“L’ultima partita di Pasolini” di Giordano Viozzi

di   Mimmo Mastrangelo

Il calcio per Pier Paolo Pasolini  costituiva  l’ultima rappresentazione sacra della modernità dove  <<un mondo reale, di carne, quello degli spalti, dello stadio si misura con dei protagonisti reali, gli atleti in campo  che si muovono e si comportano secondo un rituale preciso…>>.

Quante volte si è scritto e detto della passione divorante del poeta e regista friulano per il football. Una passione che non era solamente  trasporto per il Bologna di cui divenne tifoso negli anni trenta, quando il club rossoblu vinceva gli  scudetti e tremare il mondo faceva, ma corrispondeva pure ad un viscerale amore del calciare la  palla, del cimentarsi in lunghissime e improvvisate partite  con amici e colleghi di lavoro.

Pasolini lo si poteva veder correre dietro ad un pallone ovunque: in  strada,  tra prati incolti o campi spelacchiati di periferia. Il calcio per lui era un salmo alla gioia, l’innocenza allo stato puro. Calcò pure terreni importanti dove si esibiva (e sempre per beneficenza) con la rappresentativa artisti di cui fu tra i fondatori e il capitano. Tante partite  giocò con quella nazionale a cui molto teneva: delle volte capitava che un match coincideva con altri importanti impegni di lavori, ma  Pasolini riusciva a  trovare puntualmente una scusa pur essere in campo.  L’asciutto fisico gli permetteva di sgroppare   sulle fasce come una gazzella, non aveva un buon dominio di palla, ma insisteva nell’imitare (in malo modo) il dribbling con  “doppio passo” di cui era stato inventore  Amedeo Biavati, il suo idolo da ragazzo.

L’ultima volta che  fu impegnato  in una partita della  sua nazionale fu due mesi prima che venisse ucciso. Era la domenica  del 14 settembre 1975: nel glorioso  “Ballarin” di San Benedetto del Tronto  una rappresentativa  di vecchie glorie locali si affermò per 4-2 sulla compagine che schierava  Pasolini e, tra gli altri,  Maurizio Merli, Ninetto Davoli,  Giorgio Bracardi, Franco e Sergio Citti.

Sulle tracce di quella gara  è andato un giovane professore di lettere, Francesco Anzivino, dalle cui ricerche  Giordano  Viozzi ha girato  poi “L’ultima partita di Pasolini”. Prodotto  dalla Sushi Adv col sostegno della Regione Marche e della locale Film Commission, il docu-film  mette insieme le testimonianze  di alcuni dei protagonisti di quella domenica di quarantacinque anni fa, tra gli altri contributi anche quello del critico letterario Massimo Raffaeli, del musicista Emidio Clementi e di Fabio Capello che ricorda i bei momenti passati con Pasolini in occasione di una partita giocata d’estate a Grado.

Nel film si accenna, inoltre,  alla partita che si giocò a Parma  tra la troupe del film “Novecento” di Bertolucci e quella di   “ Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini. L’improbabile gara segnò la riconciliazione fra i due registi, dopo un precedente screzio.

Invece i  giornalisti  Valerio Piccioni (è  l’autore del libro “Pasolini e il calcio”) e Giovanni Bianconi  argomentano lanciando la palla oltre la linea di gioco. Dal loro punto di vista l’anno della morte di Pasolini segnò uno spartiacque nella politica italiana:  da una parte  diverse città (e regioni) passavano sotto la guida amministrativa del vecchio Pci, dall’altra si faceva incisiva l’azione violenta del terrorismo di sinistra. E non per caso proprio a San Benedetto del Tronto aveva iniziato la sua militanza Patrizio Peci, “il  primo pentito delle Br” al quale, per vendetta, gli ex-compagni gli ammazzarono  il fratello Roberto.

Con la morte del poeta di Casarsa il Paese andò perdendo la sua innocenza e, passivamente, vide concretizzarsi la “profezia  pasoliniana”  sul trionfo del fascismo annidato nel conformismo della civiltà dei consumi.

Il docu-film di Viozzi  (nelle sale dal prossimo settembre?) si chiude nel tentativo  di  sciogliere il  dubbio sulla presenza in campo di Pasolini a  Nettuno  l’11 ottobre del 1975, in occasione di un’altra esibizione  calcistica di attori e cantanti.  Ma dai  giornali dell’ epoca non viene nessuna conferma. E tutto sommato poco importa. Il lavoro ideato da Anzivino e Viozzi regge già abbastanza per tutto quello che contiene e narra. E’ un considerevole documento sulla sconfitta di un poeta e di un Paese.

“Suite per Barbara Loden” di Nathalie Leger

CINQUANT’ANNI FA BARBARA LODEN  GIRO’ IL  SUO UNICO FILM “WANDA”, DIVENTATO COL TEMPO UN CULT-MOVIE. DA POCO E’ USCITO  IL LIBRO DI NATHALIE LEGER “SUITE PER BARBARA LODEN” UN’ OPERA  CHE MESCOLA ROMANZO, BIOGRAFIA E …MOLTO ALTRO.

di Mimmo Mastrangelo

Creatura docile, ma inquieta, misteriosa. E, dunque, per questo decisamente attraente. Esattamente come il personaggio alter-ego  a cui prestò voce e corpo nel suo unico lungometraggio da regista.

Con un budget ridotto al minimo,  cinquant’anni fa Barbara Loden –  seconda moglie del regista Elia Kazan – girò  “Wanda” in 16 millimetri (poi montato su pellicola). Difficile e problematico, il film venne presentato in anteprima   alla 31° Mostra del Cinema di Venezia aggiudicandosi il premio Pasinetti per la critica.

Negli Stati Uniti la pellicola non piacque e qualche cinecronista la bollò  in “un’operazione di squallido e limitato realismo”. Un coro di critiche piovve  pure dalle militanti del movimento delle donne che accusarono l’attrice-regista di aver portato sullo schermo un personaggio troppo subalterno e poco identificabile con uno stereotipo di donna battagliera.

Queste le sorti del film all’epoca,  col tempo poi  “Wanda”  è divenuto un cult-movie: il giudizio delle movimentiste è andato rivedendosi e il personaggio di Wanda è stato eretto ad icona di ribellione e autodeterminazione.

