“Lucus a lucendo” di Alessandra Lancellotti e Enrico Masi“

di Mimmo Mastrangelo

E’ emozionante (ri)vedere schegge di immagini del 1975 sul funerale di Carlo Levi ad Aliano, girate in super8 dal  giornalista Domenico Notarangelo (nel “Vangelo secondo Matteo” di Pasolini interpretava un centurione). Dal lungo corteo, dalla salma portata a spalle da uomini del posto,  dalla  folla che riempie la piazza per il commemorativo  rito laico è facile intuire lo stretto legame che si era creato tra il pittore e scrittore torinese  e la gente di quella Lucania dolente e funesta,  conosciuta durante gli anni del confino.

Le sgranate  sequenze di Notarangelo ora  scorrono   in“Lucus a Lucendo” (2019), opera prima  dei giovanissimi  registi Alessandra Lancellotti ed Enrico Masi che si spingono nei luoghi di Levi sotto la guida di un nipote, l’architetto e pittore Stefano Levi Della Torre che svela (con sorpresa dello spettatore) le ragioni della sepoltura dello zio nel piccolo centro dei calanchi.  <<La famiglia – ricorda –  fu concorde nella decisione di seppellire Carlo Levi ad Aliano, convinta che lasciandolo riposare lì,  potesse continuare a portare dei benefici a quel luogo e alla Lucania. Pensammo che la sepoltura doveva rappresentare  un ritorno e non  un nuovo esilio, essere la prosecuzione della sua azione da vivo. Mio zio, forse, avrebbe voluto essere sepolto a Roma,  ma  in un momento particolare di lotte e tensioni sociali, noi decidemmo per  Aliano in quanto luogo eletto che aveva dato notorietà alla sua opera pittorica e letteraria>>.

Presentato in anteprima  al  “Torino Film Festival” e  in proiezione in questi giorni ad Aliano e Matera nell’ambito del cartellone degli eventi per Matera 2019, “Lucus a Lucendo”  – che capovolge  il “ lucus non a lucendo” (bosco senza luce) con cui Levi descriveva gli argillosi e lunari paesaggi alianesi  - è un viaggio  alla riscoperta delle città frequentate in vita  dal pittore e scrittore: da Torino ad Alassio, da Aliano a Firenze alla  Roma dell’incipit de “L’orologio” in cui “la notte par di sentir ruggire i leoni”.

A dialogare con  Levi Della Torre  e la regista Lancellotti c’è anche il noto storico e saggista torinese  Carlo Ginsburg   il quale certifica come Carlo Levi, facendoci conoscere col suo “Cristo” una diversa civiltà,   scrive  quella che può essere considerata, insieme “A Sud e magia” di Ernesto De Martino,    la prima grande  opera dell’antropologia italiana.

Prodotto dalla Caucaso, insieme all’Istituto Luce Cinecittà, il documentario di Alessandra Lancellotti ed Enrico Masi è  un lavoro diligente, senza  particolari pretese estetiche, dove la vicenda umana, culturale e politica di Carlo Levi  è bene incastrata agli eventi del novecento attraverso un significativo montaggio di schegge di vecchi  filmati. Materiali cinematografici straordinari tratti da “Nel Mezzogiorno qualcosa è cambiato”(1950) di Carlo Lizzani,  “Alle armi siam fascisti” (1962) di Lino Del Fra e “Lucania 61” (1961) in cui Mario Soldati e Renato Guttuso descrivono  l’omonimo quadro, capolavoro in assoluto di umanità che venne commissionato a Levi per i  cento anni dell’Unità d’Italia.

