“Volevo Nascondermi” di Giorgio Diritti

di Gianni Quilici

Un film difficile. Perché Antonio Ligabue era un artista e un uomo complesso. Uno di quegli autori, a cui uno psichiatra o un filosofo esistenzialista potrebbe dedicarsi per scoprire cosa la sua vicenda umana nasconde. Un’impresa, quindi, difficile per un cineasta. Una sfida affascinante, che Giorgio Diritti è riuscito a vincere lasciando che Ligabue si rappresenti attraverso fatti e anche piccoli indizi, senza volerli spiegare.

L’inizio, illuminante, è soltanto un occhio che guarda e ci guarda nascosto dentro un sacco.  Un uomo senza identità, un “nulla” che si nasconde, vorrebbe sparire. E’ questa condizione Giorgio Diritti l a tratteggia con grande acume cinematografico: un montaggio serrato di allucinazioni visive, di incubi ad occhi aperti, una scenografia magistrale nel ricostruire l’ambiente povero e cupo del paesino svizzero, in cui  è stato abbandonato dalla madre. e poi quello solare dei cortili emiliani e delle sponde selvagge del Po’. La terribile infanzia del piccolo Ligabue (Oliver Ewy, bravissimo) respinto da tutti: il brutale disprezzo del maestro,  i sorrisi persecutori  e irridenti dei compagni di classe assumono una forza verosimile e insieme mostruosa. La prima parte: un capolavoro.

L’altro capolavoro è Elio Germano, sia nella dimensione del personaggio che nella sua interpretazione. Infatti Elio Germano (nel rapporto con Diritti ) ha saputo disegnarlo nella sua complessità e originalità. Il corpo sghembo, il volto teso, umiliato, ispirato, veemente; la gestualità energica e sgraziata, impacciata e animalesca; il linguaggio caotico, quasi incomprensibile, tra il tedesco e il dialetto emiliano; il carattere ingenuo e sprovveduto nella vita sociale, che un ambiente popolare falsamente bonario, sfrutta cinicamente, tanto da rimanere povero e solo; timidissimo con le donne, che invece desidera ardentemente. indossa abiti femminili, infatti, nel desiderio di appropriarsi di  ciò che ama e che non avrà mai; orgoglioso e consapevole di essere  artista  da diventare furiosamente autodistruttivo quando percepisce che qualcuno lo mette in dubbio.

Giorgio Diritti ha realizzato un altro notevole film dopo  Il vento fa il suo giro L’uomo che verrà. Ogni aspetto linguistico trova in Volevo nascondermi la sua felice specificità e sintesi, come abbiamo accennato: dalla sceneggiatura scritta con Tania Pedroni al montaggio con Paolo Cottignola; dalla definizione dei personaggi agli interpreti, compresi quelli secondari; dalla scenografia di Ludovica Ferrario alla fotografia di Matteo Cocco fino alla musica di Marco Biscarini e Daniele Furlati, che sottolinea senza enfatizzare.

Volevo nascondermi di Giorgio Diritti. con Elio Germano, Oliver Ewy, Leonardo Carrozzo, Pietro Traldi, Orietta Notari, Andrea Gherpelli. Italia, 2020, durata 120 minuti.

“Memorie di un assassino” di Bong Joon-ho

di Gordiano Lupi

Un film basato su una storia vera accaduta in Corea del Sud, adattato da un dramma teatrale, ispirato al primo serial killer attivo nel paese asiatico, tra il 1986 e il 1991 a Hwaseong, nella provincia di Gyeonggi.

Vince con merito tanti Festival, in patria è un successo commerciale di pubblico e di critica, ma in Italia riusciamo a vederlo solo dopo il Premio Oscar assegnato a The Parasite come miglior film.

Memorie di un assassino non è un giallo, è la storia di un fallimento, un noir intenso e inquietante, che accompagna lo spettatore nella visione di una serie di macabre uccisioni, tra una polizia che indaga con metodi rozzi e antiquati, inquinando le prove, e usa la tortura per estorcere confessioni.

Il regista dimostra grande maturità visionaria, alternando panoramiche suggestive e sequenze in soggettiva, inseguimenti, primissimi piani, scantinati bui e maleodoranti, cieli solcati da uccelli nefasti, pioggia battente tra gli alberi e su immense distese di grano.

