“Il sindaco del rione sanità” di Mario Martone

di Laura Menesini

Mario Martone fa un lavoro eccellente, rispolvera un classico e lo aggiorna, mantenendo ben fermo il messaggio “no alla violenza, bisogna interrompere la catena delle vendette”.

Dopo un avvio di stampo gomorristico con la scena dei cani che sembra presa da altri lavori, il protagonista Antonio Barracano si presenta con la sua felpa e cappuccio da giovane moderno, rapper molti lo hanno definito, fa una colazione semplice e cura i suoi addominali facendo esercizi su una panca. Potrebbe sembrare un uomo  rude e camorrista, ma invece è l’uomo che cerca di dirimere con giustizia le controversie del quartiere, là dove le persone ignoranti non possono rivolgersi all’autorità perché non hanno i santi in paradiso, non hanno gli strumenti, sono ignoranti e … “l’astuzia si mangia l’ignoranza!”

In una regione passata sotto i più svariati regimi, dove il potere è sempre stato usato per sopraffare i semplici a proprio vantaggio, la fiducia nello stato o in qualsiasi ente ad esso collegato non può esistere.

Ecco che  un uomo come loro, un uomo comune che è riuscito a venirne fuori grazie alla sua intelligenza e astuzia, può rappresentare un’ancora di salvezza. A lui ci si rivolge quando non si sa più come comportarsi o quando si è disperati … e lui cerca di fare giustizia con le parole, non con la violenza.

È armato come tutti, ma tenta di migliorare il mondo senza far ricorso alla pistola, perché sa bene che sangue chiama sangue.

Ben recitato e realizzato, è sicuramente un film da non perdere.

IL SINDACO DEL RIONE SANITA’

Regia: Mario Martone

Attori: Francesco Di Leva, Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Adriano Pantaleo, Ernesto Mahieux

Fotografia: Ferran Paredes Rubio.  Montaggio: Jacopo Quadri

Paese: Italia, Anno: 2019. Durata: 115 min

“Still Recording” di Saeed Al Batal, Ghiath Ayoub

“L’immagine è l’ultima linea di difesa contro il tempo.”

di Silvia Chessa

In questo docufilm, di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub (23 e 22 anni nel 2011, anno di inizio delle riprese del film), si fondono perfettamente la voglia di documentare la sopravvivenza della vita – anche artistica e creativa- e la guerra in Siria, a partire dalle prime rivolte del 2011 fino alla spaventosa escalation di violenza della dittatura sotto il regime di Assad:  l’orrore ma, al contempo, la vita che continua, anzi si rafforza, nel senso dell’amicizia, stretto, nella creatività e nella ricerca dei ragazzi che impugnano una videocamera come fosse un’arma, inoffensiva ma potente, di autodifesa e di costruzione di un futuro libero e migliore.

La verità della guerra, ripresa e documentata, non trasmette solo partecipazione e turbamento per le vittime innocenti, bensì lascia spazio al senso di tenerezza suscitato da tante piccole scene cariche di vita (penso alle carezze ad un gattino, alla magia purificatrice di una nevicata, al ballo e bacio dei giovani, alle battute, alla musica di un pianoforte che dolcemente avvolge e si infiltrerà, forse, perfino  fra i pertugi dei cecchini). Affiora, o almeno balugina da lungi, la speranza di una possibile risoluzione di pace in un dialogo tra un giovane soldato di Assad ed un ribelle che,  intercettata una linea di comunicazione col soldato del regime, mentre lo offende e lo provoca, cerca, al contempo, di sviluppare nell’altro domande e riflessioni che lo portino a capire come ciò che sta facendo, per il regime, non abbia senso… E magari, lentamente, in quelle comunicazioni intermittenti e travagliate, una possibilità esiste di illuminare le menti ottenebrate dalla propaganda e quasi emerge una compassione per l’ingenuità di quanti, senza strumenti adeguati, e troppo giovani, vengono  manipolati e assoldati dal tritacarne militare  dittatoriale…

Infine questo film – della durata ragguardevole ma non ridondante di 120 minuti -strizzati da 450 ore di girato e quindi sintesi di una lunga avventura- lancia come un guanto di sfida: una riflessione sul fare cinema, partendo, il film, proprio da una lezione sul cinema.

Ad esordio del film, studiando “Underworld”, un classico americano bello ma anche molto costoso (un budget che, sottolinea il prof. con amara ironia, basterebbe a costruire, in Siria, una trentina fra ospedali e scuole), si introducono elementi del sapere tecnico, come le regole dell’uomo vitruviano di Leonardo, la messa a  fuoco, la necessità di non spezzare le linee umane, il ritmo, l’armonia di una ripresa. Si mostra poi, successivamente, come tali regole vadano a cozzare con le riprese che lo stesso insegnante ha modo di fare per le strade insanguinate dai bombardamenti e dagli stermini dell’esercito: come a dire che teoria e perfezione estetica si sovvertono, trovando, di necessità, altri sbocchi, altre norme e diverse possibilità. V’è più bellezza, ad esempio, nella volontà di non inquadrare, per pudore, il volto di un amico morto in strada, o nell’idea di effettuare un giro di videocamera di 360°, usualmente insolito, e rappresentare come i corpi degli amici, nel sonno, si fondano quasi senza soluzione di continuità in una linea allegorica di naturalezza ed etica morale.

