“Ugo Pirro: a dieci anni dalla morte” di Mimmo Mastrangelo

ugo-pirroNel 1998 Ugo Pirro pubblicò per Einaudi “Soltanto un nome nei titoli di testa” che è una delle sue  autobiografie romanzate “.   Il titolo del volume è significativo, per dire in fondo che nel cinema lo sceneggiatore “è tenuto poco o niente in conto “,  passa per  un manovale, una figura tenuta ai margini  rispetto all’esposizione pubblica e ai riconoscimenti che possono avere attori e registi.

Vent’anni  dopo in quel titolo vi si può leggere l’epigrafe di un oblio, di come il nome di Ugo Pirro sia stato dimenticato nel nostro Paese. In questi giorni ricorre  il decennale della sua morte  e nessun cronista cinematografico si è ricordato del posto che ha occupato nella storia del cinema italiano che va dagli anni cinquanta ai settanta.

Nato a Salerno nel 1920 – ma la sua famiglia era di Battipaglia dove un suo nonno divenne il primo sindaco della cittadina della Valle del Sele  – Ugo Pirro    è stato uno di quegli scrittori di cinema che il mestiere  l’ha imparato ubriacandosi di letture romanzesche, senza frequentare nessuna scuola specializzata come fanno adesso i giovani che aspirano ad affermarsi in nuovi autori.

Dopo  aver lavorato cronista, esordirà  nel cinema   con  “Achtung! Banditi!” (1951) di Carlo Lizzani,  già da questo film sulla lotta partigiana  in Liguria, sono più che evidenti le caratteristiche di una scrittura successiva incardinata tra ricostruzione storica,  studio delle problematiche sociali e presenza di atmosfere cupe dentro  cornici da film giallo. In oltre cinquant’anni di carriera, intervallati dal lavoro di romanziere e giornalista, Pirro diventerà un alfiere della nostra cinematografia  impegnata e politica: con Lizzani lavorerà ancora nel 1960 per la produzione de “Il gobbo”  e successivamente per “Il processo di Verona” (1963),”Svegliati e uccidi” (1966), “L’amante della Gramigna” (1969).

Nel  frattempo che il suo romanzo “Le soldatesse” verrà portato sullo schermo da Valerio Zurlini,  altre pellicole in quei magici anni di impegno civile  vedranno collocato il  nome di Pirro nei titoli di testa :  da “Sequestro di persona” (1967)  di Giovanni Mingozzi,  a “Il giorno della civetta” (1968) di Damiano Damiani; da  “La battaglia del Neretva” (1969) di Veliko Bulajic a “Il giardino Finzi e Contini” (1970) di Vittorio De Sica.

ugIn tutto  lavorerà in più di cinquanta  produzioni, ma  sarà il sodalizio  con Elio Petri (e Gian Maria Volonté) che lo consacrerà  tra i maestri sceneggiatori  e lo  porterà a vincere una fila sterminata di premi e l’Oscar (saranno due ). “A ciascuno il suo” (1967), “Indagine su un cittadino al sopra di ogni sospetto (1970) e “La classe operaia va in Paradiso (1971) sono opere in cui la scrittura di Pirro e lo sguardo di Petri si misureranno sul rapporto, non  sempre decifrabile, tra  l’uomo e l’ autorità, tra l’uomo  e una giustizia che si  (auto)assolve dalla propria  mendacità  e corruzione. Ultimo film a cui Pirro metterà mano, fornendo una traccia romanzesca ad un fatto di cronaca,   sarà “Il giudice ragazzino” (1993) di Alessandro Di Robilant sull’agguato mafioso  nel 1990 a Rosario Livatino, il giovane magistrato  che in quel tempo stava indagando   nell’agrigentino su un perverso intreccio tra politica, affari e criminalità organizzata.  Sul finire degli anni novanta  Pirro (ma il suo vero cognome era Mattone) porterà a termine, insieme  ad Andrea Purgatori, una sceneggiatura  sul coinvolgimento di Adriano Sofri nell’uccisione del commissario Calabrese, quel testo, nato da una documentazione attenta degli atti del processo e degli archivi delle cronache, non avrà mai una trasposizione sullo schermo, ma  lascerà come testimonianza  il pensiero dello sceneggiatore salernitano: “Non c’è  niente, assolutamente niente che provi il coinvolgimento di Sofri nell’assassinio di Calabrese”

“Loveless” di Andrey Zvyagintsev

loveldi Gianni Quilici

E’ un film con una storia  (un inizio, uno sviluppo, una fine) che rappresenta in filigrana una metafora della Russia di oggi; ed il finale lo dice implicitamente.