Lucus a Lucendo. A proposito di Carlo Levi

Regia:       Alessandra Lancellotti, Enrico Masi

Produzione:    Caucaso Factory, Istituto Luce, Domus

Durata:    80’

Paesi:       Italia

Anno:       2019

Interpreti:        Stefano Levi della Torre, Alessandra Lancellotti, Carlo Ginzburg, Filomena Poidomani, Vincenzo D’Elia

Montaggio:     Mirko Capozzoli, Enrico Masi

Musica:   Zende Music, Luca Romeo

“Una rosa blu” di Stefano Simone

di Gordiano Lupi

Stefano Simone è un regista pugliese che conosco da tempo, ho potuto apprezzare l’intera produzione sia di video clip che di lungometraggi, collaborando con lui per alcuni progetti legati al cinema noir (Gli scacchi della vita, Cattive storie di provincia …) e due documentari letterari (Il cielo sopra Piombino, Litania su Piombino).

In questa sede analizziamo un breve video girato a Torino che potrete trovare in distribuzione su Amazon Prime Video, in Italia e Stati Uniti, grazie a X-Movie Internazional.

Stefano Simone ama occuparsi di problemi sociali, dalla piaga del bullismo (Fuoco e fumo, 2017) al degrado provinciale, passando per il disagio giovanile, il divorzio e la bigenitorialità (L’accordo, 2018). Una rosa blu parla di pedofilia e di rapporti amorosi estorti ma anche del ruolo che scuola e società possono giocare nella normalizzazione di situazioni pericolose.

La storia vede protagonista una ragazzina che frequenta un istituto tecnico, figlia unica di una madre che da un po’ di tempo vede un nuovo compagno, purtroppo interessato anche a lei in modo malsano. Un preside che sa ascoltare e un vero amore da parte di un coetaneo faranno il miracolo di far venire alla luce il problema e di affrontare alla radice quel che non va nel cuore della ragazzina.

Stefano Simone gira un corto molto teatrale, quasi tutto ambientato in interni, gestendo bene campi e controcampi, alternando brevi quanto riuscite sequenze di esterni che immortalano Torino, tra angoli periferici, parchi cittadini e montagne innevate che fanno da cornice.

Gli attori sono tutti non professionisti, quindi si perdonano alcune incertezze e una recitazione troppo impostata, ma il regista è bravo a gestire i lunghi dialoghi e un argomento complesso.

Notevole il simbolo della rosa blu tatuata, importante per la ragazzina, ma che finisce per ricordare soltanto un’esperienza negativa.

La forza del breve filmato sta nelle scene girate in esterno, rapide e concitate, in una fotografia livida e spettrale, nei brevi flash che immortalano gesti dei protagonisti e in una macchina da presa che non si lascia mai andare a movimenti banali e riprese scontate.

Il film ha scopi didattici, ma è un lavoro educativo - morale capace di raccontare una storia d’amore toccante e un riscatto consapevole da una situazione di vita disperata. Ottimo il sottofinale con i personaggi che si alternano sulla scena mentre una visione di Torino dall’alto simboleggia speranza e fiducia nel futuro. L’amore trionfa, la ragazzina prende coscienza di sé, abbandona il nero per colori sgargianti, non ha paura di osare e di vivere una vera storia d’amore. Scritto da Sabrina Gonzatto. Consigliata la visione ai giovani.

Regia: Stefano Simone. Origine: Italia. Durata: 20'. Musica: Luca Auriemma. Soggetto e Sceneggiatura: Sabrina Gonzatto. Distribuzione: X-Movie Internazional (Amazon Prime Video). Interpreti: Veronica Cataraga, Davide Frea, Giulio Fraglia.

“Un giorno di pioggia a New York” di Woody Allen

di Gianni Quilici

Mi sorprende (e mi fa dubitare di me) che l’ultimo di Woody Allen raccolga così tanti plausi dalla critica, anche quella più avvertita. “Piccolo gioiello” sintetizza Fabio Ferzetti su “L’espresso” e la rivista “Cineforum” arriva al massimo dei voti di quasi tutti i suoi collaboratori.

Ora a me sembra una commediola ben fatta, che può essere consumata piacevolmente dal pubblico, per il montaggio fluido, per qualche battuta felice, per la fotografia impeccabile di Vittorio Storaro, per una storia che dà la sensazione di riservarci possibili “sorprese”.

