gruppi accaldati e devitalizzati che stancamente seguono la lezioncina o gli  ordini della guida.

L’uso della fotografia è poi banalissimo. Nel più felice dei casi fotografano senza guardare con una sorta di coazione a ripetere. Altre volte lo scatto fotografico, di fronte o dentro spazi che richiederebbero silenzio e attenzione, è aberrante.

Chi sono questi volti massificati anonimi e serializzati? Siamo noi, senza per questo voler essere autolesionisti. Non tutti, anche nel film, sono così, infatti. C’è chi si ferma,  osserva o legge. Sono pochi, ma sono quelli che indugiano, che trasmettono un’espressione, un’anima.

Ma è la stragrande maggioranza dei turisti, che indica quale sia l’antropologia umana più diffusa oggi in Europa e in generale nell’Occidente. In questo senso Austerlitz ci rappresenta tutti. E ci rappresenta, come altri hanno sottolineato, senza giudicare. Infatti il regista Sergei Loznitsa ha posizionato diverse videocamere fisse e abilmente nascoste in alcuni luoghi chiave del percorso e sono state loro a rappresentare ciò che di lì passava. “Questi noi siamo” le immagini ci dicono; trarne le riflessioni e le conseguenze sta ad ognuno di noi. Ma questa sorta di banale naturalismo (per la maggioranza noioso), finisce tuttavia, nella sua ossessiva ripetizione, almeno a tratti, per diventare allucinatorio e, alla fine, simbolico. Corpi serializzati che vagano incrociandosi senza guardarsi, senza vedersi e senza un minimo di orizzonti ne’ personali, ne’ comuni.

Se queste cose lo spettatore cinematografico già le sapeva e si è sostanzialmente annoiato è perché questa folla  vista e rivista,  non l’ha tuttavia sentita e forse non l’ha pensata a fondo come necessita. Perché Austerlitz ci dice: non osserviamo, ne’ sentiamo più, sempre di più ci avviamo a diventare, senza saperlo, robot da “altri” guidati; e ci   lancia un avvertimento inquietante. “C’è un gregge che forse senza saperlo aspetta un pastore”.

C’è infine da chiedersi: può essere un museo della Memoria, luogo di raccoglimento e di meditazione sugli orrori della nostra Storia, essere trasformato in una sarabanda senza senso con comitive e pranzi al sacco?

Austerlitz di Sergei Loznitsa. Documentario. B/n durata 94 min. – Germania 2016.

“Due… un po’ così” di Daniele Chiarello

1-film-due-un-po-così-rtalivedi Mimmo Mastrangelo

Dopo  “Zio Angelo  e i tempi moderni ” che fu vincitore del Premio Roberto Rossellini nel 2014, è nelle  sale  il secondo lungometraggio di  Daniele Chiariello “Due… un pò così” girato in parte nel bresciano e in parte, come il primo lavoro del regista di Buccino (Salerno), nei territori della Lucania.

Prodotto da Jimbo e sceneggiato dallo stesso Chiarello, insieme a Roberto Lombardi, il film racconta la storia di un italiano e un rumeno che vivono nel nord dell’Italia, una volta  licenziati i due amici, per una seria di vicissitudini, giungono in una piccola comunità del Meridione dove  vanno alla ricerca di un lavoro. Ma, come riporta il titolo,  per “due un pò così” trovare un impegno non sarà per niente facile.

Brillante commedia  spruzzata  qua e là da equivoci,  gag e battute divertenti,  la  regia controllata di Chiarello (che ha girato  in passato dei riuscitissimi videomusicali) riesce a smorzare ogni sbavatura estetica.

Con gli esterni anche salernitani di Polla e Pertosa, il film vede  protagonisti  Elio Angelini e Paolo Granci i cui sfigati personaggi  si sposano alla perfezione con la  buffa e corpulenta sagoma dei loro corpi, altri interpreti sono  Gianluca Guidi (figlio di Johnny Dorelli), Carmine Caputo, Peppe Servillo, Giovanni Turco e la potentina Melina Caggiano.

“Due…un pò così” è  una storia semplice (quasi fiabesca, dai contorni burocratici complicati) su due strani uomini dall’animo bambinesco, una commedia leggera senza particolari pretese dalla cui visione si esce gioiosi.

DUE UN PO’ COSI’ (2016) di Daniele Chiariello
sceneggiatura – Daniele Chiariello e Roberto Lombardi
interpreti: Elio Angelini, Paolo Granci, Peppe Servillo, Gianluca Guidi, Carmine Caputo, Melina Caggiano

“Primissime visioni (in)visibili” del Circolo del cinema di Lucca

12SAN MICHELETTO, Lucca. Ore 21.30

In questo prezioso spazio che è per noi San Micheletto, questa volta vi presentiamo questo ciclo, che abbiamo chiamato “Primissime visioni (in)visibili”. Infatti sono primissime visioni, perché da poco in uscita. E sono (in)visibili, perché senza la nostra presenza (o di Ezechiele), difficilmente potrebbero sbarcare  a Lucca. Ma è invece importante vederli sia dal punto strettamente cinematografico che civile. Alcuni sono film documentari, presentati al Festival dei Popoli, che ci rappresentano lucidamente i gravi rischi della dimenticanza e della perdita della sensibilità umanistica; altri fiction tra la commedia e il thriller. Buona visione!