Un film esistenziale ed insieme civile e politico, anche se forse non ha la stessa forza universale de Il ritorno e di Leviathan.

E’ comunque, a mio parere, uno dei film più riusciti e necessari di questa ragione come, tra quelli che ho visto, L’infanzia di un capo, Corpo e anima, Happy EndThe square.

Perché rappresenta dei “piccoli mostri” tra i tanti possibili, senza tuttavia semplificarli, dando loro una latente umanità e, almeno alla protagonista, un passato che ce la fa comprendere più a fondo. Tutti senza possibilità di salvezza, essendo essi incapaci di guardare, di guardarsi, di assumersi responsabilità.

E’ la Russia, sono i russi di oggi, secondo Zvyagintsev, senza più storia, con un presente vissuto come automi, e soprattutto senza un orizzonte e un possibile futuro, anche se c’è chi è rimasto umano, vicino alla sofferenza, disposto a spendersi. Gruppi di volontari, mentre lo Stato non c’è o è assolutamente inadeguato.

Andrey Zvyagintsev ha dichiarato che il film è un omaggio a Scene di un matrimonio, uno dei grandi film di Bergman. La differenza tra i due film mostra, a mio parere, il limite di Loveless.

La pellicola di Bergman ha la nettezza essenziale necessaria e altamente drammatica, a volte sconvolgente, nelle sequenze temporali in cui lo racchiude; il regista russo sceglie la storia nel flusso dei suoi intrecci, e per questo il film diventa a volte naturalistico, descrittivo, semplicemente funzionale alla trama.

L’inizio della storia: Alyosha, 12enne solitario e contemplativo, vive alla periferia di Mosca coi  suoi genitori che  si stanno separando in malo modo e vogliono “sbarazzarsi” di lui lasciandolo in un orfanotrofio per non danneggiare il loro futuro. Alyosha sente lo scontro esagitato tra i due. Dopo qualche giorno, Alyosha scompare nel nulla …

Loveless di Andrey Zvyagintsev. con Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva, Andris Keiss. Russia, 2017, durata 128 minuti.

“Final Portrait – L’arte di essere amici” di Stanley Tucci

finaldi Maddalena Ferrari

Ombroso, scorbutico, perennemente scontento del suo lavoro; capelli grigi ricci scompigliati, a incorniciare un viso corrucciato con gli occhi penetranti e il profilo angoloso, la silhouette un po’ ingobbita, sottolineata dagli abiti cascanti: se questo è il ritratto di Giacometti, Jeoffrey Rush è proprio lui.

Ma se non è sufficiente un bel personaggio, interpretato con intelligenza, sensibilità e duttilità, a fare un buon film, la sceneggiatura serrata ed essenziale, la circolarità, che è anche metafora, delle situazioni, per cui sembra di tornare continuamente al punto di partenza, l’ambientazione (quel cortile chiuso da un  vecchio portone, che immette in uno studio/abitazione dove regna il disordine) che ti fa percepire un mondo separato, le persone che ruotano intorno all’artista, la moglie, il fratello, l’amante, in un intreccio vivo e improbabile, infine il rapporto con il giovane e bell’americano, lo scrittore James Lord, al quale Giacometti  fece il ritratto poco tempo prima di morire, tutto rende il film intenso e accattivante.

Final Portrait – L’Arte di essere Amici

Regia di Stanley Tucci. Un film con Geoffrey Rush, Armie Hammer, Tony Shalhoub, Sylvie Testud, Clémence Poésy, James Faulkner. – Gran Bretagna, 2017, durata 90 minuti.

“Corpo e anima” di Ildikó Enyedi

CORPO E ANIMAdi Gianni Quilici

Corpo e anima, vincitore dell’Orso d’oro alla Berlinale, è un film coraggioso, che sembra cedere, qua e là, a possibili linee di fuga, ma che, invece, rimane ancorato al suo centro, con rilanci indovinati, che sorprendono e anche “prendono”.

