“Dal Lido alle sale: i film italiani come meteore”

hannah-pallaoro_gallery1majakovskij cinema e…cinema (rubrica a cura di mimmo mastrangelo)

All’ultimo Festival di Venezia sono stati presentati nelle varie sezioni  un discreto numero di film italiani. Una buona cosa, indubbiamente, un’ infornata così non si vedeva da anni. Solamente che una volta calato il sipario sulla kermesse lagunare le pellicole nostrane rimarranno quasi del tutto invisibili. A parte quelli di Virzì e dei Manetti Bros  che si promuoveranno da sé,  diversi film non hanno al momento una distribuzione, mentre altri,  in contemporanea a Venezia, sono entrati sì in delle sale della Penisola, ma come delle meteore. Passaggio lampo e oscuramento…

“Jim Jarmush: un poeta con la cinepresa” a cura del circolo del cinema di Lucca

indexSan Micheletto, Lucca, ore 21.30

RICORDANDO JEANNE MOREAU

Magnifica attrice, la voce inimitabile e roca anche di sigarette,  e una bellezza «difficile da inquadrare» l’avevano resa subito un’icona della modernità. Lo sguardo malinconico nella Parigi in bianco e nero di Louis Malle, accompagnata dalla tromba sublime di Miles Davis in Ascensore per il patibolo, la risata sotto ai baffi dipinti e la maglietta a righe, mentre corre insieme ai suoi due amanti in Jules e Jim, sono immagini che hanno attraversato generazioni di sogni cinefili e non solo.    Noi abbiamo scelto per ricordarla Il diario di una cameriera che si regge quasi interamente sulla cameriera Céléstine, a cui una straordinaria Jeanne Moreau presta corpo, voce e seducente magnetismo.

Lunedì 25 settembre 2017

Diario di una cameriera di Luis Buñuel. Con Michel Piccoli, Jeanne Moreau, Georges Géret, Bernard Musson, 98 min. – Francia, Italia 1964.

Prima metà degli anni ‘20. La parigina Célestine trova lavoro come cameriera presso una ricca famiglia di provincia, in cui è costretta a fronteggiare le avances del fetiscista padrone di casa e dove  scopre che il giardiniere  è un maniaco che uccide bambine. Nel Diario di una cameriera Buñuel libera ancora una volta il suo odio antiborghese e anticattolico, con una narrazione gelida e impietosa.  L’”estremismo” del regista si mimetizza infatti dietro le apparenze di una solida e un po’ anacronistica storia d’appendice continuamente ribaltata nei suoi esiti e sviluppi prevedibili e sottesa da un sarcasmo tanto più feroce quanto più trattenuto.

jim-jarmusch Jim Jarmush:

un poeta con la cinepresa

Jim Jarmush è inconfondibile per il suo specifico stile che lo fa riconoscere come il più europeo tra i registi americani. Non ha, infatti, nulla in comune con Hollywood: ne’ personaggi, ne’ storie, ne’ soprattutto il modo di trattare il reale. E’ vicino, invece, a quel cinema poverissimo di effetti speciali, ma attentissimo allo stato delle cose, che da Ozu arriva al primo Wenders o a certo Michelangelo Antonioni. Il primo grande merito di Jarmush è quindi questo: di fronte all’ondata reaganiana degli anni ’80, che ha rappresentato l’esibizione sgargiante e spettacolare delle cose, egli ha privilegiato invece il senso nascosto e intimo delle stesse. Come ha continuato a fare fino a oggi. Paterson ne è  la meritevole esemplificazione.

Lunedì 9 ottobre 2017

Stranger Than Paradise di Jim Jarmusch. Con John Lurie, Eszter Balint, Richard Edson, Cecilia Stark, Danny Rosen,  Richard Boes. durata 90 min. – USA 1984.

Personaggi che  sopravvivono giocando e barando a ogni tipo di gioco. Un bianco e nero intenso e attraente, musica indovinatissima, da Bartok alla voce straordinaria di Screamin’ Jay Hawkins.  Qui il puro esistere diventa vibrazione interna, poesia. Film manifesto degli anni ‘ 80 essenziale e commovente, lirico e straniante. Il vero ritratto di una generazione dimenticata, che ha fatto di tutto per esserlo. Caméra d’or come migliore opera prima al Festival di Cannes 1984

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Lunedì 16 ottobre 2017

Mystery Train  di Jim Jarmusch. Con Steve Buscemi, Joe Strummer, Nicoletta Braschi, Yûki Kudô, Elizabeth Bracco. Durata 113 min. – USA 1989.