Fotografia cupa e notturna, cieli plumbei, spaccati di vita catturati in brevi istanti, grazie a un montaggio rapido e sincopato, a una macchina da presa che indaga gli aspetti più reconditi della vita di provincia.

Sceneggiatura che non lascia un attimo di tregua, nonostante la confezione dilatata, lo spettatore vive una continua suspense in attesa di un colpevole che non verrà, assistendo a indagini improvvisate, esplosioni di violenza e macabri omicidi. La polizia inquisisce un handicappato, poi un guardone onanista, quindi un giovane operaio, ma il bandolo della matassa non si trova, nonostante alcuni indizi ricorrenti: una canzone trasmessa alla radio, le notti piovose, la donna vestita di rosso.

Ottima anche la scelta di ambientare la storia nel 1982 con un epilogo nel 2003, quando l’ispettore – dopo aver cambiato mestiere – torna sul luogo del delitto e si rende conto di essere stato a un passo dal catturare il serial killer ma non c’è riuscito.

Un film che merita il successo ottenuto per la grande attenzione alla psicologia dei personaggi, per la ricostruzione scenografica di un’epoca e per un crescendo di tensione inquietante.

Memorie di un assassino non è non è The Parasite, il genere è più truce e nero, con meno ambizioni, ma raccontando una storia il regista descrive la situazione sociale e la violazione dei diritti umani nella Corea del Sud degli anni Ottanta.

Un film da riscoprire.

Regia: Bong Joon-ho. Soggetto e Sceneggiatura: Bong Joon-ho, Kim Kwang-Jim, Shim Sung-bo. Fotografia. Kim Hyung-ku. Montaggio: Kim Sun-min. Musiche: Iwashiro Taro. Scenografie: Ryu Seong-hie, Yu Seong-hie. Produttore: Lee Kang-bok. Casa di Produzione: Sidus pictures, CJ Entertainment. Distribuzione: Lucky Red. Durata: 132’. Genere: Drammatico. Titolo originale: Sar-in-ui chu-eok. Interpreti: Song Kang-ho, Kim Sang-kyung, Kim Roe-ha, Song Jae-ho, Byeon Hee-bong, Ko Seo-hie, Park No-shik, Park Hae-it, Jeon Mi-seon.

“Uzak”di Nuri Bilge Ceylan.


di Gianni Quilici

Sembra all’inizio di  trovarsi in un film di Angelopoulos : un uomo in campo lunghissimo con una valigia in mano a piedi perso tra campi innevati. Un lungo piano sequenza, spezzato di colpo da un interno di casa confuso, quasi onirico: chi sia l’uomo, da dove venga, dove vada, mistero.

C’è però una storia, che progressivamente comprendiamo: quel giovane  è un operaio licenziato, di un piccolo villaggio dell’entroterra  turco. E  quel cugino di Istanbul, a cui chiede ospitalità, con la speranza di imbarcarsi come marinaio, è un fotografo abbastanza importante, (anche se disilluso), per avere un bell’appartamento e dei soldi a disposizione.

Tuttavia capiamo ben presto che al regista non interessa la storia come concatenazione di fatti, ma che, al contrario, utilizza questi, per  introdurci dentro quegli spazi, quei corpi, quegli sguardi, quei sentimenti.

Evitando un rischio possibile: l’autocompiacimento estetico. Non c’è, infatti, nella lentezza dello sguardo, nella dilatazione dei tempi, nell’apparente insignificanza degli avvenimenti, peculiare dello stile di Ceylan, il privilegiamento della forma o lo scimmiottamento  di sé come grande autore sulla scia di un Tarkovskij o di un Antonioni, ma vive la necessità di far emergere desideri, tensioni, conflitti, che disegnano personaggi ricchi di sfumature quasi impalpabili.