6 marzo 2017

Austerlitz  di Sergei Loznitsa. Documentario. 94 min. – Germania 2016.

Con Austerlitz il regista realizza un’opera mirabile per la sua presa sulla contemporaneità, figlia di uno straordinario spunto iniziale.  Loznitsa posiziona, infatti, la macchina da presa in alcuni luoghi chiave del museo di Sachsenhausen e lascia che siano i visitatori a fare il resto. Vediamo sfilare turisti annoiati, intenti a fotografarsi in posa nelle camere a gas o sui pali dove i prigionieri venivano impiccati  con perfetta nonchalance,  senza che quasi nessuno tradisca una minima comprensione del luogo in cui si trova.

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13 marzo 2017

A German Life  di Christian Krönes, Olaf S. Müller, Roland Schrotthofer, Florian Weigensamer. Documentario. durata 113 min. – Austria 2016.

Nata e vissuta a Berlino, Brunhilde Pomsel è stata  segretaria al famigerato Ministero della Propaganda, alle dipendenze di Goebbels. Un collettivo di filmmaker coglie l’occasione di intervistarla. A German Life è testimonianza asciutta, da non lasciarsi sfuggire, perché interpella senza filtri, effetti e mediazioni le scelte morali del singolo. Tra questi ricordi della Pomsel sono incastonati preziosi filmati d’archivio, alcuni inediti, che isolano i punti focali della propaganda e riportano al centro la Storia, nella sua orribile tragicità.

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20 Marzo 2017

Ragno rosso  di Marcin Koszalka. Con Filip Plawiak, Julia Kijowska, Malgorzata Foremniak, Marek Kalita, Wojciech Zielinski. durata 95 min. – Polonia, Slovacchia, Repubblica ceca 2015.

Due serial killer in un solo film in questo thriller con cui il documentarista polacco Marcin Koszalka esordisce nel lungometraggio di finzione,  ispirandosi in parte a fatti reali. Uno è un veterinario di mezza età; l’altro è Karol, giovane campione di tuffi affascinato dalle sue imprese criminali. Ci troviamo a Cracovia negli anni Sessanta: città fredda, brumosa e depressiva fotografata con lo squallore poetico caratteristico di certo cinema dell’Est Europa.

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27 marzo 2017

Saint Amour di Benoît Delépine, Gustave Kervern. Con Gérard Depardieu, Benoît Poelvoorde, Vincent Lacoste, Céline Sallette, Gustave Kervern. durata 99 min. – Francia, Belgio 2016.

Funziona bene la monumentale coppia. Gérard Depardieu e Benoit Poelvoorde, infatti, incarnano padre vedovo e figlio, allevatori di tori, che s’imbarcano da Parigi verso il Sud. Un breve tour de France senza meta, pieno di clamorose sbronze,  litigando, degustando, amando, ricordando, fino alla resa dei conti.

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3 aprile 2017

Film con Lucca Film Festival

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10 aprile 2017

“Roberto Assagioli, lo Scienziato dello Spirito” di Maria Erica Pacileo e Fernando Maraghini. Assagioli, in collaborazione con l’associazione Luccapsicosintesi

Saranno presenti gli autori del film e Andrea Bocconi, allievo di Assagioli.

E’ un film documentario ‘visionario’ dedicato alla vita e all’opera del medico psichiatra Assagioli, padre fondatore della ‘Psicosintesi’ (Venezia 1888 – Capolona 1974). Il film  è un’ opera originale strutturata su ‘scene e parole evocative’, su contributi autorevoli di personaggi che hanno conosciuto personalmente  Roberto Assagioli, formandosi con lui, o che della Psicosintesi hanno fatto una ragione di vita, una professione o un’azione dinamica di autoformazione.

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“Viaggi cinematografici” del Circolo del cinema di Lucca

FOTOCinema Centrale

Nonostante la penuria di film adeguati in circolazione  siamo contenti di presentare un ciclo attraente da molti punti di vista, che vi farà viaggiare nella storia e nella geografia dei luoghi, nel cinema e nelle grandi passioni. Ecco in Brasile una donna dolce e determinata; ecco in Francia una storia d’amore crudele e vitale; ecco lo scontro di due culture religiose nel Giappone del 1600; ecco la ferocia imprevedibile d’un attore nell’ambiente intellettuale iraniano; ecco  i musicisti della via della seta con Yo-Yo Ma che viaggiano  per creare armonia e condivisione tra le diverse musiche e culture; ecco  teatranti turbolenti lungo le strade solari nel sud della Francia ed infine Godard, Brigitte Bardot, il grande cinema restaurato. Buona visione!