Il centro è una storia d’amore originale in un luogo, il mattatoio, in cui la regista  non ci risparmia la crudezza tecnologica con cui i macchinari uccidono, tagliano, spezzano le povere, mansuete, innocenti mucche.

L’originalità è data dalla profondità e specificità dei due protagonisti e dalla difficoltà che attraversa il loro progressivo, lento, avvicinamento amoroso, in un ambiente grigio e mediocre e tuttavia pieno  di frustrazioni e desideri. Lui, 50enne con un braccio paralizzato, è il direttore del mattatoio ed è deluso dalle donne tanto che ha deciso di chiudere con loro; lei, una 30enne, nuova responsabile della qualità, bionda e carina, ma priva di esperienze erotiche, rigida, silenziosa e meticolosa come per difendersi dagli altri.

Il coraggio della regista ungherese, Ildikó Enyedi, nasce dal farli incontrare, oltre che nella realtà, anche nei sogni  nelle vesti di due cervi, uno maschio e una femmina, che si annusano, bevono nell’acqua dei ruscelli, cercano cibo in una foresta innevata, inizialmente a loro insaputa, poi consapevoli casualmente. Una simbologia che poteva riuscire forzata, nella sua dimensione romantico-favolistica, ma che, invece, nella sua limpida implicita asciuttezza, si intreccia poeticamente alla vicenda reale.

Intorno ai due protagonisti personaggi minori, che presentano una loro spiccata evidenza: l’amico, tradito forse dalla moglie, disperato, vendicativo e impotente; la psicologa erotica, disinibita, curiosa; la donna delle pulizie anziana, ma imprevedibilmente moderna e sottile; il dongiovanni ben piantato e spavaldo.

Un film stratificato, scritto e realizzato dalla Enyedi con poetica intelligenza: un montaggio morbido e essenziale, una cinepresa che spesso viene collocata a distanza attraverso porte o vetri,  con la cura e la rilevanza  di improvvisi dettagli, una musica che sottolinea senza invadere e, infine,  attori e attrici che si fanno, appunto, anima e corpo.

CORPO E ANIMA di Ildikó Enyedi

con Ervin Nagy, Géza Morcsányi, Zoltán Schneider, Alexandra Borbély

Sceneggiatura: Ildikó Enyedi . Fotografia: Máté Herbai. Montaggio: Károly Szalai. Musica:.

Ádám Balázs. Ungheria 2017. Durata 107 min.

“L’insulto” di Ziad Doueiri

54246_optdi Laura Menesini

Un banale litigio, una parola di troppo e si innesca una polemica che sfocerà in tribunale in un primo processo e in un secondo appello. Quello che dobbiamo chiederci è quanto possiamo ferire con le parole, forse più che con le mani? Non dovremmo mai lasciare andar la lingua a ruota libera! Proprio in questi giorni di polemica sulla parola “razza” usata impropriamente, un film che nasce dalla parola “cane” dovrebbe farci riflettere e indubbiamente ci tocca in modo particolare.

Ma cosa sta dietro a queste parole? Qui ci sta un paese dilaniato, un paese che non ha ancora fatto i conti con questa nuova realtà dei palestinesi presenti in Libano. La “tragedia palestinese” viene ricordata continuamente, ma la guerra chiusa nel 1990, in realtà non è sopita negli animi dei cittadini e i due protagonisti (Toni libanese cristiano e Yasser palestinese) non possono accettare di vivere in pace.

L’odio si scatena da entrambe le parti e i processi diventano la miccia per incendiare un popolo diviso, ma soprattutto persone che hanno subito torti molto gravi e che quell’odio hanno tenuto dentro alimentandolo a poco a poco come un fuocherello. Entrambi hanno subito torti molto gravi che li hanno segnati nel profondo e non vogliono recedere dalle loro posizioni, ma in realtà il regista, e con lui la sua compagna e cosgeneggiatrice Joelle Touma, vogliono darci il quadro di un paese che non trova pace in questa nuova convivenza e che dovrebbe servirci da monito in un mondo sempre più multirazziale.

Lo spunto è nato da uno sfogo del regista in un momento di nervosismo, poi però si va molto al di là e si va a cercare il significato profondo di certe parole che sembrano uscire per caso, come un semplice lapsus, ma in realtà sono il risultato di ferite profonde.