Manca la profondità nella leggerezza che il film vorrebbe avere. Se può essere comprensibile ( o sopportabile) l’ingenuità della co-protagonista (, Liev Schreiber ), immersa favolosamente e fanaticamente nel mondo apparentemente dorato dei miti hollywoodiani, che, al contrario, sono rappresentati nella loro vuota fragilità, è il protagonista (Timothée Chalamet), giovane rampollo dell'aristocrazia bianca newyorchese, che dovrebbe assumere, nel suo itinere per New York, uno spessore vitalistico, sia pure caotico e contraddittorio, che non ha.

Questo a me pare sia il punto di debolezza del film, perché il regista Woody Allen, la coscienza critica del film, non si distacca da lui, non lo mette in crisi, lo rappresenta con amabile ironia. Il finale esemplifica questa debolezza. Lui lascia lei, ma quando mai c’è stato un vero rapporto? Per incontrare magicamente e romanticamente l’altra (Selena Gomez). Ma su quali basi, se non c’è stato mai un cercarsi e riconoscersi nel loro breve incontrarsi? Un finale prevedibile, che può lasciare il pubblico con il sorriso sulla faccia, mentre sciama via via dalla sala. Ma cosa rimarrà poi del film?

UN GIORNO DI PIOGGIA A NEW YORK di WOODY ALLEN

Sceneggiatura: Woody Allen  Fotografia: Vittorio Storaro Montaggio: Alisa Lepselter

Cast: Timothée Chalamet , Selena Gomez, Liev Schreiber, Jude Law, Elle Fanning, Diego Luna

Produzione: Gravier Productions, Perdido Productions  Distribuzione: Lucky Red Usa,

Anno: 2017-2019, durata:  92  minuti.

“Una cena con delitto” di Rian Johnson

di Gianni Quilici

Suicidio o delitto? Questo è il primo interrogativo.

La vittima: un romanziere di gialli di grande successo,  di 85 anni, autorevole e ricco con sontuosa residenza. Dietro di lui una famiglia allargata (figli con coniugi e nipoti). Ognuno di loro avrebbe un motivo per ucciderlo, ma nessun indizio esiste che giustifichi ciò. A cercare di sciogliere la matassa un detective abile e sornione, che ricorda un po’ il tenente Colombo di Peter Falk.

Giallo avvincente alla Agata Christie, con colpi di scena, che ingarbugliano la vicenda tenendo sospesa l’attenzione.

Commedia brillante, che semina qua e là battute, che fanno ridere o sorridere. Scontri velenosi dentro questa famiglia allargata, che finiscono per diventare, a volte,  ferocia grottesca.

Alla base di ciò la solida sceneggiatura dello stesso regista, Rian Johnson, che alterna  azione, interrogatori e felicità di dialoghi pungenti, con un montaggio ben calibrato, a volte perentorio (si veda l’originale e sorprendente  prologo), altre sbrigativamente informativo,  percorso da un’ ideologia  anti-Trump: mandare sul lastrico queste ricche, fameliche,  ipocrite e razziste famiglie,  premiando la giovane, bella, generosa infermiera messicana.

Insomma uno di quei film che ha l’abilità di farti viaggiare con un filo narrativo dissacrante e moderno, ben congegnato stilisticamente, senza pretese autoriali, macon  il proposito di tenere agganciato allo schermo il  pubblico.                                   Il cast di attori prestigiosi sono tutti perfettamente nel ruolo: da Daniel Craig a Jamie Lee Curtis, da Michael Shannon a Christopher Plummer.