Diviso in tre episodi che si svolgono e si allacciano nella città americana di Memphis, la patria di Elvis Presley, Mystery Train,  racconta i casi di gente qualunque nell’arco di 24 ore, intorno alla voce di Elvis che canta Blue Moon. Tutto questo con uno sguardo penetrante e surreale nel caratterizzare i personaggi e una sottile ironia, che rasenta a tratti il grottesco.

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Lunedì 23 ottobre 2017

Ghost Dog  di Jim Jarmusch.

Con Henry Silva, Forest Whitaker, Cliff Gorman, John Tormey, Frank Adonis., durata 116 min. – USA 1999.

Ghost Dog,  un nero non tanto giovane, grosso eppure agile come un uccello, goffo eppure dotato di un’esattezza violenta: è un assassino su commissione innamorato della solitudine, che rifiuta ogni modernità e socialità. Una stupenda malinconia, un divertimento burlesco senza caricatura né parodia, uno struggente sentimento di fine pervadono Ghost Dog di Jim Jarmusch.

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Lunedì 30ottobre 2017

Broken flowers di Jim Jarmusch.

Con Bill Murray, Jeffrey Wright, Sharon Stone, Frances Conroy, Jessica Lange, Julie Delpy. durata 105 min. – USA 2005.

Un maturo dongiovanni americano riceve una lettera scritta su carta rosa. Una fidanzata di tanti anni prima lo informa di aver avuto un figlio da lui. Ora il ragazzo è grande e vuole conoscere quel padre. Voilà! Solo che mancano firma e indirizzo, così il vecchio Don, stilata l’inevitabile lista delle potenziali madri, parte senza troppa convinzione per un giro degli Usa in cerca delle sue molte ex, del fantomatico figlio, magari del tempo perduto. Un film on the road dell’anima quello che Jarmusch ha costruito attraverso piccoli tocchi di regia, sguardi, atmosfere, emozioni trattenute e cose non dette.

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“La stanza del figlio” di Nanni Moretti

La_stanza_del_figlio_03di Silvia Chessa

Una paternità che rinasce, al confine.
I migliori film di Nanni Moretti andrebbero, ogni tanto, rivisti, perché sono composti di vari livelli e continuano a parlarci, nel tempo.
La7 ne dà occasione, in questo mese, con un ciclo dedicato alla sua filmografia (“Caro Nanni”).

La stanza del figlio ruota attorno al tema della perdita di un figlio giovanissimo, ma non si incentra solo sul lutto, bensì sul come sopravvivere alla tragedia.
E, di fatto, non esiste un modo, come non c’è una medicina, o una soluzione..
Infatti, dopo l’improvvisa morte di Andrea in un incidente avvenuto durante un’immersione, ad andare a fondo è tutta la famiglia: la sorella Irene (una giovane ma già bravissima Jasmine Trinca), preda di un attacco di rabbia, si fa espellere e squalificare dal campionato di pallacanestro (sua passione); la madre Paola (una intensa Laura Morante) si dispera, si aggrappa disperatamente al ricordo, inizia ad avere forti divergenze col marito; il padre, Giovanni, (impersonato da Nanni stesso), resosi conto di non riuscire più a svolgere la professione di analista, non avendo più il giusto distacco, abbandona.

La mancanza ed il dolore sono vissuti dai tre in modi diversi e divergenti, in intimità fragili che non riescono a raccontarsi e farsi forza a vicenda, ed il piccolo nucleo familiare, prima della tragedia spiritoso e tutto sommato coeso, inizia a frantumarsi in microcosmi dove ciascuno alimenta e si lascia trascinare dai propri particolarismi dolenti (il senso di colpa del padre, il mutismo della sorella, le frustrazioni della madre…)

L’arrivo inaspettato di una lettera, destinata ad Andrea, da parte di una gentile e romantica ragazza, Arianna, interrompe la parabola discendente del morale della famiglia, che si risveglia come da un profondissimo torpore doloroso, iniziando a proiettare, soprattutto Paola, in questa circostanza sentimentale, nell’incontro che i due ragazzi avevano avuto, una curiosità che rianima e riconnette, almeno per un po’, alla realtà..

Nel frattempo, con l’apparire di Arianna, assistiamo ad un mutamento nella paternità di Giovanni: essa si affina, e Nanni la incarna senza retorica, rinunciando al suo principale limite, quello di un eccessivo intellettualismo, e alla tentazione auto celebrativa, per farsi denso ed asciutto..  graffiante come il rumore della saldatrice di una bara, sigillata di fronte agli occhi dei genitori..

