“Bright Star” di Jane Campion

di Gianni Quilici

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Jane Campion ha avuto il coraggio di filmare una storia d’amore: quella tra John Keats, grande e squattrinato poeta romantico, morto di tisi nel 1821, a soli 25 anni, e Fanny Brawne, affascinante e volitiva ragazza di buona famiglia. Una storia d’amore complicata nella sua candida e sofferta purezza dalla società repressiva del tempo, che viene audacemente filtrata (anche) attraverso la poesia. Poesia come parola che entra nello schermo nel suo dirsi.

Questo rapporto amoroso è sospeso continuamente sul filo dell’estetismo. Perché ogni aspetto in Bright Star è accattivante: la bellezza dei due protagonisti, la loro ingenua, anticonformistica giovinezza, l’idillio di una natura resa impressionisticamente dalla fotografia di Greig Fraser, la cura estrema dei costumi (candidatura all’Oscar) e degli interni ottocenteschi, la musica aderente al sentimento della storia.

Jane Campion sfugge, tuttavia all’estetismo.

Primo: per una scrittura che rende efficacemente la forza dei caratteri, la determinazione di una vocazione irriducibile (di lui naturalmente, ma anche di lei pionieristicamente creatrice di moda) e di un reciproco riconoscersi, che attraversa molte delle fasi di un amore “platonico”: gli sguardi e i dialoghi conflittuali, la gelosia e gli abbracci, le attese e il dolore, il gioco e i baci, infine la disperazione insostenibile senza più orizzonti.

Secondo: per la bellezza delle immagini che vivono, anche metaforicamente, dentro la storia; per l’adesione musicale, che non va oltre le immagini stesse; per il montaggio calibrato, che spezza ciò che sarebbe scontato-compiaciuto; per l’accuratezza con cui viene ricostruita un’epoca nella sua mentalità e nelle sue condizioni sociali.

(Mi) ricorda vagamente Elvira Madigan di Bo Widerberg, senza però l’abbandono compiaciuto alla musica mozartiana e alle bellezza estenuante delle immagini.

Jane Campion aderisce senza identificarsi, interpreta senza giudicare, si fa regista romantica senza sentimentalismi. Essendo un film dove contano la storia e lo sviluppo delle psicologie, risente forse, a volte, di questa necessità o, se si vuole, di questa scelta, diventando intreccio, forse naturalismo.

Una, tra le diverse, sequenza da ricordare? Il funerale di lui nella solitudine di Piazza di Spagna: solenne e distaccato, sobrio e infine commovente.

Gli attori tutti di grande qualità: dai protagonisti esemplari (Ben Wishaw e Abbie Cornish) ai comprimari.

BRIGHT STAR

Regia Jane Campion

Sceneggiatura Jane Campion

Interpreti e personaggi

* Ben Whishaw: John Keats

* Abbie Cornish: Fanny Brawne

* Paul Schneider: Charles Armitage Brown

* Kerry Fox: Madre di Fanny

* Thomas Sangster: Samuel Brawne

* Jonathan Aris: Leigh Hunt

* Samuel Barnett: Joseph Severn

Fotografia Greig Fraser

Montaggio Alexandre de Franceschi

Musiche Mark Bradshaw

Costumi Janet Patterson

Paese Regno Unito/Francia

Anno 2009

Durata 119 min

“Storia di una donna amata e di un assassino gentile” di Luigi M. Faccini

di Gianni Quilici

AmataAssassinoEcco in estrema sintesi ciò che ritengo l’essenza profonda di questo film: “il tempo”. Ossia l’intreccio filmico tra i tempi della vita: passato, presente, futuro. Infatti: il passato qui non è archeologia, è storia. La storia non è altrove, lontana è qui ancora viva, pulsante, più che mai necessitante di un’interrogazione. Il presente è sempre attimo che non si ferma, presenza o assenza, attività, ma anche contemplazione, stupefazione, tempo che si scolpisce.

Il futuro, infine, è ora in un presente carico del passato che progetta, agisce, interloquisce.

Da qui la visione integrale è necessaria, pur essendo il film diviso in sette capitoli. Il ritratto di Marina Piperno non è puramente cronologico, né rettilineo. E’ anche ritorno alla Storia, la sua e quella di tutti, con cui “duellare”. E’ un ritratto di figura sensibile e pratica, determinata e poetica, con un volto che esprime la naturalezza del quotidiano, i silenzi contemplativi, la profondità del dolore. E’ un ritratto in divenire, indefinito con le sue zone d’ombra, con le sue ferite, con le sue proiezioni di felicità.

Il film è un atto d’amore di Luigi Faccini (assassino, ma al fondo gentile) a Marina Piperno. Un grande atto d’amore in sé (per averlo voluto, progettato e realizzato) e nei suoi risultati.

L’atto d’amore è nell’aver dato tutto lo spazio possibile a Marina, perché la storia non si contraesse, lasciando che il film e la figura della protagonista potessero emergere con i loro tempi, chiedendo a noi spettatori (altri) di metterci a fianco, di accompagnare il film anche nei momenti apparentemente più lenti.

L’atto d’amore è, infine, una scelta stilistica e poetica di regia, di Faccini.

Infatti, se è vero che il film è un dono di Faccini alla donna amata e a noi spettatori, è anche vero che accanto a Marina Piperno c’è l’ombra dell’assassino gentile: la sua voce diretta e autorevole che partecipa o domanda o s’inserisce, ma soprattutto vive con l’occhio della videocamera.

Ed infatti in questo ritratto (o ritratti) c’è cinema.