Il film è stupendo, scorrevole e pulito, ha un ottimo copione ed è interpretato magnificamente, non esula mai dal suo intento, quello di mettere la parola fine a questa diatriba, di “voltare pagina”, come viene ripetuto più volte, di accettare questa realtà. Questo ce lo mostra in maniera quasi didascalica, nell’ambito pubblico dei processi e in quello privato, in un perfetto equilibrio tra le due parti.Anche in tribunale lo scontro tra padre e figlia rimanda a qualcosa d’altro, qualcosa che viene appena sfiorato. Tutti hanno le loro ferite, sarebbe bene leccarsele in silenzio prima di fomentare gesti che porteranno a far del male a un semplice fattorino.

Sullo sfondo una città ferita, Beirut, afosa e irrespirabile, coi suoi tetti bianchi coperti di parabole e di bidoni dell’acqua, con case scrostate e fili della luce che penzolano ovunque, mentre solo in lontananza si vede qualche grattacielo più moderno. Questo è il mondo in cui viviamo, bisogna accettarlo!

L’Insulto   di Ziad Doueiri.  con Adel Karam, Rita Hayek, Kamel El Basha, Christine Choueiri, Camille Salameh.  Titolo originale: L’insulte.  Libano, 2017, durata 113 minuti.

“70 anni: Grandi Autori” del Circolo del Cinema di Lucca

Il-monello-charlie-chaplin-1921-wpcf_400x225SAN MICHELETTO, ore 21.30

Quanti saranno i film o i cineasti che hanno vissuto sugli schermi del Circolo del Cinema in questi 70 anni? Sceglierne sei di film  era  come dire “troppa grazia”.Uno di noi allora ha scritto: “Facciamo i grandi autori” come se di grandi registi ce ne fossero soltanto sei. Abbiamo discusso, proposto, eliminato fino ad arrivare al ciclo sottostante. Ma quanti che avremmo voluto sono rimasti fuori:  Ejzenstejn e Pudovkin, Lang e Murnau, Dreyer e Bergman, Bunuel e Hitchcock, Ozu e Mizoguchi, Orson Welles e Billy Wilder, Rossellini e Visconti, Bresson e Resnais, per citare soltanto alcuni di quelli che ci hanno lasciato.   E comunque da Keaton-Kurosawa fino a Fellini-Von Trier- Lynch i film da vedere o da rivedere sono tutti.

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Lunedì 15 gennaio 2018

Nido d’amore di Buster Keaton con Buster Keaton,  Virginia Fox. USA 1923.  Dur: 23’

Rifiutato dalla sua ragazza  Buster decide di andare per mare da solo su un canotto di nome Cupido…

Rashômon di Akira Kurosawa con Toshirô Mifune, Machiko Kyô, Masayuki Mori, Takashi Shimura, Minoru Chiaki.  Giappone, 1950, durata 88’.

Nel Giappone medievale, un samurai attraversa un bosco con la moglie avvolta da un ampio velo per recarsi a un tempio. Un fuorilegge li osserva passare…Film mitico sulla ricerca della verità, scandita sul relativismo pirandelliano (del fatto si danno quattro versioni) e su una musica di bolero. L’uso magistrale della tecnica del flash back, la violenza stilistica, la recitazione  avviluppante  di Toshirô Mifune diventano un gioco delle parti che ci intriga ancora oggi. Leone d’oro alla Mostra di Venezia 1951

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Lunedì 22 gennaio 2018

ore 21.30: auguri per i  70 anni del Circolo del cinema

ore 22: Il monello di Charles Chaplin.Con Charles Chaplin, Jackie Coogan, Carl Miller, Edna Purviance, durata 83 min. – USA 1921

Scritto, prodotto, diretto e interpretato da Charlie Chaplin. Suo primo lungometraggio, fu un grande successo d’epoca che mantiene tuttora inalterato il suo valore artistico, tanto da essere ritenuto uno dei massimi capolavori del cinema di Chaplin.

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Lunedì 29 gennaio 2018

Ore 21.15. Presentazione del libro “ I nostri 70 anni” con Giuseppe Guastini, Marcello Bertocchini, Gianni Quilici.

L’infanzia di Ivan di Andrei Tarkovskij. Con Nikolaj Grinko, Kolia Buriliaev. durata 95 min. – URSS 1962.