In Francia  Marguerite Duras ne parlerà con entusiasmo in una intervista-colloquio rilasciata ai “Cahiers du cinéma”  insieme ad Elia Kazan.  Ispirato ad un fatto di cronaca, “Wanda” è il volteggio di una donna che, finita in galera per una rapina, al processo (dove si presenta coi bigodini), ringrazierà il giudice per la pesante pena inflittale. Barbara Loden appare sullo schermo in un’ eroina,  “si dimostra quella regista-attrice che veramente era e che fino a quel momento non aveva potuto dimostrare”, nonostante avesse precedentemente lavorato sotto la direzione di Kazan in “Splendore  nell’erba” (1961) e sulla scena in  “Dopo la caduta” (1964), opera di Arthur Milller che rivisita il mito della  Monroe.

Un talento, insomma, quello della Loden che è rimasto purtroppo nell’ombra, così  come  il suo nome è stato del tutto dimenticato, dopo la morte  avvenuta per un tumore a soli 48 anni. Ma una decina di anni fa in Francia alla scrittrice Nathalie Legér fu chiesto dal suo editore di cercare poche notizie sulla Loden da poterle  inserire in un dizionario. Per lei fu un folgorazione, tant’é  che nell’accumulare sempre più documenti e notizie sulla signora Kazan è arrivata a scriverci  un libro difficile  da definire un romanzo, una biografia o altro, ma certamente  notevole per l’esercizio di una scrittura serrata e “glamoureux”, per lo stile stratificato in  cui la parabola della Nostra si specchia nell’inquieta vicenda di Alma Malone (il nome vero di Wanda) e nella vita stessa della Lèger.

Tradotto da Tiziana Laporto, il volume  “Suite per Barbara Loden” è da poco uscito anche da noi per l’edizioni della  Nuova Frontiera . Originaria della Carolina del Sud  e nata nel 1932, la Loden  lascerà a 17 anni la casa dei genitori per trasferirsi a New York  dove inizierà a guadagnarsi da vivere  posando  per delle case di moda e ballando nei night. Quando si iscriverà  all’Actors Studio la sua vita prenderà  una traiettoria non convenzionale  su cui si plasmerà un’identità di donna libera, ribelle, creativa e con una testa pensante. Questa crescita di personalità è il prezzo che pagherà con la solitudine  e il totale oblio abbattutosi su di lei dopo la  prematura scomparsa.

Il libro della Léger si propone al lettore come degli “appunti di  regia” e con una specifica missione: ripristinare la  memoria  dell’eroina  che sposò il regista di  “Fronte del porto” e “Un tram chiamato desiderio”.

Nathalie Leger “Suite per Barbara Loden” edizioni della Nuova Frontiera.  pag. 125. euro 15.00

“Negri-Sport in the USA” di Francesco Gallo

di Mimmo Mastrangelo

Le vicende degli atleti di colore non sono che un capitolo nella grande  storia degli Stati Uniti. Le imprese di campioni e recordman  spesso, però, si sono sovrapposte a casi di discriminazione razziale che hanno messo allo scoperto il paradosso tra la realtà e l’immagine di un Paese libero e tollerante.

Si intitola, appunto, “Negri- Sport in the Usa” il nuovo docu-film del regista cosentino Francesco Gallo che ha impresso  su un unico  nastro cento anni di storie di  sportivi afroamericani. A fare da prologo  l’ascesa alla  notorietà di Tom Molineaux, un boxeur  della  Virginia  che  menava duro  e grazia ai guadagni degli incontri vinti tra gli Usa e l’Inghilterra  “riuscì a comprarsi la libertà”.

All’inizio del novecento, nel momento in cui il ciclismo stava vivendo un’epoca d’oro, sulle piste dei velodromi d’America  si andò affermando Marshall Taylor, “il ciclone nero” le cui imprese di velocità, nonostante boicottate dai bianchi, entusiasmarono  il presidente Theodore Roosevelt. Quando Taylor si ritirò dalle corse, ecco salire alla ribalta Jack Johnson, il primo campione  di colore nella storia del pugilato. Odiatissimo  dai bianchi, si accanì contro lui persino lo scrittore Jack London che sul “New York Herald”  sentenziò: <<dobbiamo togliere il sorriso a questo negro>>. Invece, fu Johnson a togliere il sorriso ai suoi avversari e demolire nella categoria dei massimi la montagna di  muscoli  di Tommy Burns  e James  J. Jeffries.

Col passare degli anni continuarono a nascere leggende afroamericane anche in altre discipline dello sport: il 25 maggio del 1935 i cinquemila spettatore  del  “Big Ten Meet “ di Ann Arbor, nel Michigan,   furono testimoni della mitica impresa di Jesse Owens, un velocista ventiduenne, nipote di schiavi. Nel giro di quarantacinque minuti lo scattista di Oakville  batté il record mondiale nel lungo, nei 200 metri piani , nei 200 ad ostacoli e nei 100. L’anno successivo alle Olimpiadi di Berlino  Owens sfidò se stesso e si aggiudicò  quattro medaglie d’oro, diventando poi il protagonista principale  di “Olympia” (1938), il documentario capolavoro sui giochi berlinesi firmato  dalla “regista del Fuhrer”  Leni Rienfensthal .

Non ci saranno solo maschi tra i grandi atleti di colore, ma anche  donne le quali, però, per imporsi dovettero abbattere  pregiudizi ed ostacoli. La prima di queste guerriere fu la tennista Althea Gibson, vincitrice dell’Open di Francia e di due edizioni del torneo di Wimbledon.  Simbolo del riscatto femminile fu anche la velocista Wilma Rudolf  che alle Olimpiadi di Roma del 1960  venne incoronata di tre medaglie d’oro.

La bellezza e lo stile della Rufold fece impazzire, oltre Livio Berruti,  anche  il giovane Cassius Clay che diverrà negli anni il più grande boxeur  di tutti i tempi. Spavaldo ironico, provocante, moderno, consapevole della propria forza, Muhammad Ali combatté per il suo successo planetario e l’emancipazione della gente di colore e non solo.

Dopo quella Alì, il regista  Francesco Gallo – che su immagini di repertorio cura con padronanza pure il  lavoro di montaggio –  celebra e ricorda altre  bellissime e  storiche vicende, come  quella “politica-sportiva” di Tommie Smith e John Carlos. I due velocisti di colore nel 1968,  sul podio delle Olimpiadi di Città del Messico, salirono col pugno alzato in segno di protesta: per loro rivendicare i diritti dei neri veniva prima di ogni cosa.