Prendiamo gli inserti di vita quotidiana con i suoi “animaletti”: il riccio, la cavalletta, il grillo, la lumaca, la farfalla. Sequenze splendide per le inquadrature in primissimo piano, che pienamente rilevano la loro fisicità nei dettagli più nascosti, per le parole che esprimono talvolta l’incanto che la visione ravvicinata suscita (“Guarda se non ha sembianze umane.. Sembra un acrobata…), per la presenza libera e incontrollata con cui i cani giocano o interagiscono. Non è semplicemente la bellezza degli attimi, è la bellezza di attimi creati, selezionati e scolpiti.

Prendiamo il materiale d’archivio, foto e filmati, utilizzati per intrecciare la vicenda della famiglia Piperno, ebrea, che dovrà, di fronte alle leggi razziali e ai rastrellamenti di fascisti e di nazisti scappare, fuggire…. Bastano le voci, per certi versi, terrificanti di Mussolini e di Hitler, le immagini di una folla che con queste si fonde, un montaggio ben calibrato per introdurci in quel clima di paranoico fanatismo e di crudeltà claustrofobica, troppe volte intravista per non correre il rischio della banalizzazione.

Anche per questo la visita ad Auschwitz diventa fondamentale: come cerniera tra un ieri che sempre ritorna in chi, da bambina, l’ha comunque vissuto, e l’oggi in cui le ombre lunghe del razzismo leghista questa atmosfera suggeriscono e che le parole nette scritte da Giorgio Bocca e lette da Marina Piperno benissimo esprimono. Faccini riesce a fondere il dolore muto del volto di Marina in sovraimpressione con i binari del treno che arrivano alla porta di Auschwitz, con il filo spinato, con le foto di uomini e bambini denudati di tutto, con i poveri oggetti rimasti. Tutto senza pietismi in una giornata azzurra di luce ed in una Cracovia percorsa da un turismo sobrio, con una fisarmonica trascinante ed un faccia a faccia dei due protagonisti, che si interrogano, scavano o cercano di scavare su cosa sia oggi la Shoah, la Memoria personale e quella collettiva.

Prendiamo infine le musiche di Oliviero Lacagnina e Riccardo Joshua Moretti, soprattutto ascoltiamo il bellissimo motivo dominante, che percorre il film nei suoi snodi principali, con la sua inquietante e malinconica mobilità.

Giusto, infine, che il futuro sia un film da fare, un film su Rudolf Jacobs, un tedesco, un tedesco partigiano, che combattè e morì per una scelta coraggiosa, la resistenza contro il nazi-fascismo. Una figura giovane, aperta, nobile, protesa verso… Giusta questa scelta, che scopre un set, il fiume Magra “ perfetto…da riprendere dall’alto in basso per evitare la presenza di macchine”…, che scopre la difficoltà di reperire fondi, che scopre, per caso, l’attore, Carlo Prussiani, d’una bellezza espressiva che bene si imparenta con la foto di Rudolf Jacobs. Giusta scelta, che chiude il film lasciandolo aperto, aperto ad un impegno, un impegno creativo, un impegno civile.

STORIA DI UNA DONNA AMATA
E DI UN ASSASSINO GENTILE DVD

Regia di Luigi M. Faccini. Montaggio: Sara Bonatti .
Musiche:
Oliviero Lacagnina, Riccardo Joshua Moretti .

Prodotto da Bubul & Co. per Ippogrifo Liguria.
Durata
:218’ – DVD.

Il testo fa parte del libro “L’amata  l’assassino. Malizia e innocenza del cinema” di Luigi Faccini

“La nostra vita” di Daniele Luchetti

di Maddalena Ferrari

bovaElio Germano, che insieme a Javier Bardem ha ottenuto la Palma d’oro come miglior attore protagonista, è austero e rigoroso, sul set come nella realtà, e fa dichiarazioni di modestia e di consapevolezza politica, che il TG1 si guarda bene dal farci sentire.

Nel film delinea un personaggio contraddittorio con lucidità, attenzione alle sfumature e senza compiacimenti, anche nei momenti di maggiore estroversione. Interpreta Claudio, un muratore che da capocantiere si improvvisa imprenditore, fra debiti, sfruttamento e lavoro nero.

Il cambiamento di prospettiva è dovuto al vuoto lasciato dalla perdita della moglie, con la quale aveva un rapporto fresco e intenso e che, morta di parto, gli lascia, oltre al neonato, altri due bambini.

La realtà sociale in cui il protagonista si muove è quella dei cantieri edili: scarsa sicurezza, precarietà, impiego di immigrati clandestini, tempi di lavoro sempre troppo stretti, appalti e subappalti per lo più poco trasparenti. E c’è chi, non si sa bene come, ha un incidente e muore…

La regia di Daniele Luchetti ha il merito di non indulgere al melodrammatico e al romanzato: con un taglio documentaristico, segue i personaggi e il loro vissuto con riprese molto ravvicinate, mosse e nervose.

Ma la sceneggiatura non convince: evitare l’intreccio lascia inevasi interrogativi che sorgono nello svolgimento della narrazione e crea non tanto ambiguità, quanto semplificazione, come nella narrazione di quel variegato mondo di amici e parenti non tutti specchiati, ma tanto generosi e vitali; o come nel finale, che rimane apparentemente aperto, ma in sostanza dà un esito consolatorio alle strette in cui il protagonista si è intrigato.

Si fa poi notare da più parti come il film eviti giudizi moralistici e metta in luce l’umanità dei personaggi, soprattutto, naturalmente, di Claudio. Anche questo però è un nodo irrisolto, perché, nella rappresentazione di una realtà complessa, occorre dare spessore alle sue diverse componenti, mentre se tutto ( il morto nel cantiere, l’omertà, il “salvare il salvabile”, i piccoli imprenditori che sono in realtà dei poveracci, redenti dai buoni sentimenti) entra in un calderone, dove diritti, torti, ingiustizie, prevaricazioni, aperture e generosità sono sullo stesso piano, allora si ha la netta impressione che a prevalere sia la volontà di compiacere il pubblico: è la vita di tutti, la nostra vita; nessuno è “colpevole” e nessuno è perfetto.


