“Il mistero Henri Pick” di Rémi Bezançon

di Gianni Quilici

L’ho visto con il piacere di chi si lascia scivolare nella storia per la curiosità (banale e legittima) di come andrà a finire, perché questo desiderio il film, qua e là, lo provoca, in una storia poco credibile, molto lambiccata.

Penso anche che questo sia stato il proposito del regista stesso: concepire una commedia che susciti (qualche) tensione e sorriso, senza vere palpitazioni, ne’ estremismi contenutistici, ne’ linguistici.

Ecco un affermatissimo critico letterario che diventa una sorta di investigatore, un Fabrice Luchini che si adatta felicemente a un ruolo di battutista; un grande scrittore misterioso (che di grandezza come personaggio ne dimostra, in realtà, poca) che ci porta in una Bretagna paesana, senza fascini particolari,  fino alla fine con lo scioglimento del mistero, spiegato come in certi gialli tradizionali, dall’a fino alla z.

Ma si può uscire tranquilli di aver trascorso un’ora e mezzo in una storia senza sbadigli, senza emozioni, senza pensieri da portarsi in testa.

Il mistero di Henri Pick di Rémi Bezançon.  con Fabrice Luchini, Camille Cottin, Alice Isaaz,  Josiane Stoléru.  Francia, Belgio, 2019, durata 99 minuti.

“Ritratto della giovane in fiamme” di Céline Sciamma

di Gianni Quilici

LA STORIA IN SINTESI. Francia, 1770. Marianne, una pittrice, riceve l'incarico di realizzare il ritratto di nozze di Héloise, una giovane donna appena uscita dal convento. Lei però non vuole sposarsi e quindi rifiuta anche il ritratto. Marianne cerca allora di osservarla per poter comunque adempiere al mandato. Scoprirà molte cose anche su di sé.

E’ un’ode all’amore e alla sua impossibilità.Céline Sciamma ce lo fa sentire e vedere nella sua complessità. E questo attraverso il cinema nella sintesi dei suoi tanti possibili linguaggi.

1) Nella sceneggiatura.                                                                                                          Due giovani donne, Héloise (la pittrice), Marianne (la ragazza del ritratto) in cui via via si accende la fiamma amorosa, si guardano, si studiano, si contrastano, si toccano, si stringono, si abbracciano. Parole certo e a volte secche come staffilate, ma soprattutto silenzi, dentro dialoghi concentrati. E questo è un rapporto tra uguali, tra due personalità forti, senza dipendenze avvertibili, in un’epoca (siamo nel 1770, prima della rivoluzione) di illibertà della donna, che non può decidere il suo destino, che si rivolta, che deve nascondere alla società i propri sentimenti e qualità, senza potere andare fino in fondo, se non distruggendosi,. E questa sete di libertà si allarga anche alla servetta, che diventa complice di questo amore e che da loro viene aiutata, e alle donne dell’isola che la esprimono in un rituale magico tra danza e fuoco di grande forza simbolica e poetica.

2) Nelle inquadrature.                                                                                                                  I primi e i primissimi piani che hanno la bellezza e la purezza di certi film di Bergman con il pianto finale della “ragazza in fiamme” risolto magnificamente da Noémie Merlant  per la verità e per la difficoltà della durata, che l’E statedi Vivaldi sottolinea efficacemente.

3) Nella  scenografia.                                                                                                                   Il film si svolge quasi interamente in un’isola, quasi selvaggia, della Bretagna e ricorda negli esterni  “ Lezione di piano” nell’arrivo e nell’orizzonte dell’oceano di fronte ai loro occhi, come metafora e gli interni del castello che prendono via via il calore del focolare con l’amore e la complicità che si viene a creare tra le tre donne, compresa la servetta.

4) Nel montaggio.                                                                                                                     Céline Sciamma non vira mai nel sentimentalismo, perché stacca, a volte con montaggi netti, di chi ha in mano la storia e la disciplina con rigore.