L’uscita nelle sale di “Negri-Sport in The Usa “ per ora è solo rimandata, ma è un film da non perderne la visione, Gallo è abilissimo, riesce nell’intendo di   cementare tutte le singole storie sportive di un secolo nei principali eventi degli Stati Uniti e in quelli del mondo. La misurata voce narrante del documentario è dell’ attore Guglielmo Favilla.

“Sono innamorato di Pippa Bacca” di Simone Manetti

di Mimmo Mastrangelo

Se  si pensa al macellaio di guerra e al violatore dei diritti umani che  negli ultimi dieci anni  è diventato il rais turco Recep Tayyip Erdogan fa un certo effetto vederlo nel nuovo docu-film di Simone Manetti,  “ Sono innamorato di Pippa Bacca”, quando nelle vesti di primo  ministro manifestava pubblicamente il proprio cordoglio e la condanna per la violenza con cui era stata   ammazzata  Giuseppina Pasqualino di Marineo, in arte Pippa Bacca.

E sempre dal  nuovo lavoro di Manetti  sono un brivido lungo la schiena  quelle sequenze iniziali  che mostrano le immagini di un matrimonio girate proprio con la videocamera dell’artista milanese portava  via dal suo assassino (sta scontando una pena di trent’anni).

Doveva arrivare in questi giorni nelle sale  il lavoro del quarantunenne regista  livornese,  ma la serrata a cui è stata sottoposta tutta la cultura   italiana  per il virus Covid19  ne ha  procrastinato l’uscita a data da destinarsi.

Il film di Manetti giunge dopo  che a Pippa Bacca, stuprata ed uccisa nel marzo di dodici anni fa, sono stati dedicati i brani “E se poi” di Malika Ayane e “ Velo di sposa” dei Radiodervish, due opere letterarie e un giardino recentemente inaugurato a Milano.

Sullo schermo viene ricostruita dell’artista la vita e il suo ultimo viaggio-performance fatto in abito da sposa per simboleggiare il matrimonio tra le genti. Ma il docu-film vuole essere pure un attestato di gratitudine verso un’ artista  sì bizzarra ma speciale,  una visionaria che sognava un mondo-altro, eretto anche col contributo dell’arte ed inondato di candore e bellezza.

Nata a Milano nel 1974   e nipote di Piero Manzoni ( la madre è la sorella del noto creatore delle boites “Cacca d’artista”), Pippa Bacca l’8 marzo del 2008, insieme ad un’altra performer, Silvia Moro, partì dal  capoluogo lombardo per dar vita al tour “Spose in viaggio”. Vestite da abito nuziale su delle scomodissime scarpe coi tacchi, Pippa e Silvia si proposero di percorrere in autostop circa seimila chilometri  fino a Gerusalemme (“la città a cui salgono le tribù del Signore”) passando per le terre martoriate dalla guerra dell’ex-Jugoslavia,  Bulgaria,  Siria, Libano, Egitto, Giordania e Cisgiordania. Una performance-viaggio che voleva essere il lancio di un messaggio di pace o, come dichiarò alla partenza la stessa Pippa Bacca: <<E’ un modo per affidarsi al prossimo, dimostrare che dando fiducia si riceve  solo bene>>.

Purtroppo accadde che, quando le due amiche si separarono, prevedendo di ritrovarsi di nuovo insieme a Beirut, Pippa prese il passaggio sbagliato e il 31 marzo il suo corpo venne trovato senza vita in un bosco di Gebze,  cittadina ad una cinquantina di chilometri da Istanbul. Sulle testimonianze di Silvia Moro e di amici, sul ricordo della madre, delle  quattro sorelle e sulle immagini  girate con la videocamera dalla stessa artista,   Simone Manetti  riesce a riportare sullo schermo il coraggio, la purezza, la vita tutta che si è lasciata passare addosso la giovane donna.

Dal film – che chiede allo spettatore un occhio complice –  è giovevole ritrovare la Pippa Bacca coraggiosa, perennemente in stato di grazia per  indicare il viatico di un’arte sviante le convenzioni, fare di ogni suo atto  creativo una scelta d’amore per qualcosa, per qualcuno.

SONO INNAMORATO DI PIPPA BARCA

Regia di Simone Manetti.  con Elena Manzoni, Antonietta Pasqualino di Marineo, Maria Pasqualino di Marineo, Rosalia Pasqualino di Marineo, Valeria Pasqualino di Marineo.  Genere Documentario, – Italia, 2019, durata 76 minuti.


“OcchioPinocchio” di Francesco Nuti

di Gordiano Lupi

Donne con le gonne (1991) aveva fatto discutere ma era stato un film di successo, l’ultimo grande incasso di Nuti, nonostante le polemiche venute da ambienti femministi e da una critica cinematografica con la puzza sotto il naso.

OcchioPinocchio è un grande film, costa oltre venti miliardi ma ne incassa poco più di cinque, riprese iniziate a luglio 1993, interrotte a novembre fino alla primavera del 1994, oltre venti settimane di lavoro, dirette da un Nuti che comincia ad avvertire i segni di una profonda crisi interiore.

Un film ambizioso, girato in gran parte negli Stati Uniti, interpretato anche da attori nordamericani, con molte sequenze in Texas (Houston, Amarillo, Mississipi), ma anche a Roma, Brescia (Villa Mazzotti a Chiari), Trentino Alto Adige, Calabria, Piombino (interni delle acciaierie) e provincia di Cosenza. Fantastici interni felliniani ricostruiti a Cinecittà per mettere in piedi il sogno del paese dei balocchi.

Nuti gira il film della sua vita, un’ossessione, qualcosa che aveva dentro di tremendamente personale, puro cinema d’autore che esterna facendosi pure del male, ritrovandosi solo, con la sua creatura più amata che in pochi capiscono.

Rivedendo oggi OcchioPinocchio, viene da chiedersi come facciano ancora illustri critici come Paolo Mereghetti a definirlo mostruoso, irrisolto, inconcludente, persino girato male. OcchioPinocchio è un capolavoro assoluto di tecnica cinematografica, con i primi venti minuti – durante i quali Nuti non compare ma fa solo il regista – da pura scuola di cinema all’americana, rapidi, essenziali, fantasmagorici, tra dissolvenze, carrelli e straordinari piani sequenza.