Cena con delitto - Knives Out  di Rian Johnson

Sceneggiatura: Rian Johnson,  Fotografia: Steve Yedlin. Montaggio: Bob Ducsay, Musica: Nathan Johnson

Cast: Toni Collette, Riki Lindhome, Noah Segan, Michael Shannon, Lakeith Stanfield, Katherine Langford, Edi Patterson, Jamie Lee Curtis, Don Johnson, Daniel Craig, Chris Evans, Christopher Plummer, Ana de Armas

Usa, 2019, 130 min.

“In ricordo di Woody Vasulka” di Mimmo Mastrangelo

Con la moglie, la violinista islandese Steina, si può riconoscerlo a tutti gli effetti il precursore  di un linguaggio d’arte attraverso le immagini in movimento, l’inventore  della videoarte, Woody Vasulka è morto qualche giorno prima di Natale a New York dove si era trasferito nel 1965 dopo aver frequentato l’Accademia dello Spettacolo di prega.

Nato nella capitale 82 anni fa, una volta negli Stati Uniti che, come altri pionieri delle arti elettroniche, è diventato sempre di più  un punto di riferimento di quel campo che dalla video arte si estende verso la computer-image, alle esperienze i di virtual realtity.

Le sue produzioni  (meglio le loro, dei coniugi Vasulka) comprendono opere in video, installazioni e in ultimo delle performance interattive diffuse negli spazi pubblici. Manipolando le immagini e  i loro effetti visivi e sonori,  si può dire che Vasulka  ha con le sue pratiche,  in poco tempo, ridisegnato un nuovo ruolo dell’artista ed introdotto nuovi modi di leggere e rappresentare la realtà.

L’universo poetico, visivo è una  “piattaforma”  in cui l’artista in piena indipendenza  fa dei suoi lavori registri del pensare, impasta immagini e suoni per lasciar fermentare un pensiero di vita, sociale.

Per dirla con le parole della moglie, la sfida nell’arte contemporanea di  Woody Vasulka è stata quella di creare uno  spazio che non avesse niente  a che vedere con gli stereotipi e le idiosincrasia della visione. Ripercorrendo l’esperienza  delle avanguardie artistiche europee, egli  <<ha concorso allo sviluppo di un arte non concettuale che “oltre a mettere in discussione l’idea stessa di opera, ha spostato i confini di concetti come proprietà e valore del prodotto artistico>>.

Per capire fino in fondo il suo lavoro di “filosofo della pratica” bisogna che si tenga presente che è stato un artista, che iniziava per le sue sperimentazioni da una ricerca radicale a partire da tutti gli strumentie che il più delle volte era frutto delle sue invenzioni .

Nel 1971 sempre con la compagna, fonda a New York  The Kitchen , spazio di riferimento per  nuove sperimentazioni teatrali e suoi media, sempre più frequentato  da artisti di nuove generazioni. Un luogo dove l’esperienza estetica viene  trasmessa fuori dal tradionale circuito comunicativo mittente-messaggio destinario, in favore delll’asse azione –visione reazione.

“Soffio” di Nicola Ragone

di Mimmo Mastrangelo

Fuori dalle mura del penitenziario c’è una madre, il suo  volto è segnato dal dolore. All’interno  si sente chiudere con violenza  la cella dove si trova la giovane  figlia che si appresta a vivere le ultime ore di vita prima che il  cappio di una forca  arresti definitivamente il suo soffio.

Si intitola proprio “Soffio” l’ultimo lavoro di Nicola Ragone il quale, ancora  una volta, si  è avvalso della pregevole complicità di Daniele Ciprì per catturare con grazia ogni minimo  sguardo, respiro, movenza, emozione della protagonista.

Presentato in anteprima  nei giorni scorsi  all’ultimo “Rome Indipendet Film Festival”, questo lavoro contro la pena capitale (ricordiamo sono ancora  56 i Paesi nel mondo – tra cui Cina, Arabia Saudita, Iran, Usa – che  adottano il più premeditato degli assassinii) conferma la sensibilità e l’ attenzione di Ragone verso certe scottanti tematiche.