5) La pittura e il cinema.                                                                                                              C’è infine il tema del ritratto, ossia del quadro. Il primo tentativo fallisce. Lo riconosce Héloise, dopo la critica gelida di Marianne. Perché? Perché Héloise ha colto soltanto la superficie del volto della ragazza. E’ solo cogliendo cosa si nasconde dietro di esso, che il ritratto assumerà una verità. E sarà l’esperienza amorosa a determinarla. E’ il sentimento dell’intelligenza, prima ancora della pura intelligenza, che coglie la verità delle cose. Ma questo è l’itinerario stesso del film, sembra dirci Céline Sciamma.

E mi sembra ci sia riuscita. Un film realistico, che si mescola poeticamente al magico.

RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

regia di Céline Sciamma. con Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel. Titolo originale: Portrait de la jeune fille en feu. Francia, 2019, durata 120 minuti.

“La casa del padre” di Vincenzo Totaro

di Gordiano Lupi

La casa del padre ha debutta in prima assoluta il 29 ottobre, a Vico del Gargano, prosegue a Foggia (4 novembre), Manfredonia, Milano, Roma, Valle Leventina e altre date, per poi affidarsi alla distribuzione televisiva della Running Tv International.

In breve la trama. Antonio torna nella casa della sua infanzia, per venderla secondo indicazioni del fratello Corrado, ma finisce per compiere un tuffo nel passato, immergendosi nei ricordi. La potenziale cliente arriva, ma non è la vera Angela che dovrebbe vedere la casa, bensì una ragazza smarrita, in crisi, in fuga dalla sua esistenza, in attesa di operarsi per una grave malattia. Pure Antonio è un uomo tormentato, malato, ex fumettista e disegnatore, ha un figlio che vive lontano e che sta scrivendo una tesi sui suoi vecchi lavori. Antonio percorre le stanze della casa abbandonandosi a una cascata di ricordi, mentre una notte di tempesta scuote i vetri, scosse di terremoto fanno muovere gli oggetti, pioggia e vento colpiscono le imposte. Angela e Antonio s’incontrano per caso, sboccia una sorta di amore impossibile, un sentimento soffuso di poesia e languore, intrecciato ai troppi pensieri del passato.

Vincenzo Totaro gira un film teatrale, intenso e introspettivo, ricco di suspense narrativa, forse troppo dilatato nei tempi, anche se resta il sospetto che per affrontare simile tematica ci fosse bisogno della lunga distanza.

Spettacolari gli effetti speciali che mostrano il cosmo come cornice iniziale e finale della storia; da sottolineare alcune poetiche dissolvenze, soprattutto quella che dagli occhi della protagonista conduce lo spettatore verso le stelle.

Attori bravissimi e credibili, soprattutto i due protagonisti (Boccanera e Del Nobile), che danno vita a un lungo dialogo letterario mai artefatto e stucchevole, ma realistico e dal sapore bergmaniano.

Molti riferimenti cinematografici portano a Beckett (il fratello è una sorta di Godot che telefona ma non arriva mai), Bergman (rapporto uomo – donna), Scola (la pistola nella borsa, l’incontro in una giornata particolare), Tarr (il paesaggio apocalittico, i piani sequenza, l’incontro).

Storia narrata proustianamente, con andamento circolare, che si apre e si chiude con la visione dell’universo, il ciclo della vita eternamente uguale, la consapevolezza che la nostra esistenza è una piccola cosa nel cosmo infinito.

Straordinaria la fotografia in bianco e nero, curate le scenografie, sceneggiatura senza punti morti, dialoghi ben confezionati, musiche di Chopin adeguate a una storia montata con ritmi compassati.

La casa del padre è una storia d’amore improbabile, un incontro tra un uomo e una donna che sono giunti a un bivio della loro esistenza, un’esperienza di amore e morte che si celebra nella casa dove l’uomo ha vissuto la sua infanzia, in uncontenitore di ricordi che ognuno di noi possiede nella memoria. Se riuscite a vederlo – problema del buon cinema indipendente -, non ve ne pentirete.

LA CASA DEL PADRE

Regia: Vincenzo Totaro. Fotografia: Antonio Universi. Operatore di Riprese ed Effetti Speciali: Luisa Totaro. Fonico Presa Diretta: Vincenzo Moccia. Microfonista: Tonino Bitondi. Costumi: Federico Del Nobile. Scenografia: Leonarda Fabiano, Matteo Del Nobile. Musiche (non originali): Giuseppe De Salvia. Case di Produzione: Silentium Film, Aelita Film. Produttori: Antonio Del Nobile, Vincenzo Totaro. Genere: Drammatico. Durata: 118’. Colore: B/N. Interpreti: Manuela Boccanera (Angela/Cristina), Antonio Del Nobile (Antonio), Rosanna Trotta (Signora Angela), Adriano Santoro (voce di Corrado).