Nuti descrive in venti minuti concitati e fantastici la mostruosità di un impero economico diretto da Brando Della Valle – inconsapevole padre di Pinocchio -, un Geppetto privo di scrupoli, un affarista che comanda persino la polizia. La morte del fratello di Brando è l’incipit del film con l’apertura di un singolare testamento che svela l’esistenza di un figlio nascosto in un ospizio tra le montagne, un ragazzo ingenuo allevato tra i vecchi che tutti chiamano Pinocchio. Il padre decide di riprenderselo e di inserirlo nel suo mondo, affibbiandogli il nome di Leonardo, che il ragazzo rifiuta, come non accetta una realtà basata sul denaro e su un tipo di vita che non comprende. Pinocchio fugge dalla villa paterna e incontra un Lucignolo al femminile come Lucy (Caselli), personaggio da eroina nera che sembra uscito da un film di Tarantino, una pregiudicata ricercata per un omicidio non commesso. Prima dell’incontro, però, schiaccia un grillo – altra citazione del Pinocchio di Collodi – sul tetto di un grattacielo dal quale spera di prendere un elicottero che lo riporti al suo mondo, perché su quel tetto è giunto nell’ambiente che non fa per lui. Pinocchio s’innamora della prima vera donna della sua vita, dopo essersi affezionato a vecchiette che dopo morte sotterrava nel cimitero che aveva costruito nel giardino dell’ospizio. “Non va mica bene. Tu ti affezioni e loro muoiono. Almeno avvisa”, dirà in una scena commovente. Il film diventa un on the road per le strade del Texas con una singolare coppia in fuga, che ruba auto, moto, vestiti e tenta di guadagnare il confine. Prima vedremo una breve sosta nel paese dei balocchi, il paese delle luci, un sorta di Las Vegas surreale dove si danza e si canta, una parte del film che nella mente di Nuti doveva durare quasi trenta minuti, ma che esigenze produttive hanno ridotto a poche sequenze. Lucy in una balena – capannone (ideata da Luciano Ricceri) inizierà Pinocchio alle gioie del sesso, poco prima di essere uccisa dalla polizia scatenata sulle sue tracce dal perfido Geppetto capitalista. “Pinocchio non c’è più”, comincia a balbettare subito dopo il protagonista, in un crescendo di follia, precipitando in un dolore che lo fa morire per poi rinascere e gettarsi nell’avventura – forse soltanto sognata – di portare a termine il viaggio che aveva cominciato con la sua Lucy. Finale da favola, con Pinocchio che arriva in Messico e incontra una ragazza (che non si vede) che in spagnolo gli dice le stesse parole di Lucy e gli chiede in prestito la giacca. “Io te la do, ma questa volta stiamo un po’ attentini”, risponde Pinocchio. La coppia finisce in una scenografia da favola, passeggiando sul lungo naso di un Pinocchio di legno e tenendosi per mano.

OcchioPinocchio è commedia grottesca, sociale e fantastica, che parte dalla fiaba ma la stravolge in nero, con un solo personaggio innocente e ingenuo, agnello in mezzo ai lupi, un Pinocchio – Peter Pan che – al contrario del burattino di Collodi – non vuol saperne di crescere. Il protagonista non comprende il mondo esterno, che sta fuori dal suo ospizio, un ambiente rassicurante popolato da vecchietti dei quali si prende cura con premura. Soprattutto non capisce il mondo dei capitalisti e dei ricchi imprenditori: “Per me non è cambiato molto. Sempre vecchi siete. Certo, voi vi lavate, vi pulite. Ma che c’entro io qua? Attenzione al cambio di stagione, ché al cambio di stagione i vecchi muoiono”. Pinocchio si mette a costruire un cimitero nel giardino della villa del padre, in attesa che i vecchi ricchi abbandonino una vita inutile.

Il film cambia ritmo quando entra in scena Nuti, scattano i suoi monologhi, i lunghi silenzi, si scorge nell’ombra il naso di Pinocchio come collegamento alla fiaba, ma si ritorna nel pieno dell’azione quando incontra Lucy.

Alcune sequenze di inseguimenti e spettacolari incidenti sono molto americane, pur ricordando il miglior poliziottesco italiano. Straordinaria la colonna sonora di Giovanni Nuti – molta musica viene sacrificata ai voluti silenzi del regista – con molto country e citazioni da Ry Cooder, semplice chitarra adatta ai luoghi per far risaltare azione e dialoghi. Tecnica di regia sopraffina con molti carrelli, panoramiche, primi piani, campi e controcampi, inquietanti soggettive, macchina a mano dosata a dovere, poetici piani sequenza.

Nuti fotografa benissimo Chiara Caselli – che approda al cinema di Francesco dopo Antonioni e la Cavani – molto brava e sempre a suo agio anche nelle caste scene di nudo che non infastidiscono nessuno (a parte Mereghetti) ma sono realizzate con candore e pudore sopraffino.

Francesco Nuti ci regala un’interpretazione da Forrest Gamp pinocchiesco con un personaggio che è un’evoluzione del suo ragazzo ingenuo che non capisce il mondo, approfondendo il tema dell’abbandono che gli sta molto a cuore. Diversi monologhi – meno del solito – surreali e strampalati, come abitudine, ma soprattutto tante espressioni lunari, da personaggio fuori dal mondo, confuso, imbranato con la vita, pieno d’amore da donare.

Ricordiamo il monologo sull’affetto provato per i suoi vecchietti e quello sul pisciare fuori dal confine, ma anche le sequenze con fionda e biglie, la guida di un’auto che non comprende, il rapporto sessuale timido e sconclusionato con la sua Lucy. Un bambino non cresciuto diventa protagonista di un gotico ironico che parla di alta finanza con l’andamento di una fiaba nera, un Pinocchio emarginato, abbandonato, soprattutto diverso, che non può entrare in sintonia con il mondo.

OcchioPinocchio è il film più personale di Nuti, come Joan Lui (1985) per Celentano, commedia picaresca con citazioni di The Blues Brothers (1980) di John Landis e persino di Hanno cambiato faccia (1971) di Corrado Farina (i vampiri capitalisti). Resta il fatto che costa troppo e incassa poco, non viene capito dai fan di Nuti che pretenderebbero il solito film comico e spensierato, non questo cinema d’autore intenso e persino poetico. Non solo il pubblico è sconcertato, ma anche la critica meno attenta – purtroppo letta e ascoltata – non lo capisce e lo massacra ingiustamente.

OcchioPinocchio segna l’inizio della parabola decadente di Francesco Nuti, prodotto da un regista che passa da stati di depressione ad altri di esaltazione, in crisi con se stesso, forse proprio per questo così felicemente ispirato. In un momento autodistruttivo della sua vita Nuti s’inventa una parabola sull’abbandono, fotografata magnificamente da Maurizio Calvesi che immortala una grandiosa scenografia nordamericana voluta per far risaltare – per contrasto – l’ingenuità del personaggio.

