“Lasciati andare” di Francesco Amato

lasciati anddi Silvia Chessa

Nel film di Francesco Amato, ambientato a Roma, un magistrale Toni Servillo è Elia Venezia, uno psicanalista ebreo, che vive ed esercita a Roma, il quale, in virtù del suo distaccato sapere scientifico e della sua connaturata indolenza, cura i suoi pazienti guardandoli senza vedere.. Non vede, cioè, le ripercussioni negative, sul piano emotivo e della guarigione, dei suoi giudizi drastici e delle sue diagnosi senza appello. Accade pertanto che i risultati delle sue terapie siano deludenti e fallimentari.. Come lo sono le sue relazioni private..

Contribuiscono a rendere l’idea di un clima fatto di abitudini ed individualismi alcune scene comiche. Ad esempio quella dove Elia si inalbera con la vedova Terracina che ha, puntualmente, bloccato l’ascensore durante lo Shabat, perché vuole si rispetti, tutti!, la festività; oppure la scena dove il figlio di Elia ricorda al padre il suo egoismo rammentandogli il particolare che, quando la moglie era in ospedale, Elia andava a visitarla solo al momento dei pasti, per approfittarne.

A dare una svolta a questo percorso, è proprio la conseguenza di un altro vizio di Elia : quello della golosità, che, appagata senza freni, persino durante le sedute di lavoro, lo induce a dover prendere seri provvedimenti onde evitare il rischio diabete..

Interverrà, quindi, un incontro che si rivelerà rivoluzionario e terapeutico nella vita dello psicoterapeuta.

Quello con Claudia, una spagnola “sciroccata” (come la definisce Elia) che gli farà da personal trainer, e che lo aggancia puntando sulla sua avarizia (gli fa un’offerta economicamente più vantaggiosa della iscrizione in palestra), rivelando, altresì, una capacità di intuizione superiore a quella di Elia. Questi, paradossalmente, nella sua cecità, non afferra che Claudia si è nascosta nella sauna per sfuggire alla moglie del titolare della palestra, del quale è l’amante, mentre Claudia inquadra Elia in pochi minuti.

Avvincenti, in questa commedia, sono le sfaccettate e complesse dinamiche fra Elia e la sua ex moglie, dalla quale è separato ma ancora innamorato. Magistrale anche la Signoris nel ruolo di Giovanna, donna defilata ma presente ancora nella vita del suo ex marito: gli porta ancora la biancheria lavata “ma non più stirata”, precisa Elia. Lo continua ad accudire, quindi, ma in modo più emancipato e dissimulando, a sua volta, un attaccamento ed una gelosia che riaffiorano quando lo vede andare a teatro accompagnato dalla avvenente Claudia, e legarsi a questa figura con un feeling naturale e spontaneo..

D’altro canto, Claudia dimostra di non essere solo una sciroccata, ma rivela qualità umane e di pensiero non indifferenti. Spiegherà ad Elia, con una simpatica ed illuminante metafora edilizia, come Es, Io e SuperIo possano paragonarsi rispettivamente alle fondamenta di un edificio, all’edificio e ad un attico dello stesso,  e che, in tale prospettiva, entrambi, lei trainer di ginnastica, lui psicoterapeuta, si possono dire colleghi intenti ad occuparsi, in qualche modo, di “ristrutturazioni”. Laddove Claudia ristruttura il corpo, Elia pensa alla psiche.

Gli allenamenti e le peripezie che vivrà Elia, guidato dalla vulcanica Claudia e dalla sua incendiaria figliola, lo trasformeranno radicalmente, e, in contemporanea ai relativi mutamenti di Elia, anche i suoi casi clinici si sbloccheranno: ad esempio il paziente che non prendeva mai l’ascensore e non si arrabbiava mai, le cui fisime e paranoie facevano quasi da contraltare, nelle prime scene del film, alla indolenza e rassegnazione di Elia, riuscirà a vincere i suoi blocchi.

Quindi la rivoluzione interiore appartiene a tutti, ed è fonte di contagio vicendevole, facendosi storia a lieto fine, ma non banale.

