“Butterfly” di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman

di Mimmo Mastrangelo

Roberto Rossellini  diceva che un film  è  un miracolo quando in poche sequenze sa già svelare tutta la sua  bellezza, mettere allo scoperto una “mappa umana” o un significato che va ben oltre il film stesso.

E un prodigio sono di sicuro le immagini iniziali di “Butterfly”, secondo lungometraggio di  Alessandro Cassigoli che ha realizzato insieme a Casey Kauffman. Un breve dialogo  in dialetto  (la giovane pugile che chiede al suo maestro  di fargli portare la macchina, lui non si fida, ma lei lo convince dicendogli  che ha già preso “la patente ministeriale”)  attira subito lo spettatore e lo tiene strettamente inchiodato alla visione  fino all’ultimo fotogramma.

Presentato in anteprima all’ultima edizione della “Festa del Cinema di Roma” e dal 4 aprile nelle sale italiane, “Butterfly” è un documentario girato  come un film, con una storia vera che – e qui si pesa la bravura dei due registi -  scorre  senza la mediazione di coordinate legate al genere ( interviste, voce fuori campo…).

Cassigoli e Kauffman hanno avuto la bella idea  di portare sullo   schermo la storia della giovane pugile Irma Testa. Nata nel 1997 nel quartiere “ghetto” di Provolera a Torre Annunziata, da una famiglia umile dove le responsabilità genitoriali  sono  tutte sulle spalle  madre, Irma si appassiona  poco meno che ragazzina ad un sport duro per uomini, ma grazie agli insegnamenti dell’anziano maestro Lucio Zurlo che le fa pure  un padre, riesce a scalare le  vette dell’Europa e conquistare, nella categoria juniores anche il titolo mondiale.

Nella primavera del 2016 in Turchia batte la bulgara Svetlana Staneva e si aggiudica una qualificazione storica per le Olimpiadi di Rio de Janiero dello stesso anno. Irma Testa,  non ancora ventenne diventa così la prima “pugilessa” italiana a partecipare ad una Olimpiade.

Fisico longilineo, Irma-Butterfly è appunto come una farfalla, leggera e sfuggente,  ma  picchia duro e nella guardia  fa tesoro dei consigli del maestro Lucio.  A Rio le cose non girano come dovrebbero,  viene sconfitta ai quarti,  il podio sfugge e nella ragazza oplontina qualcosa inizia ad incepparsi.

Il docu-film prova ad andare ben oltre la conoscenza dell’ atleta che inizia così un percorso personale che la porta a guardarsi  dentro. Dal centro federale di Assisi dove si era trasferita, ritorna  nella sua città per ritrovare la madre, il fratello più piccolo Ugo  e, naturalmente, il  maestro Lucio che a Torre Annunziata è rimasto un’ istituzione, dalla sua scuola, “la Boxe Vesuviana” ( Saturnino Celati ci ha girato il docu-film “I guerrieri” premiato nel 2013 a Parigi), sono usciti fior di boxeur strappati a vite borderline o alla camorra.

Irma di nuovo a Torre Annunziata, intanto, non smette di allenarsi anche se in lei si insinuano tanti dubbi e persino l’idea di abbandonare definitivamente la boxe. La si vide tra le sue compagne, litigare con la madre, rampognare il fratello che non vuol andare a scuola, ma alla fine la consapevolezza che senza la boxe, il ring, il sudore degli allenamenti, i cazzotti scagliati con stizza e tempismo non esiste vita per lei.

E così, la più forte promessa femminile del pugilato italiano, attraverso lo sguardo in macchina di  Cassigoli e Kauffman, lancia la sua sfida  per riprovare a salire sul podio   alle Olimpiadi di Tokio del 2020.

Distribuito dall’Istituto Luce-Cinecittà, “Butterfly” fa sì ricordare la pugilessa Maggie Fitzgerald (Hilary Swank) della fiction“The millor dollar baby” di Clint Eastwood, ma   siamo nettamente su un altro terreno, qui  carne, sudore e pugni sono reali,  il volto e gli occhi di Irma sullo schermo si fanno duri, la pugile, la  giovane donna deve vincere un match deciso con se  stessa prima di poter  ritornare sul ring.