Uno dei messaggi, non ricercati ma spontanei, che ci regala Still recording è appunto il diritto alla sopravvivenza, alla fratellanza, alla fuga dall’insensatezza dello sterminio, andando, invece, verso la vita, la libertà, la difesa dei nostri basilari diritti umani.

Incluso quello, come dice uno dei ragazzi parlando con gli altri a telecamera accesa, di non dover scappare, improvvisamente, solo perché si è scesi in piazza: “Non vado alle manifestazioni perché non voglio dover scappare, e non posso non scappare, perché non voglio morire”.

Come dargli torto? Considerando, oltretutto, che questi giovani hanno, da poco, non-festeggiato, sotto le macerie siriane, i loro vent’anni.

Chiamasi democrazia quel semplice ed elementare diritto alla parola per il quale ci si immola in paesi come la Siria (ma anche altrove) e dovrebbe essere garantito universalmente, protetto e difeso da tutte le democrazie mondiali. Le quali invece tacciono, corresponsabili di una carneficina che dura da otto anni.

STILL RECORDING

Titolo originale: Lissa ammetsajjel

Regia: Saeed Al Batal, Ghiath Ayoub

Siria-Libano-Qatar-Francia-Germania, 2018, 120′

Fotografia: Saeed Al Batal, Raafat Bayram, Milad Amin, Ghiath Beram, Abdel Rahman Najjar

Montaggio: Raya Yamisha, Qutaiba Barhamji

Produzione: Mohammad Ali Atassi – Bidayyat for Audiovisual Art

Distribuzione: Reading Bloom, Isola Edipo, Kama Productions, Sindacato Italiano Critici Cinematogr

“Prime visioni Altre visioni” a cura del Circolo del cinema di Lucca

Cinema Centrale

PER RENDERE MIGLIORE

Per rendere migliore e più gradevole la visione dei film ai soci del Circolo  e nell’intento di riavvicinare i giovani alla sala cinematografica, Vi elenchiamo alcune modifiche che saranno applicate nella prossima  stagione 2019/20 .

1. Inizio proiezioni  ore 21,15 a seguito del risultato del sondaggio che ha visto, in percentuale, prevalere  l’ orario anticipato

2. TESSERA YONG per i nati dopo il 1 gennaio 1997 riavvicinare i giovani alla sala cinematografica. Tale tessera, dal costo di 10 Euro, darà la possibilità ai sottoscrittori di partecipare a tutte le proiezioni (Centrale e S. Micheletto) gratuitamente. Naturalmente la tessera sarà strettamente personale, non cedibile e dovrà essere SEMPRE accompagnata da un documento di riconoscimento.

3. TESSERA SOCIO SOSTENITORE al costo di 100 euro. La suddetta tessera darà l’ accesso a tutte le proiezioni della stagione 2019/20.

4. TESSERA SOCIO ORDINARIO avrà un costo di 10 Euro, ma i sottoscrittori, la sera della iscrizione, avranno diritto all’ingresso gratuito.

5. PROIEZIONI DI 1 O 2 FILM IN VERSIONE ORIGINALE, a ciclo,  con sottotitoli in italiano come richiesto da diversi soci.

Prime visioni Altre visioni

Iniziamo questa nuova stagione con le novità che vi abbiamo anticipato: un nuovo orario e nuove tessere. Novità che pensiamo siano di vostro gradimento, come pure questo nuovo ciclo di prime visioni, vario nelle tematiche e nello stile dei singoli autori.

Vediamoli. Un horror rock, ecologista e leggero di Jim Jarmush e i segreti morbosi di una famiglia, in un film sovraccarico di colpi di scena; la delicatezza profonda de L’ospite con la presenza in sala del regista stesso, Duccio Chiarini e  un grande film, Tesnota, di un giovanissimo talentuoso regista;  Al Pacino, regista e attore, che si confronta con la Salomè di Oscar Wilde e “Anna”, fotoreporter, che scopre la violenza dei bassifondi thailandesi in un film ad alta tensione.

Giovedì 26 settembre 2019

I morti non muoiono  di  Jim Jarmusch Acon Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton,  Steve Buscemi. USA, 2019, durata 103 minuti.

La pacifica città di Centerville si trova a combattere un’orda di zombie, mentre i morti iniziano a sorgere dalle loro tombe. Diretto da Jim Jarmusch, una commedia dall’ironia irresistibile, che spiazza lo spettatore e rivela uno stile che si fa morale e insieme visione del mondo.