Una menzione speciale meritano Giacomo Poretti, nel ruolo del vendicativo ed egocentrico  ing. Biraghi, ex paziente di Elia, poi Luca Marinelli, nell’interpretazione di Ettore, il balbuziente amico di Claudia, bravo caratterista in un formidabile cameo, nonchè Valentina Carnelutti, nella delicata parte di Paola, convivente ed amica di Claudia, la quale, nel dare aiuto, invade gli spazi di Claudia più di quanto non sia opportuno, quasi a rubarle quel ruolo di madre che, per insicurezza, Claudia si era convinta di non essere in grado di gestire. Ma, anche in questa questione, risolutorio ed illuminante sarà il rapporto d’amicizia e l’intervento di Elia a rimettere a posto cose e persone.  Veronica Echegui è vivace e perfetta nella parte della “sciroccata” Claudia, sublimi Servillo e la Signoris.

Nel complesso, un cast eterogeneo ed amalgamato per la trama, ben intessuta e piacevolmente ritmata, di questo film delizioso ed intelligente.

LASCLasciati andare

regia di Francesco Amato.

Con Toni Servillo, Verónica Echegui, Carla Signoris, Luca Marinelli, Pietro Sermonti, Carlo Luca De Ruggieri, Valentina Carnelutti, Giulio Beranek, Vincenzo Nemolato, Giacomo Poretti.  durata 102 min. – Italia 2017.

“Indizi di felicità” di Walter Veltroni

indizi-di-felicitàdi Maddalena Ferrari

Epicuro in una lettera a Meneceo afferma l’importanza ” da giovani come da vecchi di dedicarci a conoscere la felicità, per sentirci sempre
giovani quando saremo avanti con gli anni e, da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire”. E’ partendo da
questo assunto che Veltroni svolge la sua ricerca sulla felicità, intervistando persone diverse per età, ceto, cultura e soprattutto storia personale.

Il film è poi in sostanza una ricerca sul senso della vita in questo tempo,
i primi anni 2000, che ci hanno già portato in abbondanza tragedie,
dolori, devastazioni. Ed è proprio questo che costituisce la premessa del
documentario, dopo una breve sequenza, ripresa da un telefonino in un
vagone della metro londinese, dove un ragazzo invita i viaggiatori a
cantare “Over the Rainbow”: dalle Twin Towers al fallimento
della Lehman Brothers, dalle guerre in Medio Oriente agli sbarchi dei
migranti, dagli spari al Bataclan al corpicino del piccolo Aylan sulla
spiaggia di Bodrum, da Fukushima al terremoto nell’Italia centrale…

Dopo questo, ecco le persone, che raccontano di sé, che rispondono alle domande dell’autore-intervistatore con trasporto, a volte con entusiasmo. E sono esperienze contraddittorie, di fatica, spesso di dolore : in mezzo al percorso, o a conclusione di esso, indizi di felicità. C’è chi è sopravvissuto ai campi di sterminio, dove hanno perso la vita i propri cari; chi, grande scienziato- ricercatore, ha scoperto il bosone di Higgsi; chi ha debellato una grave malattia…

La ricerca di Veltroni non semplifica, non banalizza.Certo è una ricerca
mirata, non è esaustiva né vuole esserlo. Si sente il punto di vista occidentale, anche se generoso e inclusivo. Non per niente il film termina
con un ballo in una fabbrica dismessa di una coppia, a cui poi si aggiungono altre, al suono di “Singing in the Rain”. Ma ciò che più conta è che il discorso è interlocutorio e la prospettiva complessa.

INDIZI DI FELICITA’

REGISTA: Walter Veltroni

SCENEGGIATURA: Walter Veltroni

FOTOGRAFIA: Davide Manca

MONTAGGIO: Gabriele Gall

MUSICHE: Danilo Rea

PAESE: Italia, 2017

“8 giugno 1976″ di Gianni Saponara

8-giugno-1976di Mimmo Mastrangelo

“8 giugno 1976″ è il nuovo lavoro  del regista Gianni Saponara che è stato presentato in anteprima (ma fuori dalle sezioni ufficiali) all’ultimo Festival di Cannes e si ispira  al drammatico fatto  di cronaca  che accadde proprio in quella data   di quarantuno anni fa a Genova.