Riemerge, questa scena, a turbare il difficile domani del padre, Giovanni, già marchiato dal rimpianto per le piccole divergenze con Andrea, sigillate anch’esse nella bara, senza possibilità di ritorni indietro nel tempo, come egli vorrebbe, e sogna ad occhi aperti (vedendosi, in immaginarie sequenze, non correre in soccorso di quel suo paziente, la mattina fatidica dell’incidente del figlio, ma piuttosto portare Andrea, come aveva promesso, a correre insieme, e salvarlo così dal tragico incontro col destino).

Il passaggio in macchina dato ad Arianna ed al suo amico, compagno di viaggio, si protrae dapprima fino a Genova, e, da lì, al confine, per risparmiare ai ragazzi lo strapazzo di un autostop infruttuoso e per concedere loro di dormire ancora un poco.. una tenerezza che è già indizio di guarigione dalla fase più acuta ed accecante di uno smisurato dolore..

Precisione e misura, in un tema che poteva facilmente ricadere nella retorica del dolore e nell’enfasi del tragico, sono elementi che connotano la qualità di questo film fino in fondo.
I comportamenti e i toni che la famiglia adotta verso Arianna sono, in generale, premurosi e paterni, come se, col prendersi a cuore i bisogni di questa ragazza, volessero tenere viva, ma col sorriso, la memoria di Andrea.. Piccola osservazione sulla scelta dei nomi: Arianna e Andrea, hanno tutte le lettere in comune tranne una, dunque un quasi anagramma.

Toccante il finale, con la visione di Giovanni, Paola ed Irene che si muovono in direzioni diverse, di fronte ad un mare, di confine, ma i loro tre sguardi riconvergono nei saluti, finalmente distesi, ad Arianna che li ricambia, fissandoli con calore e lieve apprensione, dal pullman, che la sta portando verso la Francia.. mentre non spezza il filo nuovo intessuto con loro tre ..

Il loro portarsi alla frontiera è un invito, a tutti, a spingersi oltre, oltre il dolore più lancinante, a fronteggiare la realtà, cercandola laddove c’è  ancora mare, vita che viaggia, e buona musica, ad esempio quelle della colonna sonora, scelta perfetta, Nicola Piovani e poi Brian Eno, By this river, (usata già nella scena dentro il negozio di dischi), con la quale la bacchetta magica della regia affonda nel cuore della sfera emotiva, per un finale che non si dimentica.

Locandina-Cinemio-LaStanzaDelFiglio..1LA STANZA DEL FIGLIO

di Nanni Moretti.

Con Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice, Claudio Santamaria. Stefano Accorsi, Silvio Orlando, Sofia Vigliar, Renato Scarpa.

durata 100 min. – Italia 2001

Napoli Film Festival-”Hans Werner Henze: la musica, l’amicizia, il gioco” di Nina Di Maio

1477321521631di Mimmo Mastrangelo

“Non devi assolutamente piangere. Dice una musica. Nessun altro dice qualcosa…”.  Così scriveva  la poetessa austriaca  Ingeborg Bachmann al grande compositore tedesco Hans Werner Henze (Gutersloh 1926- Dresda 2012) che condivisero per lungo  tempo un’intensa  (e passionale)  amicizia. Per le sue idee politiche e perché nel suo Paese  vedeva ancora diffusi certi  costumi dell’epoca nazista, Henze a metà degli anni cinquanta lasciò  la Germania  per trasferisti ad Ischia  dove porterà a terminare alcune delle sue più alte partiture che, tra l’altro, intrecciano gli stilemi del classico  alla modernità del  jazz e del rock.

Partendo dalla sua presenza sull’isola  e da  straordinari  materiali d’archivio  dell’Istituto Luce,  la regista napoletana Nina Di Maio ha realizzato  il docu-film “Hans Werner Henze: la musica, l’amicizia, il gioco” presentato al diciannovesimo  “Napoli Film Festival” (25 settembre -1 ottobre).

Il lavoro della Di Maio è stato pensato come una  partitura tra  immagini di repertorio, le grandi composizioni  di Henze (”Pollicino, “Il principe di Homburg” Der Junge Lord”, “Elegia per due giovani amanti”…) e l’assemblaggio di un ventaglio di voci di chi conobbe in vita il musicista.

Le testimonianze  di Ermanno Rea,   Massimo Cacciari, Roland   Baoer, Alessio Vlad, Nanà Cecchi,Pierluigi Pizzi, Ilaria Borletti Buitoni, Nuria Nono portano un notevole contributo nel definire il ritratto dell’uomo e del compositore, ma  la parte  più emozionanti del film  è certamente il ricordo, il racconto dell’amicizia e del rapporto di lavoro con la Bachmann.

