“Blue Amber” di Jie Zhou

di Laura Menesini

La domanda che si pone la protagonista è “quanto vale la vita di un uomo?” perché suo marito, morto a 32 anni davanti ai suoi occhi, travolto da un’auto mentre attraversava la strada con l’amato cagnolino, è stato risarcito dalla ricca signora che l’ha investito con una somma irrisoria, se paragonata alle ore che l’uomo ha vissuto. E così Lotus, la protagonista, fa i conti migliaia di volte e non le torna che ogni ora della vita di suo marito valesse così poco e lei, sempre sottomessa, sempre con gli occhi bassi, scelta dalla suocera come moglie per il figlio, suocera che poi l’ha sempre trattata male perché non le dava un nipote, lei stessa medita vendetta sociale. Lavora come cameriera in una ricca casa, in una città sopraffatta dal cemento e dall’inquinamento, dove le differenze di censo sono notevolissime e intanto fa con ripetitività ossessiva i suoi conti e non le tornano e si scinde tra la vita di ieri, l’oggi e il sogno.

Questi diversi piani sono anche raffigurati nelle immagini – bellissime – sfumate e piene di riflessi a indicare che non si è solo uno, ma tanti “nessuno e centomila” specialmente quando il mondo ci è crollato addosso come è successo a Lotus.

Il cagnolino è il suo “figlio” e la tragedia e al tempo stesso la catarsi avverrà proprio nel momento della morte dell’animale, quel piccolo cagnolino bianco che continuava a stare in mezzo alla strada, là dove era stato travolto e ucciso il padrone e dove verrà investito lui stesso.

A questo punto esplode la rabbia e il dolore e quelle lacrime, che non erano mai state versate per la perdita della suocera e del marito o per la sua vita così disastrata, ora sgorgheranno, mentre i diversi piani si saranno ricomposti in un tutto unico e la donna potrà finalmente guardare dritto davanti a sé e fissare la macchina da presa.

Film molto bello, un po’ lento secondo la tradizione orientale, ma coinvolgente e pieno di pathos. La fotografia poi è speciale!

BLUE AMBER

di Jie Zhou con Wang Zhener, Lu Yulai, Geng Le, Zhang Yao, Wang Caiping. Genere Drammatico – Cina, 2018, durata: 97 min.

“Fotograf” di Irena Pavlásková

di Gianni Quilici

E’ un film da vedere, perché Jan Saudek, famoso fotografo ceco, oggi 83enne,  è rappresentato dalla regista Irena Pavlásková con una personalità oltremodo vitalistica insieme complessa, contraddittoria e inconsueta, nella sua originalità.

Una personalità  dove prevalgono gli istinti erotici, che Saudek esprime direttamente, senza infingimenti, verso le donne, tutte le donne, giovani e anziane, soprattutto quelle corpulente, come oggetti-soggetti da fotografare e scopare,  al di là, almeno apparentemente, di ogni tabù. Sono, infatti, soprattutto donne i soggetti delle sue foto immobilizzate in pose plastiche su uno sfondo, da lui creato, magico e visionario, alla maniera di tableaux vivants. Immagini che lo hanno consacrato internazionalmente come un fotografo di successo.

Questo vitalismo erotico e creativo è ricco di contraddizioni: per un verso Saudek è irresponsabile e egoista, brutale e carogna; per un altro è anche generoso, disinteressato ai soldi, artista  intellettualmente  mai banale, quando si tratta non soltanto di fotografare, ma anche di definire, definirsi. E accanto a lui e contro di lui bene scolpita la segretaria manager tuttofare, Sara Sandkova, assai più giovane, innamorata e respinta, vendicativa e truffatrice, almeno nel film, ed oggi  fotografa significativa: hanno realizzato una retrospettiva insieme.

Ma c’è un aspetto ancora più profondo, che Irena Pavlásková ritrae attraverso incubi, senza pedagogizzarlo :  un trauma infantile (e non solo). Saudek schedato come  razza mista, padre ebreo e madre ceca, venne, infatti, deportato, bambino,  in un campo di concentramento  e successivamente  per anni vessato e ricattato dai servizi segreti cecoslovacchi a causa delle sue fotografie “scandalose”.

Da qui una paura profondamente radicata, che nei momenti più intimi confessa e che pubblicamente diventa, invece, spavalderia, provocazione.