Infatti il rapporto tra i due uomini, che è dominante in Uzak,  è per lo più silenzioso, si può leggere e percepire nei gesti, nei comportamenti, in poche frasi rivelatrici ed ha un suo svolgimento latente, fino a quando sembra esplodere per poi ritornare quasi al punto di partenza: silenzio, solitudine, rassegnazione, incomprensione, vite che si allontanano, forse che si perdono. Un cerchio che si chiude, un’idea del mondo senza speranze, dove le aspirazioni appena accennate si perdono o si sono perse nella lontananza di quel vago orizzonte. Un dramma inesorabile, senza drammatizzazione.

Però Uzak ci lascia la poesia, ossia la capacità di Ceylan di interiorizzare l’immagine e il tempo cinematografico. Avviene per esempio nelle figure femminili. Il giovane ne adocchia alcune: le punta a distanza, le assapora,  le segue perfino. Una volta che decide di farsi avanti con una di queste, viene preceduto dall’uomo che la ragazza aspettava. Eppure, nonostante non ci sia mai un rapporto, in qualche modo concreto, queste ragazze rimangono scolpite, non evaporano. Perché vengono scrutate, desiderate.

Lo stesso tipo di sguardo avvolge progressivamente una Istanbul inattesa sotto una bianca coltre di neve. Le strade quasi vuote e silenti, la contemplazione muta dello scorrere delle acque del Bosforo,  la visione delle moschee sulla collina della città finiscono per depositarsi indelebili sulla retina dell’occhio. Anche Istanbul acquista un’anima!

I due interpreti maschili, premiati ex-aequo a Cannes 2003, sono corpo e anima dei personaggi rappresentati.  Mehmet Emin Toprak, il giovane della campagna, è deceduto in un incidente pochi giorni dopo la fine delle riprese del film.

Uzak di Nuri Bilge Ceylan. Con Muzaffer Ozdemir, Mehmet Emin Toprak, Nazan Kirilmis, Fatma Ceylan, Zuhal Gencer Erkaya. Durata 110 min. – Turchia 2003.

“Black Killer” di Carlo Croccolo

dI Gordiano Lupi

Incredibile. Non sono un esperto di western italiano, soprattutto non ho visto molti prodotti minori. Non sapevo che Carlo Croccolo – cabarettista napoletano noto come doppiatore di Totò – avesse fatto anche il regista.

E invece grazie a Cine 34 vado a scoprire un cult assoluto del 1971 dove Croccolo non solo dirige gli attori e muove la macchina da presa – anche se Aristide Massaccesi come operatore fa da garante – ma si ritaglia persino un ruolo da vice sceriffo con accento napoletano.

Facendo qualche ricerca scopro che Croccolo aveva girato Una pistola per cento croci, sempre nel 1971, alcuni mesi prima, e che negli anni Sessanta per motivi alimentari potrebbe aver girato alcuni video porno amatoriali.

Altra nota curiosa, in entrambi i film recita la moglie del regista, Marina Rabbissi, che prende il nome anglofono di Marina Mulligan, scatenando un caos tra gli esperti di cinema che si sbizzarriscono con le ipotesi più strampalate: Marina Malfatti, Marina Morgan, Marina Marfoglia … taglia la testa al toro lo stesso attore che confida il segreto nel corso di un’intervista.

Marina Mulligan è la Rabbissi, interprete (si fa per dire) soltanto delle due pellicole western dirette dal marito. Film strano anche per la presenza di Tiziana Dini, pure lei non ha fatto molto, ma anche qui gli esperti di cinema la chiamano Pini scambiandola per un’altra.

Un sacco di nomi americani corrispondono a italiani, si tratta di attori napoletani amici di Croccolo (Enzo Pulcrano, Dante Maggio, Calogero Caruana), mentre uno straniero vero è il norvegese Robert Danish, per alcuni anni marito di Agostina Belli. Il massimo del cult sono alcuni attori con la faccia intrisa di cipria scura per farli sembrare messicani, il più evidente è Cantafora ma anche la Rabbissi è un’indiana dipinta con il pennarello.

Un western curioso che non avevo mai visto, vietato ai minori di anni 14 per la presenza di numerosi nudi – del tutto gratuiti! – e di molte scene violente, soprattutto di prolungati stupri.

Le attrici più nude sono la Dini (ballerina del saloon) e la Rabbissi (indiana violentata), su di loro la macchina da presa di Croccolo si concentra con passione, anche se l’operatore si chiama Massaccesi e di simili sequenze è un vero esperto.