“Lucus a lucendo” di Alessandra Lancellotti e Enrico Masi“

di Mimmo Mastrangelo

E’ emozionante (ri)vedere schegge di immagini del 1975 sul funerale di Carlo Levi ad Aliano, girate in super8 dal  giornalista Domenico Notarangelo (nel “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini interpretava un centurione). Dal lungo corteo, dalla salma portata a spalle da uomini del posto,  dalla  folla che riempie la piazza per il commemorativo  rito laico è facile intuire lo stretto legame che si era creato tra il pittore e scrittore torinese  e la gente di quella Lucania dolente e funesta,  conosciuta durante gli anni del confino.

Le sgranate  sequenze di Notarangelo ora  scorrono   in“Lucus a Lucendo” (2019), opera prima  dei giovanissimi  registi Alessandra Lancellotti ed Enrico Masi che si spingono nei luoghi di Levi sotto la guida di un nipote, l’architetto e pittore Stefano Levi Della Torre che svela (con sorpresa dello spettatore) le ragioni della sepoltura dello zio nel piccolo centro dei calanchi.  <<La famiglia – ricorda –  fu concorde nella decisione di seppellire Carlo Levi ad Aliano, convinta che lasciandolo riposare lì,  potesse continuare a portare dei benefici a quel luogo e alla Lucania. Pensammo che la sepoltura doveva rappresentare  un ritorno e non  un nuovo esilio, essere la prosecuzione della sua azione da vivo. Mio zio, forse, avrebbe voluto essere sepolto a Roma,  ma  in un momento particolare di lotte e tensioni sociali, noi decidemmo per  Aliano in quanto luogo eletto che aveva dato notorietà alla sua opera pittorica e letteraria>>.

Presentato in anteprima  al  “Torino Film Festival” e  in proiezione in questi giorni ad Aliano e Matera nell’ambito del cartellone degli eventi per Matera 2019, “Lucus a Lucendo”  – che capovolge  il “ lucus non a lucendo” (bosco senza luce) con cui Levi descriveva gli argillosi e lunari paesaggi alianesi  - è un viaggio  alla riscoperta delle città frequentate in vita  dal pittore e scrittore: da Torino ad Alassio, da Aliano a Firenze alla  Roma dell’incipit de “L’orologio” in cui “la notte par di sentir ruggire i leoni”.

A dialogare con  Levi Della Torre  e la regista Lancellotti c’è anche il noto storico e saggista torinese  Carlo Ginsburg   il quale certifica come Carlo Levi, facendoci conoscere col suo “Cristo” una diversa civiltà,   scrive  quella che può essere considerata, insieme “A Sud e magia” di Ernesto De Martino,    la prima grande  opera dell’antropologia italiana.

Prodotto dalla Caucaso, insieme all’Istituto Luce Cinecittà, il documentario di Alessandra Lancellotti ed Enrico Masi è  un lavoro diligente, senza  particolari pretese estetiche, dove la vicenda umana, culturale e politica di Carlo Levi  è bene incastrata agli eventi del novecento attraverso un significativo montaggio di schegge di vecchi  filmati. Materiali cinematografici straordinari tratti da “Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato”(1950) di Carlo Lizzani,  “Alle armi siam fascisti” (1962) di Lino Del Fra e “Lucania 61” (1961) in cui Mario Soldati e Renato Guttuso descrivono  l’omonimo quadro, capolavoro in assoluto di umanità che venne commissionato a Levi per i  cento anni dell’Unità d’Italia.