Fotograf    di Irena Pavlásková. Un film con Karel Roden, Marie Málková, Zuzana Vejvodová, Václav Neuzil, Vilma Cibulková.  Repubblica ceca, 2015, durata 133 minuti.

T. F. F. “The Guilty” di Gustav Moller

di Laura Menesini

Intero film ambientato in una stanza davanti a un telefono: un poliziotto dalla strada è stato spostato a ricevere le telefonate di emergenza perché sotto processo per un gesto inconsulto. Tra telefonate sciocche ne arriva una da una donna che dice di essere stata rapita e che è minacciata dal marito, cui era stato ordinato di stare lontano dalla famiglia. Il poliziotto prende a cuore la situazione e riuscirà a fare un “buon lavoro”.

Si tratta di un film incredibile, siamo sempre in questa centrale telefonica della polizia, abbiamo di fronte o di spalle un unico personaggio eppure il film ti tiene col fiato sospeso per 85 minuti e ti mostra un uomo, un paese e situazioni allucinanti come se tu le vedessi.

La recitazione di Jakob Cedergren è eccellente, la macchina da presa lo ritrae in primi e primissimi piani, gli occhi la bocca i pori della pelle e le gocce di sudore ci fanno vedere e quasi toccare con mano un uomo distrutto coi nervi a pezzi e con un carattere irruento, sempre e soltanto sullo sfondo grigio della centrale telefonica della polizia.

Talvolta la luce rossa che annuncia una telefonata in arrivo ti fa sobbalzare.

Incredibile come lo sceneggiatore il regista e l’attore ti rendano chiarissima una situazione, la vita di un uomo, un bravo poliziotto, a rotoli dopo l’abbandono della compagna e dopo che il suo carattere impulsivo gli ha fatto compiere un gesto sbagliato, sì perché la vita ti attacca alle spalle come una tigre affamata e ti travolge, così come ha travolto la donna al telefono.

Tutti ti voltano le spalle quando fai un passo sbagliato, ma c’è un amico, un extracomunitario, che ti aiuta e che testimonia il falso per te, mentre tutti gli altri ti fanno solo auguri di circostanza per l’esito del processo.

The Guilty

Regia di Gustav Möller.  con Jakob Cedergren, Jessica Dinnage, Omar Shargawi, Johan Olsen, Jacob Lohmann. Danimarca, 2018, durata 85 minuti.

“La casa dei libri” di Isabel Coixet

di Silvia Chessa

The Old House Bookshop, (La Casa dei libri), adattato dal romanzo “La libreria” di Penelope Fitzgerald, è un film che, coniugando la magia del cinema con la forza della letteratura, stimola un sapere che ci obblighi ad uno sforzo di comprensione, non ci compiaccia nel già visto, e già sentito, ma che ci scuota dal torpore.

Questo ideale di  nuove conoscenze, liberamente  ricercate ed acquisite, è espresso dal signor Edmund Brundish, magnificamente interpretato da Bill Nighy (vedovo, nella colorata fantasia del paesani, in verità semplicemente separato e molto solitario, poiché nutre poca simpatia verso gli altri esseri umani) quando consiglia Florence Green, (lei realmente vedova e neo libraia), circa l’opportunità o meno di far atterrare un romanzo come Lolita nella poco emancipata e sonnolenta cittadina di Hardborough, nel Suffolk. Edmund suggerisce a Florence di non soffermarsi sull’aspetto del giusto o sbagliato, ma sul dato obiettivo: è un bel romanzo, pertanto merita di fare la sua comparsa fra le vetrine della Old House Bookshop. “Non lo capiranno. Ma è pur tuttavia positivo. La comprensione impigrisce”.

Molto simpatica e di completamento a quella della protagonista è la figura della bambina, Christine, (Honor Kneafsey), che rifiuta categoricamente di leggere, però ragiona e parla speditamente, come una adulta, e, per assurdo, è felice di lavorare in una libreria, la “ripugnano i ragazzi”, come dichiara preventivamente, e vince le resistenze di Florence, vendendosi alla grande, nel suo primo colloquio di lavoro, con ineccepibili argomentazioni: è piccola, è vero, ma è, delle tre sorelle, quella effettivamente più disponibile e che le darà meno problemi.

Benché piccola, Christine ha le idee chiare su tutto, tanto da confrontarsi come una quasi coetanea con Florence, la cui bonomìa biasima fermamente, lei che sa già che da grande vorrà essere cattiva come la signora Gamart e come quel suo amico della BBC, Milo North: “è più facile, così!”, sentenzia determinata.