LA NOSTRA VITA

Regia: Daniele Luchetti

con

Elio Germano, Isabella Ragonese, Raoul Bova, Stefania Montorsi, Luca Zingaretti, Giorgio Colangeli, Alina Madalina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly, Emiliano Campagnola…

soggetto: Daniele Luchetti, Sandro Petraglia, Stefano Rulli

sceneggiatura: Daniele Luchetti, Sandro Petraglia, Stefano Rulli

musiche: Franco Piersanti

montaggio: Mirco Garrone

costumi: Maria Rita Barbera

scenografia: Giancarlo Basili

fotografia: Claudio Collepiccolo

suono: Bruno Pupparo

casting: Gianni Costantino

aiuto regista: Gianni Costantino

Paese: Italia/Francia 2010

“Faro” di Vincenzo Totaro


di Gordiano Lupi – www.infol.it/lupi -

vincenzo_totarofaroIl nuovo cinema italiano con ambizioni autorali spesso si scontra con la mancanza di soggetti e sceneggiature che reggano la durata di un lungometraggio. È questo il caso di Faro, pellicola girata nella suggestiva cornice delle Isole Tremiti con buona perizia tecnica e grande cura scenografica, ma povera di idee.

Il film racchiude il suo senso più profondo nelle prime parole della protagonista che seduta su uno scoglio di un’isola frastagliata dalle onde sussurra: “Voglio portarvi in un posto che vi costringerà a camminare scalzi e ad ascoltare le parole che non vi dico”.

Il regista dichiara i suoi intenti nella quarta di copertina del dvd: “Tre isole interrompono la vastità del mare. Tre sorelle spezzano la quotidianità delle proprie vite. Un faro manda i bagliori di esistenze intermittenti. Si possono ascoltare le parole non dette? Si può parlare fino a perdere l’amore? Si può amare fino a smarrire la vita?”. La visione del film non risponde agli interrogativi, ma lascia lo spettatore in bilico tra realtà e fantasia, tra problemi insoluti e rapporti difficili tra i protagonisti. “Qui è casa”, dice Lia, intenzionata a restare sull’isola per scavare a fondo nei suoi sentimenti, aiutata da un alter ego che la tormenta e alle apparizioni fantastiche di un monaco di mare. Le sorelle e il marito non sono della stessa opinione, ma la assecondano, tra sospetti di tradimenti e di follia che fanno capolino nei lunghi piani sequenza.

La fotografia è stupenda. Antonio Universi ha fatto un gran lavoro immortalando boschi, gatti, mare, scogliere, tramonti, albe e tutto quanto si poteva fissare su pellicola in un’isola meravigliosa. Buona anche la regia di Vincenzo Totaro, che poteva procedere a un montaggio più serrato e a una più attenta direzione degli attori, ma non si può pretendere troppo. Sono interessanti alcune parti fantastiche, come i sogni del marito, le tre donne in altalena, il monaco di mare, l’alter ego di Lia che massacra l’intera famiglia e alcune sequenze oniriche che sfociano in dissolvenze. I dialoghi e la recitazione a volte lasciano a desiderare, la comprensione del testo pure e la sceneggiatura non è esente da pecche. La colonna sonora è ottima, così come sono ben fatte le scenografie e i costumi, ma la parte migliore della pellicola resta il racconto per immagini evocative. Il regista indaga sul rapporto uomo – donna, analizza la relazione di coppia, i pensieri intimi e i contrasti caratteriali. “Ti amo perché siamo diversi”, “Vorrei una donna per avere una donna”, “Non voglio cadere nell’idea dell’amore”. Vediamo la donna che cerca se stessa a contatto con la natura, nella solitudine dell’isola. I temi fondamentali della pellicola sono la crisi della coppia, l’incomunicabilità e la provvisorietà dei sentimenti, la ricerca interiore e in certa misura anche l’analisi della follia e delle pulsioni più intime. La pellicola è molto teatrale, spesso ricorda – facendo le debite proporzioni – L’avventura (1960) di Michelangelo Antonioni, sicuro punto di riferimento per gli autori, ma anche il teatro di Becket e di Jonesco. Il difetto maggiore è che il film procede in maniera lenta e macchinosa, perché non accade niente per intere sequenze. Il regista comunque ci sa fare, ha un taglio documentaristico e merita un incoraggiamento, perché tecnicamente il film è ben girato.

Regia: Vincenzo Totaro. Soggetto e Sceneggiatura: Vincenzo Totaro, Antonio Universi e Teresa La Scala. Colonna sonora: Donato Raele. Canzoni: Celestino Telera. Fotografia: Antonio Universi. Truco e costumi: Maria Pia Castigliego. Suono in presa diretta: Giannino De Filippo. Montaggio: Vincenzo Totaro e Luisa Totaro. Produzione: Epok Studios Sartorius Film. Durata: 60’. www.epokstudios.it. Interpreti: Maria Pia Castigliego, Sabrina Caterino, Giannino De Filippo, Antonio Del Nobile, Teresa La Scala e Giuseppe Milonia.

“Copia Conforme” di Abbas Kiarostami

di Gianni Quilici

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Dopo metà film ho pensato: “E’ un film libero”, uno di quei film (si pensi anche a certo Rohmer), in cui ciò che è filmato, e come, non ha la necessità dell’intreccio, ma (ha) il flusso di una vita selezionata al punto di essere così viva e significativa, da risultare sorprendente.