Lucus a Lucendo. A proposito di Carlo Levi

Regia:       Alessandra Lancellotti, Enrico Masi

Produzione:    Caucaso Factory, Istituto Luce, Domus

Durata:    80’

Paesi:       Italia

Anno:       2019

Interpreti:        Stefano Levi della Torre, Alessandra Lancellotti, Carlo Ginzburg, Filomena Poidomani, Vincenzo D’Elia

Montaggio:     Mirko Capozzoli, Enrico Masi

Musica:   Zende Music, Luca Romeo

“Certi Bambini” di Andrea e Antonio Frazzi

di Gianni Quilici

L’inizio è folgorante. Veniamo subito investiti dalla violenza di una corsa di un branco di bambini-ragazzi, con la macchina da presa che sta loro addosso, mentre oltrepassano un canneto e salgono verso la collina su fino all’autostrada. Qui inizia la sfida: attraversare la strada, a rischio della vita, mentre le auto sfrecciano velocissime. Chi non ha il coraggio è considerato “nu ricchione”.

Li vediamo in questa gara insensata, ad uno ad uno, ne partecipiamo, in un alternarsi di soggettive ed oggettive, gli azzardi, le paure. Si pensa immediatàmente a Respiro per la violenza e la selvatichezza con cui i bambini si presentano sulla scena e per il dialetto molto stretto, a volte incomprensibile, con cui si esprimono.

Ma ci si potrebbe sbizzarrire su un cinema italiano (e su una letteratura), che comincia a scoprire gli adolescenti: da Respiro a L’isola, da lo non ho paura a Il miracolo, per citare soltanto le ultime pellicole, che hanno avuto anche una corrispondenza di pubblico.

Non va dimenticato, però, il film forse più vicino a Certi bambini, uno dei film più intensi e sconvolgenti degli anni ‘90 in Italia, Vito e gli altri di Antonio Capuano, che, come questo, mostra una fotografia di come si diventa piccoli mafiosi, facendo vedere anche le cause, per così dire, strutturali.

È un film questo che sembra nascere dal concorso di molte intelligenze e sensibilità: il romanzo omonimo di Diego De Silva, che è partecipe anche della sceneggiatura, le musiche mediterranee e arabeggianti di Almamegretta, la fotografia di una Napoli a metà fra la metropoli anonima e la città degli scugnizzi e della camorra, la recitazione convincentemente neorealista di tutto il cast, attori professionisti o di strada, tra cui emerge il protagonista Gianluca Di Gennaro e la vecchia nonna di lui, una indimenticabile Nuccia Fumo.

Tutto concorre ad evitare il rischio del film di maniera, nonostante la materia a forti tinte drammatiche si presti perfettamente, perché non c’è enfatizzazione, né falsa commozione. C’è, invece, la verità scolpita nei luoghi, nei volti, nei corpi, nel loro linguaggio. Corpi che non recitano, che vivono. Sono soprattutto i bambini lasciati allo sbaraglio, che già da piccoli sono costretti a difendersi, ad imparare i codici della giungla di queste periferie partenopee: la prepotenza, la furbizia, il ladrocinio, l’ostentazione. Questa violenza è filtrata e rappresentata, soprattutto attraverso il vissuto d’un ragazzino 12enne, Rosario, che risulta un personaggio composito e credibile: in casa accudisce con affetto la nonna, simpatica arteriosclerotica; nella vita sociale, a soli 12 anni, diventa un assassino. Il film ti fa comprendere questo processo: come un ragazzo sensibile, premuroso e intelligente possa diventare un piccolo killer della camorra.

La vicenda si snoda attraverso un viaggio in metrò di Rosario verso il suo primo “incarico”, che diventa anche viaggio interiore.

I registi Antonio e Andrea Frazzi scelgono di narrarla attraverso flashback, veri e propri lampi associativi, che evitano il rischio della piattezza naturalistica e che ci permettono di capire e ricostruire progressivamente le motivazioni della storia, percorrendola insieme e al livello, in cui la sta vivendo il ragazzo.

da LaLinea dell’occhio n. 49

Certi bambini

“Una rosa blu” di Stefano Simone

di Gordiano Lupi

Stefano Simone è un regista pugliese che conosco da tempo, ho potuto apprezzare l’intera produzione sia di video clip che di lungometraggi, collaborando con lui per alcuni progetti legati al cinema noir (Gli scacchi della vita, Cattive storie di provincia …) e due documentari letterari (Il cielo sopra Piombino, Litania su Piombino).

In questa sede analizziamo un breve video girato a Torino che potrete trovare in distribuzione su Amazon Prime Video, in Italia e Stati Uniti, grazie a X-Movie Internazional.