Florence, anche lei perseverante, è oggetto di trame maligne e tradimenti (senza un serio perché) da parte di quasi tutti gli abitanti del paese; ciascuno, muovendosi per interesse venale e personale, la danneggia, mentre lei conquista, (oltre alla alleanza di Christine e del signor Brundish), l’unica persona estranea e di passaggio: la ragazza di Milo North. Le due si confidano in una scena che le vede affianco, sorridenti e complici, in uno scenario di vento e mare che trasmette un senso di sfida alla natura, alla sorte.

La piccola aiutante Christine introduce elementi di comicità e spontaneità in atmosfere compostamente inglesi, come quando, durante una degustazione di tea, seduta accanto a Florence, domanda se può avere il vassoio laccato cinese alla morte di lei e con altrettanto humor Florence ribatte che non sente di stare per morire.

Struggente ed intenso l’incontro fra Florence ed Edmund, uomo solitario ma  benvoluto, che non esce mai di casa ma vive di grandi letture, da pensatore libero e indipendente. Da quel pomeriggio nascerà un sodalizio amicale che spingerà l’uomo a varcare quella reclusione autoeletta, desiderando fare concretamente qualcosa per mantenere in vita la Casa dei libri, il sogno della sua nuova amica.

E questo perché Florence, a detta di Edmund, possiede in abbondanza la qualità alla quale lui attribuisce il massimo valore, il coraggio, e poi perché, aggiunge con poche ma toccanti parole: “lei mi fa credere, ancora una volta, in cose che pensavo dimenticate”.

In ogni risveglio, però, i rischi sono proporzionati al coraggio di esporsi e il dramma è in agguato.

Ciò che non muore è, invece, la voglia di circondarsi di libri, i veri amici, giacchè, come dice Florence, “nessuno si sente mai solo in una libreria”.

Infatti, concluso il periodo della Old House Bookshop, Florence ha, pur non volendo, oramai  iniettato un germe nella sua piccola aiutante .. futura erede.

LA CASA DEI LIBRI

Regia di Isabel Coixet

Con Emily Mortimer, Patricia Clarkson, Bill Nighy, Honor Kneafsey, James Lance.

Titolo originale: The Bookshop.

Distribuito da BIM.  Produttori: Jaume Banacolocha, Chris Curling, Adolfo Blanco, Joan Bas, Albert Sagalés, Jordi Berenguer, Alex Boyd

Anno:  2017 Paesi : Spagna, Gran Bretagna, Germania Durata: 113 minuti

“Ora e sempre, riprendiamoci la vita” di Silvano Agosti

di Mimmo Mastrangelo

Il terrorismo, le stragi di Stato ne fecero un decennio terribile, ferito ma è altrettanto vero che – come dice Silvano Agosti nel presentare il suo docu-film “Ora  e sempre: riprendiamoci la vita” – “In futuro se ci sarà uno storico onesto, sentirà come legittima la necessità di avvicinare i dieci anni trascorsi dal 1968 al 1978 ai grandi eventi che hanno saputo cambiare il mondo come la rivoluzione francese e la rivoluzione russa“.

Dedicato all’ex-leader di “Lotta Continua” ammazzato dalla mafia trent’anni fa, Mauro Rostagno, e a tutti quelli come lui che hanno  lottato per un mondo migliore, “Ora è sempre…”  è un inappuntabile  montaggio di  immagini  (in un bianco-nero ripulito)  girate in quei dieci anni da Agosti con lo spirito di un documentarista di strada molto zavattiniano.

Un filmare il suo che vuole imprimere un metodo, tracciare un segno di partecipazione attiva alle lotte politiche  di quel tempo. “Ora e sempre…”  non è ricordo, ma un rivisitare, un lavoro  di prospettiva e niente affatto di circostanza, uno squarcio  su scampoli di cronaca che  hanno segnato in profondo il nostro Paese.