Carlo Croccolo non ce lo vedi nel ruolo del vice sceriffo, ti scappa da ridere solo a sentirlo parlare, tra battute napoletane e ammiccamenti da commedia dell’arte. I

nfine c’è Klaus Kinski, attore incredibile in un simile film, con una parte che pare appiccicata a forza, visto che l’attore osserva quel che accade per intervenire soltanto nel finale con un escamotage a base di pistole nascoste in giganteschi libri.

La trama conta davvero poco, viste le curiosità che abbiamo individuato e gli enigmi che hanno trovato soluzione nei quattro volumi definitivi sul western italiano scritti da Matteo Mancini.

Diciamo solo che tutto si svolge a Tombstone (siamo nelle campagne romane e alla De Paolis), dove i fratelli O’Hara fanno il bello e il cattivo tempo, gli sceriffi muoiono al ritmo di uno ogni tre giorni, resistono solo un pavido vice sceriffo che non si espone e un messo governativo truffaldino.

Klaus Kinski è un killer in combutta con Burt Collins che arriva a Tombstone per fare piazza pulita dei criminali e intascare il malloppo, spacciandosi per avvocato e facendo eleggere sceriffo il compare.

Molti buchi di sceneggiatura, compensati da tanta violenza e da scene d’azione intense con primissimi piani alla Sergio Leone e movimenti di macchina un po’ sghembi, alla Joe D’Amato (infatti muove la macchina con il suo vero nome!). Da recuperare.

Black Killer  di Carlo Croccolo

Regia: Carlo Croccolo (Lucky Moore). Soggetto e Sceneggiatura: Carlo Croccolo, Carlo Veo. Fotografia: Franco Villa. Musiche: Daniele Patucchi. Montaggio: Luigi Castaldi. Operatore alla macchina: Aristide Massaccesi. Scenografia. Giovanni Cannavo. Produttori: Oscar Santaniello, Carlo Marina. Casa di Produzione: Virginia Cinematografica. Distribuzione: Indipendenti Regionali. Genere: Western. Durata. 93’. Interpreti: Klaus Kinski, Fred Robsaham, Antonio Cantafora, Paul Crain (Enzo Pulcrano), Dante Maggio, Marina Mulligan (Marina Rabbissi), Tiziana Dini, Ted Jones (Calogero Caruana), Carlo Croccolo, Robert Danish (Antonio Danesi), Claudio Trionfi.

“Solamente nero” di Antonio Bido

di Gordiano Lupi

Antonio Bido (Villa del Conte, Padova, 1949), nel 1962 realizza un Tom Sawyer da giovanissimo cineamatore, laureato in lettere e filosofia, si interessa di cinema anche durante gli studi, fa parte del Centro Universitario Cinematografico, dove realizza due lungometraggi sperimentali (Dimensioni, 1970 e Alieno da, 1971) che ricevono premi e giudizi molto positivi. Collabora con Giuseppe Ferrara dal 1972 al 1980 (fotografia ne La salute in fabbrica, 1972; aiuto regista in Faccia di spia, 1975), come regista si ricorda per due thriller: Il gatto dagli occhi di giada (1977) e Solamente nero (1978).

Sono le sue cose migliori, legate al thriller made in Italy di Bava e Argento, ma ricche di atmosfera e di intense suggestioni. Non fa molto altro, dopo un silenzio lungo sei anni gira l’ironico Barcamenandoci (1984), Mak II 100 (1987) e il televisivo Aquile (1989), si dedica a film spettacoli sulle Forze Armate, chiude con Blue Tornado (1991) e I miei sogni in pellicola (2019). Fa anche il regista pubblicitario.

Solamente nero è il più classico dei thriller italiani, a metà strada tra erotismo e horror, pervaso da un clima angoscioso e malsano, figlio delle suggestioni di Profondo rosso (1975) – la musica di Stelvio Cipriani eseguita dai Goblin, il titolo che pare una risposta ad Argento … – e de La casa dalle finestre che ridono (1976), con la presenza del prete e il suo ruolo decisivo, oltre a un’ambientazione veneziana decadente.