Un’opera asciutta, semplice  se paragonata ai successivi lavori del regista. Tuttavia, siamo di fronte a un film di grande spessore, intriso di profonda umanità che non si ferma davanti a nulla pur di mostrare l’infanzia distrutta di un bambino costretto a (soprav)vivere in un paese distrutto dalla guerra. Jean Paul Sartre fu uno dei primi che seppe leggervi gli elementi di novità e una straordinaria personalità d’autore. Leone d’oro a Venezia.

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indexLunedì 5 febbraio2018

Arancia meccanica di Stanley Kubrick. Con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri.  durata 130 min. – G.B.  1971.

Ultraviolenza e violenza istituzionalizzata.  Un grande film con scenografie da lucido incubo, illuminazione tipo sala chirurgica, commento musicale di lancinante sadismo, un ritmo narrativo da elettrochoc e il protagonista che è diventato simbolico.

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Lunedì 12 febbraio 2018

Professione reporter di Michelangelo Antonioni. Con Jack Nicholson, Maria Schneider, Ian Hendry. durata 126 min.  Italia 1975.

Un uomo ha la possibilità di prendere l’identità di un altro. La assume, con tutto quello che ne consegue. Professione: reporter ha la struttura di un  poliziesco avventuroso, ma il regista asciuga la narrazione e stringe la sua storia in una ripresa priva di colpi di scena. Sviluppa il tema della sparizione, dell’errare senza meta e della fuga come progetto impossibile. Il film termina con circa otto minuti di piano-sequenza, che sono un autentico capolavoro filmico

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Lunedì 26 febbraio 2018

Nocturne di Lars Von Trier. Danimarca 1980. 8’. Enigmatico e visionario.

Agenzia matrimoniale di Federico Fellini con Antonio Cifariello. Italia 1953. Dur: 16’

Twin Peaks. The Return -episodio 8- di David Lynch con Kyle MacLachlan, Sheryl Lynn, Frank Silva, Leslie Berger. USA 2017 – durata 58′

L’ultima stagione di Twin Peaks è un nuovo tipo di visione, non appartiene alla serialità televisiva,  ma appartiene in tutto e per tutto ad un rinnovato sguardo del cinema. L’episodio 8 in particolare è considerato, da pubblico e critica, il migliore  di tutta l’operazione. E’ un episodio singolo, ma può essere estrapolato dalla serie per una visione unica che narra l’origine del male, in Twin Peaks, ma anche sulla Terra. E’ stato considerato il film più bello del 2017 dai Cahiers du Cinema.

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“Appennino” di Emiliano Dante

appenninodi Gianni Quilici

Un diario come flusso di immagini, di narrazioni, di interpretazioni, ho pensato, che via via che scorrevano ho cercato di scomporle in riflessioni, che nel film naturalmente si intrecciano.  E così scrivo.

E’ un diario per la voce (giusta), fuori campo, tra l’oggettivo e il soggettivo dello stesso regista, Emiliano Dante, che dà un senso dentro e oltre le immagini

E’ narrativo, perché racconta una storia , che ha un inizio, uno sviluppo, senza avere una fine.

E’ filosofico, perché cerca di capire il senso esistenziale e cinematografico del fare cinema.

E’ politico, perché rappresenta sul campo una situazione sociale che parte dalla lenta ricostruzione dell’Aquila, la città del regista, e prosegue con il terremoto di Amatrice e Arquata del Tronto e infine con la vita in hotel, a San Benedetto del Tronto, dopo i terremoti di Norcia e di Montereale-Campotosto, denunciandone i limiti, le contraddizioni attraverso testimonianze e fatti.

E’ poetico, perché, a volte, riesce a toccare sentimenti profondi.

E’ cinematografico, perché va oltre il documentario di denuncia per le ragioni sopra dette, e anche  per l’uso efficace della musica e di vignette ironicamente affettuose, tutto frutto dello stesso regista, che per necessità e. per scelta si presenta come regista totale.

Appennino

Regia di Emiliano Dante. Con Giancarlo Cappelli, Stefano Cappelli, Paolo De Felice, Elena Pascolini, Enzo Rendina, Antonio Sforna.  Documentario – Italia, 2017, durata 66 minuti.