E’ un piccolo miracolo rosselliniano questo film: è cinema che si fa vita, è cinema che meglio non potrebbe  narrare una vita.

“Copia originale” di Marielle Heller

di Nino Muzzi

Questo film si presenta come una porta chiusa, dura da sfondare. Una chiusura che si legge nel volto della splendida protagonista, Melissa McCarthy, il quale fa di tutto per essere ostile, impenetrabile, antipatico, stizzoso, altezzoso, sarcastico nei confronti di uomini e donne e che si apre al sorriso solo con una gatta bianca e nera, per il vero del tutto indifferente nei confronti della padrona.

Si parte di lì, e lo spettatore si vede già perso, in quanto privo di appigli identificativi – si va al cinema per entrare nel film, ma qui tutte le porte son chiuse!

Ad un tratto però si capisce: c’è una porta aperta e non l’avevamo ancora vista. È il volto della protagonista, e si potrebbe quasi affermare che è lui il vero protagonista e non la donna intera, che invece ci appare sgraziata, goffa, malconcia, vestita di stracci, sporca.

Il volto la riscatta completamente. Basta sapere entrare in quei tratti apparentemente piatti e insignificanti per rendersi conto dell’esatto contrario. C’è infatti una grande finezza espressiva, fatta di piccoli movimenti di labbra e sopracciglia e dell’altalenante inumidirsi degli occhi. Il resto è immobile. Solo raramente il portamento fisico: passo, gesto, postura del corpo, ci conduce alla scoperta dello stato d’animo del personaggio in un determinato momento del film. Solo quando la cinepresa si avvicina a quel volto possiamo capirlo: ora sbotterà in una delle sue sarcastiche uscite o s’intenerirà, perdonerà chi l’ha tradita, o si accosterà con un velato approccio amorevole alla solitudine di un’altra donna che l’ammira.

Il film sta tutto qui, non sta nella storia, nella trovata comunque geniale di falsificare le lettere di una scrittrice per sentirsi tutta in quel momento nei panni e nell’animo di quella scrittrice stessa. E lei lo dice di fronte al giudice, quando viene scoperta e condannata, dichiarando di non essere pentita di quel che ha fatto, in quanto quei momenti l’hanno risarcita di una sua perdita di vena creativa.

In una delle prime scene del film, durante un party fra intellettuali, uno scrittore, ambizioso e fascistoide, dichiara che la vena letteraria non si secca mai, e lei mormora nel suo bicchiere di whisky: “Coglione!”

Questo è il tema “dichiarato” del film: la perdita d’ispirazione di una scrittrice sprofondata nella misantropia e nell’alcool. Un recupero di creatività dunque è il risvolto della medaglia del plagio che non significa copiare, bensì creare con lo stesso spirito dello scrittore plagiato.

Per un altro verso il film riapre proprio la vecchia diatriba sul falso. Infatti il titolo si potrebbe parafrasare usando l’espressione : “ un falso d’autore”. E questo è un fenomeno che si riscontra piuttosto diffusamente in letteratura, dove un autore sta plagiando se stesso, perché scrive secondo stilemi e non secondo uno stile. Anche Baudelaire talvolta bodelereggia…

COPIA ORIGINALE

di Marielle Heller. con Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Dolly Wells, Jane Curtin, Ben Falcone.  Titolo originale: Can You Ever Forgive Me?. USA, 2018, durata 106 minuti.

“Green Book” di Peter Farrelly

di Gianni Quilici

Alla fine del film in una sala (grande) e quasi piena scatta un applauso convinto, fatto che non accade quasi mai. La ragione è semplice: Green Book aveva accumulato quella selva di emozioni, che si sono liberate, superando l’inibizione dell’applauso, sempre timoroso a mostrarsi laddove le regole non lo prevedono.

E si può capire perché. Non è tanto e solo, perché è un film di buoni sentimenti, ma perché questi sentimenti maturano da dei contrasti

Innanzitutto tra i due protagonisti diversissimi tra loro. Il grande pianista afro-americano Don Shirley  ricco e famoso, autorevole e colto, raffinato e infelice e Tony Lip, suo autista, italo-americano sboccato, affamatissimo, svelto di lingua e di pugni, istintivamente razzista ma, a suo modo, generoso e intelligente.