La trama è piuttosto complessa, da vero giallo ricco di atmosfera e di indizi disseminati in modo suggestivo e inquietante. Si parte da un antefatto in un prato ai piedi di un castello con un bambino che assiste a un orribile delitto. La storia prosegue in presa diretta a bordo di un treno dove Stefano (Capolicchio), un giovane professore, incontra l’architetto Sandra (Casini), entrambi diretti a Venezia, dove si ritroveranno e sboccerà il loro amore. Stefano va in vacanza da Paolo (Hill), il fratello sacerdote, per curarsi un esaurimento nervoso. Una serie di omicidi e di minacciose lettere spedite al prete gli ricorderanno il passato, ma soltanto nelle ultime sequenze Stefano ricollegherà i fili di una brutta storia che aveva cercato di cancellare.

Un film girato con uno stile molto personale, fotografato benissimo da Vulpiani che ritrae una Venezia gelida e spettrale, al tempo stesso magica e intensa, sceneggiato senza esitazioni, con qualche dialogo troppo impostato, ma dotato di un perfetto meccanismo di suspense.

Il regista muove la macchina da presa alternando soggettive del killer e primissimi piani, rapide zumate e panoramiche suggestive, improvvisi cambiamenti di scena che creano tensione e sussulti. Flashback dispensati nel corso della storia con grande senso del ritmo, alternati a sequenze sentimentali e altre decisamente erotiche (il rapporto Casini – Capolicchio sul tappeto davanti al focolare costa un divieto ai minori), che si danno il cambio con scene girate in laguna, a bordo di motoscafi e vaporetti.

Alcune sequenze acrobatiche sono interpretate da controfigure, veri stunt-man esperti di guida marina. Il regista regala un cammeo al cimitero, nei panni di un anonimo visitatore.

Ottimi gli attori, azzeccati nei rispettivi ruoli, ben guidati da un regista che sa dirigere il materiale umano a disposizione, soprattutto sa quel che vuole. Lino Capolicchio proviene da La casa dalle finestre che ridono (1976) e nella sua caratterizzazione ricalca le suggestioni inquietanti del personaggio avatiano. Craig Hill (1926 – 2014), un attore americano che a un certo punto della sua vita decide di trasferirsi in Spagna, noto in Italia per il cinema western e per un lacrima movie (Stringimi forte papà, 1978), si cala a dovere nella parte del prete assassino, in uno dei suoi ultimi film. Stefania Casini aveva già fatto Suspiria (1977) di Dario Argento ed è attrice talmente brava da sapersi adattare a ruoli da commedia come da cinema horror. Massimo Serato e Juliette Mayniel sono due garanzie, interpreti di consumata esperienza e bravura, hanno fatto di tutto nel cinema di genere, spesso guidati da registi importanti.

Solamente nero porta benissimo i suoi anni, si rivede volentieri, perdonando qualche ingenuità di trama, apprezzando la struttura da giallo inquietante e torbido che il regista infonde nella narrazione. Ruolo diabolico del prete, come spesso accade nel cinema nero italiano, in questo caso portatore di un orribile segreto ancestrale, scoperto dal fratello ma anche da alcuni parrocchiani che lo ricattano. Finale tragico, con suicidio annunciato, dopo diverse sequenze di macabre uccisioni a colpi di alabarda, a bordo di un motoscafo e per strangolamento.

Molti elementi riconducono a un clima più horror che thriller: sedute spiritiche, una medium con figlio schizofrenico, le bambole e i giocattoli come oggetti inquietanti, un segreto inconfessabile che torna dal passato. Davvero ottimo. Giustificato il suo stato di cult.

Solamente nero

Regia: Antonio Bido. Genere: Giallo, Thriller. Soggetto: Antonio Bido, Domenico Malan. Sceneggiatura: Antonio Bido, Domenico Malan, Marisa Andalò. Fotografia: Mario Vulpiani. Montaggio: Amedeo Giomini. Musiche: Stelvio Cipriani (eseguite dai Goblin). Costumi: Ferroni. Trucco: Massimo Giustini. Produttore: Antonio Bido. Distribuzione: P.A.C.. Interpreti: Lino Capolicchio (Stefano), Stefania Casini (Sandra), Craig Hill (Don Paolo), Massimo Serato (conte Mariani), Juliette Mayniel (signora Nardi), Laura Nucci (matrigna di Sandra), Attilio Duse (Gaspare), Gianfranco Bullo (figlio signora Nardi), Luigi Casellato (Andreani), Alfredo Zammi (commissario), Alina Simoni (medium), Emilio Delle Piane (maresciallo), Sonia Viviani (ragazza), Sergio Mioni (dottor Aloisi), Fortunato Arena (oste), Antonio Bido (uomo al cimitero).