Le immagini  di Agosti sono forti, riprendono il teatro di una sorprendente agitazione di massa, scorrono sui cortei degli studenti contro “la scuola dei padroni”, sull’esequie dei braccianti ammazzati ad Avola dalla polizia, sulla folla smarrita dopo le stragi di piazza Fontana a Milano e di piazza Della Loggia a Brescia, sui comizi sindacali dove dal palco un passionale Bruno Trentin sprona “alla lotta di massa lunga e inesorabile fino alla vittoria”, sulle famiglie che difendono  il diritto alla casa,  sulle assemblee degli operai delle officine Fiat, su Alberto Moravia  che grida “abbiamo perso un poeta” ai funerali di Pasolini, sulle  istantanee del rapimento di Aldo Moro…

Incastrate  tra uno spezzone di immagini d’archivio  e l’altro, ci sono poi  le voci di  Bernardo Bertolucci, Paolo Pietrangeli,  Mario Capanna, Massimo Cacciari, Franca Rame (che evoca lo stupro subito), Nuto Revelli, Alberto Grifi, Pietro Valpreda,  le loro testimonianze  completano il manifesto di una forza, di una energia, di un miracolo   che rese  corpo unico e meraviglioso   quel  movimento collettivo di protesta che voleva la fine dei poteri precostituiti e (ri)prendersi seriamente  la vita.

Presentato  all’ultimo Festval di Locarno ed ora nelle sale , il film  di  Agosti (regista rimasto sempre ostile alle logiche del cinema industriale) è uno “Stabat Mater” per tutti  quelli che lottarono  e perirono sul campo, una meditazione su un decennio di straordinario partecipazione di massa, su un inaudito   coinvolgimento  alla politica, alla vita civile che oggi ce lo possiamo solo sognare.

ORA E SEMPRE RIPRENDIAMOCI LA VITA di Silvano Agosti. Italia 2018- Dur: 93 min.

“Euforia” di Valeria Golino

di Silvia Chessa

Euforia, film drammatico ma non privo di spunti leggeri e comici, si inserisce, per certe tematiche, in quel filone che, a partire da I Vitelloni e passando per Il sorpasso - piccolo capolavoro di euforia scatenata e corriva (le parole sono di Vittorio Gassman)-, arriva sino ai nostri giorni, pur senza trovare, talvolta, un corrispettivo all’altezza di quei classici ineguagliabili.

Ma ci continua a parlare, in qualche modo, di corse e di sorpassi euforici, dell’agitazione del vivere, onde ingannare ansie e vacuità. Euforia, il titolo del film, non è gioia, è allegrezza effimera, non è vittoria né pace, ma solo una tregua.

E questo filone ideale di film succitati ha un comune denominatore: introdurre e sottoporci, indirettamente, un dubbio morale, mentre si fa luce su una munifica magnanimità, lesta a mutarsi in astio, sfida, provocazione e sberleffo, sia pur camuffato con aria simpaticona.

Penso ad esempio allo spernacchio di Alberto Sordi (“lavoratori?!..”) e poi alla scena di Euforia in cui Matteo (Riccardo Scamarcio) salta sopra una mendicante, inginocchiata per terra, usandola come una asticella per dimostrare la sua euforica atleticità davanti a tutti.

Questi gesti, di irrispettosa e irridente provocazione, sono però intrinsecamente fusi con la natura fanciullesca e picaresca di Matteo, Giano bifronte che oscilla fra narcisismo e magnanimità, ilarità, socialità e disturbi da tossicodipendenza.

Questo film, -il secondo di un percorso di Valeria Golino sulla malattia, la bellezza e la fine della vita-, è una sfida complessa e ardimentosa, che la vede passare dal singolare al plurale, dall’intimismo di “Miele” all’affresco corale e polifonico, che si articola intorno alle vicende di due fratelli, un po’ improbabili nei loro dialoghi o nel loro mutismo (Ettore), i quali ritrovano una fratellanza, che era frastagliata, in una drammatica circostanza.

La materia della malattia va imperniandosi attorno ad un dubbio, una scelta etica, era in Miele (eutanasia sì o no) ed è in Euforia (rivelare o meno tutta la tragica fatalità del male all’ammalato?), dubbio che, intelligentemente, rimane aperto, non si dà per risolto.

Il linguaggio del film è sicuramente un linguaggio al femminile, cosa che può stonare e stordire, ma non se si pensa al lato omosessuale e alle mistificazioni di Matteo e alla introversa natura di Ettore (impersonato da Valerio Mastandrea).

Insomma si respirano sottigliezze e stratificazioni nei dialoghi, una comicità raffinata e appena accennata, e una voglia di chiudersi e schiudersi, lanciarsi nel moderno per poi rituffarsi nel passato. Si sente il richiamo all’estetica della bellezza, per esempio nella eleganza di interni (la casa di Matteo è dotata di effetti luce che rendono invisibile la persona fra un vano e l’altro), e poi nella raffinatezza demodè del bianco e nero di Stanlio ed Ollio (la scena nel corridoio dell’ospedale dove Ettore e Matteo li imitano)

Il film parla anche di narcisismo. Quasi patologico quello di Matteo diviso fra infantilismo e  grande generosità, ma la sua strafottenza, la sua ὕβϱις, sarà anche la sua Νέμεσις.