Due “commandos” delle Brigate Rosse crivellarono di piombo il corpo del  magistrato Francesco  Coco e quello dei  due uomini della  scorta, Giovanni Saponara ed Antioco Deiana. Il procuratore generale Coco  era noto all’opinione pubblica:  due anni prima si era rifiutato di  controfirmare una  disposizione della Corte di Appello di Genova che dava il via libero alla proposta-ricatto delle Br di scarcerare  otto loro  compagni del “Gruppo XXII ottobre”  in cambio  della liberazione del giudice Mario Sossi, sequestrato  il 18 aprile del 1974. Il giorno dopo l’assassinio di Coco nell’aula del tribunale di Torino il gruppo storico delle Br – composto da  Renato Curcio, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari e che si trovava a giudizio proprio per il sequestro Sossi – rivendicò la natura  politica di quell’attentato su cui,  a distanza di decenni, non è stata ancora posta la pietra definitiva della verità.

A fare da prologo  al film di  Saponara  sono delle parole di Santa Brigida (”Manterrò le anime di tre tuoi parenti in uno stato di grazia”), ma cosa c’entra la martire svedese  con  la morte del giudice sardo? C’entra eccome, in quanto il luogo dove venne ucciso è la salita dell’arco di Santa Brigida nel centro storico di Genova.

Come si vede sullo schermo  qui Coco (Giuseppe Pergola) e l’agente Giovanni Saponara (Simone Castano) vengono sorpresi dagli spari di tre terroristi, mentre  Deiana (Cosimo Frascella), che sta attendendo il collega in macchina, verrà trucidato pochi istanti successivi da altri due brigatisti a bordo di una moto. Ma il fatto di cronaca sullo schermo fa da terreno di impulso,  evento scatenante  per narrare i momenti terribili vissuti dalla famiglia dell’agente lucano Giovanni Saponara, dai suoi due piccoli figli  Gianluigi e Giuseppe e dalla  moglie Angela,  interpretata da un Donatella Finocchiaro sempre convincente quando il  proprio volto deve prestarsi da “icona” di  un sentimento ferito o di uno stato di dolore.

Nel lasciar scandire il suo lavoro dalle note di un famoso successo di quegli anni (”Tornerò” dei Santo  California),  il regista  sceglie come linea di narrazione il dramma  dei familiari di una  vittima caduta per mano dei nemici dello stato democratico, ne porta sullo schermo il loro smarrimento, prova a guardare la tragedia con gli occhi dei due piccoli figli del poliziotto, di come la loro esistenza viene improvvisamente ed ingiustamente scombussola e che, ciononostante,  per  loro deve andare avanti. Spingere alla  speranza, ritrovare, per dirla con Santa Brigida, “uno stato di grazia”.

Indubbiamente “8 giugno 1976″ (ri)apre alla discussione gli anni di piombo, ma è un film sul lutto di una famiglia il cui nome, non volendo, lo si  è ritrovato associato ad un tristissimo evento della storia ultima del  nostro Paese.

“Io sono Ingrid” di Stig Bjorkman

io-sono-ingrid-bergman-659x371di Silvia Chessa

“Ha cambiato vita moltissime volte, ma sempre con coraggio”, Stig Björkman di Ingrid Bergman.

Nel film documentario di Stig Björkman non si fanno scoop sulla biografia di Ingrid Bergman, ma piccole avvincenti osservazioni.

Orfana della madre a due anni, Ingrid rimase orfana anche del padre dopo solo dieci anni. E, nel giro di un anno, perse anche la sorella del padre, la quale si occupava di lei.

Una infanzia tragica degna della più patetica telenovela brasiliana ..