“Nude sì ma sotto la doccia” di Giulio Berruti

di Gordiano Lupi

Tra i tanti libri di cinema ne consiglio uno scritto da Giulio Berruti - autore de L’albero verde, collaboratore di Corrado Farina per Hanno cambiato faccia e valido documentarista - che scandaglia il mondo della censura nel cinema italiano, compiendo una vera e propria analisi sociologica.

Berruti parla di cinema, cita titoli come Vedo nudo, Signore e signori buonanotte, Tre passi nel delirio, La dolce vita, La grande abbuffata, Rogopag, La classe operaia va in Paradiso, La moglie più bella, Zabriskie point … Nel suo racconto parla di dive che hanno avuto vita difficile grazie a solerti censori, attrici come Sylva Koscina, Stefania Sandrelli, persino Gigliola Cinquetti giovanissima cantante e Ornella Muti moglie troppo giovane.

Registi contrastati dal potere e dalla censura serva dello stesso potere, gente come Visconti e Pasolini - emarginati pure per motivi di scelta sessuale - ma anche Antonioni e Fellini (La dolce vita fu definita da Scalfaro sul quotidiano cattolico L’Avvenire come La sconcia vita!). Berruti fa capire l’evoluzione del comune sentimento del pudore nel corso degli anni, spiegando come una norma inserita nel codice penale fascista abbia continuato a essere applicata per sequestrare e modificare pellicole pericolose.

Se in un film si ironizzava troppo sulle forze dell’ordine tutto veniva ricondotto alla presunta normalità, quando c’erano esposizioni di epidermide eccessive si limitavano, venivano imposti tagli e sforbiciate di sequenze erotiche, spesso soprattutto per le implicazioni religiose e politiche che certe sequenze incriminate comportavano.

Un saggio interessante e documentato, con molte foto d’epoca in bianco e nero, che racconta la crescita della società italiana del dopoguerra attraverso il cinema, dal primo neorealismo e i film con Totò (il principe ebbe problemi di censura politica con la sua Carolina) ai grandi autori degli anni Sessanta impegnati politicamente come Fellini, Pasolini e Visconti.

Un lungo viaggio muniti di forbici per conoscere tutti i fotogrammi censurati dal cinema italiano, le immagini e le frasi che non potremo più apprezzare. Scritto come un romanzo.

Giulio Berruti
Nude sì ma sotto la doccia
La censura e il comune senso del pudore in nome del popolo italiano
Il Foglio Letterario - La Cineteca di Caino
Pag. 305 - Euro 15

“Il mistero Henri Pick” di Rémi Bezançon

di Gianni Quilici

L’ho visto con il piacere di chi si lascia scivolare nella storia per la curiosità (banale e legittima) di come andrà a finire, perché questo desiderio il film, qua e là, lo provoca, in una storia poco credibile, molto lambiccata.

Penso anche che questo sia stato il proposito del regista stesso: concepire una commedia che susciti (qualche) tensione e sorriso, senza vere palpitazioni, ne’ estremismi contenutistici, ne’ linguistici.

Ecco un affermatissimo critico letterario che diventa una sorta di investigatore, un Fabrice Luchini che si adatta felicemente a un ruolo di battutista; un grande scrittore misterioso (che di grandezza come personaggio ne dimostra, in realtà, poca) che ci porta in una Bretagna paesana, senza fascini particolari,  fino alla fine con lo scioglimento del mistero, spiegato come in certi gialli tradizionali, dall’a fino alla z.

Ma si può uscire tranquilli di aver trascorso un’ora e mezzo in una storia senza sbadigli, senza emozioni, senza pensieri da portarsi in testa.