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Giovedì 3 ottobre 2019

Il segreto di una famiglia di Pablo Trapero con Martina Gusman, Bérénice Bejo, Edgar Ramirez, Joaquín Furriel. Argentina, Francia, 2018, durata 112 minuti.

Due sorelle, una madre inquieta, un padre malato e una tenuta in campagna dove ritrovarsi tutti insieme. I rapporti stretti, persino morbosi, esplodono. E lasciano emergere segreti inconfessabili e frustrazioni a lungo sopite: l’indicibile, il proibito, l’osceno. Materia incandescente, che Trapero gestisce con autorevolezza,  aiutato anche dalla sensualità abbacinante delle due attrici Bérénice Bejo e Martina Gusman.  Con doppiofondo a sorpresa.

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Giovedì 10 ottobre 2019

L’ospite di Duccio Chiarinicon Daniele Parisi, Silvia D’Amico, Anna Bellato, Sergio Pierattini.  Italia, Francia, 2018, durata 94 minuti.

Sarà presente il regista Duccio Chiarini.

Guido pensava di avere una vita tranquilla  quando, in un pomeriggio d’inverno,  sotto alle lenzuola,  un imprevisto turba la sua relazione con la fidanzata Chiara…Sorprendente  commedia su un precariato anzitutto sentimentale, con un ritmo da strisce a fumetti, leggero e, al contempo, profondo.

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Giovedì 17 ottobre 2019

Tesnota di Kantemir Balagov con Atrem Cipin, Olga Dragunova, Veniamin Kac. Francia, 2017, durata 110 minuti

Alla fine degli anni Novanta, due giovani fidanzati vengono rapiti. Non volendo rivolgersi alla polizia, la sorella Ilana esplora strade alternative … Premiato a Cannes 2017,Tesnota è lo straordinario e sorprendente film di Kantemir Balagov, ventisei anni,  allievo di Sokurov e destinato a far parlare di sé a lungo. Un film  risolto, calibrato,  e perfettamente orchestrato. Ogni gesto, ogni volto (che attori!), ogni dettaglio, fossero anche le pozzanghere o i tristi edifici sovietici , sfiora e insieme sfida l’elegia.. Per chi ancora cerca un cinema diverso, da non perdere.

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Giovedì 24 ottobre 2019

Wilde Salome di  Al Pacino. con Al Pacino, Jessica Chastain, Kevin Anderson, Roxanne Hart. USA, 2010, durata 87 min.

Alla Mostra di Venezia 2011, venne, alla fine e a ragione, travolto dagli applausi. La terza prova dietro la macchina da presa di Al Pacino ripesca  Oscar Wilde e ne fa materia d’artista,  una riflessione sull’ossessione per la bellezza. Non un film pesante, bensì un film pensante, una riflessione sul cinema, sul teatro e sull’arte/amore portati alle estreme conseguenze. Sorprendente.

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Lunedì 28 ottobre 2019

Anna  di Charles-Olivier Michaud.con Anna Mouglalis, Pierre-Yves Cardinal, Pascale Bussières. Canada, Thailandia, 2015, durata 107 min.

Anna, nota fotoreporter, si trova in Asia per un reportage sulle giovani donne vittime della tratta di esseri umani  in Thailandia. Spintasi troppo oltre, viene rapita . . . Una forte storia di violenza e rinascita. Un film dominato da un’altissima tensione che prende lo spettatore dall’inizio alla fine con una straordinaria Anna Mouglalis nei panni di Anna.

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“Paradiso”, di Alessandro Negrini

di Silvia Chessa

Nel Fountain, quartiere chiave della città di Derry (Derry per i cattolici, ma Londonderry per i protestanti), Irlanda del Nord, negli anni 60, si viveva felici, in solidarietà ed armonia. Spesso le ragazze andavano a ballare al mitico The Mem -famosa sala da ballo protestante, ma, in primis, centro della vita culturale e sociale del Fountain – dove speravano incontrare il cavaliere danzante dei loro sogni. Punto di riferimento musicale era anche il pub Paradiso, piccolo luogo di evasione di città, rimasto indelebile nella mente degli abitanti come un “Paradiso perduto”, mentre il gruppo più acclamato erano i Signetts, una band di 5 elementi fortissimi.

Tutto ciò accadeva prima che, nel 1969, fosse eretta la barricata a dividere le due fazioni, protestanti e cattolici, inizio di una triste stagione di conflitti civili.

A raccontarci di questo idilliaco passato sono, nell’esordio del film, Katherine e May, due irresistibili sorelle, soprannominate all’epoca d’oro, del Fountain e di loro due, “le bamboline del The Mem”.

Ed è proprio il loro passo, lieve e brioso, a dare il passo, e non solo d’apertura, a questo docufilm, il loro stile, composto ma dalle frequenti accensioni (appena si capta nell’aria una nota di tango), rispecchia lo stile di “Paradiso” ed infine la loro indissolubile sorellanza e frizzante complicità dà la misura di quest’opera: poetica, ironica.