Assolutamente piacevole, inoltre, è riascoltare la voce  dello  stesso Henze che dice di essersi innamorato della luce del nostro Paese, della intelligenza degli italiani, della loro cultura e  persino “del loro modo di fare politica”

Settantacinque minuti di un film pensato e ben costruito per lasciare affiorare in forma di viaggio la vita intensa, irregolare, inquieta (i dissidi col padre, le distanze dal nazismo, l’omosessualità…) di un uomo che non riuscì a liberarsi fino agli ultimi dei suoi giorni dal demone della musica. La quale  venne elaborata  sempre nella forma  di un registro su cui ponderare e manifestare un’idea della politica.

Henze  come dice il direttore artistico del teatro regio di Torino, Gaston Fournier Facio “fu un rivoluzionario messianico della musica” , ma per quelle sue capacità eclettiche di inventare un linguaggio musicale del  tutto originale  non è azzardato  nel riconoscerlo nel  più grande compositore del novecento.

“Ad memoriam/per Pasolini” di Michele Schiavino

schiavinodi Mimmo Mastrangelo

“…Quando di primavera le foglie/mutano colore, io cadrò morto/ sotto il sole che arde/ biondo e alto chiuderò le ciglia/lasciai il cielo al suo splendore…”. Versi    profondamente avvertiti sulla pelle, tratti da  “Il giorno della mia morte” di Pier Paolo Pasolini e che nelle ultimissime sequenze del film di Michele Schiavino vengono recitati  in dialetto friulano da Piera Rizzolati  nel  cimitero di Casarsa della Delizia, davanti alla tomba del poeta e regista.

Si intitola “Ad Memoriam/Per Pasolini” quest’ ultima opera che il regista salernitano è riuscito a  tirar fuori lavorando al montaggio di supporti sonori, sequenze  di film pasoliniani, immagini e interviste da lui   stesso girate precedentemente in vari posti.

Schiavino ha inteso questo  lavoro tanto in uno “Stabat-Mater” per il Pasolini del dissenso, quanto in un work in progress, un diario decennale di  “appunti  per un film futuro” in cui le prime immagini  sono del  2005 in  una  Matera ancora lontana dalla candidatura (e nomina) di Capitale  Europea della Cultura  e dove il regista colloquia col compianto giornalista  Domenico Notarangelo che durante le riprese de “Il Vangelo secondo Matteo” (1964) fu scritturato nel ruolo di un centurione e scelto da Pasolini  per trovare tra i materani le ” facce da fasciste”  delle comparse.

Altra testimonianza dalla città dei Sassi  è quella di  Giuseppe Cotugno che recitò bambino nel film e si è fatto l’idea che  “Il Vangelo” e  Matera  hanno conosciuto la notorietà solo dopo la tragica morte del regista.

L’itinerario di Schiavino dalla  Lucania prosegue  lungo  l’Irpinia (Montemarano, Avellino, Mercogliano) e  Sant’Arsenio nel salernitano,  luoghi dove nel 1955 il famoso etnologo americano   Alan Lomax e l’etnomusicologo Diego Carpitella  registrarono tarantelle, cammurriate e canti popolari  (”La zeza”, “La pampanella”, “La serenata”, “La ninna nonna”) che poi il regista utilizzò senza citarne le fonti ne ” Il Decameron” (1971). Film i cui esterni furono girati anche  sulla Costiera Amalfitana, e proprio a Villa Rufolo di Ravello Schiavino va a scovare il giardiniere  Vincenzo Amato che nella pellicola  ispirata al famoso testo di Boccaccio ricoprì il ruolo del ragazzo muto Masetto. Risalendo ancora  lungo la penisola le immagini  scorrono su  Napoli che Pasolini definì “l’ultimo baluardo contro la stronza Italia” e, in chiusura, su Casarsa (e siamo nel 2009) dove c’é Gigion Colussi che racconta di quanto in paese il maestro Pasolini mise su un coro tra i ragazzi.

“Ad Memoriam…” è un film a doppio registro, e in quanto tale ecco in contrappunto le voci di Alberto Moravia, Carmelo Bene, Ivo Barnabò Micheli  che ripropongono il Pasolini corsaro e luterano che butta il corpo nella lotta in  un Paese stancamente conformista; il poeta antagonista che dà scandalo perché “senza scandalo non si dà poesia, che è sorella  o comunque, parente della fede”.