Il mistero di Henri Pick di Rémi Bezançon.  con Fabrice Luchini, Camille Cottin, Alice Isaaz,  Josiane Stoléru.  Francia, Belgio, 2019, durata 99 minuti.

“Ritratto della giovane in fiamme” di Céline Sciamma

di Gianni Quilici

LA STORIA IN SINTESI. Francia, 1770. Marianne, una pittrice, riceve l'incarico di realizzare il ritratto di nozze di Héloise, una giovane donna appena uscita dal convento. Lei però non vuole sposarsi e quindi rifiuta anche il ritratto. Marianne cerca allora di osservarla per poter comunque adempiere al mandato. Scoprirà molte cose anche su di sé.

E’ un’ode all’amore e alla sua impossibilità.Céline Sciamma ce lo fa sentire e vedere nella sua complessità. E questo attraverso il cinema nella sintesi dei suoi tanti possibili linguaggi.

1) Nella sceneggiatura.                                                                                                          Due giovani donne, Héloise (la pittrice), Marianne (la ragazza del ritratto) in cui via via si accende la fiamma amorosa, si guardano, si studiano, si contrastano, si toccano, si stringono, si abbracciano. Parole certo e a volte secche come staffilate, ma soprattutto silenzi, dentro dialoghi concentrati. E questo è un rapporto tra uguali, tra due personalità forti, senza dipendenze avvertibili, in un’epoca (siamo nel 1770, prima della rivoluzione) di illibertà della donna, che non può decidere il suo destino, che si rivolta, che deve nascondere alla società i propri sentimenti e qualità, senza potere andare fino in fondo, se non distruggendosi,. E questa sete di libertà si allarga anche alla servetta, che diventa complice di questo amore e che da loro viene aiutata, e alle donne dell’isola che la esprimono in un rituale magico tra danza e fuoco di grande forza simbolica e poetica.

2) Nelle inquadrature.                                                                                                                  I primi e i primissimi piani che hanno la bellezza e la purezza di certi film di Bergman con il pianto finale della “ragazza in fiamme” risolto magnificamente da Noémie Merlant  per la verità e per la difficoltà della durata, che l’E statedi Vivaldi sottolinea efficacemente.

3) Nella  scenografia.                                                                                                                   Il film si svolge quasi interamente in un’isola, quasi selvaggia, della Bretagna e ricorda negli esterni  “ Lezione di piano” nell’arrivo e nell’orizzonte dell’oceano di fronte ai loro occhi, come metafora e gli interni del castello che prendono via via il calore del focolare con l’amore e la complicità che si viene a creare tra le tre donne, compresa la servetta.

4) Nel montaggio.                                                                                                                     Céline Sciamma non vira mai nel sentimentalismo, perché stacca, a volte con montaggi netti, di chi ha in mano la storia e la disciplina con rigore.

5) La pittura e il cinema.                                                                                                              C’è infine il tema del ritratto, ossia del quadro. Il primo tentativo fallisce. Lo riconosce Héloise, dopo la critica gelida di Marianne. Perché? Perché Héloise ha colto soltanto la superficie del volto della ragazza. E’ solo cogliendo cosa si nasconde dietro di esso, che il ritratto assumerà una verità. E sarà l’esperienza amorosa a determinarla. E’ il sentimento dell’intelligenza, prima ancora della pura intelligenza, che coglie la verità delle cose. Ma questo è l’itinerario stesso del film, sembra dirci Céline Sciamma.

E mi sembra ci sia riuscita. Un film realistico, che si mescola poeticamente al magico.

RITRATTO DELLA GIOVANE IN FIAMME

regia di Céline Sciamma. con Noémie Merlant, Adèle Haenel, Luàna Bajrami, Valeria Golino, Cécile Morel. Titolo originale: Portrait de la jeune fille en feu. Francia, 2019, durata 120 minuti.

“La casa del padre” di Vincenzo Totaro

di Gordiano Lupi

La casa del padre ha debutta in prima assoluta il 29 ottobre, a Vico del Gargano, prosegue a Foggia (4 novembre), Manfredonia, Milano, Roma, Valle Leventina e altre date, per poi affidarsi alla distribuzione televisiva della Running Tv International.