Dopo Katherine e May, conosciamo Roy Arbuckle, musicista indomito dei Signetts.

Roy spiega l’importanza della storia della città di Derry: per i protestanti simbolo della sopravvivenza in terra ostile, per i cattolici simbolo di colonizzazione e repressione.

Ma non è sulla guerra, né sul passato, in generale, che ristagna la trama del film.

Capiamo così, fiutando posto e personaggi vari, che il Genius loci è ancora la musica, la musica in se stessa e la musica come fonte del ballo, ed essa ancora non può dirsi spenta, o sconfitta.

Se un muro di sicurezza è una medaglia a doppia faccia, generatore di paure e tensioni, ma anche di false e vischiose sicurezze, alle quali, alla lunga, ci si rassegna e poi financo affeziona, allora l’idea di una serata danzante, all’insegna della riappacificazione, può fare il miracolo, che inizia precisamente da quando qualcuno comincia a sperare nell’impossibile.

E così a Roy Arbuckle viene l’idea di riunire, dopo 40 anni, tutta la sua band ed organizzare una serata danzante proprio al Mem, all’insegna della riappacificazione, per rinsaldare quel bel tessuto sociale strappato dal muro. Suonare e far ballare tutti, protestanti e cattolici, aprendo senza restrizioni la sala del Mem.

L’ardimentosa avventura galvanizza tutti, solo che riunire una band di ultrasettantenni – anche se molto rock e vivaci- non è impresa scontata.

Infatti sorgono, accanto a piccoli e momentanei malumori, anche ostacoli materiali: il sassofonista non si presenta per i primi giorni, il chitarrista soffre problemi di salute (qualcuno, sarcastico, suggerisce di sostituirlo con un cartonato, che nessuno capirà la differenza), e, da ultimo, la sera della vigilia, risulta la drammatica evidenza della vendita di soli 40 biglietti!

Anche l’ottimismo invitto degli organizzatori inizia a vacillare..ma il sogno avviato non può arrestarsi.

E dunque arriva il giorno e arriva la gente, tanta gente, anche le donne del Creggan, perfino da Belfast e da Galway, da tutta la città, a riempire ed animare la sala. L’inimmaginabile è avvenuto.

La sala scintilla, come se il tempo non fosse trascorso (bellissime le foto d’epoca in bianco e nero che si intrecciano a quelle attuali), e i Signetts suonano, conquistano il pubblico di varia provenienza.

Per una sera, quella che poteva sembrare una idea folle si rivela una soluzione praticabile e addirittura geniale: la musica e il ballo abbattono davvero le barricate.

E se è stato possibile per una volta, tutto è possibile e tutto può cambiare, in ogni tempo.

“Paradiso” di Alessandro Negrini è, a conti fatti, un nuovo genere di film: una docu-favola (autenticamente documentario e ineluttabilmente favola), un racconto minimo, ma di grande rilievo e di congenita portata metaforica.

Andrebbe non solo visto, per piacere cinefilo, ma anche studiato ai tavoli dove si disegnano scenari politici poveri di speranza, sordi alla musica della pace, dimentichi del potere, sconfinato, dei sogni, temperati sul fuoco dell’intelligenza e della buona volontà.

Paradiso

Regia, soggetto e sceneggiatura: Alessandro Negrini

Interpreti: Roy Arbuckle, May Hamilton, Kathleen Mckane, The Signetts Showband

Fotografia (HD, colore): Oddgei Saether; Fonici: Kevin McCarthy, Eamon McKenna, Christine Barker; Colonna sonora originale a cura di: Roy Arbuckle, John Trotter;

Montaggio: Luca Benetti, Claire O’Neill; Mixer doppiaggio: Paul Maynes
Online editor: David Gray ; Produttore: Margo Harkin; Produttore associato: Colomba Damiani; Direttore di produzione: Edel Harkin; Produttore esecutivo: Fergus Keeling (BBC)

Prima proiezione pubblica: Slow Film Festival, Eger (Ungheria) e Arcipelago Rome Film Festival, 2011Anno: 2010; Durata: 59’.

“Pietà” Kim Ki Duk

di Rita Bacchiddu

Un film coreano che termina con il Kyrie Eleison. Un’invocazione dimenticata. Pietà, perdono, Signore pietà.

Prima di perdonare chiunque è necessario perdonare se stessi attraverso un’intercessione trascendente, che non può risiedere soltanto nella natura umana, il perdono, anche di se stessi, deve avvenire per mano di Dio. Ed è un esercizio infinito, che richiede il canto di questa invocazione incessante.

Kim Ki Duk. Sicuramente è il regista che amo di più, quello che mi emoziona di più nel profondo. Oltre le parole, oltre i dialoghi. Un linguaggio che si nutre di immagini crude, da pittore quale il regista coreano nasce. Immagini che entrano dentro, azioni simboliche che valgono più di mille dialoghi.