Un film che è artigianato prezioso, girato direttamente in Cinemascope con le migliori macchine da presa Panavision, ma che finisce per distruggere moralmente e finanziariamente il suo autore. Beghe legali a non finire tra regista e produzione con reciproche accuse; Nuti alla fine ci rimette tre miliardi, rinuncia al suo compenso pur di concludere il film della sua vita. E in realtà per lui resta un lavoro non concluso perché esiste almeno un’ora di film che nessuno ha visto e che Cecchi Gori avrebbe impedito di rimontare. Problemi legali anche tra Francesco Nuti e Chiara Caselli per alcune frasi pronunciate dal regista che si sarebbe vantato di conquistare le sue attrici, non gradite dalla protagonista femminile.

Visione moderna di una fiaba, riscrittura originale di Pinocchio, che è tutto fuorché bugiardo, anzi è un disadattato, un bambino abbandonato, un diverso, più buono e ingenuo di tutti gli altri personaggi che popolano la sua esistenza. Tutti pregi innegabili di un film che è anche critica spietata al potere della finanza, ambientato in America perché – sono parole di Nuti – oggi il potere vero, basato sul denaro sporco è americano.

Il solo difetto del film è un lieve calo di ritmo nella seconda parte, ma resta un piccolo gioiello d’autore, il film che in futuro simboleggerà tutta la poetica di Francesco Nuti. Riguardatelo, dopo aver strappato il Mereghetti.

OCCHIOPINOCCHIO

Regia: Francesco Nuti. Soggetto e Sceneggiatura: Ugo Chiti, Giovanni Veronesi, Francesco Nuti. Fotografia: Maurizio Calvesi. Fonico in Presa Diretta: Remo Ugolinelli. Montaggio: Sergio Montanari. Musica: Giovanni Nuti. Aiuto Regista. Ferzan Ozpetek. Scenografie: Luciano Ricceri. Produttore Esecutivo: Gianfranco Piccioli. Produzione: Mario e Vittorio Cecchi Gori. Durata (DVD Cecchi Gori Home Video, 1995): 131’. Genere: Fantastico, commedia. Interpreti: Francesco Nuti (Pinocchio), Chiara Caselli (Lucy Light), Joss Ackland (Brando Della Valle), Charles Simon (avvocato), Jacques Dacqmine (capo della polizia), Pina Cei (Colomba), Leon Askin (lo psichiatra), Victor Cavallo (direttore ospizio), Paul Muller (uomo cattivo), Novello Novelli (Segugio), Mel Berger (Gatto), Carlo Conversi (segretario di Brando), Leonardo Maguire (fratello di Brando), David Maunsell (il prete), Michele Spera (il suicida), Domneico De Quarto (il tenore), Maria Teresa Cadei (la cassiera del bar).

“Tutta colpa del Paradiso” di Francesco Nuti

di Gordiano Lupi

Siamo a metà degli anni Ottanta, quando Vittorio Cecchi Gori – innamorato dei film di Francesco Nuti – inventa la formula Nuti-Muti, unendo (non solo nel cinema) una coppia di successo che richiama nelle sale milioni di spettatori. Francesco Nuti viene dal riuscito Casablanca Casablanca, prima esperienza da regista; Ornella Muti da Il futuro è donna (1984) di Marco Ferreri, acclamato cinema d’autore, e inaugura un importante sodalizio con il regista – attore toscano.

Primo  frutto di tale collaborazione è la seconda regia di Nuti, il dolce e suggestivo Tutta colpa del paradiso (1985) – scritto da Vincenzo Cerami e Giovanni Veronesi (primo copione firmato) – seguito dal romantico e notturno Stregati (1986), sempre di Cerami e Veronesi, meno amato dal pubblico. Sono due film di successo e al  tempo stesso la stampa scandalistica comincia a occuparsi del presunto rapporto sentimentale tra regista e attrice.

Nel cast di Tutta colpa del paradiso troviamo l’immancabile Novello Novelli, la pasoliniana Laura Betti, il piccolo Marco Vivio e l’attore di teatro Roberto Alpi.

Nuti è Romeo, un ex galeotto che si è fatto cinque anni per rapina a mano armata e ha convissuto in galera con un nero violento di nome Sonny del quale è diventato amico. Una volta uscito dal carcere di Sollicciano vuole rivedere il figlio Lorenzo (Vivio), nonostante il divieto imposto da un’assistente sociale (Betti). Per questo motivo raggiunge la coppia che ha adottato il bambino (Muti e Alpi) al Rifugio Paradiso in Val d’Aosta, dove l’uomo sta cercando di fotografare il mitico stambecco bianco.

Il film suscita grandi emozioni per merito di una straordinaria fotografia alpina e per una colonna sonora struggente composta di armonica a bocca e voce suadente. Le note di Lovelorn Man sono indimenticabili, restano attaccate come una seconda pelle, nonostante critici dal palato fine giudichino il motivo troppo facile. Molto riuscito anche Mama Blues dai toni americaneggianti e country, composto come il resto della musica dal bravo Giovanni Nuti, qui anche nelle vesti di cantante.

La storia è abbastanza prevedibile, anche se nel finale registriamo un crescendo di tensione e un evidente colpo di scena quando Romeo – dopo aver stretto amicizia con il bambino – decide di tornare a casa e di lasciare il piccolo con i nuovi genitori.

Tutta colpa del paradiso risente (in positivo) della mano di Cerami a livello di scrittura, per la poesia di cui intriso, per i temi trattati (emarginazione, reinserimento, paternità) e per il tono intenso da favola lirica.

Nuti ha detto più volte che da un simile soggetto si sarebbe potuto ricavare anche un cartone animato, tanta è la purezza e la dolcezza della situazione. Una pellicola intima e malinconica, seconda regia di Nuti, che abbandona la vena autobiografica – che ritroverà – per dedicarsi a una storia sentimentale, di amor paterno, che fa buona presa sul pubblico.