Anche se le intenzioni del giovane  regista lucano vogliono andare oltre, egli prova a penetrare una vita in via di congedo,  a filmare gli ultimi attimi di un’esistenza prima di essere giustiziata. E lì, dentro a quella cella spoglia degli occhi si aprono sull’orizzonte di un nuovo destino,  la protagonista si abbandona a gesti che potrebbero essere comuni di tutti giorni, come lavarsi le mani, affacciarsi alla finestra, sdraiarsi sul letto, simulare di tenere in braccio un bambino, specchiare il proprio volto in una piccola pozza d’acqua.

Sono i  respiri ultimi che, però, solo in parte permettono penetrare  in profondità lo  stato animo di una persona che si appresta lasciare questa terra per varcare la soglia dell’altro mondo.  Nella lettera, che verrà consegnata dal secondino  nelle mani della madre fuori dal penitenziario, la detenuta confessa che ha ucciso l’uomo che voleva fargli violenza per difendere il proprio corpo,  esattamente come fece la giovane donna iraniana a cui è ispirato il film.

Reyhaneh Jabbari nel 2007 ammazzò  un uomo che aveva cercato di farle violenza e sette anni dopo, all’età 26 anni, è stata  giustiziata nonostante,   per salvarla dalla forca, ci sia stata  una  mobilitazione popolare in molte parti del  mondo.  Con le intense  prove di Lucrezia Guidone (la detenuta) e Donatella  Gottard (la madre),  i cui sguardi spauriti sono antitesi  alla freddezza di quello di  Christian Bianco nel ruolo della guardia, “Soffio” è una di quelle  piccole produzioni  che fanno sempre bene al cinema di casa nostra,   sanno sovrapporre senza attrito  un registro esecutivo efficace su un’idea, una storia forte.

Due corti di Vincenzo Totaro

di Gordiano Lupi

Vincenzo Totaro è un regista interessante. Ho visto il lungometraggio La casa del padre (2019) che dimostra tutto il suo talento introspettivo e fotografico, oltre che una cinefilia militante che per un autore non è fattore trascurabile.Totaro ha scritto il saggio Un’altra vita - Il tema del doppio nel cinema muto italiano (1905 - 1931) (Prospettiva, 2018), quasi a voler confermare questo assunto.

Vediamo due corti che ho avuto occasione di apprezzare recentemente, ulteriore dimostrazione di talento cinematografico. Quel tipo strano (2018) è a colori, dura sei minuti e affronta il tema della follia, la diversa prospettiva del racconto, i modi in cui può essere intesa la realtà. Un ragazzo è seduto al tavolo di un bar con due amiche, di fronte a lui un uomo sembra parlare da solo, fare una proposta di matrimonio a una donna fantasma. Congetture e ipotesi si fanno largo e provocano tensione fino al rocambolesco finale. Non anticipo niente, non faccio spoiler di sorta, anche se il colpo di scena ci sta tutto. Ecco il link per vedere la versione americana che ha riscosso un certo successo: https://www.youtube.com/watch?v=eztGwhw2Ubo&t=211s. Produzione Aelita film srl e Silentium Film. Vincenzo Totaro scrive, sceneggia, monta e gira il breve ma intenso corto, mentre alla fotografia troviamo il bravo Antonio Universi. Ispirati e credibili gli interpreti Antonio Del Nobile, Rosa Fariello, Annarita Granatiero, Teresa La Scala, Adriano Santoro e Carmine Spera.

Quel ramo sulla pianta di Giacomo è in bianco e nero, dura poco più di tre minuti, frutto di un esercizio per la masterclass di Werner Herzog, girato in prima versione con lo smartphone. La lezione voleva far capire che se un autore è tagliato per fare film deve capirlo anche se non dispone di grande tecnologia. Il breve film si svolge in un unico ambiente tra due personaggi, come il precedente è molto teatrale, gioca ancora una volta su argomenti fantastici, in questo caso una pianta che non accetta di farsi potare un ramo, sembra muoversi, interagire con il padrone, parlare, spostarsi da un punto all’altro della stanza.