Una madre-non madre che invoca un Dio che non può concedere pietà in un mondo in cui ormai il padrone assoluto e incontrastato è il denaro. Una pietà che dunque non esiste in un mondo incentrato e concentrato sui soldi che sono: “l’inizio e la fine di tutte le cose”. Una madre che mangia il testicolo del figlio e subito dopo viene stuprata dal figlio stesso. Un figlio diabolico che scopre l’amore attraverso una donna che è soltanto più violenta di lui, ma incarna la madre che non ha mai avuto e che, incredibilmente e irrazionalmente, desidera più di ogni altra cosa.

Il corto circuito in cui il regista costringe lo spettatore che inizia a chiedersi “ma il male è genetico o procurato dall’ambiente in cui si vive?” e che è costretto a darsi una risposta inequivocabile vedendo il cambiamento completo, totale, dell’apparente demonio non appena si materializza in casa sua qualcosa di simile ad un affetto, che affetto non è, ma è soltanto vendetta.

E, mentre lo spettatore scopre subito l’inganno ed inizia a provare pietà per il demonio, il protagonista demonio lo scopre soltanto alla fine del film costringendo ancora lo spettatore a seguirlo dentro ai suoi sentimenti di sconcerto, solitudine e abbandono.

La recita è evidente quando la finta madre libera il coniglio (il figlio vero, amato, che viene schiacciato da una macchina) e taglia la testa all’anguilla (il figlio orfano, odiato, che lei cucina e glielo offre come colazione), il serpente che aveva ricevuto in dono da lei e che infatti lui non aveva mangiato, ma aveva conservato in un acquario come simbolo di quel legame che desiderava da sempre…

Soltanto alla fine, quando scopre di essere veramente ed irrimediabilmente solo (la finta madre si suicida, per vendetta, davanti ai suoi occhi, non ha pietà di lui!), mentre gli altri, tutti gli altri che lui ha reso ancora più miserabili con il suo lavoro di strozzino, si amano oltre il denaro…è in quel momento che decide di uccidersi. Per mano dell’unica donna che, caparbiamente, lo ha preso a schiaffi e lo ha cacciato di casa con la stessa forza con la quale lui le ha distrutto la vita. La guarda e vede che lei ama suo marito anche se storpio, mutilato e codardo. E si alza tutte le mattine prima dell’alba per lavorare onestamente per entrambi. E’ la sua mano onesta che deve ucciderlo, nello stesso momento in cui lui ha sentito l’importanza dei legami affettivi. Signore pietà.

“La vedovella” di Silvio Siano

di Mimmo Mastrangelo

Gli anni sessanta, si sa, rimangono l’ultima grande stagione  del nostro cinema. Dopo quella neorealista,  la più ricca in quanto a produzione di opere e la più vivace dal punto di vista della creatività.

Dentro questo contesto storico  si inseriscono  le pellicole“Lo sgarro (1961), “La donnaccia”(1963)  e “La vedovella”(1964)  di  Silvio Siano (1921 Castellamare di Stabia -1990 Roma), il quale continua a rimanere nella schiera  dei minori del nostro cinema,  eppure fu un regista dotato di una  versatilità e un’intelligenza di  sguardo  che solo chi vi ha lavorato insieme ne ha potuto dare testimonianza.

La sua indipendenza oggi è un riconoscimento al merito, ma va detto che se Siano fosse stato meno snobbato dalla critica militante ed inserito in un circuito di distribuzione più  protetto  avremmo potuto avere una  maggiore conoscenza del suo cinema (che iniziò nel 1949 con “Napoli eterna canzone”) e della  confidenza con cui approcciava i generi .

Con “Lo sgarro”   firma uno dei primi lavori di  denuncia contro la camorra, impostando la narrazione  su una  psicologia drammatica di un certo respiro.  Ne “La donnaccia”, girato a Cairano, piccolo borgo dell’Irpinia, il regista stabiese propone la storia di una “Bocca di Rosa”(Domique Boschero) di provincia che ritorna al suo paese natio e  contestualizza il narrato in una dimensione  etno-antropologica che  fa della pellicola un documento realistico sulla piaga  dell’emigrazione che colpisce una delle realtà più povere dell’Italia del tempo.

Invece con “La vedovella” Silvio Siano cambia di nuovo registro e  filma un’ opera leggera  che  anticipa dei canoni della commedia sex all’italiana che nel decennio successivo troneggerà  suoi nostri schermi. Certo, va puntualizzato,  che qui non ci troviamo di fronte ai siparietti sbracati  con Lino Banfi e Alvaro Vitali, ma ad una storia musicata sulle note del cantautore Otello Profazio e sceneggiata con garbo dallo stesso   regista insieme a  Camillo Marino, Guido Castaldo, Georges Combret  e Giacomo Furia.