Eppure, dalla miriade di foto, filmini, ritratti che Stig Björkman ha selezionato (a fatica, per la quantità enorme e la bellezza straordinaria) ed offerto a noi di Ingrid, quello che emerge non è una figura di donna tragica, avvilita e avvilente ma, in antitesi alla sua infanzia, un volto di una radiosità unica ed una biografia avvincente e piena d’amore..Scopriamo una Ingrid accumulatrice di immagini, diari, lettere, una eterna bambina con la smania di vivere, innamorarsi, sposarsi, fare famiglia, e tenere, di tutto, traccia. In modo quasi maniacale ed ossessivo, tanto più per un’epoca, la sua, scarsa di reperti video fotografici (i video della sua infanzia, girati dal padre fotografo, erano, naturalmente, dei muti) e quindi, in ciò, anticipatrice dell’epoca contemporanea, così sovraccarica di foto, selfie, video virali, reperti di attimi privi di altro significato oltre quello di auto affermarsi compulsivamente.

Come è nello spirito svedese, la scopriamo immersa nella natura e nel mondo animale, di cui ama circondarsi e in cui far crescere i figli, in ambienti arcadici che con la sua svettante ma aggraziata figura contribuisce ad abbellire. Trasmette serenità e capacità di armonizzarsi nei contesti verdeggianti e marini forse ancor più che sui red carpet e nei grandi galà hollywoodiani ..

Mare, mare ovunque, nell’inesauribile archivio di Ingrid, fonte dalla quale deduciamo, oltre allo spessore umano della protagonista, una molteplicità di informazioni sulla geografia dei luoghi visitati e vissuti, nonché la traccia della storia che scorreva sul filo del tempo intrecciandosi alle vicende personali di Ingrid (penso, ad esempio, alla foto che Ingrid fece ad una parata fascista, rendendosi testimone, così, di anni molto particolari..).

“Ha salvato tutto perché sapeva che, un giorno, sarebbe stata famosa”, afferma Stig di Ingrid.

Mentre Pia, la figlia, ricorda, la passione quasi ossessiva di Ingrid per Giovanna d’Arco, come se ne condividesse, interiormente, “la chiamata ad un destino fuori dal comune..un sentire le voci”.

La ragazza di Stoccolma (come diceva di sé, esprimendo la sua meraviglia nel ritrovarsi in contesti distanti dalle sue origini, ma da lei sognati, ambiti e presagiti..nell’affascinante mistero che Ingrid è stata), l’orfanella che a tredici anni non aveva più genitori e perdeva anche la zia balia, si innamorò di Capa, di Fleming, di Rossellini, in modo passionale nonchè intraprendente.. Non si stancò di viaggiare, amare, sperimentarsi in ruoli nuovi.

Istintiva ed esuberante, telegrafò a Rossellini la sua amorosa disponibilità a volare da lui, ovvero dalla più gloriosa dimensione hollywoodiana (dove aveva già riscosso grandissimi successi) in Italia,  solo per provare la perigliosa avventura di cimentarsi in ruoli di neorealismo che la grandissima Magnani aveva tenuto alti sulle sue solide spalle, e rilanciato alle stelle.. Da quella offerta, dal suo trasferimento in Italia, nasce Stromboli, e nasce la storia d’amore con Rossellini.

Capa, Fleming, Rossellini, perpetrano, forse, lo sguardo di quel padre fotografo che aveva, nella piccola Ingrid, la sua modella giustamente preferita..e sulla quale lasciò un segno che si riconferma in queste scelte, in questi percorsi amorosi sulla scia di una macchina fotografica o da presa.

Il docufilm di Stig Björkman ci consegna, in conclusione, l’intimità, i grandi amori, le passioni, i diari, le lettere di una vera diva, ma anche di una bambina per la quale il trauma del distacco è contrastato dalla vitalità, dalla maniacale abitudine a lavorare perché ogni momento di vita e d’amore resti tracciato, ed ogni possibile, temibile vuoto sia scongiurato da pellicole e da parole.

coverIo sono Ingrid   di Stig Björkman

. Con Jeanine Basinger, Pia Lindström, Fiorella Mariani, Isabella Rossellini, Isotta Rossellini,

Svezia 2015. Durata 114 minuti

“On the Milk Road” di Emir Kusturica

ku di Gianni Quilici

Vedendo “On the Milk Road” di Kusturica, , la prima immediata impressione, dopo qualche minuto, è stata:  Kusturica (purtroppo) non ha più niente da dire e ripete il suo riconoscibilissimo stile, senza l’invenzione e la fluidità, la leggerezza e la capacità di astrazione simbolica, che lo hanno reso famoso cinematograficamente con film come Ti ricordi di Dolly Bell, Papà è in viaggio di affari, Il tempo dei gitani, Underground.