Stefano Simone ama occuparsi di problemi sociali, dalla piaga del bullismo (Fuoco e fumo, 2017) al degrado provinciale, passando per il disagio giovanile, il divorzio e la bigenitorialità (L’accordo, 2018). Una rosa blu parla di pedofilia e di rapporti amorosi estorti ma anche del ruolo che scuola e società possono giocare nella normalizzazione di situazioni pericolose.

La storia vede protagonista una ragazzina che frequenta un istituto tecnico, figlia unica di una madre che da un po’ di tempo vede un nuovo compagno, purtroppo interessato anche a lei in modo malsano. Un preside che sa ascoltare e un vero amore da parte di un coetaneo faranno il miracolo di far venire alla luce il problema e di affrontare alla radice quel che non va nel cuore della ragazzina.

Stefano Simone gira un corto molto teatrale, quasi tutto ambientato in interni, gestendo bene campi e controcampi, alternando brevi quanto riuscite sequenze di esterni che immortalano Torino, tra angoli periferici, parchi cittadini e montagne innevate che fanno da cornice.

Gli attori sono tutti non professionisti, quindi si perdonano alcune incertezze e una recitazione troppo impostata, ma il regista è bravo a gestire i lunghi dialoghi e un argomento complesso.

Notevole il simbolo della rosa blu tatuata, importante per la ragazzina, ma che finisce per ricordare soltanto un’esperienza negativa.

La forza del breve filmato sta nelle scene girate in esterno, rapide e concitate, in una fotografia livida e spettrale, nei brevi flash che immortalano gesti dei protagonisti e in una macchina da presa che non si lascia mai andare a movimenti banali e riprese scontate.

Il film ha scopi didattici, ma è un lavoro educativo - morale capace di raccontare una storia d’amore toccante e un riscatto consapevole da una situazione di vita disperata. Ottimo il sottofinale con i personaggi che si alternano sulla scena mentre una visione di Torino dall’alto simboleggia speranza e fiducia nel futuro. L’amore trionfa, la ragazzina prende coscienza di sé, abbandona il nero per colori sgargianti, non ha paura di osare e di vivere una vera storia d’amore. Scritto da Sabrina Gonzatto. Consigliata la visione ai giovani.

Regia: Stefano Simone. Origine: Italia. Durata: 20'. Musica: Luca Auriemma. Soggetto e Sceneggiatura: Sabrina Gonzatto. Distribuzione: X-Movie Internazional (Amazon Prime Video). Interpreti: Veronica Cataraga, Davide Frea, Giulio Fraglia.

“Un giorno di pioggia a New York” di Woody Allen

di Gianni Quilici

Mi sorprende (e mi fa dubitare di me) che l’ultimo di Woody Allen raccolga così tanti plausi dalla critica, anche quella più avvertita. “Piccolo gioiello” sintetizza Fabio Ferzetti su “L’espresso” e la rivista “Cineforum” arriva al massimo dei voti di quasi tutti i suoi collaboratori.

Ora a me sembra una commediola ben fatta, che può essere consumata piacevolmente dal pubblico, per il montaggio fluido, per qualche battuta felice, per la fotografia impeccabile di Vittorio Storaro, per una storia che dà la sensazione di riservarci possibili “sorprese”.

Manca la profondità nella leggerezza che il film vorrebbe avere. Se può essere comprensibile ( o sopportabile) l’ingenuità della co-protagonista (, Liev Schreiber ), immersa favolosamente e fanaticamente nel mondo apparentemente dorato dei miti hollywoodiani, che, al contrario, sono rappresentati nella loro vuota fragilità, è il protagonista (Timothée Chalamet), giovane rampollo dell'aristocrazia bianca newyorchese, che dovrebbe assumere, nel suo itinere per New York, uno spessore vitalistico, sia pure caotico e contraddittorio, che non ha.

