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Anche nei “quarantanove ” di Hemingway ce n’è qualcuno più debole, così capita in questi 37 racconti di Angela De Leo… È una fortuna che ci consente di apprezzare tutti quelli, la grande maggioranza, meglio riusciti e coinvolgenti (tenendo pur presente che apprezzare è soggettivo, che il gusto cambia nei diversi lettori…). Chi ci vive, e sono i protagonisti di tante canzoni di Fabrizio De André, vive povere esistenze illuminate a volte da una fortuita apparizione di umanità. I protagonisti sono il professore di filosofia di un liceo romano, il suo alunno Giulio De Santis, giovinetto in crisi di crescita, di identità, di sentimenti e sua madre Gabriella, insoddisfatta ex-sessantottina sposata ad un altro perdente come lei. Sembra perdersi continuamente il contatto con il reale (paesaggi, cose, corpi cedono subito alle loro immagini, alle sensazioni prodotte, al pensiero che ne scaturisce), ma la tensione umana è forte, costante – l’individuo poeta Forbus sa bene qual è il suo posto nel mondo (anche se si definisce “bardo giramondo”, “l’ultimo bardo”) e gioca con le muse, con l’ispirazione e la natura stessa del suo essere poeta. Chi scrive per passione, anche solo per comunicare agli amici le proprie impres­sioni, sente poi quasi ine­luttabile il richiamo della stampa. La sua natura di pittore è sempre evidente, in certe espressioni, in certe scelte cromatiche, nell’uso stesso della parola. “Il diritto scritto si esaurisce quasi esclusivamente nella funzione di legalizzare a posteriori una situazione già effettivamente prodotta”: tant’è, è un modo come un altro per giustificare l’azione e la prassi, “la sfera fattuale” contro la normativa, contro l’etica dei rapporti statuali… Inutile sottolineare (pur mutatis tutte le mutandis del caso) quanto rischiosamente attuale potrebbe suonare una simile interpretazione. E dedica loro una passione moltiplicata dalla mancanza di un figlio proprio. Enrichetto D’Angiò, Ricordi all’ombra del campanile, sip. E non è difficile, per la bravura della De Filippis. Alcuni di questi, poi, con gli articoli già pubblicati, e/o con altre riflessioni sulle proprie esperienze, fanno un libro. Per cercare nel tempo di allora il se stesso di oggi (come opportunamente osserva Santoro nella sua presentaifone), verificando eventuali somiglianze scoprendo un’evoluzione che solo a distanza di tempo si può cogliere … È un po’ il gioco di tutti gli artisti: proporre personali letture esistenziali che siano guida o stimolo a prendere coscienza di sé. Cinque studi su usi di arte in letteratura, Bulzoni. Al quale invece vo­gliamo sem­pre misurarci, quasi a sfida che ci appa­ghi di noi stessi: chi va in­contro all’ignoto, non cerca di scoprire l’ignoto – vuole solo dimo­strare (a se stesso più che agli altri) di aver avuto co­rag­gio a suffi­cienza per intra­prendere il viaggio nuovo, per concepire il sogno a portata di mano. Santi Protettori. Nella poesia di Rossella vivono al tempo stesso due esigenze contrapposte: quella della donna, che mal sopporta una condizione umana in generale e femminile in particolare difficile da gestire in un’epoca come la nostra artefatta e spesso squallidamente esibizionistica, e quella della poetessa consapevole del ruolo in qualche modo salvifico o almeno propositivo della parola scritta, del messaggio poetico. Il procedere del suo dire è franto, sincopato in più punti, eppure fa trasparire una disarmante chiarezza di intenti: non le si può negare la mano amica che chiede. Ma questo libro è pure un apotropaico lasciapassare per la propria coscienza – ci si deve sentire in pace avendo tanto visto e tollerato (senza rancore nemmeno per chi ha guastato il bello dell’esistenza) e pronti al redde rationem ma soltanto con la propria persona, con la propria intelligenza e il proprio sentire. La seconda poesia inserita in Ombre e penombre, “A braccia aperte”, è dedicata “a mio padre”; l’ultima è un commosso ricordo