E quel giocoso sfidare ogni situazione persona e sentimento lo pagherà gettandosi a capofitto nel tentativo di proteggere il fratello dalla malattia gravissima scoperta.

La bellezza protegge la bellezza, è detto nel film. Si parla altresì di business della Misericordia: Ettore accusa il fratello minore di ingentilire i campi profughi con il parquet.

Qualcosa che non risolve il problema, ma lo infioretta. Come l’euforia che non è la gioia, abbiamo detto, ma addirittura le è nemica, così la nostra società inietta veleni che pompano l’umore su in alto in modo effimero, labile, ci crea dipendenze, bisogni, laddove un tempo c’erano desideri; questo passaggio, triste ed epocale, dall’era del desiderio a quella del bisogno, spesso tossico, emerge dal film.

Nonostante si viva nella Disneyland delle potenzialità e possibilità infinite, la malattia ci si presenta in modo inevitabile.

E quello che Matteo si sforza di fare, ovvero dissimulare la malattia, rinnegarla, commettendo gli errori più cialtroni, non porta altro che ad un bagno di bollicine euforiche, condivise con amici tristi e soli altrettanto di lui.

Matteo è emblema di un Occidente che non vuole invecchiare e non vuole sentirsi malato, mentre lo è.

Tutto ciò passa attraverso il film ma non è il film: il film sono gli umori, l’andatura di chi lo pensa. E se vogliamo capire l’umore di questo film dobbiamo ascoltare un vecchio brano: In a Manner of Speaking, presente nel film sia nella versione originale eseguita dai Tuxedomoon, sia nella favolosa cover dei Nouvelle Vague.

E direi di ascoltarla con la prospettiva di quei ragazzi che, passando, nella notte, affianco alla macchina di Matteo e dei suoi amici, si complimentano per la scelta della canzone: “Vecchia ma bella” dice una voce femminile, con incantamento.

Come Perseo ha gesti di delicatezza e gentilezza inusuale, per un vincitore di mostri, verso la testa mozzata di Medusa, e la depone, dice Ovidio, su un letto di foglie sulle quali la sottile grazia del corallo si affiancherà, visivamente e ossimoricamente, alla mostruosità della sanguinante Gorgone, così possiamo pensare convivano, in questo Matteo della Golino, eroismi e patetismi, delicatezze e brutalità.

D’altro canto la riflessione sulla necessità di salvarsi, dalla brutalità e mostruosità del mondo circostante, aggrappandosi a qualcosa di fragile, effimero, euforico, e di sottile, parte da Ovidio e arriva a Kundera, passando per Montale e la sua “traccia madreperlacea di lumaca o smeriglio di vetro calpestato..la cipria nello specchietto” conservata come un amuleto nella borsetta.

Cosa c’è di male, allora, se in questo film si parte e si approda all’effimero: affascinati da un volo di storni romani (Gli storni romani è anche il titolo di una canzone originale firmata per questo film da Nicola Tescari) sopra il Circo Massimo, i due fratelli si perdonano i rispettivi torti, si riabbracciano.

Le qualità di un film appartengono, come quelle di un romanzo, ad un universo parallelo a quello del vivere.

E dunque non rimane che farsi dare, dall’arte, una sonora strigliata oppure una effimera e surreale carezza.

La nostra dipendenza dalla ricchezza e dalla celebrità ha iniziato a svuotare il valore della vita normale, e il film dà una sublime strigliata a questo atteggiamento” Owen Gleiberman su Visages e Villages di Agnes Varda.

È bello considerare che due grandi donne, due brave registe, abbiano pensato, quasi in contemporanea, alla medesima idea, ad un dubbio etico, realizzandolo su piani e prospettive diametralmente opposte.