Sceneggiatura di Antonio Del Nobile e Vincenzo Totaro, che cura la regia e il montaggio. Antonio Del Nobile e Tonino Bitondi sono i due interpreti che deliziano il pubblico con uno scambio di battute che crea un’atmosfera surreale. Terzo classificato al concorso 8 minuti per un ambiente migliore. Link per vederlo: https://www.youtube.com/watch?v=6JJW7Tsd_bo

Quel tipo strano - Anno e origine: Italia (2018) - Durata: 5'43” colore - Tipologia: cortometraggio - Genere: drammatico - Produzione: Aelita film srls e Silentium Film -Formato originario: HD - Regia, Montaggio e sceneggiatura: Vincenzo Totaro - Direttore della fotografia: Antonio Universi - Operatori di ripresa: Luisa Totaro -Musiche: Donato Raele - Audio in presa diretta: Giannino deFilippo -Microfonista: Tonino Bitondi -Missaggio audio: Richard Gremillon - Produttore esecutivo: Giannino deFilippo -Backstage: Chiara Piemontese - Sottotitoli: Studio HONO - Luisa Totaro, Yurika Oshima, Yougha Im -Interpreti: Antonio Del Nobile, Rosa Fariello, Annarita Granatiero, Teresa La Scala, Adriano Santoro, Carmine Spera.

Quel ramo della pianta di Giacomo - Italia 2017, b/n (sottotitolato in inglese) -Durata: 3'34” - Tipologia: cortometraggio - Genere: commedia - Produzione: Silentium film - Formato originario: Full hd, 1.85:1 - Titolo inglese: That branch of Giacomo's plant - Regia: Vincenzo Totaro - Sceneggiatura: Antonio Del Nobile e Vincenzo Totaro – Interpreti: Antonio Del Nobile e Tonino Bitondi - Montaggio: Vincenzo Totaro - Operatore di ripresa: Luisa Totaro – Note: cortometraggio ideato e realizzato all'interno della Werner Herzog Masterclass, anno 2017.- Link al cortometraggio completo in italiano: https://www.youtube.com/watch?v=6JJW7Tsd_bo - Link al cortometraggio completo in inglese: https://www.youtube.com/watch?v=cuT5ucA8ji4

“Carmen Story” di Carlos Saura

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di Gianni Quilici

Dopo il bellissimo “Nozze di sangue”, Carlos Saura e Antonio Gades ripropongono un nuovo film con al centro il flamenco, dove, però, i piani dell’allestimento teatrale finiscono per intrecciarsi ed alla fine per confondersi con la realtà della vita.

Un cenno sulla storia: il coreografo Antonio Gades durante la ricerca per l’allestimento della “Carmen” va ad assistere ai corsi di flamenco di Cristina Hoyos ed appena chiama un’allieva, che si chiama appunto Carmen, ne rimane ammaliato tanto che, dopo averla vista danzare, si convince che quella ragazza severa e sicura di sé nella sua indisciplina ha  il carattere sanguigno della vera Carmen . . .

E’ un film sul corpo, perché a parlare sono i corpi, i volti, le mani… a cominciare dalla bellissima, sensuale, enigmatica protagonista (Laura del Sol)

E’ un film sulla cultura andalusa e sul linguaggio di questa cultura a iniziare dalle musiche che accompagnano la danza, attinte in prevalenza alla cultura popolare e che spesso trovano i loro suoni dallo schiocco delle dita, dai battiti delle mani e soprattutto dei  tacchi

CARMEN STORY

di Carlos Saura. Con Antonio Gades, Cristina Hoyos, Laura Del Sol, Paco De Lucia, Juan Antonio Jimenez. durata 102 min. – Spagna 1983.