In secondo luogo lo scontro con un’America del Sud  razzista e separatista, che all’inizio degli anni ‘60 (la storia vera, come si sa,  si svolge nel 1962) mostrava in pieno la sua arroganza,  ferocia e ottusità.

L’amicizia che lentamente si instaura tra i due nel viaggio, che, dal Nord America scende nel profondo Sud per un tour di concerti,  li trasforma, perché ambedue vengono “toccati”  in situazioni difficili quando non disperate. Ed è questo che può commuovere, soprattutto in alcune notevoli sequenze a forte tasso emotivo.

E’ fin troppo banale aggiungere che il merito di ciò, oltre ad un’abile sceneggiatura, va ai due protagonisti, Viggo Mortensen e Mahershala Ali,  che scolpiscono magnificamente due personalità con  fisionomie nette.

E’ un film che “insiste  un po’ troppo sui buoni sentimenti” come scrive Barry Hertz su Internazionale?

Certo il film è un prodotto che vuol  farsi benvolere (penso alle sequenze delle lettere), alternando sapientemente  la commedia al dramma, ma il cuore di Green Book è nella verità dei protagonisti, che, in un film on the road,  imparano a conoscersi e a rispettarsi, finendo per riconoscersi e accettarsi nella loro diversità in un crescendo emotivo costruito con grande abilità, senza scadere nell’enfasi o nella caricatura.

GREEN BOOK di  PETER FARRELLY

Sceneggiatura: Peter Farrelly, Nick Vallelonga, Brian Hayes Currie

Fotografia: Sean Porter

Montaggio: Patrick J. Don Vito

Musica: Stu Goldberg, Kris Bowers

Cast:

Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Don Stark, Sebastian Maniscalco,  P.J. Byrne.

Produzione: Amblin Partners, DreamWorks, Participant Media

Distribuzione: Eagle Pictures

Usa, 2018, 130′

“La terra dell’abbondanza” di Fabio e Damiano D’Innocenzo

di Mimmo Mastrangelo

Una Gomorra nel brox romano, ma potrebbe essere
ambientata in una qualsiasi periferia del mondo. Un film
duro che disturba e non pacifica. Scorre lungo quella sottile
linea di demarcazione tra il bene e il male e risucchia lo
spettatore negli inferi di un transito giovanile, destinato a
non trovare la via di uscita.

E’ “La terra dell’abbastanza” (2018),
eccellente esordio dei fratelli Fabio e Damiano
D’Innocenzo, lo scorso anno presentato al Festival di
Berlino (con un’ acclamazione unanime da parte della
critica internazionale) e vincitore di tre “Nastri D’Argento” .

Zoomata su un quartiere dormitorio di Roma: Mirko e
Manolo frequentano l’istituto alberghiero e la loro vita è
quella di due normalissimi ragazzi della loro età. Una
notte investono mortalmente un uomo e, invece di
soccorrerlo, fuggono. Questa tragedia si trasformerà per i
due ragazzi in un colpo di fortuna. Una fortuna, però, solo
apparente, l’uomo investito è un pentito della mala
romana in fuga dal suo mondo fuorilegge. Manolo e Mirko
per premio vengono ingaggiati dal boss della banda che
braccava l’uomo morto e a loro afida il compito di portare a
termine altri crimini. In compenso ottengono rispetto e
tanto denaro. Il facile guadagno si rivelerà – dentro una
narrazione di parole ruvide ma vere – solo “un biglietto
d’entrata per l’inferno scambiato per un lasciapassare
verso il Paradiso”.

Distribuito ora in Dvd dalla Cecchi Gori,
questo piccolo capolavoro dei fratelli D’Innocenzo, alla
stregua di altro buon cinema italiano, non ha avuto la
fortuna che meritava nelle sale.

Uscito in circuito con poche copie, ha guadagnato al botteghino
meno di cinquecentomila euro. Un incasso povero, che
certamente non ripaga l’ottimo lavoro di scrittura e regia,
né la buona prova dei giovanissimi Andrea Carpenzano
(Manolo) e Matteo Olivetti (Mirko) e degli esperti Luca
Zingaretti (il boss), Max Tortora (il padre di Manolo) e
Milena Mancini (la madre di Mirko).