Molte sequenze indimenticabili e surreali, come tradizione del miglior Nuti. Citiamo il rapporto in prigione tra Romeo e Sonny, il dialogo di presentazione e la successiva amicizia, ma anche i barboni punk che si sono appropriati di un garage dove Romeo tiene la sua roba. Da manuale il colloquio al veleno Nuti – Betti: “Te lo sai perché tu sei una troia? Perché non sei mai stata una troia. Dov’è? In America? Io vado, lo prendo e me lo porto via”. Laura Betti interpreta un personaggio lontano mille miglia dalla donna indipendente e anticonformista che è sempre stata, perché è il ritratto della burocrate ottusa e piena di pregiudizi. Immancabili i dialoghi con Novello Novelli: “A volte passa lui, a volte passa lei, a volte passano tutti e due insieme…”; “Io in questo paese non ci sto mica bene…”. Da citare Alessandro Partexano in una delle sequenze più surreali e felliniane, quando confida di essere stato in galera per aver venduto troppi giornali, montagne di giornali… Non dimentichiamo il coro della locanda, un vero numero di cabaret recitato da attori improvvisati, oltre a Giovanni Veronesi e Silvia Annichiarico. Tutti insieme suonano con finti strumenti imitati da suoni vocali il brano E la notte si fa fina.

Tutta colpa del paradiso è un film chapliniano che mette in primo piano un vagabondo alla ricerca del suo passato, un uomo solo che cerca il figlio e l’amore, ma alla fine decide che è meglio non commettere altri sbagli e lasciare che la vita faccia il suo corso.

Bravissimo Francesco Nuti come regista, perfetto dosatore di silenzi e dialoghi, aiutato non poco dalla tecnica di Giuseppe Ruzzolini che fotografa da maestro. Nuti attore è potente, forse nella sua migliore interpretazione, coadiuvato da una Muti solare e bellissima, ben calata nella parte della donna innamorata del figlio adottivo, ma affascinata dal bel vagabondo. Bene anche il bambino – Marco Vivio è ancora attore e doppiatore – che aveva già recitato con Luigi Magni e Lamberto Bava. Diligente Roberto Alpi, ricercatore a caccia del suo stambecco bianco, ma il ruolo non permette grandi evoluzioni. Ciak d’Oro a Nuti come Miglior Attore Italiano dell’anno e nomination al David di Donatello, identico premio a Giovanni Nuti per Lovelorn Man, miglior canzone originale.

Girato a Champoluc (Aosta), gode della presenza di molte comparse locali, attori improvvisati che collaborano alla produzione. Per questo motivo la prima si tiene ad Aosta, al cinema Giacosa, il 19 dicembre del 1985. Un film di Natale di grande qualità che fa il pieno di incassi: ben otto miliardi e duecento milioni, per un costo di due miliardi e mezzo. Titoli in lavorazione: Buon viaggio Romeo, ma anche Tutta colpa degli americani (titolo provvisorio, in sede di scrittura del copione). Lo stambecco bianco è un caprone con le corna posticce, truccato di bianco grazie a una carrozzeria della vallata.

Un film che è invecchiato bene e che si vede ancora con piacere, anche se per il pubblico che aveva venticinque anni nel 1985 è una vera madeleine di celluloide. Da riscoprire.

Tutta colpa del Paradiso di Francesco Nuti

Regia: Francesco Nuti. Soggetto e Sceneggiatura: Vincenzo Cerami, Giovanni Veronesi, Francesco Nuti. Montaggio: Sergio Montanari. Aiuto Regista. Mauro Cappelloni. Assistente alla Regia: Giovanni Veronesi. Musiche: Giovanni Nuti. Arrangiamenti: Dado Parisini. Edizioni Musicali: CBS Songs. Fotografia: Giuseppe Ruzzolini. Fonico di Presa Diretta: Remo Ugolinelli. Operatore alla Macchina: Maurizio Calvesi. Costumi: Nicoletta Ercole. Scenografia e Arredamento: Francesco Frigeri. Fotografo di Scena. Sandro Borni. Direttore di Produzione: Alessandro Mattei. Produttore: Gianfranco Piccioli. Case di Produzione: Union P.N. e C.G. Silver Film. Distribuzione: Mario & Vittorio Cecchi Gori. Negativi: Eastmancolor. Sviluppo e Stampa: Luciano Vittori. Interpreti: Francesco Nuti, Ornella Muti, Roberto Alpi, Novello Novelli, Bobby Rhodes, Silvia Annichiarico, Alessandro Partexano, Patrizia Tesone, Marco Vivio, Laura Betti. Esterni: Firenze (Carcere di Sollicciano), Roma (Via di Valle Aurelia), Valle d’Aosta (Valle di Ayas, valle di Gressoney, Valle di Cogne, Valle di Rhêmes, Parco Nazionale del Gran Paradiso, Champoluc)

“Volevo Nascondermi” di Giorgio Diritti

di Gianni Quilici

Un film difficile. Perché Antonio Ligabue era un artista e un uomo complesso. Uno di quegli autori, a cui uno psichiatra o un filosofo esistenzialista potrebbe dedicarsi per scoprire cosa la sua vicenda umana nasconde. Un’impresa, quindi, difficile per un cineasta. Una sfida affascinante, che Giorgio Diritti è riuscito a vincere lasciando che Ligabue si rappresenti attraverso fatti e anche piccoli indizi, senza volerli spiegare.

L’inizio, illuminante, è soltanto un occhio che guarda e ci guarda nascosto dentro un sacco.  Un uomo senza identità, un “nulla” che si nasconde, vorrebbe sparire. E’ questa condizione Giorgio Diritti l a tratteggia con grande acume cinematografico: un montaggio serrato di allucinazioni visive, di incubi ad occhi aperti, una scenografia magistrale nel ricostruire l’ambiente povero e cupo del paesino svizzero, in cui  è stato abbandonato dalla madre. e poi quello solare dei cortili emiliani e delle sponde selvagge del Po’. La terribile infanzia del piccolo Ligabue (Oliver Ewy, bravissimo) respinto da tutti: il brutale disprezzo del maestro,  i sorrisi persecutori  e irridenti dei compagni di classe assumono una forza verosimile e insieme mostruosa. La prima parte: un capolavoro.

L’altro capolavoro è Elio Germano, sia nella dimensione del personaggio che nella sua interpretazione. Infatti Elio Germano (nel rapporto con Diritti ) ha saputo disegnarlo nella sua complessità e originalità. Il corpo sghembo, il volto teso, umiliato, ispirato, veemente; la gestualità energica e sgraziata, impacciata e animalesca; il linguaggio caotico, quasi incomprensibile, tra il tedesco e il dialetto emiliano; il carattere ingenuo e sprovveduto nella vita sociale, che un ambiente popolare falsamente bonario, sfrutta cinicamente, tanto da rimanere povero e solo; timidissimo con le donne, che invece desidera ardentemente. indossa abiti femminili, infatti, nel desiderio di appropriarsi di  ciò che ama e che non avrà mai; orgoglioso e consapevole di essere  artista  da diventare furiosamente autodistruttivo quando percepisce che qualcuno lo mette in dubbio.