“L’arte viva di Julian Schnabel” di Pappi Corsicato

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di Mimmo Mastrangelo

Appare del tutto scontato attestare che Julian Schnabel  sia, da almeno un trentennio, una star mondiale dell’arte contemporanea. Ben altra cosa è fare un film convincente su di lui e sulla sua arte fisica ed incisivamente materica.

Nell’impresa ci è riuscito,  con il docu-film “L’arte viva di Julian Schnabel” (2017), il regista napoletano Pappi Corsicato il quale, a dire il vero,  nel nostro cinema è oggi quello che fu un tempo Luciano Emmer, un esperto di cinema sull’arte, grazie ad uno sguardo che riesce a tenere insieme  la creatività di un artista con la  vita, il suo privato. Uscito in Italia solo per due giorni lo scorso mese (ma è stato già comprato in moltissimi Paesi del mondo), il film è il risultato di circa ottocento ore di girato, per mesi  Corsicato  è stato dietro all’artista newyorkese dalle origini ebraiche, l’ha seguito per mostre ed incontri, realizzando un lavoro fresco e piacevole, esuberante e travolgente tanto quanto è vorticoso e dinamico il personaggio Schnabel che ha fatto della sua arte un linguaggio, uno stilema di vita,  una visione sul mondo.

Irriverente, generoso, Schnabel è il creativo che da bambino era affascinato ed ossessionato dal disegno e che da adulto ha riportato l’attenzione sulla pittura, facendo della superficie della tela il campo d’azione di un espressionismo figurativo e una gestualità improvvisa, incontenibile, spasmodica.

“Devi credere fortissimamente in qualsiasi cosa che fai – dichiara davanti alla videocamera – Non è qualcosa di razionale, si tratta di fiducia cieca…”.  Fiducia, ma anche tenacia come viene dimostrato nelle film  che è un ritratto rilevatore, costruito inoltre  con gli interventi  di amici di lunga data di Schnabel come Bono Vox degli U2,  William Defoe, Al Pacino,  Jean Claude Carriere,  Hector Babenco, Emmanuelle Signer, Jeff  Hoons, Laurie Anderson.

Testimonianze che danno la cifra di un personaggio poliedrico, incontenibile (come la sua enorme stazza) che in qualsiasi disciplina si è  cimentato “ha irrorato gli spazi di stupore e  fremiti emozionali”. Si pensi  alle sue più note  prove dietro la camera da presa:  “Basquiat” (1996), film  dedicato al famoso creatore di graffiti,  morto di overdose a soli 27 anni e che raggiunse  una strepitosa  affermazione  nel mercato internazionale,   e “Lo scafandro e la farfalla”  che vinse a Cannes nel 2007 il premio alla regia ed è la storia di un uomo che deve scrivere un libro nonostante si ritrovi con il corpo totalmente paralizzato. Quella di Schanabel è un’ eccitante favola realistica che traspare tutta dalle riprese (in larga parte improvvisate) di Pappi Corsicato, al quale va dato atto di aver portato a termine un lavoro su un artista  che, persino quando getta con forza una secchiata di colore  su una parete di tela, riesce a svelare un’immagine segreta del pensiero. Una schermata, una macchia – insomma – di arte viva.

L’arte viva di Julian Schnabel

Regia di Pappi Corsicato. Un film con Laurie Anderson, Hector Babenco, Jean Michel Basquiat, Bono, Mary-Bonner Baker. – USA, Italia, 2017,

“70 anni di cinema” a cura del Circolo del Cinema

indexLUCCA, Cinema Centrale, ore 21.30

“Venerdì 9 gennaio 1948 al cinema della Manifattura Tabacchi nacque il Circolo del Cinema con la proiezione de “Il milione” di René Clair e tale fu l’afflusso degli iscritti che gli organizzatori si trovarono mezzo naufragati tra biglietti da mille lire” così scriveva Carlo Barsotti, il fondatore e presidente carismatico per tanti anni. Dopo 70 anni il Circolo del Cinema festeggia questo compleanno con due cicli e un libro, che  si incentra soprattuttosui 20 anni, che si sono succeduti al precedente libro sui 50 . Al Centrale verrà festeggiato con un film di Paolo e Vittorio Taviani, tratto da un grande romanzo di Fenoglio con l’intervento dell’attore (lucchese)  Marco Brinzi,  presente nel film.  Nel ciclo  film tutti da vedere: un ritratto di Godard ideologico e settario, una battaglia dei sessi (vera) attraverso la racchetta di tennis,  un amore (vero) che supera ogni razzismo etnico, un film leggero e toccante in una delle più belle regioni francesi, la Borgogna, 12 manifesti in un film originale e audace, tutti, con il volto indimenticabile di Cate Blanchet e infine Loveless del più grande regista russo contemporaneo Andrey Zvyagintsev (Il ritorno, Leviathan).