Questo a me pare sia il punto di debolezza del film, perché il regista Woody Allen, la coscienza critica del film, non si distacca da lui, non lo mette in crisi, lo rappresenta con amabile ironia. Il finale esemplifica questa debolezza. Lui lascia lei, ma quando mai c’è stato un vero rapporto? Per incontrare magicamente e romanticamente l’altra (Selena Gomez). Ma su quali basi, se non c’è stato mai un cercarsi e riconoscersi nel loro breve incontrarsi? Un finale prevedibile, che può lasciare il pubblico con il sorriso sulla faccia, mentre sciama via via dalla sala. Ma cosa rimarrà poi del film?

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK di WOODY ALLEN

Sceneggiatura: Woody Allen  Fotografia: Vittorio Storaro Montaggio: Alisa Lepselter

Cast: Timothée Chalamet , Selena Gomez, Liev Schreiber, Jude Law, Elle Fanning, Diego Luna

Produzione: Gravier Productions, Perdido Productions  Distribuzione: Lucky Red Usa,

Anno: 2017-2019, durata:  92  minuti.

“Una cena con delitto” di Rian Johnson

di Gianni Quilici

Suicidio o delitto? Questo è il primo interrogativo.

La vittima: un romanziere di gialli di grande successo,  di 85 anni, autorevole e ricco con sontuosa residenza. Dietro di lui una famiglia allargata (figli con coniugi e nipoti). Ognuno di loro avrebbe un motivo per ucciderlo, ma nessun indizio esiste che giustifichi ciò. A cercare di sciogliere la matassa un detective abile e sornione, che ricorda un po’ il tenente Colombo di Peter Falk.

Giallo avvincente alla Agata Christie, con colpi di scena, che ingarbugliano la vicenda tenendo sospesa l’attenzione.

Commedia brillante, che semina qua e là battute, che fanno ridere o sorridere. Scontri velenosi dentro questa famiglia allargata, che finiscono per diventare, a volte,  ferocia grottesca.

Alla base di ciò la solida sceneggiatura dello stesso regista, Rian Johnson, che alterna  azione, interrogatori e felicità di dialoghi pungenti, con un montaggio ben calibrato, a volte perentorio (si veda l’originale e sorprendente  prologo), altre sbrigativamente informativo,  percorso da un’ ideologia  anti-Trump: mandare sul lastrico queste ricche, fameliche,  ipocrite e razziste famiglie,  premiando la giovane, bella, generosa infermiera messicana.

Insomma uno di quei film che ha l’abilità di farti viaggiare con un filo narrativo dissacrante e moderno, ben congegnato stilisticamente, senza pretese autoriali, macon  il proposito di tenere agganciato allo schermo il  pubblico.                                   Il cast di attori prestigiosi sono tutti perfettamente nel ruolo: da Daniel Craig a Jamie Lee Curtis, da Michael Shannon a Christopher Plummer.

Cena con delitto - Knives Out  di Rian Johnson

Sceneggiatura: Rian Johnson,  Fotografia: Steve Yedlin. Montaggio: Bob Ducsay, Musica: Nathan Johnson

Cast: Toni Collette, Riki Lindhome, Noah Segan, Michael Shannon, Lakeith Stanfield, Katherine Langford, Edi Patterson, Jamie Lee Curtis, Don Johnson, Daniel Craig, Chris Evans, Christopher Plummer, Ana de Armas

Usa, 2019, 130 min.

“In ricordo di Woody Vasulka” di Mimmo Mastrangelo

Con la moglie, la violinista islandese Steina, si può riconoscerlo a tutti gli effetti il precursore  di un linguaggio d’arte attraverso le immagini in movimento, l’inventore  della videoarte, Woody Vasulka è morto qualche giorno prima di Natale a New York dove si era trasferito nel 1965 dopo aver frequentato l’Accademia dello Spettacolo di prega.

Nato nella capitale 82 anni fa, una volta negli Stati Uniti che, come altri pionieri delle arti elettroniche, è diventato sempre di più  un punto di riferimento di quel campo che dalla video arte si estende verso la computer-image, alle esperienze i di virtual realtity.

Le sue produzioni  (meglio le loro, dei coniugi Vasulka) comprendono opere in video, installazioni e in ultimo delle performance interattive diffuse negli spazi pubblici. Manipolando le immagini e  i loro effetti visivi e sonori,  si può dire che Vasulka  ha con le sue pratiche,  in poco tempo, ridisegnato un nuovo ruolo dell’artista ed introdotto nuovi modi di leggere e rappresentare la realtà.