Vediamo all’inizio il pubblico, in attesa per un incontro, annoiato e distratto; l’organizzatore che annuncia al microfono che l’autore sta arrivando; quando eccolo, infatti, alto-capelli argentati, entrare tra timidi applausi ed iniziare a parlare scusandosi; intanto entra una bella donna elegante e sicura di sé con un ragazzino annoiato e mal disposto. Lo studioso racconta in modo seducente, la donna un po’ lo ascolta, un po’ parla con il vicino, un po’ fa dei segni al ragazzino…

Ci sarà poi un viaggio in macchina della donna, una gallerista francese trasferitasi in Toscana, con il critico d’arte. Meta: Lucignano, cittadina del sud toscano. I due parlano dell’oggetto del libro presentato, che accompagnerà come filo filosofico l’intera pellicola: il rapporto, cioè, tra un’opera originale e la sua copia; ma anche di aspetti della vita di lei. La macchina da presa su di loro ne sottolinea, nel viaggio, i mutamenti di luce come di umore. La donna (Juliette Binoche), seduttivamente aggressiva, ci offre, inquadrata in primo piano, una serie magnifica di espressioni; mentre l’uomo (William Shimell), più sulla difensiva, rilancia. Tutto vivo, tutto mobile, carico di promesse così come l’incontro con la mediovalità di Lucignano con il via vai di sposalizi portafortuna e con un museo che custodisce un ritratto femminile ritenuto per molto tempo autentico, ma poi rivelatosi una copia.

E’ in un caffè che il film cambia di colpo. La proprietaria, una donna del popolo, semplice e schietta, scambia i due per marito e moglie. Lei sta al gioco, lui pure. Quello che appare un gioco, sembra invece diventare realtà. Quei due che parevano essersi conosciuti appena, sembrano essere, invece, marito e moglie da 15 anni. Nel frattempo il tempo ha cambiato i loro rapporti. Erano felici ora sono in crisi. Improvvisamente un altro film. Due film in uno. Così sembra almeno.

Qual è la verità? Non si sa. L’interrogativo non viene sciolto. Per la verità ho trovato una recensione molto analitica ed interessante di Stefano Santoli su Filmscoop , che individua dei segni, che dimostrano che tra i due viveva da subito un’implicita intesa… Importante questo? Non credo.

Le domande che mi sono posto sono due.

La prima: c’è un “discorso filosofico e-o esistenziale” che connette le due fasi? Esiste un rapporto tra il tema “prodotto originale e copia” e la loro vicenda? E qual è, invece, il rapporto tra le coppie felici che in quel presente si stanno sposando a Lucignano e il loro matrimonio, allora felici, entrato nel tempo in crisi?

La sensazione, ad una prima lettura, è che un grande regista come Abbas Kiarostami, per una volta, non abbia avuto né la forza di pensiero, né quella psicologica di motivare e quindi miscelare efficacemente questo salto narrativo, che risulta, invece, giustapposto.

La seconda, e più decisiva, domanda: considerando pure questa seconda parte della pellicola un secondo film, ha la forza di “reggere in sè” come invece mi pare l’abbia magnificamente la prima parte? Mi pare che non l’abbia. La crisi della coppia, cioè i dissapori e i malumori, le nostalgie e le dimenticanze… in una parola la qualità dei contrasti è vista e ri-vista, non ha lo scatto della re-invenzione. Si potrebbe dire che la stanchezza della coppia è anche stanchezza della rappresentazione. Se pure fosse vera quella stanchezza come quella bellezza del tempo scandito dalla campana, essa non ci comprende, perché non si allarga, rimane privata, appartiene a loro due.

Copia conforme (Copie conforme)
Regia: Abbas Kiarostami
Sceneggiatura: Abbas Kiarostami
Fotografia: Luca Bigazzi
Interpreti: Juliette Binoche, William Shimell, Jean-Claude Carrière, Agathe Natanson, Gianna Giachetti, Adrian Moore, Angelo Barbagallo, Andrea Laurenzi, Filippo Trojano, Manuela Balsimelli
Nazionalità: Francia – Italia, 2010
Durata: 106 minuti

“I gatti persiani” di Bahman Ghobadi

di Maddalena Ferrari

gattipersianiGirato in 17 giorni clandestinamente. Come? Lo racconta lo stesso Ghobadi: “Durante le riprese ero molto preoccupato, non avevamo alcun permesso. Dovevamo girare le scene molto in fretta, in modo che la polizia non ci scoprisse. Sono invecchiato 17 mesi in quei 17 giorni! Abbiamo lavorato davvero in condizioni terribili!”

Il film segue, infatti, le vicende di due studenti, un ragazzo e una ragazza, alla ricerca di una band e della libertà, in qualche parte nel mondo fuori dal loro Paese. Li accompagna un tipo vitalissimo, che sembra conoscere tutti, risolvere qualsiasi problema.

Attraverso il loro viaggio scopriamo un Iran, ma soprattutto una Teheran underground, brulicanti di musica, movimento, colori, trasgressioni e soprattutto di giovani liberi, in una società e in uno stato carcerari. Pur non perdendo mai il filo narrativo, Ghobadi non rinuncia ad aprire rapidi squarci documentaristici quasi visionari sulla realtà; ma l’asse portante del film sono le canzoni, sulle quali il regista costruisce veri e propri videoclip, con il loro particolare linguaggio e ritmo. Canzoni qualitativamente e sorprendentemente “alte” e travolgenti, che attraversano molti generi: “indie rock”, rap, jazz, senza contare un gruppo folk, con la sua musica tradizionale e tre ballerini affascinanti e misteriosi nelle loro movenze.

Il regista narra la storia di una sconfitta: la macchina poliziesca e repressiva del regime riesce a mandare in frantumi il sogno dei ragazzi.

Ma ciò non toglie a Ghobadi e a quei giovani, che sono i protagonisti del film, l’energia, la voglia di vivere, l’ironia e l’autoironia ( l’autore, presente nella narrazione come personaggio, si autodefinisce “quel poveraccio di regista” ).