E’ “Ad Memoriam…” il  film meno scontato girato su Pasolini,  il quale non poteva non scaturire dall’immaginario di un regista come Schiavino che – coi suoi lavori dalle traiettorie non lineari – imperterrito continua a riversare anche lui il proprio corpo nella battaglia per un cinema che non può tenere a freno il pensiero e il dissenso

“Sole cuore amore” di Daniele Vicari

DSC_9448-e1492681289761di Gianni Quilici

E’ uno di quei film italiani coraggiosi (un altro “Cuori puri”), che ogni tanto accade di vedere, che non vuole gratificarti, ma farti “partecipare” ad una mutazione sociologica che attraversa l’Italia: da un (relativo) benessere milioni di italiani sono o stanno progressivamente piombando in una crescente povertà. Come ormai sappiamo tutti, senza che chi ci ha governato ne abbia preso le adeguate misure.

Daniele Vicari rappresenta questa situazione d’impoverimento con un taglio cinematografico documentaristico e insieme narrativo sottile e dialettico, fino a farti sentire la poesia attraverso due storie parallele di donne, Eli e Vale, che hanno in comune, oltre l’amicizia, la volontà di non soccombere contro un orizzonte tanto difficile da diventare, per una di esse, inesorabilmente chiuso.

La sottigliezza dialettica, ed anche forse l’originalità del film è, soprattutto, nel personaggio principale del film, Eli, e nel modo con cui Isabella Ragonese lo ha fatto vivere.

Eli, infatti, ogni mattina e sera deve attraversare Roma, due ore a bordo di pullman, metropolitane e autobus, per raggiungere il lavoro come barista malpagata e al nero, con in più avendo sulle spalle quattro figli e un marito, che cerca disperatamente lavoro, senza riuscirci.

Di fronte a questo gravame esistenziale ( se ne aggiungono, nel corso della storia, altri) la grandezza di Daniele Vicari, regista e sceneggiatore, con la bravura interpretativa dell’attrice, consiste nell’avere creato un personaggio, che si contrappone a questa  condizione. Eli, infatti, è, pur in assenza di un progetto politico,  percettiva e vitale, creativa e sensuale, ironica e, quando occorre, anche determinata, infine irriducibile fino alla irrazionalità. In particolar modo interpreta il suo lavoro di barista con efficienza professionale e anche con una sorta di teatralità affettuosa e divertita.

Il finale, difficile a farsi, diventa un montaggio alternato sulle due protagoniste, diversamente rappresentate nella forma, ugualmente simili nella sostanza. Eli, seduta su una panchina immobile, con i metro che arrivano e partono, è vista con uno sguardo filtrato e gelido come corpo anonimo nell’anonimato asettico e artificiale della metropolitana. Vale è colta, ferita nei sentimenti, con il vestito rosso sangue, nel vortice febbrile di una performance danzante nelle luci intermittenti e  convulse di una discoteca.

Due vite senza scampo, metafore di un’italietta spietatamente chiusa, nella quale  Daniele Vicari non vede, né intravede alcuna luce dentro il tunnel.

Convincente la prova di tutti gli attori. La fotografia di Gherardo Gossi è molto curata e la colonna sonora originale di Stefano De Battista nel suo timbro jazzistico fa felicemente da contrappunto alla solitudine della protagonista.

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di Daniele Vicari. Con Isabella Ragonese, Eva Grieco, Francesco Montanari, Francesco Acquaroli, Giulia Anchisi

Produttore      Domenico Procacci

Fotografia       Gherardo Gossi

Montaggio      Benni Atria, Alberto Masi

Musiche          Stefano Di Battista

Scenografia     Beatrice Scarpato

Italia   2016. Durata   113 min

“A casa nostra” di Lucas Belvaux

A_Casa_Nostra_Emilie_Duquenne_in_una_scenanota di Gianni Quilici

“Chez nous” in italiano “A casa nostra” è un film che a me pare sociologicamente e, in questo caso, politicamente importante. Come è notorio rappresenta, sotto altri nomi, il Front National francese e la sua leader Marine Le Pen. Ne  rappresenta la doppia faccia: quella superficiale di chi vuole “ripulirsi” il volto nelle forme e nel linguaggio dal passato fascista; l’altra, quella vera, feroce, oltre che nella ideologia, nello strumentalizzare la candidata sindaco, una giovane infermiera della zona di Pas de Calais, gentile e benvoluta dalla gente, ma ingenua politicamente.