Giovedì 11 gennaio 2018

Il mio Godard di  Michel Hazanavicius. Con Louis Garrel, Stacy Martin, Bérénice Bejo, Micha Lescot, Grégory Gadebois.  Francia, 2017, durata 102 minuti.

Il ritratto di una delle figure più importanti del cinema francese e mondiale, quella di Jean-Luc Godard, vista attraverso gli occhi dell’allora giovanissima moglie Anne Wiazemsky: il sessantotto e  il maoismo, le manifestazioni e i dibattiti politici, il ruolo che il cinema può avere in un’epoca di profonde trasformazioni, ma soprattutto la storia d’amore appassionata e complicata, tra Anne e Jean-Luc. Bravissimo Louis Garrel che ne rifà le manie e i proclami, con gli occhiali sempre rotti e l’accento svizzero

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Giovedì 18 gennaio 2018

Una questione privata di Paolo Taviani, Vittorio Taviani. Con Luca Marinelli, Lorenzo Richelmy, Valentina Bellè, Francesca Agostini, Marco Brinzi, durata 84 min. – Italia, Francia 2017. Con la presenza di Marco Brinzi, attore.

Una follia d’amore coglie Milton, studente partigiano, quando scopre che forse fra lei e il suo migliore amico, anche lui combattente, potrebbe essere nata una storia d‘amore…Paolo e Vittorio Taviani affrontano uno dei “testi sacri” della letteratura italiana Una questione privata di Beppe Fenoglio, con uno stile poetico ed il piglio impeccabile, che deriva loro da una lunga militanza cinematografica e da una conoscenza profonda della lotta partigiana.

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Giovedì 25 gennaio 2018

La battaglia dei sessi di Jonathan Dayton, Valerie Faris. Con Emma Stone, Steve Carell, Andrea Riseborough, Sarah Silverman.  USA, Gran Bretagna, 2017, durata 121 minuti .

1973:  “La battaglia dei sessi”, così fu chiamata, vide alle due estremità del campo la tennista più popolare dell’epoca, Billie Jean King, e il maturo ex-campione del mondo Bobby Riggs,  istrionico e sbruffone, insolente e maschilista fino al midollo. Lui asseriva l’inferiorità delle donne nello sport, e non solo; lei, paladina della lotta contro il sessismo, doveva dimostrare il contrario. Commedia sportiva appassionante, calata nel clima sociale e nella colonna sonora accattivante degli anni ’70 con Emma Stone (La La Land) da Oscar.

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Giovedì 1 febbraio 2018

Loveless di Andrey Zvyagintsev. Con Maryana Spivak, Aleksey Rozin, Matvey Novikov, Marina Vasilyeva.  Russia, 2017, durata 124 minuti.

Una coppia di genitori divorziati deve fare i conti con la scomparsa improvvisa del figlio dodicenne. Premio della giuria all’ultimo Festival di Cannes, Loveless è un’opera dall’autorialità intransigente e priva di compromessi stilistici e formali, come tutti i film di questo regista. Un cinema che si lascia scivolare  su immagini di agghiacciante bellezza, su scene di impressionante asprezza e inflessibilità, che rappresenta le anime nere di personaggi, dietro ai quali c’è l’abisso morale di un Paese intero, fatto di sparizioni di massa, di colpe non risolte. Assolutamente da vedere.

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Giovedì 8 febbraio 2018

Ritorno in Borgogna di Cédric Klapisch. Con Pio Marmaï, Ana Girardot, François Civil, Jean-Marc Roulot, María Valverde. Francia, 2017, durata 113 minuti.