“Cold War” di Paweł Pawlikowski

di Silvia Chessa

Paweł Pawlikowski dirige una fiaba elegante e struggente, dove la bellezza, la sintonia, la malinconica e passionale personalità dei due protagonisti, Zula e Viktor, magnetizza dal primo all’ultimo fotogramma; peraltro, ogni scena è una fotografia in bianco e nero, e tutte queste scene-foto, già da sole, parlano, raccontano, esprimono quel misto fra sconfitta e desiderio, fra slancio in avanti e inquietudine di ritorni al (e dal) passato.

Gli sguardi di Zula, (una sorta di Marilyn Monroe polacca, con meno effimera esuberanza e una natura ammaliatrice ma dolente, altalenante fra mesta e ribelle), di un fascino perturbante e magnetico, la sua personalità così travagliata inquieta e carismatica, la figura, il volto e l’eleganza altrettanto profonda e cupa di Viktor, già da soli sussistono, bastano a se stessi, e per conquistare definitivamente il pubblico.

In più, la vicenda, con l’amore burrascoso ma indissolubile che lega il musicista alla cantante, il borghese alla ragazza povera ma talentuosa, reduce e segnata da una condanna, scontata in carcere, per essersi difesa dal proprio padre; l’attrazione che fa scontrare e poi ritrovare e fondere le opposte anime dei due protagonisti, le finezze e i modi diplomatici e disinvolti di lui con le intemperanze di lei, è una storia che avvince e appassiona.

Tra l’altro i fatti si svolgono in anni (1940-50) carichi di tensioni e contraddizioni, di logorante contrasto politico-militare fra URSS e USA, contrasto del quale Viktor e Zula divengono emblema e simboli viventi: è il periodo della cosiddetta guerra fredda, una finestra temporale in cui avvengono trasformazioni sociali e politiche che si riversano anche, ad esempio, sulle scalette e le scelte stilistiche di un’importante compagnia di canto e danza popolare polacca, costretta, come si vedrà, ad assecondare i desiderata e i dettami di partito.

Il tema dei cambiamenti e degli obblighi imposti emerge poi anche nel confronto fra la vita semplice e naturale vissuta in Polonia e quella mondana, ma piena di compromessi che la coppia (distaccandosi e riunendosi, nel tempo) vivrà nel soggiorno a Parigi.

Tanti dati ed elementi storico artistico culturali convergono e si intrecciano in modo sottile e labile, come il fruscio del disco sul piatto, tipico delle prime note e delle atmosfere jazz che si respirano nelle scene ambientate nei fumosi localetti parigini, dove Viktor suona (e dove poi Zula, raggiungendolo, canterà) in questa pellicola, di una bellezza e di una qualità estetica straordinaria e memorabile.

COLD WAR

Titolo originale: Zimna wojna
Regia: Pawel Pawlikowski
Cast: Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc, Agata Kulesza, Cédric Kahn, Jeanne Balibar Adam Woronowicz, Adam Ferency, Jacek Rozenek, Martin Budny.

Anno: 2018
Produzione: Polonia
Durata: 85 minuti


Distribuzione: Lucky Red

“Santiago, Italia” di Nanni Moretti

di Gianni Quilici

Ho pensato durante la prima parte del film. “Non si può alzare le spallucce facendo i critici critici, e sottilizzando ….”- Perché Nanni Moretti, rappresentando l’esperienza cilena del governo di Allende, ci colpisce alle radici delle emozioni per  tre aspetti concatenati tra loro:

1) la simbiosi tra Io individuale e  Io collettivo, che soltanto nei momenti di partecipazione fisica e psichica liberatoria come è stata quella, crea passione, determinazione, correnti d’affetto commuoventi a vedersi nei volti, nelle canzoni, nelle parole ;

2) la ferocia mostruosa di chi bombarda, mitraglia, imprigiona, tortura questa espansione politica, sociale, esistenziale fatta soprattutto di quel popolo, fino ad allora oppresso, emarginato, affamato, che scopre, si scopre, conquista  identità, speranze, orizzonte;

3) la figura eroica di Salvador Allende, con la sua oratoria scolpita e vibrante, che combatte fino  alla morte, senza incitare alla rivolta, sapendo che sarebbe stato per il suo popolo un bagno di sangue.