Festival dei Popoli. “This Film Is About Me” di Alexis Delgado Burdalo

di Gianni Quilici

Vedendo questo medio metraggio This Film is About Me viene da dirsi “peccato perché difficilmente sarà visto o rivisto” quando invece lo meriterebbe. Per due ragioni almeno.

Prima: Renata Soskey, la protagonista del film, confinata in un penitenziario per aver commesso un delitto di cui evita di parlare, è una donna vitalisticamente egocentrica, che esprime questo amore verso sé con una notevole capacità comunicativa, che diventa poesia, pensiero e si fa anche spettacolo, teatro, perché dà alla sua dimensione di donna ironia e profondità, fragilità e inventiva, invettiva e seduzione.

Seconda ragione: il regista, Alexis Delgado Burdalo, l’asseconda, ossia la capisce, le dà spazio, ma anche la dirige nel rapporto che istituisce, da ciò che si può intuire, con lei; che infine va oltre la testimonianza nell’utilizzo del linguaggio, alternando inquadrature di primissimi piani contemplativi a montaggi serrati con una musica azzeccata e un finale splendido.

This Film Is About Me di Alexis Delgado Burdalo. Un film con Renata Soskey. Spagna, 2019, durata 61 minuti.

Festival dei Popoli “Non è sogno! di Giovanni Cioni

di Maddalena Ferrari

Il film ci introduce in un set cinematografico, dove attori si alternano nelle prove di una recita, monologhi e battute  da Che cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini. Gli attori sono gli ospiti del carcere di Capanne ( Perugia ) e le loro performances si alternano a brani del dialogo fra Ninetto Davoli-Otello e Totò-Jago, che sono fuori dal contesto narrativo (la finzione) e rappresentano la realtà vera degli interpreti, a loro volta burattini: la cattiveria di Jago, che muove le fila di chi ( Otello ), uccide e di chi ( Desdemona) forse voleva essere uccisa, la verità, che è dentro di te, ma che non devi nominare, altrimenti svanisce.

Il nostro incontro con i protagonisti del film non è diretto, avviene mediante un filtro, che è quello di un comune lavoro intellettuale-artistico, della letteratura e della filosofia, attraverso i testi di Pasolini e Calderon de la Barca ( La vita è sogno ) .

Recitare la sceneggiatura di Pasolini è uscire da se stessi,confrontarsi con un vissuto che non è il proprio, che i prigionieri cercano di esorcizzare, ridendo, rimpicciolendosi, nascondendosi, tra tentativi di impegnarsi e cedimenti plateali. Tuttavia questo lavoro li porta, accompagnati dalla voce fuori campo del regista, che riprende le parole e la storia del principe Sigismondo del dramma spagnolo, ad affrontare la propria vicenda, a parlare di sé.

I carcerati danno, o rappresentano, i loro volti-corpi, le loro parole, con una serietà ed una convinzione via via maggiori; si avvicendano fra loro : chi rimane, chi esce, che viene trasferito.

Uno di loro occupa quasi tutto lo spazio finale del film, con i suoi grandi occhi aperti sul passato, sul presente e soprattutto su un futuro indecifrabile.

Quale o quali verità ci comunicano? Tutto si mantiene sul filo dell’ambiguità: il regista, insieme ai suoi interpreti, ci fa capire che la vita fluttua tra teatro e rappresentazione di sé, tra realtà e sogno, ma, a differenza del titolo di Calderon, non è sogno.

Noi spettatori non possiamo non ammirare il lavoro fatto da Giovanni Cioni con queste persone e la scelta di filmarlo in corso d’opera; non siamo in grado di valutare le difficoltà nell’approccio, nelle riprese, nella selezione del girato e nel montaggio; però il film, così come lo recepiamo, ci coinvolge e ci convince, lo sentiamo parte di noi e speriamo che sia stato liberatorio per tutti quelli che sono stati coinvolti nella sua realizzazione, come del resto è risultato anche per noi.

Non è Sogno di Giovanni Cioni.  Documentario – Italia, 2019, durata 95 minuti.