Una guerra civile, quella dei Balcani, è, infatti, da subito una commedia farsesca; una vicenda amorosa diventa poi sentimentalistica; delle immagini sovrabbondanti e  caotiche non ti portano via, come nei suoi primi film, ma si ripetono compiaciute, diventando fastidiose. Ecco, quindi, il falco suo amico che balla, che volteggia,  che scruta dall’alto, le oche che starnazzano correndo  per infilarsi in vasche del sangue del maiale sgozzato, la gallina che cerca invano di beccarsi davanti a uno specchio, le pecore che saltano per aria, il serpente salvifico che beve latte eccetera, eccetera. Se inizialmente (queste immagini) possono apparire originali, ben presto si ripetono con la pretesa, alcune, di voler essere  metaforiche.

La fuga finale di lui (lo stesso Kusturica) con lei (Monica Bellucci), inseguiti da militi col mitra spianato in mano, diventa insopportabile, perché narrativamente troppa lunga e insistita; né appassiona, perché il loro amore è dato non rappresentato e non assurge, come vorrebbe la bella immagine finale dall’alto, a grande simbolo di pace.

On the Milky Road – Sulla Via Lattea

di Emir Kusturica.  con Monica Bellucci, Emir Kusturica, Predrag Manojlovic, Sloboda Micalovic, Sergej Trifunovic.  Serbia, Messico, USA, Gran Bretagna, 2016, durata 125 minuti.

“Tommaso” di Kim Rossi Stuart

Tommaso-film-fotodi Riccardo Dalle Luche

Sedotti dalla sua elegante interpretazione del Commissario Maltese, abbiamo visto, col dovuto ritardo (più ci si allontana dalla prima visione più si è obiettivi), “Tommaso”, l’ultimo film da regista di Kim Rossi Stuart, del 2016. L’avevamo amato, come interprete, moltissimi anni fa, nei panni dello schizofrenico di “Senza pelle” (regia di D’Alatri, 1994), avevamo apprezzato il suo film sulla (sua) infanzia di una decina di anni fa, l’acclamato “Anche libero va bene” (2005), ne vediamo in “Tommaso” il sequel nella vita adulta. Sono tre film sull’”oggetto d’amore”: in Senza pelle un oggetto d’amore impossibile da attingere causa la remota fragilità dell’Io schizofrenico, in “Anche libero va bene” un oggetto d’amore (la madre) intermittente, che scompare e ricompare senza né preoccuparsi né rendersi conto di non poter garantire ai suoi figli un’imago femminile minimamente stabile, qui Kim è un Tommaso adulto che, sempre alla ricerca dell’oggetto d’amore assolutamente insindacabile e rassicurante, passa da uno pseudo-amore all’altro accettando alla fine, con serenità, la sua parziale incapacità di intendere e volere una relazione affettiva (anche se il finale, generando un’ambiguità, lascia aperta la strada ad un nuovo aggiornamento).

Tommaso è un classico film psicoanalitico, ricco di sogni, metafore, allegorie, che mette in scena quella che una volta si sarebbe chiamata “una nevrosi” ed oggi assomiglia più ad un disturbo di personalità (fobico, evitante, istrionico) associato ad una bipolarità dell’umore. Un film in gran parte molto bello e molto convincente, sia come film, che come storia di nevrosi. Come in genere questi film sono, è anche un film sul concepimento di un film (che è in effetti il film che stiamo vedendo), ed un film su un film che viene in effetti girato nel corso del processo mentale del protagonista, che, come il regista, di mestiere fa l’attore e il regista. Lo schema l’abbiamo già visto molte volte, a partire da 8 e ½ di Fellini (1963), nella serie autobiografica di Truffaut, in buona parte della filmografia di Nanni Moretti, al quale peraltro Kim Rossi Stuart assomiglia in modo inquietante nel fisico, pur essendo decisamente più carino.