Ma Santiago,Italia non vuole essere un film nostalgico, come sottolinea il titolo,  aspira a collegare quella tragedia cilena con l’Italia di allora e ci rappresenta, fatto poco noto, come l’ambasciata italiana salvò centinaia di vite, come i profughi furono protagonisti in Italia di cortei e manifestazioni imponenti e come vennero  integrati economicamente e socialmente nella società.

Ecco, qui il film non è più all’altezza di quelle emozioni. Il salto del muro (allora basso) degli uomini e donne ricercati dai militari per trovare rifugio nell’ambasciata, la loro permanenza lì dentro e successivamente l’integrazione di coloro che trovarono asilo in Italia risultano più informative che emozionali  e, a volte, ripetitive nelle loro testimonianze.

Nanni Moretti avrebbe dovuto, forse, recuperare o utilizzare più materiale di quel presente per farlo vivere come allora fu vissuto  e nel rapporto con l’Italia e gli italiani di oggi avrebbe, forse, dovuto  essere più esplicito utilizzando quelle immagini che meglio simbolizzano la ferocia, l’ipocrisia,  del potere e dei suoi servi.

Santiago, Italia di  Nanni Moretti

Sceneggiatura:    Nanni Moretti   Fotografia: Maura Morales Bergmann   Montaggio: Clelio Benevento
Cast:  Victoria Sáez, Rodrigo Vergara, Raúl Silva Henríquez, Piero De Masi, Patricio Guzmán, Miguel Littín, María Luz García, Marcia Scantlebury, David Muñoz, Carmen Hertz, Arturo Acosta
Produzione: Storyboard Media, Sacher Film, Rai CInema, Le Pacte
Distribuzione: Academy Two

Italia, Francia, Cile, 2018, 80′

“Il toro del pallonetto” di Luigi Barletta

di   Mimmo Mastrangelo

La boxe  ha avuto interpreti brucianti di passioni e deliri,  altalenanti tra  gloria e  declino. Una  disciplina antica come l’uomo (peccato che da tempo sia in declino) che, spesso,  ci ha regalato storie  in cui i cazzotti e le esistenze “si sono schiantati in egual misura”.

Come è accaduto al napoletano Giuseppe  Esposito, alias  “ il toro del Pallonetto” di cui, dopo il terremoto del 1980,  non si è saputo più nulla. Sparito nel nulla.  Per la sua poderosa  stazza, già da ragazzo  nel  quartiere popolare di San Lucia dove viveva lo chiamavano “a muntagna”, il gigante . Provò a cimentarsi in vari sport,  ma senza successo, finché un amico gli consigliò di frequentare la palestra  di Nino Camerlingo , un’istituzione nella boxe di Napoli, “scopritore di molti talenti tra gli scugnizzi”.

Non aveva tecnica né stile, eppure Esposito si presentava immenso , in palestra sferrava cazzotti con una forza incredibile, per questo diventò  “il toro del Pallonetto”.

I primi incontri  li vinse sulle portaerei statunitensi ormeggiate nel porto di Napoli.  Sul un ring  di quelle imbarcazioni lo vide il campione  Joe Luis ( diventato famoso per aver battuto Primo Carnera) che lo volle portare con lui negli Stati Uniti. Oltreoceano  si fece conoscere come Joe  Esposito, ma cadde nella trappola di un boss italoamericano che gestiva scommesse e combinava i match.

Schifato dal pezzo di America “borderline” vissuta tornò a Napoli,  sposò Anna,  trovò lavoro al porto e Camerlingo lo accolse di nuovo nella sua palestra. Nel 1952  “Joe il toro” salì sul ring ed ebbe la meglio su un trevigiano che chiamavano  “il mitra” per la velocità con cui sferrava i colpi in succesisone. Per il napoletano doveva essere la svolta verso il professionismo, ma una banale lite con l’emergente Nino Benvenuti mandò tutto a carte quarantotto.