materno: “Come tanti anni fa” – l’autore, che ha costruito il libro a sua immagine, l’ha fatto apposta, pure a farsi perdonare l’incipit un tantino maudit, in quel “Deserto di follia” che ci si augura comunque sia rimasto solo un vezzo di gioventù…, Elide Ceragioli, La libertà delle foglie morte, Zedda Editore. Come non convenire quando afferma che “L’arte e la letteratura, nonostante le loro crisi e contraddizioni, sono ancora fra le principali risorse di speranza e di fede per l’umanità”… Spaziando da par suo nella produzione spagnola, francese e inglese, merita ascolto quando sostiene che la scienza “è diventata una nuova opprimente religione” che snatura il rapporto fra l’uomo e la cultura – c’è pertanto bisogno di un patto nuovo, per creare una “simbiosi fra filosofia, arti e letteratura”, sull’esempio dei grandi spagnoli Unamuno e Ortega y Gasset e poi Camus e Sarte… Studiate, studiate, dice il professor Talvet: magari vi viene voglia (e vi riesce pure) di produrre qualcosa di veramente unico e comune [2018]. Intanto già si presenta in questa stanza con una nuova silloge, dal titolo alla Kerouac: Piccole luci di smog, densa di umori beat e ricca di spunti notevoli sul piano linguistico ed espressivo. Controvento nasce da un lavoro di anni, dalla pratica paziente della scrittura, da fogli nel cassetto e memorie nel computer: è il frutto di un complesso periodo esistenziale, nel corso del quale l’autrice ha scritto e pubblicato, ha frequentato gli ambienti letterari giusti e ne ha tratto esperienze. E avrebbe preferito vedere con i suoi occhi la realtà, piuttosto che divinare, cieco, per dono divino. L’esordio promette nuovi sviluppi – quel “fuoco” soffia ancora [2018]. Lei, l’altra, chiunque sia, risponde comunque col silenzio, in silenzio… e la si può sentire quindi non come materica voce ma come “ombra muta”… Sembrerebbe dunque poca cosa la “quantità di te” che si può possedere, ma basta a fortificare l’animo schiudendo la voce al poeta. Ed è bello quest’altro gioco, dell’amica che rivolge al maestro (è la seconda sezione del libro) le riflessioni che le hanno suscitato le epistole di un maestro al suo allievo. La farfalla del titolo appare in “Lì dove abita il mio nome” e segna uno dei momenti di più profonda suggestione lirica: c’è insieme la metafora della bellezza che svanisce (appunto rappresentata nelle ali della farfalla) e quella, che ne deriva, del tempo che ineluttabile muore. Alessandro Baldacci, come è scritto in copertina del suo imperdibile Amelia Rosselli, traccia “la prima interpretazione critica completa, dai primi esperimenti degli anni Cinquanta sino alla fine della sua ricerca poetica ed esistenziale”. È vero, “il tempo: un’ombra che non passa”, e certe volte “non so se e come arrendermi o sparire”, anche “perché ormai è spenta la virtù del gioco” – ma è proprio un gioco virtuoso quello che chiama il poeta a guardare attraverso i fatti comunque siano e farsene ostia di vita. Sono imperdibili le pagine dedicate alle vecchie usanze del paese, da ricordare ad esempio alle nuove generazioni – come si dice abitualmente, con un pizzico, amaro, di speranza: i giovani oggi difficilmente si accostano alle cose di casa, se hanno più di qualche ora di vita. Le parole trafitte dal silenzio vanno dentro stanze vuote…” anche se poi “la vita di carta non ne regge il peso”. Gino Fiore continua a crescere – e guai se così non fosse, perché davvero in arte chi si ferma è finito – ma il suo tono è ormai media­mente alto, e consapevole è diventato il registro espressivo ad ac­compagnare, sostenere, esaltare quei contenuti che fin dall’inizio si apprezzavano nella sua produzione in versi. Dandogli non solo la voglia (esigenza) di aprirsi e comunicare ad altri il suo sentire privato, ma la volontà di misurare il suo dire nella misura mitica è nuova forza, necessaria in tempi di bilanci poetici, ed esistenziali al tempo stesso. La fanciulla e l’infinito).

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