Euforia

Regia: Valeria Golino

Soggetto: Francesca Marciano, Valia Santella, Valeria Golino

Fotografia: Gergely Poharnok

Montaggio: Giogiò Franchini

Musiche originali: Nicola Tescari

Cast: Riccardo ScamarcioValerio MastandreaIsabella FerrariValentina CerviJasmine TrincaAndrea GermaniMarzia Ubaldi

Prodotto da: HT Film, Indigo Film con Rai Cinema

Distribuzione: 01 Distribution

Anno: 2018

Durata: 115 min

“Don’t Worry” di Gus Van Sant

di Gianni Quilici

Dopo qualche disorientamento iniziale per uno spettatore che niente sa della storia, Don’t Worry riesce a  conquistare progressivamente via via che si allarga la comprensione di essa.

Primo:  il protagonista John Callahan,  importante e celebre fumettista (1951-2010), è un personaggio complesso che Gus Van Sant rappresenta sia orizzontalmente nelle sue peculiarità, che verticalmente nelle sue radici storiche. In altri termini il regista ci mostra anche le cause profonde del suo disadattamento sociale:  perché è diventato alcolista fin da giovanissimo e poi dipendente dalla droga. E quindi quali traumi infantili si porta dentro e quali vicende e soggetti ne sono i protagonisti-

Secondo:  questo lo realizza  frantumando la cronologia, mescolando passato e presente, soprattutto evitando la spiegazione pedagogica, ma facendola vivere drammaticamente come scoperta dialettica attraverso il lavoro terapeutico di un gruppo abilmente condotto da colui che sarà il suo più grande amico.

Terzo: l’interpretazione di Joaquin Phoenix è stupefacente nel rendere percepibile la complicata personalità di John Callahan, coagulo di disperazione e sarcasmo, di  fragilità e aggressività, di felicità e talento.

Un film difficile a farsi per il rischio facilissimo di rimanere ingessati a una lodevole  testimonianza; riesce, invece, a  trasmettere un senso di fraternità umana, senza strizzatine di occhio con una apprezzabile libertà linguistica.

In sintesi.

La storia vera, una vita senza regole, alle dipendenze di droga e alcool, a una condizione paralitica dove il fumetto diventa l’unica via di fuga del celebre fumettista John Callahan rimasto paralizzato, dopo un incidente automobilistico, all’età di 21 anni. L’incidente, che poteva segnare la fine della sua vita, si rivelerà l’inizio di un nuovo meraviglioso percorso.

DON’T WORRY

Regia di Gus Van Sant.  con Joaquin Phoenix, Rooney Mara, Jonah Hill, Jack Black, Beth Ditto, Olivia Hamilton.

USA, 2018, durata 113 minuti

“Corrado Alvaro e il cinema” a cura di Maria Briguglio e Giovanni Scarfò

di Mimmo Mastrangelo

Sebbene non nota come  quella di romanziere e  giornalista , l’attività di  Corrado Alvaro (San Luca 1895 – Roma 1956)  nel cinema  fu altrettanto importante ed intensa .

Da soggettista  e sceneggiatore partecipò  alla lavorazione di oltre una ventina di produzioni, mentre da critico e saggista collaborò coi quotidiani “La Stampa” e “Corriere della Sera”, le riviste “Scenario”, ”Film”, “Cinema nuovo”,  fu per un anno  prima  firma del cinema sulle pagine del battagliero settimanale “Il mondo”.

Frequentatore assiduo delle sale, negli anni in cui la settima arte andava raggiungendo una piena maturità ed autonomia dalle altre discipline, si persuase  di quanto essa potesse primeggiare, innanzitutto, in quei Paese  dove era presente una forte civiltà letteraria.

L’autore  del capolavoro “Gente d’Aspromonte” individuò da subito nel cinema “uno strumento di divulgazione  efficace” di cui i Paesi, consapevoli,  se ne servivano  per  propagandare la loro storia, i loro costumi, le loro idee e gusti. Rintracciò la  fortuna e il successo popolare  della settima arte   in quella sua magia di saper trasportare  lo spettatore in un mondo distante dal reale, in un universo immaginato, sognato più che vissuto.

Per Alvaro un buon film era sempre il risultato di un lavoro collettivo e da addetto ai lavori (ricordiamo la sua collaborazione con Giuseppe De Santis per la sceneggiatura di “Caccia tragica” e “Riso amaro”)  fu spesso sui set , da qui  la sua  idea  di come la macchina da presa sia lo strumento cardine,  trascinante che regola  l’armonia  e la cadenza di una disciplina meccanica qual è poi il cinematografico.