Il film è stato valutato così così da pubblico e critica e non ha vinto alcun premio. Io penso che non sia giusto. E’ un film coraggioso, come tutti i film psicoanalitici, anche se qui il tono generale è quello della commedia, alcuni sogni, e soprattutto l’ossessione dei vermi mi pare un’invenzione cinematografica estremamente autentica e perturbante, degna di una vera interpretazione psicoanalitica; inoltre, se Kim gigioneggia un po’ troppo come attore di se stesso, le giovani donne che finiscono per essere sue facili  prede e vittime, con l’eccezione della più giovane e più naif di tutte, Sonia (Camilla Diana), sono delle interpreti magnifiche, oltre che delle donne di rara bellezza e sensualità, ed avrebbero senza dubbio meritato di più. Misteri della critica, dei premi e dei festival.

Insomma, “Tommaso” un film da rivedere, e di cui discutere; Kim Rossi Stuart un regista di cui verosimilmente sentiremo riparlare.

imagesTOMMASO

di Kim Rossi Stuart

con Kim Rossi Stuart, Cristiana Capotondi, Jasmine Trinca, Camilla Diana. Italia 2016

“A casa nostra” di Lucas Belvaux

A_Casa_Nostra_Emilie_Duquenne_in_una_scenanota di Gianni Quilici

“Chez nous” in italiano “A casa nostra” è un film che a me pare sociologicamente e, in questo caso, politicamente importante. Come è notorio rappresenta, sotto altri nomi, il Front National francese e la sua leader Marine Le Pen. Ne  rappresenta la doppia faccia: quella superficiale di chi vuole “ripulirsi” il volto nelle forme e nel linguaggio dal passato fascista; l’altra, quella vera, feroce, oltre che nella ideologia, nello strumentalizzare la candidata sindaco, una giovane infermiera della zona di Pas de Calais, gentile e benvoluta dalla gente, ma ingenua politicamente.

Questa ambiguità Lucas Belvaux la trasmette esplicitamente, senza però ridicolizzare il Front National, né la sua leader, ma filtrandola dentro la campagna elettorale e le vicende private che ad essa si intrecciano. Soprattutto tramite il medico, magnificamente interpretato da André Dussollier,  paterno nel convincere la ragazza a candidarsi, ma anche risoluto, minaccioso fino alla ferocia.

E’ nel rapporto con le vicende private, che il film  non è all’altezza. La storia d’amore della protagonista con l’insegnante di calcio di suo figlio, nonché di notte partecipe a spedizioni punitive xenofobe, rimane alla superficie.

Il finale lapidario è tanto improvviso quanto fragile. Sembra quasi che il regista abbia cercato un pretesto per mettere la parola “fine”. Un pretesto appunto, che non lascia risonanze, un’eco che possiamo portare con noi.

A casa nostra di Lucas Belvaux. con Émilie Dequenne, André Dussollier, Guillaume Gouix, Catherine Jacob, Anne Marivin.  Francia, Belgio, 2017, durata 117 minuti

“Perché il cinema italiano è snobbato a Cannes?” di Mimmo Mastrangelo

mediDa noi ce la possiamo cantare e suonare come vogliamo, la stampa (la critica) può strombazzare lodi e pregi al nostro cinema, ma poco si riflette perché oltre confine le nostre produzioni vengono  largamente snobbate.

L’ennesima e pesante mazzata  arriva per noi da Cannes: per il secondo anno consecutivo non ci sarà in concorso un’opera che porti bandiera tricolore. Il direttore artistico Thierry  Fremaux e  gli altri selezionatori del più importante Festival del Mondo – la cui settantesima edizione si svolgerà dal 17 al 28 maggio – hanno ritenuto accontentarci inserendo nella sezione “Un certain regard” l’ultimo lavoro di Sergio Castellitto “Fortunata” e “Après la guerre” di Annarita Zambrano, mentre nella “Quinzaine des rèalisateurs”  passerà “A ciambra” di Jonas Carpignano.