E’ questa la ragione profonda, racconta il regista curdo, per cui ha realizzato questo film: “...ho voluto mostrare una briciola della cultura underground iraniana, poiché essa non è soltanto musica, ma anche arte, poesia, letteratura: c’è una grandissima produzione artistica tenuta nascosta che aspetta soltanto di poter uscire fuori un giorno. Ho tenuto i diritti del film in Iran per me e ho permesso che fosse distribuito gratuitamente per le strade, in questo modo tantissimi giovani hanno potuto vedere qual è la situazione nel nostro paese e ne sono rimasti molto turbati, e come loro tantissime altre persone che sto incontrando in questi mesi in giro per il mondo...”

I GATTI PERSIANI (Tit. origin. Kasi az gorbehaye irani khabar nadareh)

di Bahman Ghobadi

con Ashkan Koshanejad, Negar Shaghaghi.

Sceneggiatura: Bahman Ghobadi , Hossein M. Abkenar , Roxana Saberi

Fotografia: Turaj Aslani

Montaggio: Hayedeh Safiyari

Anno: 2009

Nazione: Iran

Durata: 101 min

“The Road” di John Hillcoat

di Francesco Giani

the-roadAlla notizia che The Road, ultima fatica del regista John Hillcoat (da noi praticamente uno sconosciuto, ma autore di alcune perle tra cui il western postmoderno The proposition) non sarebbe giunto sui nostri schermi causa tematiche troppo “tristi e deprimenti”, un forte senso di sconforto ci ha colto alla sprovvista. Pare che adesso qualcuno decida per noi se al cinema sia il caso o meno di rattristarci. Questo ha il sapore della presa per i fondelli, a dir poco. Per fortuna, si vocifera che sia in dirittura di arrivo; meglio tardi che mai.

In ogni caso, l’origine di questo apocalittico spaccato su di un umanità estinta da una catastrofe non ben precisata, è il capolavoro letterario (uno dei tanti) di Cormac McCarthy, dal titolo omonimo. premio Pulitzer 2007, nelle mani di un regista visionario e sanguigno come Hillcoat si poteva quasi scommettere sul risultato.

La sfida è infatti vinta; se il libro mantiene forse una complessità ed un’ambiguità maggiore, si deve comunque rendere merito al regista di essere riuscito a restituire con una potenza d’urto scardinante ciò che la carta evocava con altrettanta forza. Il mondo di The Road avvolge lo spettatore, lo serra in una morsa stretta e lo trascina lungo l’intero tragitto che padre e figlio, scampati miracolosamente alla lenta fine del genere umano e animale, intraprenderanno per giungere a sud verso il mare e sfuggire alla morsa gelida dell’inverno. Ciò che più colpisce in quest’ opera dal linguaggio classico è la capacità di assorbire una grande quantità di umori e tradizioni letterarie e cinematografiche per riversarle in quasi 2 ore di palpitante spettacolo visivo, teso tra le splendide scenografie minacciose ed una fotografia che esalta la profondità di campo ed il dettaglio visivo.

Uno spettacolo limpido ma non patinato, a cui Viggo Mortensen presta una fisicità sofferta davvero ammirevole, da grande interprete. Nel solco della tradizione dei film post-apocalittici, quello di Hillcoat giunge in punta di piedi, giocando spesso per sottrazione, evitando le trappole della retorica e sferrando qualche colpo basso allo spettatore, senza mai mostrare troppo. E la (poca) umanità che solca i tracciati bruciati dal tempo si trascina carica di un’esasperazione mostruosa, figlia di stenti e privazioni; un’umanità il cui lato feroce e istintivo ha preso da tempo il sopravvento su ogni possibile giudizio morale. Questo vale anche per il protagonista, “buono” per antonomasia (come cercherà di ripetere più volte al figlio, “noi siamo i buoni”) eppur carico di una diffidenza che lo porterà a compiere atti disumani senza (quasi) provare rimorso. La voce della coscienza resterà proprio quella del piccolo (non conosceremo mai il suo nome, né quello del padre), anima ancora non corrotta dalla necessità di sopravvivenza, unico personaggio a sembrare veramente indifeso ed invece chiave di volta dell’intera vicenda. La speranza, lungo la strada, passerà attraverso lui, che si rivelerà essere anche la vera guida verso un futuro di (almeno remota) speranza.

The Road rinnova anche la collaborazione tra il regista John Hillcoat ed il songwriter americano Nick Cave, autore in passato anche della sceneggiatura per 2 film di Hillcoat (The proposition e Ghost of the civil dead, dove si presentava anche in veste di attore). Insieme a Warren Ellis, Cave firma una partitura intensa ma mai soverchiante, subordinata ai toni desertici della narrazione; un vero piacere per le orecchie.

Da vedere, assolutamente; aspettatelo in sala o scovatelo, ma non perdetelo. Ne vale la pena.

THE ROAD

Directed by John Hillcoat
Written by Joe Penhall (screenplay)
Cormac McCarthy (book)
Starring Viggo Mortensen
Kodi Smit-McPhee
Michael K. Williams
Robert Duvall
Guy Pearce
and Charlize Theron
Music by Nick Cave
Warren Ellis
U.S.A.
Durata 111 minuti

“Perdona e dimentica” di Todd Solondz

di Paolo Fragomeni

Esiste un’America la cui mostruLife During Wartimeosità del quotidiano è assai lontana dall’immagine che il cinema main stream è solito proporci. È un paese che Todd Solondz ha già dimostrato di saper fotografare in maniera cinica e sarcastica – stiamo parlando del regista di Fuga dalla scuola media – senza accondiscendenze, con quel suo humour nero e quel suo stile personale fatto di dialoghi taglienti e di immagini perfette dietro le quali si cela tutt’altro che una realtà idilliaca.