L’universo poetico, visivo è una  “piattaforma”  in cui l’artista in piena indipendenza  fa dei suoi lavori registri del pensare, impasta immagini e suoni per lasciar fermentare un pensiero di vita, sociale.

Per dirla con le parole della moglie, la sfida nell’arte contemporanea di  Woody Vasulka è stata quella di creare uno  spazio che non avesse niente  a che vedere con gli stereotipi e le idiosincrasia della visione. Ripercorrendo l’esperienza  delle avanguardie artistiche europee, egli  <<ha concorso allo sviluppo di un arte non concettuale che “oltre a mettere in discussione l’idea stessa di opera, ha spostato i confini di concetti come proprietà e valore del prodotto artistico>>.

Per capire fino in fondo il suo lavoro di “filosofo della pratica” bisogna che si tenga presente che è stato un artista, che iniziava per le sue sperimentazioni da una ricerca radicale a partire da tutti gli strumentie che il più delle volte era frutto delle sue invenzioni .

Nel 1971 sempre con la compagna, fonda a New York  The Kitchen , spazio di riferimento per  nuove sperimentazioni teatrali e suoi media, sempre più frequentato  da artisti di nuove generazioni. Un luogo dove l’esperienza estetica viene  trasmessa fuori dal tradionale circuito comunicativo mittente-messaggio destinario, in favore delll’asse azione –visione reazione.

“Soffio” di Nicola Ragone

di Mimmo Mastrangelo

Fuori dalle mura del penitenziario c’è una madre, il suo  volto è segnato dal dolore. All’interno  si sente chiudere con violenza  la cella dove si trova la giovane  figlia che si appresta a vivere le ultime ore di vita prima che il  cappio di una forca  arresti definitivamente il suo soffio.

Si intitola proprio “Soffio” l’ultimo lavoro di Nicola Ragone il quale, ancora  una volta, si  è avvalso della pregevole complicità di Daniele Ciprì per catturare con grazia ogni minimo  sguardo, respiro, movenza, emozione della protagonista.

Presentato in anteprima  nei giorni scorsi  all’ultimo “Rome Indipendet Film Festival”, questo lavoro contro la pena capitale (ricordiamo sono ancora  56 i Paesi nel mondo – tra cui Cina, Arabia Saudita, Iran, Usa – che  adottano il più premeditato degli assassinii) conferma la sensibilità e l’ attenzione di Ragone verso certe scottanti tematiche.

Anche se le intenzioni del giovane  regista lucano vogliono andare oltre, egli prova a penetrare una vita in via di congedo,  a filmare gli ultimi attimi di un’esistenza prima di essere giustiziata. E lì, dentro a quella cella spoglia degli occhi si aprono sull’orizzonte di un nuovo destino,  la protagonista si abbandona a gesti che potrebbero essere comuni di tutti giorni, come lavarsi le mani, affacciarsi alla finestra, sdraiarsi sul letto, simulare di tenere in braccio un bambino, specchiare il proprio volto in una piccola pozza d’acqua.

Sono i  respiri ultimi che, però, solo in parte permettono penetrare  in profondità lo  stato animo di una persona che si appresta lasciare questa terra per varcare la soglia dell’altro mondo.  Nella lettera, che verrà consegnata dal secondino  nelle mani della madre fuori dal penitenziario, la detenuta confessa che ha ucciso l’uomo che voleva fargli violenza per difendere il proprio corpo,  esattamente come fece la giovane donna iraniana a cui è ispirato il film.

Reyhaneh Jabbari nel 2007 ammazzò  un uomo che aveva cercato di farle violenza e sette anni dopo, all’età 26 anni, è stata  giustiziata nonostante,   per salvarla dalla forca, ci sia stata  una  mobilitazione popolare in molte parti del  mondo.  Con le intense  prove di Lucrezia Guidone (la detenuta) e Donatella  Gottard (la madre),  i cui sguardi spauriti sono antitesi  alla freddezza di quello di  Christian Bianco nel ruolo della guardia, “Soffio” è una di quelle  piccole produzioni  che fanno sempre bene al cinema di casa nostra,   sanno sovrapporre senza attrito  un registro esecutivo efficace su un’idea, una storia forte.