Ma a parte Cannes e l’assenza nelle sale del mondo del cinema italiano,  diciamoci le cose fino in fondo, escludendo il documentario, il resto del cinema italiano evidenzia   vistose falle qualitative. Ha ragione Paolo Mereghetti quando, dalle pagine del “Corriere”, scrive che il cinema italiano sta affogando nel  pressapochismo e nella sguaiataggine di una commedia becera. A parte qualche caso davvero eccezionale (e  non ci riferiamo a Paolo Sorrentino) non riusciamo a produrre film che facciano sentire dentro un progetto, un’esperienza  culturale lo spettatore, quasi tutti i film devono rientrare in un terreno del marketing e dell’intrattenimento, oltre,  ribadiamo, non si va.

Non neghiamo che ci sono registi che raccontano storie di vita come ha già fatto  Jonas Carpignano con la sua prima opera “Mediterranea” (che passò pure a Cannes), ma le loro pellicole, tolto il clamore iniziale che  si alza intorno alla circuitazione nelle sale, presto vengono dimenticate perché incidono poco sull’immaginario e su una visione  di realtà dello spettatore. Addetti ai lavori e stampa  rivolgono lo sguardo altrove, preferiscono non voler ammettere lo stato dei fatti: il cinema italiano difetta e non poco, non sente la responsabilità di costruire un progetto per lasciare coltivare a chi guarda  un pensiero critico. Escono sui nostri schermi “commediuole” mediocri e, di tanto in tanto, qualche pellicola che al  massimo strappa  reazione emotiva. Ma il cinema che aiuta ad inquadrare un punto di vista della realtà ( e se vogliamo un sguardo politico) è altra cosa.

“Urli e risvegli” di Nicola Ragone

carmine_donnoladi Mimmo Mastrongelo

Pasquale intuì tutto. Avvertì per primo che il frastuono tracimante dalla poesia di Carmine Donnola  non poteva andar disperso. E quei  versi che l’amico tirava fuori dalle nebbie del suo stato d’animo, tra un bicchiere e l’altro, quella volta decise di trattenerli dentro di sé, ingoiando il foglietto di fortuna su cui erano stati riportati.

E’ cruciale questo aneddoto di Pasquale che si mangia parole e carta,  perché anche da qui può partire la storia di  Donnola, il poeta di Grassano (il paese del materano dove Carlo Levi passò il primo periodo del suo internamento in Lucania) che da giovane  sognava  di fare l’attore ed invece si è ritrovato bidello nelle scuole e, per un lunghissimi anni, a combattere contro i demoni maledetti del bere. Di quando era  l’alcol  a battere le scansioni del suo vivere  dice di avere solo rimpianti e nessun ricordo. Passava da un bar all’altro o si ritrovava con gli amici nel grotta di Zorro, la cantina di Pasquale dove, tuttavia, tra i fumi dell’alcol fermentava  una poesia di piaghe e ferite in cui i tumulti di Donnola trovavano commistione con le urla di ogni uomo in affanno.

Sessantaquattro anni, barba lunga  ed incolta da monaco francescano, il cantore di Grassano che  vorrebbe “abbracciare la notte/dimenticare il tempo che fugge” da anni  non è più un alcolista, la  poesia l’ha salvato  restituendogli il sapore dell’esistere.

Lo racconta in “Urli e risvegli”, il docu-film a lui dedicato  da Nicola Ragone  che l’aveva già voluto sul  set del cortometraggio “Sonderkommando”,  vincitore  nel 2015 del Nastro D’Argento. Il nuovo lavoro del  giovane regista lucano è un ritratto  di un uomo che  ha trovato  nel parola scritta il suo  bastone,  il sostegno per trasformare i  demoni di dentro in un risveglio, in una dolcezza disarmante. In un candore malinconico  che  viene sbattuto da Ragone allo sguardo dello spettatore sin dalle primissime sequenze in cui si vede Donnola nello scompartimento di un treno locale e  la macchina della presa che affonda sul  suo  volto rugoso e su quel suo sguardo assorto nei pensieri.