Con Perdona e dimentica – la cui uscita nelle sale italiane è la prima mondiale – uno dei registi americani indipendenti più originali torna a raccontarci, a dieci anni di distanza da Happiness, le vite disastrate dei membri della famiglia Jordan. Gli attori, rispetto al film precedente, sono completamente differenti – tra gli altri, Shirley Henderson, Ciarán Hinds e una fantastica Charlotte Rampling che non ha paura di mostrare i segni dell’età – ma i personaggi sono sempre gli stessi e, nonostante sia passato tanto tempo, le tre sorelle Jordan sono ancora vittime delle loro insoddisfazioni e dei loro drammi personali, costrette a confrontarsi con un passato che non vuole dar loro tregua. Joy ha sposato Allen, il molestatore telefonico, convinta che fosse finalmente cambiato, ma continua ad essere tormentata dal fantasma di Andy, l’ex fidanzato morto suicida. Trish, dopo essere scappata dal marito pedofilo, è alla ricerca di un nuovo compagno che la soddisfi anche dal punto di vista sessuale, mentre deve spiegare al figlio Timmy che suo padre non è morto come gli era stato fatto credere. Helen, nonostante abbia raggiunto il successo come sceneggiatrice di Hollywood, soffre ancora di solitudine. Attorno a loro, infine, troviamo una serie di individui anch’essi intrappolati nelle proprie psicosi – esilarante il personaggio di Mark, ragazzo socialmente isolato e ossessionato dall’imminente dominio economico della Cina.

Ormai quella mera illusione di felicità, a cui i protagonisti del film precedente vivevano aggrappati, è del tutto scomparsa. Ciò che resta sono solo le macerie di una tragica realtà, proprio come in tempo di guerra – Life During Wartime è il titolo originale del film.

Ovviamente, trattandosi di un film di Solondz, tutto ciò diviene materia per una black comedy terribilmente divertente che suscita risate amare. Con il suo inconfondibile umorismo amaro e dissacrante, infatti, il regista americano torna a mettere in scena quel modello di società che sta andando in frantumi – a cominciare dalla famiglia come valore primario e inattaccabile – e lo fa in una maniera che il cinema raramente adotta. Quella che ne viene fuori è un’immagine grottesca e spietata della società americana ma anche, per riflesso, di tutti noi. Scene tragiche ma esilaranti, con dialoghi al limite dell’assurdo – come quello in cui Trish racconta al figlio di dodici anni come si sia «bagnata» per la sola carezza di un uomo e poi si sia «asciugata con un fazzoletto».

Se in un primo momento può sembrare di essere vittime di una sorta di déjà vu – formidabile la scena iniziale, “remake” di quella di Happines – come se ci si trovasse di fronte a qualcosa di già visto, ma anche di già vissuto, in realtà Perdona e dimentica prende avvio esattamente da dove Happiness era giunto – ma senza per questo impedirne la visione a chi non ha visto il film precedente. Se i personaggi sono gli stessi, con le loro psicologie devastate e devastanti, la realtà attorno a loro, dopo dieci anni, è ovviamente mutata. Dal verdissimo New Jersey all’assolatissima California, passando per la Florida, i protagonisti hanno tentato di cambiare vita, lasciandosi alle spalle i propri drammi familiari anche grazie al Prozac – che Trish somministra alla figlia piccola. Peccato però che il passato, che si presenta nelle vesti di un fantasma così come in quelle di un pedofilo uscito di prigione, continui a perseguitarci. Con esso, prima o poi, bisogna necessariamente confrontarsi. Decidere se riappacificarsi con gli altri e con se stessi, oppure cercare di cancellare tutto. Perdonare o dimenticare. Possibile fare entrambe le cose? Solondz, caustico come sempre, ci racconta ancora una volta il lato tragico delle nostre vite e ci pone interrogativi profondi.

Perdona e dimentica (Life During Wartime)

di Todd Solondz

con Shirley Henderson, Ciarán Hinds, Allison Janney, Michael Lerner, Chris Marquette, Rich Pecci, Charlotte Rampling, Paul Reubens, Ally Sheedy, Dylan Riley Snyder, Renée Taylor, Michael K. Williams.

Sceneggiatura: Todd Solondz

Fotografia: Edward Lachman

USA 2009

Durata: 96 min.

“Draquila – L’Italia che trema” di Sabina Guzzanti

di Gianni Quilici

draquila_wPisa. Alla fine della (normale) proiezione è scattato l’applauso. Draquila, infatti, cattura emotivamente e intellettualmente. L’applauso non è tanto un “riconoscersi”, è un “riconoscere” ed una “riconoscenza” per Sabina Guzzanti, autrice, voce fuori campo e, con molta misura, anche interprete.

Prima osservazione: non è un film parodistico, che ci si poteva aspettare dal particolare talento della Guzzanti. Draquila è un’inchiesta sul terremoto dell’Aquila, sulla sua gestione politica, mediatica e sociale. L’applauso scatta dalla lucidità con cui la regista rappresenta il disegno complessivo di Silvio Berlusconi e dello strumento principale utilizzato, la Protezione civile e l’uomo-eroe Guido Bertolaso.

Seconda osservazione: non è un film di propaganda, perché Sabina Guzzanti riesce a fondere bene i numerosi tasselli di questo disegno, in un mosaico, che ha dentro di sé i fatti e le risposte alle domande che i fatti stessi suggeriscono.