Questa ambiguità Lucas Belvaux la trasmette esplicitamente, senza però ridicolizzare il Front National, né la sua leader, ma filtrandola dentro la campagna elettorale e le vicende private che ad essa si intrecciano. Soprattutto tramite il medico, magnificamente interpretato da André Dussollier,  paterno nel convincere la ragazza a candidarsi, ma anche risoluto, minaccioso fino alla ferocia.

E’ nel rapporto con le vicende private, che il film  non è all’altezza. La storia d’amore della protagonista con l’insegnante di calcio di suo figlio, nonché di notte partecipe a spedizioni punitive xenofobe, rimane alla superficie.

Il finale lapidario è tanto improvviso quanto fragile. Sembra quasi che il regista abbia cercato un pretesto per mettere la parola “fine”. Un pretesto appunto, che non lascia risonanze, un’eco che possiamo portare con noi.

A casa nostra di Lucas Belvaux. con Émilie Dequenne, André Dussollier, Guillaume Gouix, Catherine Jacob, Anne Marivin.  Francia, Belgio, 2017, durata 117 minuti

“I’M Infinita come lo spazio” di Anne-Riitta Ciccone

cicconedi Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Il fatto di essere l’editore del romanzo non mi impedirà di scrivere tutto il bene possibile di un film italiano non convenzionale e dotato di un respiro internazionale. Al diavolo le questioni di opportunità e la correttezza formale!

I’M – Infinita come lo spazio è un film costato anni di lavoro – e si vede! – che consacra Anne-Riitta Ciccone nell’olimpo dei migliori giovani registi italiani. Non dobbiamo limitarci a presentarlo come un fantasy in Tre D, perché è troppo riduttivo; il film usa gli effetti speciali per condurci alla scoperta della psiche della protagonista, accompagnandoci nei meandri del suo cervello, nei suoi pensieri cupi di adolescente insicura.

I’M è un film sul bullismo, sulla crescita, sulla necessità di vivere secondo i propri sogni, senza tradirli mai e senza attendersi niente dagli altri, perché – come dice in una sequenza cruciale una straordinaria Bobulova: “Al mondo non gliene importa un cazzo di te! Tira fuori le palle e lotta per affermare i tuoi sogni!”. Il 3 D si scatena quando la protagonista sogna di far precipitare in una feritoia del terreno i compagni bulli, ma anche in una rappresentazione da fiaba dark di Alice nel paese delle meraviglie, per non dimenticare la trasfigurazione della preside in perfida strega.

Da notare le apparizioni del fantastico Papà Zucca, padre immaginario di Jessica, che la ragazza ha visto una sola volta, ad Halloween, e quindi continua a rappresentarlo nella sua mente mentre indossa una gigantesca maschera da zucca.

Il film è girato in Alto Adige, tra le nevi di un ambiente surreale, di un non luogo imprecisato, perché non è importante. Potrebbe essere un’altra dimensione, un altro pianeta, il nostro stesso mondo, non è importante…

La regista racconta i rapporti difficili di un’adolescente che sogna di diventare una disegnatrice di fumetti, in lotta con il mondo circostante, dai compagni di classe alla madre, passando per la sorellina e i professori. Unica confidente la rockstar fallita (Bobulova) che dispensa buoni consigli ma al tempo stesso è alcolizzata, depressa e costretta a fare un lavoro che odia.

Un film sceneggiato senza punti morti, ben fotografato, interpretato alla perfezione dalla giovanissima Mathilde Bunduschuh e dalla più esperta Barbora Bobulova (mai così convincente). Colonna sonora di Peter Spilles, perfetta per accompagnare una simile storia, mixata con le canzoni dei Project Pitchfork, che pervade di musica rock, ai limiti del punk, tutta la pellicola.

Finale a sorpresa, che non anticipo, ispirato a un fatto realmente accaduto in Finlandia. Poetico e suggestivo il sottofinale, tra le montagne altoatesine, che spero obbligherà anche il più incolto dei pubblici a seguire i titoli di coda. Presentato a Venezia nelle Giornate degli Autori.