Girato tra  Calabria (Tortora) e Lucania (Maratea e il suo litorale) , il film“La Vedovella “  verrà presentato per la prima volta su un grande schermo dopo decenni   alle “Giornate del Cinema di Maratea” in programma nella “perla del Tirreno” dal  23 al 27 luglio. Con un cast d’eccezione,  formato da Peppino De Filippo, Margareth Lee, Giacomo Furia, Aroldo Tieri e  Felix Marten, il regista, sotto una chiave comica-satirica e lo sfondo di una storia d’amore, mette in brache di tela tanto la corruzione nella politica quanto  il tipico  gallismo  dei maschi del Sud.

Dopo la “Vedovella”Silvio Siano avrebbe dovuto girare ancora  in Basilicata (a Pisticci) la pellicola “Il borbone”,  ma le riprese non partirono mai. Nel 1966 con lo pseudonimo Edgar Lawson firmerà“Agente X77 ordine di uccidere”, una spy-story  che farà da ultimo suo  cimento  dietro la macchina da presa, poi salirà su altri set ma solo nelle vesti di direttore di produzione. Tutta la vicenda filmografica di Siano è indicativa ancora oggi perché rappresenta una messa a fuoco su delle questioni irrisolte  della nostra cinematografia  come  l’indipendenza degli autori non sempre salvaguardata  e la persistenza di un sistema di distribuzione che non sempre riconosce e premia la qualità.

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“Un ricordo di Luigi Di Gianni” di Mimmo Mastrangelo

Nel 1993 intervistai Luigi Di Gianni  al “Festival del Cinema di Salerno” dove era giurato. Il regista, scomparso nei giorni scorsi a 93 anni, era affezionatissimo alla vetrina salernitana, non solo perché al tempo era in Italia il più importante festival  del cinema a passo ridotto, ma in quanto nel 1973 vi aveva vinto il primo premio  con “L’attaccatura”, docu-corto girato nei bassi di Napoli su una fattucchiera di origine pugliese e realizzato sotto la consulenza di Annabella Rossi, antropologa di fama internazionale, per molti anni docente alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Salerno.

Con un po’ di imbarazzo, dissi a Di Gianni che non conoscevo nessuno dei suoi lavori,  ma volevo comunque fargli delle domande.  E lui: <<Se non hai mai visto i miei film, possiamo parlare sempre del cinema più in generale>>. E così fu.

Da una discussione anche piuttosto lunga venne fuori il Di Gianni cinephile, che sin da giovane aveva cercato nelle ombre dello schermo una emozione intellettuale. Scoprii il  cinematografaro Di Gianni  persuaso dall’idea  che le scuole di cinema sono  sì importanti (lui stesso fu allievo al Centro Sperimentale di Roma) per chi volesse fare il regista, ma il mestiere lo si impara, innanzitutto, davanti allo schermo, scoprendo  il cinema dei  primordi, mostrando curiosità per le produzioni dei Continenti e per quelle più nascoste.

Nel giugno del 1994 al Festival di Pesaro, diretto allora dal critico Adriano Aprà, vidi per la prima volta un lavoro di Di Gianni. Era “Pericolo Valsinni” ,  un corto del 1959 su un  contadino che rimane vittima di un grave incidente sul lavoro. Da quest’opera, che nel finale  ritrae una  cerimonia funebre connotata da un asciutto e contenuto dolore, si scopre non un  documentarista classico, orientato ad una  concezione zavattiniana del “filmare il durante”, del braccare e registrare il reale con la macchina da presa senza alcuna mediazione, ma un “metteur en scene” dallo  sguardo  visionario che cerca  di cogliere  gli aspetti evocativi  di una realtà. Distante dai noti maestri del real-cinema come De Seta, Del Frà, Minguzzi, Baldi, il regista napoletano (ma dal sangue lucano per via del padre originario di Pescopagano) con i suoi lavori girati in  Basilicata (“Magia lucana”, “Nascita e morte del Meridione” , “Frana in Lucania”, “La Madonna di Pierno”) e in altri posti del Sud  il documentario segue una traccia atipica, in cui quasi si vuol lasciare adagiare la verità ad una  personale visione.

Di Gianni girerà per il cinema il lungometraggio “Il tempo dell’inizio” (1974) con cui si assicurerà il “Nastro D’Argento”  e per  la Rai lo sceneggiato “Il Processo” (1978) ispirato al capolavoro di Kafka, ma rimarrà per tutta la vita  un documentarista etnografico che con il suo cinema  << ha voluto rimontare la realtà per renderla più vera del vero>>.

“Butterfly” di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman

di Mimmo Mastrangelo

Roberto Rossellini  diceva che un film  è  un miracolo quando in poche sequenze sa già svelare tutta la sua  bellezza, mettere allo scoperto una “mappa umana” o un significato che va ben oltre il film stesso.

E un prodigio sono di sicuro le immagini iniziali di “Butterfly”, secondo lungometraggio di  Alessandro Cassigoli che ha realizzato insieme a Casey Kauffman. Un breve dialogo  in dialetto  (la giovane pugile che chiede al suo maestro  di fargli portare la macchina, lui non si fida, ma lei lo convince dicendogli  che ha già preso “la patente ministeriale”)  attira subito lo spettatore e lo tiene strettamente inchiodato alla visione  fino all’ultimo fotogramma.