Terza osservazione: si capisce la reazione del centro-destra, considerando la sua strategia mediatica di “inquisire” chiunque osi criticare. Bondi ha dichiarato, infatti, che non andrà a Cannes, dove il film è stato invitato, perché “offende la verità e l’intero popolo italiano” e il ministro del Turismo Micaela Brambilla ha usato toni ancora più accesi: “Mi riservo di dare mandato all’avvocatura dello Stato per i danni che queste immagini potrebbero arrecare al nostro Paese. Queste immagini mi indignano e mi offendono ancor prima come cittadino che come ministro. E’ ora di finirla di gettare discredito sul nostro Paese. La sinistra da mesi critica e cerca di buttare fango sulla nostra Italia”.

aquilaQuarta osservazione: dopo aver visto “Draquila”, però, è fin troppo facile rispondere che chi infanga l’Italia non è certo il film, ma al contrario ciò che il film documenta: una colpevole mancata prevenzione quando eravamo in presenza di forti segnali sismici; una spettacolare e continua messa in scena mediatica della presenza salvifica del cavaliere, proprio nel momento in cui la popolarità dello stesso era visibilmente in discesa; una new town realizzata fuori da ogni controllo, costruita in barba all’economia, lontana dal contesto sociale e culturale della comunità d’origine; nessun intervento nel centro storico, rimasto tale e quale ed invece militarizzazione dello stesso centro e della vita delle tendopoli; una dispersione lungo la costa di una popolazione cittadina, lasciata a se stessa nella solitudine; il progetto, infine, saltato sul filo di lana, di privatizzare la Protezione civile, strumento dotato di poteri non soggetto a controllo della legge. Di contro la rabbia e la rivolta contro l’orrore delle intercettazioni telefoniche o la lucida determinazione del professore Colapietro, che ha deciso di ri-abitare nel centro storico dell’Aquila, ristrutturando con qualche muratore e qualche euro la sua casa e ritornando alla sua vita di studioso.

Quinta osservazione: è un’inchiesta realizzata con il linguaggio del cinema: un montaggio veloce, ma senza schematismi, che mescola materiale di repertorio televisivo e cinematografico con tabelle animate divertenti, attingendo anche alla vignettistica, facendo interviste a vasto raggio (anche a chi “adora” Berlusconi) e riprese dal vivo di quei giorni.

Ci sono sequenze divertenti: l’arrivo di Sabina-Berlusconi all’Aquila, i lapsus storici di Dell’utri ( “essendo io un mafioso”) e di Berlusconi (“ho speso x milioni di euro per pagare consulenti e giudici), la vecchina che si rifiuta di essere mandata all’ospizio e risponde ai dirigenti della Protezione Civile: “ Mandace mammeta”

Il film termina con le parole di un aquilano verace, che forse rispecchia anche l’idea del futuro di Sabina Guzzanti: “La grande illusione è che ciò che è vuoto e che è fasullo non possa durare. Non è vero. Dura”. Contro questa possibilità Sabina Guzzanti cerca comunque di fare aprire bene gli occhi.

Draquila – L’Italia che trema

di Sabina Guzzanti

con Sabina Guzzanti

Documentario.

Italia 2010.

Durata: 93 minuti

DVD. “Tutte le donne di un uomo da nulla” di Roger Fratter

di Gordiano Lupi [www.infol.it/lupi]

tutteTutte le donne di un uomo da nulla è l’ultimo film di Roger Fratter, uscito da pochi giorni in dvd per l’etichetta Beat Records Company.

Vediamo in sintesi la trama. Paolo è sposato con Lorenza, una donna ricca che lo mantiene ma non lo stima, anzi lo umilia continuamente e lo fa sentire inutile. La coppia non riesce ad avere un accettabile rapporto sessuale, tra l’uomo e la donna non esiste dialogo ma un quotidiano monotono e privo di sentimenti. Paolo perde una partita a poker con Donato, ma non chiede i soldi per pagare il debito alla moglie e per guadagnare accetta un inconsueto incarico da fotografo: trovare un volto nuovo per un reality. Paolo è umiliato dalla moglie che lo prende a sberle e lo minaccia, ma anche dalla giovane e provocante Cleta – fidanzata di Donato – che prima lo eccita sessualmente e poi gli sputa in faccia. Paolo trova conforto in un’amica psicologa che conduce un noto programma televisivo e si presta a fare da confidente, ma anche in un vecchio mito erotico: l’attrice quarantenne Lorella Lojacono. Il cammino di Paolo è contornato da figure femminili: una bellissima studentessa si presta per il servizio fotografico come candidata al reality e l’uomo pare cedere a una sorta di infatuazione. La moglie prende la palla al balzo per fare una scenata di gelosia e per ricondurre il marito sotto la sua ala protettrice. Il finale vede la ribellione dell’uomo da nulla che reagisce alle umiliazioni, scopa con la psicologa, paga il debito, sputa in faccia a Donato e alla sua fidanzata, quindi ottiene la stima della moglie possedendola con forza e tirando fuori gli attributi.

Roger Fratter è un regista che segue l’insegnamento di Aristide Massaccesi, perché in questo film fa quasi tutto da solo: soggetto, sceneggiatura, montaggio, regia e ricopre persino il ruolo di attore protagonista. In questo supera il maestro che al massimo si è limitato a brevi cammei. Il montaggio fa parte della regia, sostiene Fratter, ma lo diceva già Fellini, ed è giusto che il regista se ne occupi in prima persona se vuole conferire all’opera un’impronta d’autore.

Tutte le donne di un uomo da nulla è cinema d’autore senza ombra di dubbio, il tipo di pellicola che da un regista nato con l’horror intriso di citazioni e con il thriller ispirato al vecchio cinema di genere non ti aspetteresti. Fratter ama spiazzare: quando tutti facevano cinema d’autore, lui girava horror, mentre adesso che si parla di una probabile rinascita dell’horror italiano, lui si dedica al cinema impegnato.

La pellicola gode di un’ottima colonna sonora a metà strada tra il romantico e la tecno, curata da Massimo Numa e Valerio Ragazzini, ma pure di una bella fotografia bergamasca, curata da Franco Valtellina, tra la città vecchia e un suggestivo paesaggio lacustre.