Nella Napoli del tempo di Achille Lauro, le sue idee comuniste  erano scomode e, dunque, fu costretto a lasciare  di nuovo la sua città. Finì da un cugino in Ungheria  dove partecipò attivamente alle insurrezioni del 1956, e proprio negli scontri sviluppatesi durante una protesta di piazza  vide morire la moglie.

Ritornato in Italia tentò una carriera di attore nel cinema. Saranno le sue solo delle fugaci comparsate in produzioni non importanti.

Poi il vuoto, la nebbia, la vita di Joe sparirà definitivamente dai radar di chi lo conosceva.  Una storia romanzesca quella di Joe Esposito che, grazie a varie testimonianze (Lello Mascia, Tullo Pironti, Luigi Necco,  Valerio Caprara, Patrizio Oliva, Nino Benvenuti, Clemente Russo), il regista  Luigi Barletta ha voluto ricostruire ne “Il toro del Pallonetto” (2018), presentato nei giorni scorsi al MAXXI di Roma.

Prodotto da Zivago Film e dall’Istituto Luce Cinecittà, è un lavoro  in cui non si vede una sola immagine  di  Esposito, il volto rimarrà  del tutto sconosciuto per la ragione che la sua storia è  semplicemente frutto della fantasia. E’ stata tutta inventata.

Il colpo di genio di Barletta  sta proprio  qui, aver lavorato sulla finzione, su un mockumentary in cui la parabola umana e sportiva  di Esposito è  pretesto per conoscere i principali eventi vissuti a Napoli dal fascismo alla fine del novecento, per aprire uno spaccato sull’alta scuola di pugni, carezze e sogni del maestro  Camerlingo, sui campioni pugilatori (Cossia, Oliva,Russo) ferrati all’ombra del Vesuvio.

“Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità” di Julian Schnabel

nota di Gianni Quilici

Schnabel è riuscito a rendere credibile un’artista conplesso come Van Gogh, obiettivo del film e impresa difficilissima.

Primo e soprattutto: per la straordinaria affinità fisiognomica e psichica  che Willen Dafoe è riuscito a creare , esprimendo del pittore olandese il candore e la violenza, la stupefazione e la creazione, lo stordimento e la follia, il misticismo e l’acutezza estetica e, di ciò, soltanto un’analisi fenomenologica potrebbe dare conto.

Secondo: perché Schnabel ne ha visualizzato il tormento creativo, ma anche la consapevolezza estetica attraverso dialoghi efficaci ( uno degli sceneggiatori non a caso è Jean Claude-Carrière), un uso appropriato della soggettiva, montaggi sincopati,  movimenti di macchina mobili e ravvicinati , che ne hanno reso efficacemente la frenetica creatività e lo strazio nevrotico.

Troppo invasiva e ridondante è, invece, la musica, soprattutto nella sequenza, in cui Van Gogh scopre la luce e i colori di Arles.

Terzo: per la scenografia che rende palpabili e veritiere cittadine e taverne, sentieri e paesaggi di fine ottocento.

Quarto: per gli attori di contorno: Emmanuelle Seigner, placida e luminosa, Oscar Isaac, un Gaugin impetuoso, affettuoso e geloso, e su tutti Niels Arestrup, in una strepitosa particina,  mentre parla, mostruosamente erotico, incuriosito con Van Gogh, ambedue in una  vasca, per il bagno settimanale nell’ospedale psichiatrico di Saint Remy.

Van Gogh – Sulla soglia dell’eternità

Regia di Julian Schnabel

Cast:  Willem Dafoe, Rupert Friend, Oscar Isaac, Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Stella Schnabel, Mads Mikkelsen, Niels Arestrup, Alan Aubert, Amira Casar, Lolita Chammah

Durata 110 minuti. Nazione USA

“Da morire” di Gus Van Sant

di Gianni Quilici

In questo film di un regista, Gus Van Sant, che ha saputo rappresentare l’adolescenza come pochi altri, vorrei sottolineare velocemente alcuni aspetti.

Primo: la strepitosa interpretazione di Nicole Kidman che riesce a scolpire la crudeltà nella seduzione  con una maschera di diabolica ipocrisia visivamente erotica e sessualmente ammaliante come poche volte –credo- si è visto nel cinema.

Secondo: il volto  di adolescente di  Joaquin Phoenix completamente indifeso, totalmente affascinato, intellettualmente èbete,  incapace  di capire e  di difendersi dal raggiro di lei.