Scrisse tanto, meglio tantissimo su quella che per lui fu  “una magnifica ossessione”, e  di questa sua  pubblicistica prolifica ne è  conferma il volume “Corrado Alvaro  e il cinema” (Edizioni Città del Sole, pag 490,euro 24,00),   curato da Maria Cristina Briguglio e Giovanni Scarfò e in cui sono  raccolti un centinaio fra recensioni e saggi (alcuni inediti) , redatti in oltre trent’anni, a partire dal primo uscito nel 1923 fino all’ultimo del dicembre 1955 apparso sul “Radio Corriere” e dove, con molto efficacia,  il Nostro si soffermava  su come la diffusione della televisione nel Mezzogiorno poteva, in quel preciso momento storico, essere  importante ai fini dell’unificazione del Paese e  per migliorare aspetti sociali e culturali.

“Se la Tv può, con la struttura del suo programma nazionale, offrire tanto alle regioni che si va aprendo – scriveva –  il Mezzogiorno potrà  far sentire la sua presenza nella vita nazionale attraverso un mezzo di efficacia immediata”.

Competente ed arguto, il cinecritico Alvaro era perentorio anche nei giudizi, basti ricordare che per lui i film italiani “mondani”, prodotti fino alla metà degli anni trenta, facevano letteralmente pena.  Da spettatore d’eccezione pronto ad interrogarsi sulla natura del linguaggio cinematografico, sapeva separava  l’analisi sui film intesi come prodotti d’arte da quella sul  cinema visto come  industria o fatto di costume.

Maestro  nel sapere cucire deliziosi ritratti sui volti noti del grande schermo (Anna Magnani, Gina Lollobrigida,)   Alvaro con gli anni andò cercando  nella pellicola sempre più la vita e una sua credibile rappresentazione e – come seppe riconosce  Gian Piero Brunetta – lui ebbe quella dote come pochi di saper  “spostare di continuo l’attenzione ai fenomeni più svariatil dal cinema al film, dall’autore ai fruitori, dal testo al contesto, riuscendo ad interpretare fenomeni che al critico sfuggivano.

“CORRADO ALVARO E IL CINEMA”  a cura di MARIA CRISTINA BRIGUGLIO E GIOVANNI SCARFO’. EDIZIONI CITTA’ DEL SOLE PAG 490, EURO 24,00

“Susanna Simonin, la religiosa” di Jacques Rivette

Mimmo Mastrangelo

Il tempo rinsavisce sempre  gli errori (e le censure) del passato. Per grazia del Signore. Oggi “Susanna Simonin, la religiosa” (1966) ,una delle opere più importanti nella filmografia di Jacques Rivette (Rouen 1928 –Parigi 2016),  può essere valutata  per il suo  rigore estetico e per la sua struggente storia al femminile, ma nella  Francia del tempo fece scalpore già prima che iniziassero le riprese.

Un gruppo  di  ex-studenti degli Istituti Cattolici accusò, ingiustamente, il regista di irriverenza contro la Chiesa, benché   in lui non vi fosse alcuna intenzione di “sfidare” tanto la Chiesa che la fede cristiana. Nonostante le polemiche, il film fu selezionato a Cannes e  riuscì ad avere   l’autorizzazione per il passaggio nelle sale col divieto  per i minori di 18 anni.

Ma il segretario di Stato di allora,  Yvon Bourges, bloccò le proiezioni e da questo intervento censorio partì una contestazione a favore di Rivette. Dalla redazione  dei “Cahiers du Cinéma”, dov’era stato critico il regista, si levò la protesta più dura,  inoltre fece  molto discutere l’attacco  che Jean Luc Godard rivolse al ministro della cultura, lo scrittore André  Malraux.

Nel 1967, con  Rivette che si stava apprestando a girare  il suo capolavoro “L’amour fou”, il nuovo ministro del dicastero della cultura , Georges  Gors, pur lasciando il divieto di visione per i ragazzi sotto i 18 anni, permise le proiezioni della pellicola, la quale sarà poi accolta poi con entusiasmo da critica e pubblico.

Cinquantun’anni dopo, la copia  restaurata  dal “Laboratorio  l’Immagine Ritrovata”  di “Susanna Simonin, la religiosa” è stata proiettata a chiusura del trentacinquesimo   “Festival del Cinema Ritrovato”  ( Bologna 23 giugno- 1 luglio) in presenza di Anna Karina che nel film  è la giovane suora intorno a cui si sviluppa la tragica vicenda. I

spirata liberamente al romanzo  “La religiosa”, scritto da Denis Diderot nel 1758 (ma uscì postumo nel 1796), la trasposizione filmica si avvicina alla “turbata Karina-Susanna”  costretta a farsi suora dai suoi genitori in  disgrazia economica. Accusata di essere  un’indemoniata, la sventurata passerà da un convento all’altro, finché giunge in una    “casa equivoca” dove, smarrita ogni forza d’animo, si suicida.