Presentato in anteprima all’ultima edizione della “Festa del Cinema di Roma” e dal 4 aprile nelle sale italiane, “Butterfly” è un documentario girato  come un film, con una storia vera che – e qui si pesa la bravura dei due registi -  scorre  senza la mediazione di coordinate legate al genere ( interviste, voce fuori campo…).

Cassigoli e Kauffman hanno avuto la bella idea  di portare sullo   schermo la storia della giovane pugile Irma Testa. Nata nel 1997 nel quartiere “ghetto” di Provolera a Torre Annunziata, da una famiglia umile dove le responsabilità genitoriali  sono  tutte sulle spalle  madre, Irma si appassiona  poco meno che ragazzina ad un sport duro per uomini, ma grazie agli insegnamenti dell’anziano maestro Lucio Zurlo che le fa pure  un padre, riesce a scalare le  vette dell’Europa e conquistare, nella categoria juniores anche il titolo mondiale.

Nella primavera del 2016 in Turchia batte la bulgara Svetlana Staneva e si aggiudica una qualificazione storica per le Olimpiadi di Rio de Janiero dello stesso anno. Irma Testa,  non ancora ventenne diventa così la prima “pugilessa” italiana a partecipare ad una Olimpiade.

Fisico longilineo, Irma-Butterfly è appunto come una farfalla, leggera e sfuggente,  ma  picchia duro e nella guardia  fa tesoro dei consigli del maestro Lucio.  A Rio le cose non girano come dovrebbero,  viene sconfitta ai quarti,  il podio sfugge e nella ragazza oplontina qualcosa inizia ad incepparsi.

Il docu-film prova ad andare ben oltre la conoscenza dell’ atleta che inizia così un percorso personale che la porta a guardarsi  dentro. Dal centro federale di Assisi dove si era trasferita, ritorna  nella sua città per ritrovare la madre, il fratello più piccolo Ugo  e, naturalmente, il  maestro Lucio che a Torre Annunziata è rimasto un’ istituzione, dalla sua scuola, “la Boxe Vesuviana” ( Saturnino Celati ci ha girato il docu-film “I guerrieri” premiato nel 2013 a Parigi), sono usciti fior di boxeur strappati a vite borderline o alla camorra.

Irma di nuovo a Torre Annunziata, intanto, non smette di allenarsi anche se in lei si insinuano tanti dubbi e persino l’idea di abbandonare definitivamente la boxe. La si vide tra le sue compagne, litigare con la madre, rampognare il fratello che non vuol andare a scuola, ma alla fine la consapevolezza che senza la boxe, il ring, il sudore degli allenamenti, i cazzotti scagliati con stizza e tempismo non esiste vita per lei.

E così, la più forte promessa femminile del pugilato italiano, attraverso lo sguardo in macchina di  Cassigoli e Kauffman, lancia la sua sfida  per riprovare a salire sul podio   alle Olimpiadi di Tokio del 2020.

Distribuito dall’Istituto Luce-Cinecittà, “Butterfly” fa sì ricordare la pugilessa Maggie Fitzgerald (Hilary Swank) della fiction“The millor dollar baby” di Clint Eastwood, ma   siamo nettamente su un altro terreno, qui  carne, sudore e pugni sono reali,  il volto e gli occhi di Irma sullo schermo si fanno duri, la pugile, la  giovane donna deve vincere un match deciso con se  stessa prima di poter  ritornare sul ring.

E’ un piccolo miracolo rosselliniano questo film: è cinema che si fa vita, è cinema che meglio non potrebbe  narrare una vita.

“Copia originale” di Marielle Heller

di Nino Muzzi

Questo film si presenta come una porta chiusa, dura da sfondare. Una chiusura che si legge nel volto della splendida protagonista, Melissa McCarthy, il quale fa di tutto per essere ostile, impenetrabile, antipatico, stizzoso, altezzoso, sarcastico nei confronti di uomini e donne e che si apre al sorriso solo con una gatta bianca e nera, per il vero del tutto indifferente nei confronti della padrona.

Si parte di lì, e lo spettatore si vede già perso, in quanto privo di appigli identificativi – si va al cinema per entrare nel film, ma qui tutte le porte son chiuse!

Ad un tratto però si capisce: c’è una porta aperta e non l’avevamo ancora vista. È il volto della protagonista, e si potrebbe quasi affermare che è lui il vero protagonista e non la donna intera, che invece ci appare sgraziata, goffa, malconcia, vestita di stracci, sporca.