Un film su un uomo  e sul suo  segno poetico  è “Urli e risvegli” (attenzione proprio urli e non urla come si dovrebbe dire, così si vuol significare il grido dei tanti):  Donnola  parla del suo barcollante passato  e della sua ritrovata via,  attraversa luoghi della sua terra di Basilicata per andare  donare versi a conoscenti o lasciarli nei posti più impensabili come  dei messaggi in bottiglia. Lo si vede, inoltre, tra la piccola comunità di amici  della grotta di Zorro  e, infine, mentre urla  i suoi graffi con Eugenio Bennato che, spesso, durante i suoi concerti in Basilicata  lo chiama sul palcoscenico.

E se l’artista napoletano dice di aver trovato nella voce di Donnola  un inciso rock,  Nicola Ragone con il suo film – passato in anteprima al Bif&st di Bari e prodotto da Cutfish col sostegno della Lucana Film Commission – si adombra per  farci cogliere la poesia come uno spazio dell’autentico. E, naturalmente, in questa sua opera è sostenuto dal poeta di Grassano la cui parola anche sullo schermo si manifesta in entità  meravigliosa e sensibile. Seppur fragile, alla stregua  delle più alte poetiche.

“Pagani” di Elisa Flaminia Inno

pagani-film-inno-femminiellidi Mimmo Mastrangelo

Dopo il passaggio sullo schermo  della prestigiosa vetrina del “Cinèma du réel” di Parigi (la trentanovesima edizione si è chiusa  il 2 aprile), giungerà a fine mese nelle nostre sale “Pagani” di   Elisa Flaminia Inno. Prodotto dalla casa cinematografica Parallelo 41 e distribuito dall’Istituto Luce, questo primo lavoro della trentenne  regista napoletana racchiude splendidamente  un sillabario di folla e fede, suoni e tradizione popolare, nonché una bellezza filmica  a tratti  scanzonata.

Scenario del docu-film è l’ antica festa  della Madonna delle galline di Pagani, in provincia di Salerno, riconosciuta  dall’Istituto nazionale di demo-etno-antropologia “patrimonio immateriale
dell’Italia” e la cui leggenda racconta che all’inizio del XVII secolo delle galline, grattando con le zampe nelle terra,  riportarono alla luce una tavola con il volto  della Madonna del Carmelo. Quel ritrovamento venne interpretato come un segno Divino e, quindi,  la gente del posto pensò che bisognava omaggiare la Vergine costruendo  un luogo di culto e dando  vita ad una festa che ancora  oggi dura  ed è fortemente sentita  dai paganesi e dalle comunità  dell’Agro-Nocerino-Sarnese e dell’hinterland partenopeo.

paganElisa Flaminia Inno fa delle celebrazioni religiose e civili – che durano tre giorni, a partire dal venerdì dopo Pasqua – il contesto, il palcoscenico su cui irrompono dei personaggi del posto i quali diventano i protagonisti in primis di un  film scrostato da tutta una certa retorica documentaristica.

C’é  Fonzino incaricato ad “addobbare sontuosamente” di fiori e non solo  il recinto votivo, chiamato “tosello”, in cui la folla dei fedeli andrà a pregare la Vergine ed esorcizzare la miseria. Accanto a Fonzino  compare Biagino il custode di  tutta la tradizione rurale del posto,  ma chi incendia la visione sullo schermo è  la comunità locale dei gay. Saranno i loro, “i femminelli” (come vengono chiamati nel napoletano) ad investire con  canti e balli la  festa di un caos purificatore, mentre  il ritmo persistente delle tammorre e delle nacchere si diffonderà come un’ammaliante baraonda  a tutte le ore in ogni strada e vicolo di Pagani.

Lo sguardo  di Elisa Flaminia Inno è limpido e si proietta curioso nel catturare lo spettacolo  della festa,  nonché il mistero  della fede, del  culto, della profonda venerazione alla Madonna del Carmelo che si cela dietro tutto  “la paranza”  della ritualità popolare.