In uscita il 16 novembre, speriamo in molte sale, perché la novità di una pellicola italiana impegnata e al tempo stesso spettacolare lo merita. Intanto leggetevi il romanzo…

I’M Infinita come lo spazio

Regia: Anne-Riitta Ciccone. Soggetto: Anne-Riitta Ciccone (romanzo I’M Infinita come lo spazio – Edizioni Il Foglio, 2017). Sceneggiatura: Anne-Riitta Ciccone, Lorenzo D’Amico De Carvalho. Direttore della Fotografia: Pasquale Mari. Scenografia: Maurizio Sabatini. Effetti visivi, 3D stereoscopico: David Bush. Costumi: Andrea Sorrentino. Montaggio: Andrea Maguolo. Musiche originali: Peter Spilles, con le canzoni dei Project Pitchfork. Produzione: Italia – visto censura dicembre 2016. Case di Produzione: A.T.C. ADRIANA TRINCEA CINEMA con RAI CINEMA E PAYPERMOON ITALIA. Prodotto da: Francesco Torelli. Con il supporto di: Trentino Film Commission e Regione Lazio. Distribuzione: Koch Media. Interpreti principali: Barbora Bobulova, Mathilde Bunduschuh, Guglielmo Scilla, Julia Jentsch, Piotr Adamczyk. Distribuito da Koch Media (Italia) e da Rai Com (estero).

Festival di Locarno. “Retrospettiva su Jacques Tourneur” di Mimmo Mastrangelo

image-original-1Lui che fu un esperto del genere in una delle rarissime interviste,  rilasciata nel 1977 (anno della sua morte), dichiarò: “L’horror si costruisce nella mente dello spettatore, bisogna solo suggerirlo, infatti nei miei film  non si vede mai ciò che causa paura”.

Maestro del cinema della paura, dunque, di  Jacques Tourneur  di certo non si possono dimenticare “Il bacio della pantera” (1942), pellicola catalogata tra i classici della Bmovie e con una eccezionale Simone Simon nella sua interpretazione  più famosa ; “Ho camminato con uno zombi” (1943), tratto da un racconto di  Inez Wallace e con una sequenza  finale strepitosa (questa sì da gran spavento); “L’uomo Leopardo” (1943), uno dei migliori lavori prodotti da Val Lewston per la famosa Rko e che, però, la critica lo fa passare  per un thriller piuttosto che in un horror.

Come si vuol dimostrare con la retrospettiva che gli ha dedicato la settantesima edizione del Festival di Locarno per la curatela di Roberto Turigliatto e Rinaldo Censi, Jacques Tourneur seppe coltivare più generi  con  mano sicura ed occhio perspicace. Talmente stimato ed affidabile  che – come viene ricordato nel catalogo della prestigiosa rassegna svizzera – quando a Hollywood circolava una sceneggiatura che tutti scartavano, Tourneur se ne prendeva  cura e alla fine  tirava fuori  lavori eccezionali.

Nato  nel 1904 a Parigi, si trasferì con la famiglia negli Stati Uniti che era ancora un bambino. Un figlio d’arte fu Tourneur, il papà Maurice   diresse una sessantina di film, con lui nel 1933 tornò in Francia  e lavorò alle prime regie, ma  dopo pochissimi anni, forte anche dell’esperienza acquisita  sotto la guida del genitore, ritornò a Hollywood. Nel 1939 girò “Nick Carter”, nella pellicola il famoso  detective, interpretato da Walter Pidgeon e creato nel 1886 dalla penna di Ormond G. Smith e John Russell Coryell, è chiamato ad indagare su una serie di furti  industriali avvenuti in una fabbrica di aerei.

Cat people 62Riconosciuto nel più poetico cineasta di Hollywood, Tourneur si farà conoscere al pubblico e alla critica per quelle sua  predisposizione a  “filmare l’invisibile, l’inesprimibile, il non detto, la paura dell’ignoto, l’ambivalenza dei sentimenti. Ogni suo film lascia trapelare  uno strato  di tensione e instabilità, dove nessuna certezza è possibile…”. Fuoriclasse nel sapere costruire  tensione e suspense, Tourneur è diventato autore di culto,  che ha aperto nuovi orizzonti al cinema fantastico,  per questo  ha appassionato cinefili di tutto il mondo e saputo,inoltre, deliziare il pubblico con storie d’avventura affascinanti.

Della settantina di  opere elencate nella filmografia di Tourneur  andrebbe rivalutata quella sua  bellissima serie di western ,  ad iniziare dai “Conquistatori “(1946) – film  con Dana  Andrews e Susan Hayward e riconosciuto da Martin Scorsese  “in uno dei più sorprendenti  e squisiti esempi di questo genere” – ma non si dimentichi  “L’alba del gran  giorno” (1956), un titolo originalissimo secondo Bertrand Tavernier in cui  la folle febbre per l’oro accentua i conflitti tra nordisti e sudisti e dove non si può non tener presente di essere di fronte  all’occhio fermo  di un autore, che tra l’altro, con perizia ha dribblato gli accattivanti toni del melodramma.