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2 marzo 2017

Yo-Yo Ma e i musicisti della via della seta

di Morgan Neville. Con Yo-Yo Ma, Kinan Azmeh, Kayhan Kalhor, Cristina Pato, Wu Man . durata 96 min. – USA 2015.

E’ un film di grande fascino musicale; è un saggio umanista sull’importanza di preservare musica, lingua, cultura, per scambiarle e continuamente arricchirle; è un inno alla condivisione e connessione di corde che vibrano insieme; è un film teso a tal punto all’utopia che, per l’intensità con cui la (di)mostra rischia  quasi l’enfasi; è un film che si muove da Istanbul a Boston, da Teheran alla Spagna, dai campi profughi siriani alla Cina.

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9 marzo 2017

Aquarius di Kleber Mendonça Filho.

Con Sonia Braga, Maeve Jinkings, Irandhir Santos, Humberto Carrão, Fernando Teixeira. Durata 135 min. – Brasile 2016.

Continuiamo a festeggiare l’8 marzo con questo film che rappresenta una donna, interpretata magnificamente da Sonia Braga, che ne fa uno straordinario ritratto femminile. La protagonista è un critico musicale in pensione piacente e ancora desiderosa di far vivere corpo e sensi. La grandezza del film è nella determinazione e insieme nella lucidità con cui la donna difende il suo habitat, violentato da una società immobiliare corrotta e priva di scrupoli.

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16 marzo 2017

Dopo l’amore di Joachim Lafosse. Con Bérénice Bejo, Cédric Kahn, Marthe Keller, Jade Soentjens, Margaux Soentjens. durata 100 min. – Francia, Belgio 2016. –

Interpretato da Bérénice Béjo e Cédric Kahn, Dopo l’amore mette in scena con grande sottigliezza i dubbi, le paure e la vitalità di una coppia arrivata a fine corsa, sperimentando un linguaggio radicale. Un film  emozionante, che termina con un  finale aperto e all’aperto, che fa respirare ambiente e personaggi.

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23 marzo 2017

Silence  di Martin Scorsese con Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciarán Hinds, Issei Ogata.  USA, 2016, durata 161 minuti.

1633. Due giovani gesuiti rifiutano di credere che il loro maestro spirituale, Padre Ferreira, partito per il Giappone per convertire gli abitanti al cristianesimo, abbia  rinnegato la propria fede. E così partono alla sua ricerca…Film potente e  magmatico, incerto e perfetto, ideologico e poetico. Un film che ci riguarda perché la nostra civiltà è tuttora sospesa tra arcaismo e tecnologia, tra ipermodernità e ritorno del tribale.

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30 marzo 2017

Il Cliente di Asghar Farhadi. con Shahab Hosseini, Taraneh Alidoosti, Babak Karimi, Farid Sajadi Hosseini, Mina Sadati. durata 119 min. – Iran, Francia 2016.

Un film di straordinaria profondità nello scavo dei caratteri e di intenso spessore umano, che ti lega alla storia, che si fa sempre più incalzante,  in un crescendo di colpi di scena, che inchiodano  lo spettatore alla poltrona. Premiato per la sceneggiatura e per  l’interprete maschile a Cannes, è attualmente in corsa come miglior film straniero per l’Oscar. Assolutamente da vedere.

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6 Aprile 2017   LFF.

Sieranevada di Cristi Puiu.

Con Mimi Branescu, Bogdan Dumitrache, Mirela Apostu, Eugenia Bosânceanu, Ilona Brezoianu. 173 min. – Francia, Romania, Bosnia-Herzegovina 2016. –

Bucarest tre giorni dopo l’attacco a Charlie Hebdo a Parigi. Sono trascorsi quaranta giorni dalla morte di suo padre e il dottor Lary raggiunge i propri familiari per una cerimonia commemorativa in casa della madre. Tra i presenti emergono, sempre più evidenti, le tensioni. Per le Figaro:”Un trionfo di emozioni”.

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13 aprile 2017

Il disprezzo di  Jean-Luc Godard con Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance , Georgia Moll, Fritz Lang. Francia-Italia 1963-

Per la prima volta in sala un classico della nouvelle vague, all’epoca stravolto dalla produzione. Il romanzo di Moravia diviene il pretesto per uno dei film più lineari e narrativi di Godard, dove il paesaggio mediterraneo e marino offre un sontuoso contrasto alla volgarità del milieu cinematografico e all’amarezza della fine di una coppia.

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20 aprile 2017

Les Ogres di Léa Fehner. Con Adele Haenel, Marc Barbé, François Fehner, Marion Bouvarel, Inès Fehner, durata 138 min. – Francia 2016.

Una turbolenta tribù di artisti teatrali vanno di città in città nel sud della Francia mettendo in scena Cechov, mescolando lavoro, legami familiari, amori e amicizie con veemenza, scavalcando i confini tra finzione  e  vita reale. Vincitore alla Mostra di Pesaro,  Les Ogres è un film che cattura gli spettatori con il suo ritmo incessante, drammatico e allo stesso tempo solare.

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