Il film trova una felice riuscita anche per la complicità  tra   Karina e Rivette (un maestro nel dirigere gli attori) i quali, va ricordato, già nel 1963 avevano lavorato insieme all’adattamento teatrale del romanzo di Diderot rimasto incompiuto. Accertato che  non vuol sferrare nessuno attacco frontale alla Chiesa, il lavoro firmato dal più mite e discreto regista della “Nouvelle Vague non si discosta dallo spirito illuministico di Diderot e, nel riproporre il sempre e mai risolto conflitto tra il bene e il male, si presta per una forte denuncia contro ogni forma di oppressione.

“André Bazin” di Mimmo Mastrangelo

Quando  l’11 novembre del 1958 la leucemia se lo portò via, André Bazin aveva soli quarant’anni e il giorno prima il  “figlioccio Truffaut” aveva  iniziato le riprese del suo primo lungometraggio “I quattrocento colpi”.

Lo si dica senza peli sulla lingua, senza Bazin non ci sarebbe stata “La nouvelle vague”. Fu lui il padre ispiratore  di Truffaut, Chabrol, Godard, Rivette, Rohmer, i “ragazzi ribelli”, “i giovani e irrispettosi critici”  che, prima di passare dietro alla macchina da presa,   predicarono lo svecchiamento delle immagini e la necessità di superare  il “cinema di papà”  sulle pagine dei “Cahiers di Cinema”, ancora oggi la Bibbia dei cinefili che Bazin aveva fondato nel 1951 con Jacques Doniol-Valcroize e il milanese-sciliano Joseph-Marie Lo Duca.

Geniale ideologo, animatore culturale instancabile nella Parigi del secondo dopoguerra e, soprattutto,  critico a tutto tondo fu Bazin di cui  fino ad oggi solo una parte ristretta dei suoi articoli si conosce (almeno nel nostro Paese). Per  il centenario della nascita  e grazie ad un estenuante lavoro di ricerca, durato oltre un ventennio, da parte di Hervé Joubert-Laurencin, docente di Estetica e Storia del Cinema all’Università Parigi X,   sono stati raccolti in un maestoso cofanetto di due volumi (Editions Macula)  centinaia di scritti redatti tra il 1943 e il 1958.

Laurencin ci invita ad accostarci al  “ critico totale”,  al  precursore  che  annunciò un decennio prima l’estetica autoriale dei  film  che sarebbero stati osannati  negli anni sessanta, al  teorico  di un cinema che sostituisce il mondo che si accorda coi nostri desideri.

Intellettuale cattolico di sinistra, le sue tesi ancora oggi non sono per nulla datate, attestano le  immagini in movimento   ” come arte legata all’evoluzione della società e capace di superare i limiti dello spettacolo per diventare un grande teatro del mondo”.

Dai suoi lunghissimi articoli ( con suoi colleghi  di redazione si scusava ridendo: “non ho avuto tempo per farli più corti” viene fuori la vocazione  per un cinema  inteso  come scoperta del mondo e di declinazione pedagogica .

Per Truffaut era il maestro in assoluto della nuova critica, un recensore-recensore  non afflitto da pregiudizi né da opinioni definitive, infatti, spesso, nel rivedere  una pellicola  gli capitava pure di cambiare parere. ” Nel suo lavoro di critico cinematografico  – riconobbe Truffaut – era come un pesce  nell’acqua. Nella sua opera non troverete mai un articolo feroce, uno di quei pezzi cattivi il cui spirito può essere riassunto in “che bello, è brutto, ma, al massimo, cioè al massimo  della severità: l’intenzione era interessante, purtroppo  è andata male ed ecco perchè…””.

Rileggendo  Bazin oggi, è scontato  non poter non tener in conto delle trasformazioni che in oltre mezzo secolo ci sono state  nel cinema e nella realtà, del continuo crescere dell’influenza  della televisione e poi della rete, ma allo stesso tempo si deve riconoscere che ha cantato l’idea (attualissima) di un cinema moderno in cui “il realismo oggettivo  della cinepresa determina fortemente la sua estetica”.