“Sacco e Vanzetti” di Giuliano Montaldo

Sacco-e-Vanzettidi Mimmo Mastrangelo

“Se morir vuol dire amare, se morir vuol dire lottare la vostra morte la regaliamo all’uomo che uomo non è…Tutti siam Nicola e Bart, tutto il mondo è Nicola e Bart, su cantiamo libertà…”.

Queste parole del brano “Ho visto un film”  di Franco Migliacci le cantava Gianni Morandi agli inizi degli anni settanta, vogliono ricordare Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, i due anarchici italiani  che  il 23 agosto del 1927, seppur da innocenti, finirono sulla sedia elettrica del penitenziario di Cherlestown, presso Dedham nel Massachusetts, in quanto ritenuti responsabili della morte di due uomini durante una rapina al calzaturificio di South Braintree di Boston il 15 aprile del 1920. Sacco e Vanzetti  furono subito accusati del doppio omicidio, una ventina di giorni dopo l’accaduto vennero fermati su un autobus e condotti in prigione. Il processo che seguì fu letteralmente una farsa, i giudici non cercarono di far luce sulla verità dei fatti, ma mirarono unicamente ad affermare con sprezzo una loro tesi di colpevolezza: Sacco e Vanzetti  per loro erano due bastardi, andava inflitta la massima pena perché anarchici e italiani (cioè immigrati). Il processo di primo grado si chiuse  il 14 luglio sempre del 1920 con la condanna alla sedia elettrica, verdetto che venne confermato anche in secondo grado, ma nel frattempo l’opinione pubblica  intuì che contro i due sventurati si stava consumando un caso giudiziario di una vergogna inaudita.

Una triste faccenda di cui si venne a sapere anche in Europa dove, come in tantissime città degli Stati Uniti, iniziarono a diffondersi  manifestazioni in cui si gridava l’innocenza del calzolaio pugliese Sacco  e del pescivendolo piemontese Vanzetti. Per il loro rilascio si  mobilitarono  anche alte personalità  della politica e della cultura,  tra loro Roman Rolland, Benedetto Croce, Massimo Gorki,  Bertrand Russell, Ben Shahn, persino Benito Mussolini, per tramite  del Ministero degli Esteri, l’ambasciata italiana a Washington e il console di Boston si adoperò per ottenere la revisione del processo.

Ma i giudici di Boston e il governatore del Massachusetts (che approvò il verdetto e cestinò ogni richiesta di grazia) non mollarono, vittime dei loro pregiudizi si tapparono le orecchie pure di fronte alla autodenuncia del portoghese Celestino Madeiros che nel 1925 si dichiarò tra i responsabili  delle morti di Sout Braintree e scagionò del tutto gli italiani.

Dovranno passare cinquant’anni prima che nei democratici Stati Uniti venisse riconosciuta pubblicamente l’innocenza di Nicola e Bartolomeo. Nel 1977 il governatore del Massachusetts, Michail Dukakis, proclamerà per ogni 23 agosto il “Sacco and Vanzetti day”  e ammetterà che i giudici agirono fuori dalla regole prestabilite, influenzati da disonestà intellettuale e da pregiudizi razziali e politici.

Sacco_e_Vanzetti_di_Giuliano_MontaldoQuella di Sacco e Vanzetti, che avevano rispettivamente quando morirono  trentotto e trentanove anni, è una storia maledetta che non è andata fortunatamente dimenticata: sono stati girati fiction e film come il capolavoro di Giuliano Montaldo “Sacco e Vanzetti” (1971) con protagonisti Riccardo Cucciola e Gian Maria Volonté,  scritte canzoni come  la famosissima e struggente “Here’s to you” (”Questo è per voi”) di Joan Baez su arrangiamento di Ennio Morricone, tantissime sono state anche le pubblicazioni.

Per i novant’anni dall’esecuzione della pena capitale è uscito  per Claudiana “Mussolini  e il caso Sacco e Vanzetti” a cura di Philip Cannistraro e Lorenzo Tibaldo, Nova Delphi ha dato alle stampe  “La marcia del dolore: i funerali di Sacco e Vanzetti” per la curatela di Luigi Botta con l’introduzione di  Giovanni Vanzetti, invece l’editore e scrittore  salernitano Giuseppe Galzerano manda in ristampa lo scritto di Bartolomeo Vanzetti  “Una vita proletaria” a cui vi è allegato pure un testo inedito.

Insomma, il caso della rapina al calzaturificio di South Braintree “è rimasto civilmente inciso nelle coscienze” e come canta Joan Baez Nicola e Bart dormono “nel fondo dei nostri cuori” e tramite quella morte ingiusta sono diventati vincitori. Vincitori da immigrati e cantori della libertà.