Il tema centrale del lavoro è lo studio della figura femminile, che affascina da sempre Fratter, sia per scandagliare il suo animo misterioso che per scavare la psicologia e approfondire il rapporto con l’uomo.

Il regista mette la sua faccia in primo piano per interpretare un uomo da nulla, un inetto in balia delle donne, umiliato, mantenuto, deriso, uno che “come al solito deve essere salvato da una donna”. Il nome del protagonista – Paolo Nulla – è tutto un programma ed è simbolico quanto basta per mettere il detto sulla piaga: la debolezza dell’uomo che ha abdicato al ruolo maschile, lasciando la donna padrona del campo. Paolo è un perdente nato, un uomo inutile, comandato a bacchetta da donne mantidi che conducono il gioco in maniera perversa ed esasperante. L’uomo senza qualità di Robert Musil crediamo che sia il riferimento letterario più vicino al personaggio, anche se lo scopo del regista è criticare la società contemporanea. Fratter affronta il tema dell’incomunicabilità nella coppia, critica l’onnipresenza televisiva nella nostra vita e mette alla berlina i comportamenti maschili remissivi. Pure il tema della coppia, quasi sempre composta da un incube e da un succube, è molto approfondito. Tutte le donne di un uomo da nulla è un erotico psicologico perverso e patinato come li girava Joe D’Amato ai tempi di Lussuria e di Voglia di guardare. Alcune sequenze erotiche sul divano mi hanno ricordato La seduzione di Fernando di Leo con la bellissima Jenny Tamburi immortalata in pose provocanti.

Fratter usa la consueta tecnica di softizzare l’hard che abbiamo già notato in altre pellicole e che era prerogativa di Joe D’Amato. In certe sequenze sembra di assistere a un porno tagliato e siamo portati a credere che esista una versione più spinta del solito prodotto.

In ogni caso le sequenze erotiche sono ben girate e sono molto credibili, pure per merito delle belle attrici femminili. Luana Borgia è una presenza simbolo per citare il vecchio cinema hard, anche se interpreta un’attrice di fiction quarantenne che avrebbe girato un improbabile L’ultimo sapore della terra (l’allusione a L’ultimo sapore dell’aria di Ruggero Deodato è voluta?).

Roger Fratter inserisce sequenze voyeuristiche che ricordano ancora una volta il cinema di Joe D’Amato, realizzando l’immedesimazione dello spettatore nel personaggio. Vengono inquadrati in primissimo piano gli occhi di Paolo (alla Sergio Leone) che scrutano nell’obiettivo le grazie acerbe di una bella studentessa da fotografare.

Pure le parti oniriche sono interessanti a livello di puro cinema erotico, perché la bella attrice quarantenne tormenta i sogni dell’uomo da nulla che sogna di vederla nuda e di fare l’amore. La realtà non ha niente a che vedere con i sogni perché le umiliazioni si susseguono a ritmo frenetico, fino a portare Paolo alla convinzione di non valere niente. La studentessa sembra aprire un varco di luce nella sua triste vita e il regista insiste nel backstage fotografico che immortala la bellezza della ragazzina in pose provocanti. Per contrasto subito dopo vediamo sequenze bollenti con protagonista Luana Borgia, eccitante ex pornostar ancora molto bella, ma non più giovanissima.

Il finale è molto simbolico. L’uomo da nulla ha uno scatto di orgoglio e dopo aver fatto l’amore con l’amica psicologa trova il coraggio per ribellarsi ai suoi aguzzini. Non teme la moglie e le sue sfuriate, ma la possiede selvaggiamente in un amplesso furioso, finalmente tira fuori gli attributi e da succube si trasforma in uomo forte.

Amore, è così che ti preferisco”, mormora la donna soddisfatta.

Pare chiaro il pensiero di Fratter: perché le cose funzionino a dovere nella coppia, l’uomo deve ritrovare il suo ruolo, mostrare decisione e determinazione; nella compagna non deve cercare una madre protettiva, ma un’amante. La pellicola è un erotico psicologico, a tratti perverso, che indaga le dinamiche di coppia, persino il sadomasochismo latente, per concludere che per avere un buon feeling erotico e una stabilità di coppia i ruoli devono essere definiti e l’uomo deve tornare a saper portare i pantaloni. A parte qualche pecca nella recitazione dei ruoli minori, la pellicola scorre piacevolmente, non è mai didascalica, ma trasmette il messaggio per immagini. Da vedere.

Roger Fratter ci ha detto: “Non ho voluto fare un film erotico e credo non lo sia perché i nudi sono veramente pochi e nemmeno lontanamente paragonabili a quelli dei miei precedenti film. Non era mia intenzione girare un film maschilista: le donne non sono tutte negative e comunque il mio messaggio non era quello di dire che vanno prese con la forza. I due personaggi femminili positivi – la ragazzina e la psicologa – sono donne compiute e niente affatto remissive, la prima rappresenta la purezza mentre la seconda è una donna in carriera tutta d’un pezzo (infatti è lei che domina nella scena sessuale). Gli uomini sono come sempre i peggiori. Paolo è veramente un perdente totalmente passivo, la moglie lo ama e non vuole fare altro che riaverlo come un tempo. In fondo la scena finale, a parte l’inizio, non è uno stupro. Diciamo che la presa di coscienza di Paolo Nulla è dovuta soltanto a un caso”.

Tutte le donne di un uomo da nulla

Beat Records Company – Roma

di Roger Fratter

Regia – Soggetto – Sceneggiatura – Montaggio: Roger Fratter.

Direttore della fotografia: Franco Valtellina.

Musiche: Massimo Numa e Valerio Ragazzini.

Interpreti: Margherita Di Sarno, Roger A. Fratter, Claudia Vismara, Alessandra Di Lorenzo, Luana Borgia, William Carrera e Viviana Bonazzi.

Italia 2010.

Durata: 98 minuti circa.