Il volto la riscatta completamente. Basta sapere entrare in quei tratti apparentemente piatti e insignificanti per rendersi conto dell’esatto contrario. C’è infatti una grande finezza espressiva, fatta di piccoli movimenti di labbra e sopracciglia e dell’altalenante inumidirsi degli occhi. Il resto è immobile. Solo raramente il portamento fisico: passo, gesto, postura del corpo, ci conduce alla scoperta dello stato d’animo del personaggio in un determinato momento del film. Solo quando la cinepresa si avvicina a quel volto possiamo capirlo: ora sbotterà in una delle sue sarcastiche uscite o s’intenerirà, perdonerà chi l’ha tradita, o si accosterà con un velato approccio amorevole alla solitudine di un’altra donna che l’ammira.

Il film sta tutto qui, non sta nella storia, nella trovata comunque geniale di falsificare le lettere di una scrittrice per sentirsi tutta in quel momento nei panni e nell’animo di quella scrittrice stessa. E lei lo dice di fronte al giudice, quando viene scoperta e condannata, dichiarando di non essere pentita di quel che ha fatto, in quanto quei momenti l’hanno risarcita di una sua perdita di vena creativa.

In una delle prime scene del film, durante un party fra intellettuali, uno scrittore, ambizioso e fascistoide, dichiara che la vena letteraria non si secca mai, e lei mormora nel suo bicchiere di whisky: “Coglione!”

Questo è il tema “dichiarato” del film: la perdita d’ispirazione di una scrittrice sprofondata nella misantropia e nell’alcool. Un recupero di creatività dunque è il risvolto della medaglia del plagio che non significa copiare, bensì creare con lo stesso spirito dello scrittore plagiato.

Per un altro verso il film riapre proprio la vecchia diatriba sul falso. Infatti il titolo si potrebbe parafrasare usando l’espressione : “ un falso d’autore”. E questo è un fenomeno che si riscontra piuttosto diffusamente in letteratura, dove un autore sta plagiando se stesso, perché scrive secondo stilemi e non secondo uno stile. Anche Baudelaire talvolta bodelereggia…

COPIA ORIGINALE

di Marielle Heller. con Melissa McCarthy, Richard E. Grant, Dolly Wells, Jane Curtin, Ben Falcone.  Titolo originale: Can You Ever Forgive Me?. USA, 2018, durata 106 minuti.

“Green Book” di Peter Farrelly

di Gianni Quilici

Alla fine del film in una sala (grande) e quasi piena scatta un applauso convinto, fatto che non accade quasi mai. La ragione è semplice: Green Book aveva accumulato quella selva di emozioni, che si sono liberate, superando l’inibizione dell’applauso, sempre timoroso a mostrarsi laddove le regole non lo prevedono.

E si può capire perché. Non è tanto e solo, perché è un film di buoni sentimenti, ma perché questi sentimenti maturano da dei contrasti

Innanzitutto tra i due protagonisti diversissimi tra loro. Il grande pianista afro-americano Don Shirley  ricco e famoso, autorevole e colto, raffinato e infelice e Tony Lip, suo autista, italo-americano sboccato, affamatissimo, svelto di lingua e di pugni, istintivamente razzista ma, a suo modo, generoso e intelligente.

In secondo luogo lo scontro con un’America del Sud  razzista e separatista, che all’inizio degli anni ‘60 (la storia vera, come si sa,  si svolge nel 1962) mostrava in pieno la sua arroganza,  ferocia e ottusità.

L’amicizia che lentamente si instaura tra i due nel viaggio, che, dal Nord America scende nel profondo Sud per un tour di concerti,  li trasforma, perché ambedue vengono “toccati”  in situazioni difficili quando non disperate. Ed è questo che può commuovere, soprattutto in alcune notevoli sequenze a forte tasso emotivo.

E’ fin troppo banale aggiungere che il merito di ciò, oltre ad un’abile sceneggiatura, va ai due protagonisti, Viggo Mortensen e Mahershala Ali,  che scolpiscono magnificamente due personalità con  fisionomie nette.

E’ un film che “insiste  un po’ troppo sui buoni sentimenti” come scrive Barry Hertz su Internazionale?

Certo il film è un prodotto che vuol  farsi benvolere (penso alle sequenze delle lettere), alternando sapientemente  la commedia al dramma, ma il cuore di Green Book è nella verità dei protagonisti, che, in un film on the road,  imparano a conoscersi e a rispettarsi, finendo per riconoscersi e accettarsi nella loro diversità in un crescendo emotivo costruito con grande abilità, senza scadere nell’enfasi o nella caricatura.

GREEN BOOK di  PETER FARRELLY

Sceneggiatura: Peter Farrelly, Nick Vallelonga, Brian Hayes Currie

Fotografia: Sean Porter

Montaggio: Patrick J. Don Vito

Musica: Stu Goldberg, Kris Bowers

Cast:

Viggo Mortensen, Mahershala Ali, Linda Cardellini, Don Stark, Sebastian Maniscalco,  P.J. Byrne.

Produzione: Amblin Partners, DreamWorks, Participant Media

Distribuzione: Eagle Pictures

Usa, 2018, 130′