Giorgio Diritti ha realizzato un altro notevole film dopo  Il vento fa il suo giro L’uomo che verrà. Ogni aspetto linguistico trova in Volevo nascondermi la sua felice specificità e sintesi, come abbiamo accennato: dalla sceneggiatura scritta con Tania Pedroni al montaggio con Paolo Cottignola; dalla definizione dei personaggi agli interpreti, compresi quelli secondari; dalla scenografia di Ludovica Ferrario alla fotografia di Matteo Cocco fino alla musica di Marco Biscarini e Daniele Furlati, che sottolinea senza enfatizzare.

Volevo nascondermi di Giorgio Diritti. con Elio Germano, Oliver Ewy, Leonardo Carrozzo, Pietro Traldi, Orietta Notari, Andrea Gherpelli. Italia, 2020, durata 120 minuti.

“Memorie di un assassino” di Bong Joon-ho

di Gordiano Lupi

Un film basato su una storia vera accaduta in Corea del Sud, adattato da un dramma teatrale, ispirato al primo serial killer attivo nel paese asiatico, tra il 1986 e il 1991 a Hwaseong, nella provincia di Gyeonggi.

Vince con merito tanti Festival, in patria è un successo commerciale di pubblico e di critica, ma in Italia riusciamo a vederlo solo dopo il Premio Oscar assegnato a The Parasite come miglior film.

Memorie di un assassino non è un giallo, è la storia di un fallimento, un noir intenso e inquietante, che accompagna lo spettatore nella visione di una serie di macabre uccisioni, tra una polizia che indaga con metodi rozzi e antiquati, inquinando le prove, e usa la tortura per estorcere confessioni.

Il regista dimostra grande maturità visionaria, alternando panoramiche suggestive e sequenze in soggettiva, inseguimenti, primissimi piani, scantinati bui e maleodoranti, cieli solcati da uccelli nefasti, pioggia battente tra gli alberi e su immense distese di grano.

Fotografia cupa e notturna, cieli plumbei, spaccati di vita catturati in brevi istanti, grazie a un montaggio rapido e sincopato, a una macchina da presa che indaga gli aspetti più reconditi della vita di provincia.

Sceneggiatura che non lascia un attimo di tregua, nonostante la confezione dilatata, lo spettatore vive una continua suspense in attesa di un colpevole che non verrà, assistendo a indagini improvvisate, esplosioni di violenza e macabri omicidi. La polizia inquisisce un handicappato, poi un guardone onanista, quindi un giovane operaio, ma il bandolo della matassa non si trova, nonostante alcuni indizi ricorrenti: una canzone trasmessa alla radio, le notti piovose, la donna vestita di rosso.

Ottima anche la scelta di ambientare la storia nel 1982 con un epilogo nel 2003, quando l’ispettore – dopo aver cambiato mestiere – torna sul luogo del delitto e si rende conto di essere stato a un passo dal catturare il serial killer ma non c’è riuscito.

Un film che merita il successo ottenuto per la grande attenzione alla psicologia dei personaggi, per la ricostruzione scenografica di un’epoca e per un crescendo di tensione inquietante.

Memorie di un assassino non è non è The Parasite, il genere è più truce e nero, con meno ambizioni, ma raccontando una storia il regista descrive la situazione sociale e la violazione dei diritti umani nella Corea del Sud degli anni Ottanta.

Un film da riscoprire.

Regia: Bong Joon-ho. Soggetto e Sceneggiatura: Bong Joon-ho, Kim Kwang-Jim, Shim Sung-bo. Fotografia. Kim Hyung-ku. Montaggio: Kim Sun-min. Musiche: Iwashiro Taro. Scenografie: Ryu Seong-hie, Yu Seong-hie. Produttore: Lee Kang-bok. Casa di Produzione: Sidus pictures, CJ Entertainment. Distribuzione: Lucky Red. Durata: 132’. Genere: Drammatico. Titolo originale: Sar-in-ui chu-eok. Interpreti: Song Kang-ho, Kim Sang-kyung, Kim Roe-ha, Song Jae-ho, Byeon Hee-bong, Ko Seo-hie, Park No-shik, Park Hae-it, Jeon Mi-seon.

“Uzak”di Nuri Bilge Ceylan.


di Gianni Quilici

Sembra all’inizio di  trovarsi in un film di Angelopoulos : un uomo in campo lunghissimo con una valigia in mano a piedi perso tra campi innevati. Un lungo piano sequenza, spezzato di colpo da un interno di casa confuso, quasi onirico: chi sia l’uomo, da dove venga, dove vada, mistero.

C’è però una storia, che progressivamente comprendiamo: quel giovane  è un operaio licenziato, di un piccolo villaggio dell’entroterra  turco. E  quel cugino di Istanbul, a cui chiede ospitalità, con la speranza di imbarcarsi come marinaio, è un fotografo abbastanza importante, (anche se disilluso), per avere un bell’appartamento e dei soldi a disposizione.

Tuttavia capiamo ben presto che al regista non interessa la storia come concatenazione di fatti, ma che, al contrario, utilizza questi, per  introdurci dentro quegli spazi, quei corpi, quegli sguardi, quei sentimenti.

Evitando un rischio possibile: l’autocompiacimento estetico. Non c’è, infatti, nella lentezza dello sguardo, nella dilatazione dei tempi, nell’apparente insignificanza degli avvenimenti, peculiare dello stile di Ceylan, il privilegiamento della forma o lo scimmiottamento  di sé come grande autore sulla scia di un Tarkovskij o di un Antonioni, ma vive la necessità di far emergere desideri, tensioni, conflitti, che disegnano personaggi ricchi di sfumature quasi impalpabili.

Infatti il rapporto tra i due uomini, che è dominante in Uzak,  è per lo più silenzioso, si può leggere e percepire nei gesti, nei comportamenti, in poche frasi rivelatrici ed ha un suo svolgimento latente, fino a quando sembra esplodere per poi ritornare quasi al punto di partenza: silenzio, solitudine, rassegnazione, incomprensione, vite che si allontanano, forse che si perdono. Un cerchio che si chiude, un’idea del mondo senza speranze, dove le aspirazioni appena accennate si perdono o si sono perse nella lontananza di quel vago orizzonte. Un dramma inesorabile, senza drammatizzazione.