Jean, allontanatosi dalla patria per 10 anni, torna a casa. Qui ritrova i fratelli Juliette e Jean, ma soprattutto ritrova la Borgogna, con le sue stagioni, i suoi vigneti e i suoi abitanti. Un film toccante e che non tralascia momenti di leggerezza, indispensabili in una trama  metaforicamente  complessa. Ottima prova degli attori e del cast tecnico tutto. Un film da vedere e da gustare.

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Giovedì 15 febbraio 2018

Manifesto di Julian Rosefeldt. Con Cate Blanchett, Erika Bauer, Carl Dietrich.  Australia, Germania, 2015, durata 94 minuti.

Il Manifesto del partito comunista raccontato da un homeless, i motti dadaisti recitati da una vedova a un funerale, il Dogma 95 descritto da una maestra ai suoi alunni e così via. 13 personaggi diversi: ogni personaggio uno scenario, ogni scenario un movimento celebrato attraverso intensi monologhi. A dare corpo a queste parole una sola attrice: una straordinaria Cate Blanchett calata in 12 personaggi diversi. Un’esperienza unica. Un lungometraggio audace e ben riuscito.  Fuori da schemi e canoni, originale e innovativo.

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Giovedì 22 febbraio 2018

The Big Sick di Michael Showalter.Con Kumail Nanjiani, Zoe Kazan, Holly Hunter, Ray Romano. USA, 2017, durata 119 minuti.

Storia vera dell’attore  Kumail Nanjiani, che interpreta  se stesso, e  di sua moglie, Emily, nel film interpretata da Zoe Kazan. L’uno è pakistano figlio di immigrati, l’altra americana del North Carolina. Vivono a Chicago. Quello che potrebbe essere l’incontro di una notte tra l’aspirante comico e la studentessa di psicologia diventa inaspettatamente un amore. Ma qui cominciano i problemi.. Una commedia romantica e drammatica, brillante e scintillante ricca di finezze psicologiche, senza nostalgie, ma con sorprendente vitalità.

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“Come un gatto in tangenziale “ di Riccardo Milani

1di Gianni Quilici

La sala si riempie quasi del tutto.

Sono sorpreso. Non succede spesso e immaginavo fosse uno dei film da “mezza sala”. Inizia e ben presto intuisco perché possa piacere ad un pubblico (cosiddetto) medio    come poi testimoniano, anche, gli incassi nazionali.

“Come un gatto in tangenziale” è un film furbo, che utilizza bene gli stereotipi del qualunquismo, con una coppia di attore/attrice all’altezza di questa, per così dire, furbizia.

Il tema: il conflitto tra una borghesia ricca, affermata ed intellettuale, che vive nel cuore di Roma e il nuovo proletariato, più  borgataro che piccolo borghese, in una delle periferie romane più a rischio.

Riccardo Milani rappresenta questo, si fa per dire, conflitto, trattando  i borgatari in modo  convenzionale come ladri e buzzurri, vagamente minacciosi, con uno sguardo che sarebbe razzista, se non fosse filtrato da un’ironia superficialmente parodistica, che  utilizza anche per la borghesia, secondo i consueti cliché (Capalbio e i discorsi para-intellettuali).

In altri termini il regista e gli sceneggiatori  si fermano volutamente alla superficie, perché è ciò che un certo tipo di spettatore conosce e riconosce.

Ciò viene valorizzato dalla protagonista, che è sì diretta, selvaggia, quasi una guerriera all’inizio, ignorante, senza complessi, ma anche con la bellezza seducente della sua vitalità e del suo aspetto fisico.

Le ragioni di un qualche successo di pubblico sono, infatti, i due attori protagonisti, lei (Paola Cortellessi) e lui (Antonio Albanese), che danno, qua e là,  forza al film con battute felici e con la capacità di prendere lo spazio della scena.

Con un ultimo aspetto: il film lascia trapelare una possibile, quanto invece improbabile per ciò che si è visto, storia sentimentale tra i due. Infatti, anche senza il bacio finale, è questo che lascia intendere la chiusa del film. Così il pubblico può lasciare la sala soddisfatto, perché è ciò che aveva segretamente desiderato.

73524_hpCome un gatto in tangenziale

Regia di Riccardo Milani.

Un film con Paola Cortellesi, Antonio Albanese, Sonia Bergamasco, Luca Angeletti, Antonio D’Ausilio.

Italia, 2018, durata 98 minuti.