Terzo: l’ambiente di provincia, che diventa, nel suo minimalismo, come in alcuni film di Jarmush,   simbolo  di una delle nevrosi che divora(va) l’America e i Paesi opulenti: il bisogno di apparire, di avere successo nel micro come nel macro.

Quarto: un rapporto riuscito tra il documentario (le interviste ai protagonisti) e la fiction ( la vicenda ), perché prevale la forza della narrazione filmica, mentre le interviste fungono da distanza che il regista opera verso la sua materia per trasmetterla anche allo spettatore.

Quinto: il finale,  non  facile, mi pare esemplare. La crudezza implicita va a braccetto con l’ironia beffarda. Lei sepolta, impenetrabile, nel lago ghiacciato, su cui la sorella dell’assassinato sta volteggiando con la musica che l’accompagna e i titoli di coda che scorrono. Vendetta è fatta, sembra dirci Gus Van Sant, ma in ciò che abbiamo visto non ci sono orizzonti, ma un presente crudo e un futuro forse ancora più crudo .

DA MORIRE

Titolo originale: To Die For
Regia: Gus Van Sant
Interpreti: Nicole Kidman, Matt Dillon, Joaquin Phoenix, Casey Affleck
Durata: 95′
Origine: USA, 1995

“Ricordando il grande regista greco Dimos Theos” di Mimmo Mastrangelo

Da lungo tempo malato, se n’è andato ad 83  anni e in un silenzio quasi totale Dimos Theos,   regista che diede vita, insieme a Theo Angelopoulos e Costa Gravas,  alla stagione di quel  “nuovo cinema greco” dallo sguardo fortemente  impegnato e politicizzato.

Alla  stregua del grandissimo  Jean Vigo, Dimos Theos  ha girato nella sua vita solo quattro lungometraggi (e una serie di cortometraggi).

Esordì  dietro la macchina da presa con il documentario  “Ekato ores tou mai”, dedicato alle ultimissime ore di vita di Grigoris Lambrakis, medico, parlamentare della sinistra e campione di atletica leggera che detenne dal 1936 e  per oltre vent’ anni il record nazionale di salto in lungo maschile. Nel 1963 la sua morte per mano violenta dell’estrema destra politica causò in Grecia una protesta popolare quasi da colpo di stato .

Nella filmografia  di Theos  il titolo  più conosciuto rimane “Kierion”, presentato in concorso al Festival di Venezia del 1968. Nel clima di contestazione che investì  la ventinovesima edizione della Mostra,  venne molto apprezzato questo film ispirato all’oscuro  caso di George Polk,  un giornalista statunitense che nel 1948 era andato in Grecia per intervistare il noto leader politico Markos Vafeiadis e venne assassinato. Dopo Venezia il film fu trasmesso in Germania sul piccolo schermo, mentre nella Grecia dei colonnelli   venne censurato. Solo nel 1974, con nuove scene e un rinnovato montaggio, “Kierion”  poté fare la sua comparsa nelle sale della Grecia.

Quando gli artisti hanno iniziato  ad articolare il discorso politico nel 1966” dirà Theos in un’intervista – “non eravamo sicuri di essere liberi di parlare apertamente, così ho fatto un film politico mascherato da fantascienza. Non vediamo  quasi mai  cosa succede, non conosciamo il paese o l’anno, volevo solo mostrare  la verità di quel fatto“.

Durante  la dittatura militare il cineasta, originario di Karditsia,  fu costretto all’esilio in Germania, quando rientrò in Patria  girò l’altro suo capolavoro “Diadikasia” (1976) in cui è sintetizzata tutta la filosofia del suo cinema  e il mito di Antigone viene spogliato di ogni aspetto spettacolare. I

n Italia lo scorso anno la rassegna triestina “I mille occhi”,diretta da Sergio M  Gernani,  ha riconosciuto al  regista  il “premio Anno Uno” e proposto i suoi titoli più importanti. Nonostante che Dimos Theos sia rimasto pressoché un cineasta sconosciuto, “il suo sguardo si presenta moderno, capace di inventare un cinema e renderlo percepibile nella sua grandezza” .