Però Uzak ci lascia la poesia, ossia la capacità di Ceylan di interiorizzare l’immagine e il tempo cinematografico. Avviene per esempio nelle figure femminili. Il giovane ne adocchia alcune: le punta a distanza, le assapora,  le segue perfino. Una volta che decide di farsi avanti con una di queste, viene preceduto dall’uomo che la ragazza aspettava. Eppure, nonostante non ci sia mai un rapporto, in qualche modo concreto, queste ragazze rimangono scolpite, non evaporano. Perché vengono scrutate, desiderate.

Lo stesso tipo di sguardo avvolge progressivamente una Istanbul inattesa sotto una bianca coltre di neve. Le strade quasi vuote e silenti, la contemplazione muta dello scorrere delle acque del Bosforo,  la visione delle moschee sulla collina della città finiscono per depositarsi indelebili sulla retina dell’occhio. Anche Istanbul acquista un’anima!

I due interpreti maschili, premiati ex-aequo a Cannes 2003, sono corpo e anima dei personaggi rappresentati.  Mehmet Emin Toprak, il giovane della campagna, è deceduto in un incidente pochi giorni dopo la fine delle riprese del film.

Uzak di Nuri Bilge Ceylan. Con Muzaffer Ozdemir, Mehmet Emin Toprak, Nazan Kirilmis, Fatma Ceylan, Zuhal Gencer Erkaya. Durata 110 min. – Turchia 2003.

“Black Killer” di Carlo Croccolo

dI Gordiano Lupi

Incredibile. Non sono un esperto di western italiano, soprattutto non ho visto molti prodotti minori. Non sapevo che Carlo Croccolo – cabarettista napoletano noto come doppiatore di Totò – avesse fatto anche il regista.

E invece grazie a Cine 34 vado a scoprire un cult assoluto del 1971 dove Croccolo non solo dirige gli attori e muove la macchina da presa – anche se Aristide Massaccesi come operatore fa da garante – ma si ritaglia persino un ruolo da vice sceriffo con accento napoletano.

Facendo qualche ricerca scopro che Croccolo aveva girato Una pistola per cento croci, sempre nel 1971, alcuni mesi prima, e che negli anni Sessanta per motivi alimentari potrebbe aver girato alcuni video porno amatoriali.

Altra nota curiosa, in entrambi i film recita la moglie del regista, Marina Rabbissi, che prende il nome anglofono di Marina Mulligan, scatenando un caos tra gli esperti di cinema che si sbizzarriscono con le ipotesi più strampalate: Marina Malfatti, Marina Morgan, Marina Marfoglia … taglia la testa al toro lo stesso attore che confida il segreto nel corso di un’intervista.

Marina Mulligan è la Rabbissi, interprete (si fa per dire) soltanto delle due pellicole western dirette dal marito. Film strano anche per la presenza di Tiziana Dini, pure lei non ha fatto molto, ma anche qui gli esperti di cinema la chiamano Pini scambiandola per un’altra.

Un sacco di nomi americani corrispondono a italiani, si tratta di attori napoletani amici di Croccolo (Enzo Pulcrano, Dante Maggio, Calogero Caruana), mentre uno straniero vero è il norvegese Robert Danish, per alcuni anni marito di Agostina Belli. Il massimo del cult sono alcuni attori con la faccia intrisa di cipria scura per farli sembrare messicani, il più evidente è Cantafora ma anche la Rabbissi è un’indiana dipinta con il pennarello.

Un western curioso che non avevo mai visto, vietato ai minori di anni 14 per la presenza di numerosi nudi – del tutto gratuiti! – e di molte scene violente, soprattutto di prolungati stupri.

Le attrici più nude sono la Dini (ballerina del saloon) e la Rabbissi (indiana violentata), su di loro la macchina da presa di Croccolo si concentra con passione, anche se l’operatore si chiama Massaccesi e di simili sequenze è un vero esperto.

Carlo Croccolo non ce lo vedi nel ruolo del vice sceriffo, ti scappa da ridere solo a sentirlo parlare, tra battute napoletane e ammiccamenti da commedia dell’arte. I

nfine c’è Klaus Kinski, attore incredibile in un simile film, con una parte che pare appiccicata a forza, visto che l’attore osserva quel che accade per intervenire soltanto nel finale con un escamotage a base di pistole nascoste in giganteschi libri.

La trama conta davvero poco, viste le curiosità che abbiamo individuato e gli enigmi che hanno trovato soluzione nei quattro volumi definitivi sul western italiano scritti da Matteo Mancini.

Diciamo solo che tutto si svolge a Tombstone (siamo nelle campagne romane e alla De Paolis), dove i fratelli O’Hara fanno il bello e il cattivo tempo, gli sceriffi muoiono al ritmo di uno ogni tre giorni, resistono solo un pavido vice sceriffo che non si espone e un messo governativo truffaldino.

Klaus Kinski è un killer in combutta con Burt Collins che arriva a Tombstone per fare piazza pulita dei criminali e intascare il malloppo, spacciandosi per avvocato e facendo eleggere sceriffo il compare.

Molti buchi di sceneggiatura, compensati da tanta violenza e da scene d’azione intense con primissimi piani alla Sergio Leone e movimenti di macchina un po’ sghembi, alla Joe D’Amato (infatti muove la macchina con il suo vero nome!). Da recuperare.

Black Killer  di Carlo Croccolo

Regia: Carlo Croccolo (Lucky Moore). Soggetto e Sceneggiatura: Carlo Croccolo, Carlo Veo. Fotografia: Franco Villa. Musiche: Daniele Patucchi. Montaggio: Luigi Castaldi. Operatore alla macchina: Aristide Massaccesi. Scenografia. Giovanni Cannavo. Produttori: Oscar Santaniello, Carlo Marina. Casa di Produzione: Virginia Cinematografica. Distribuzione: Indipendenti Regionali. Genere: Western. Durata. 93’. Interpreti: Klaus Kinski, Fred Robsaham, Antonio Cantafora, Paul Crain (Enzo Pulcrano), Dante Maggio, Marina Mulligan (Marina Rabbissi), Tiziana Dini, Ted Jones (Calogero Caruana), Carlo Croccolo, Robert Danish (Antonio Danesi), Claudio Trionfi.