In breve la trama. Antonio torna nella casa della sua infanzia, per venderla secondo indicazioni del fratello Corrado, ma finisce per compiere un tuffo nel passato, immergendosi nei ricordi. La potenziale cliente arriva, ma non è la vera Angela che dovrebbe vedere la casa, bensì una ragazza smarrita, in crisi, in fuga dalla sua esistenza, in attesa di operarsi per una grave malattia. Pure Antonio è un uomo tormentato, malato, ex fumettista e disegnatore, ha un figlio che vive lontano e che sta scrivendo una tesi sui suoi vecchi lavori. Antonio percorre le stanze della casa abbandonandosi a una cascata di ricordi, mentre una notte di tempesta scuote i vetri, scosse di terremoto fanno muovere gli oggetti, pioggia e vento colpiscono le imposte. Angela e Antonio s’incontrano per caso, sboccia una sorta di amore impossibile, un sentimento soffuso di poesia e languore, intrecciato ai troppi pensieri del passato.

Vincenzo Totaro gira un film teatrale, intenso e introspettivo, ricco di suspense narrativa, forse troppo dilatato nei tempi, anche se resta il sospetto che per affrontare simile tematica ci fosse bisogno della lunga distanza.

Spettacolari gli effetti speciali che mostrano il cosmo come cornice iniziale e finale della storia; da sottolineare alcune poetiche dissolvenze, soprattutto quella che dagli occhi della protagonista conduce lo spettatore verso le stelle.

Attori bravissimi e credibili, soprattutto i due protagonisti (Boccanera e Del Nobile), che danno vita a un lungo dialogo letterario mai artefatto e stucchevole, ma realistico e dal sapore bergmaniano.

Molti riferimenti cinematografici portano a Beckett (il fratello è una sorta di Godot che telefona ma non arriva mai), Bergman (rapporto uomo – donna), Scola (la pistola nella borsa, l’incontro in una giornata particolare), Tarr (il paesaggio apocalittico, i piani sequenza, l’incontro).

Storia narrata proustianamente, con andamento circolare, che si apre e si chiude con la visione dell’universo, il ciclo della vita eternamente uguale, la consapevolezza che la nostra esistenza è una piccola cosa nel cosmo infinito.

Straordinaria la fotografia in bianco e nero, curate le scenografie, sceneggiatura senza punti morti, dialoghi ben confezionati, musiche di Chopin adeguate a una storia montata con ritmi compassati.

La casa del padre è una storia d’amore improbabile, un incontro tra un uomo e una donna che sono giunti a un bivio della loro esistenza, un’esperienza di amore e morte che si celebra nella casa dove l’uomo ha vissuto la sua infanzia, in uncontenitore di ricordi che ognuno di noi possiede nella memoria. Se riuscite a vederlo – problema del buon cinema indipendente -, non ve ne pentirete.

LA CASA DEL PADRE

Regia: Vincenzo Totaro. Fotografia: Antonio Universi. Operatore di Riprese ed Effetti Speciali: Luisa Totaro. Fonico Presa Diretta: Vincenzo Moccia. Microfonista: Tonino Bitondi. Costumi: Federico Del Nobile. Scenografia: Leonarda Fabiano, Matteo Del Nobile. Musiche (non originali): Giuseppe De Salvia. Case di Produzione: Silentium Film, Aelita Film. Produttori: Antonio Del Nobile, Vincenzo Totaro. Genere: Drammatico. Durata: 118’. Colore: B/N. Interpreti: Manuela Boccanera (Angela/Cristina), Antonio Del Nobile (Antonio), Rosanna Trotta (Signora Angela), Adriano Santoro (voce di Corrado).

“Sexy is Comedy” di Catherine Breillat

di Gianni Quilici

Si sta girando un film erotico, “Scene intime”, ma i due protagonisti non collaborano, perché non si sono simpatici o forse sono vicendevolmente condizionati. Soprattutto ora che è giunta la ripresa più delicata: una scena di sesso esplicito.

E’ quindi un film che si realizza nel momento in cui si gira un film. In questa rappresentazione emergono concatenandosi molti aspetti del fare cinema: il ruolo della regista, le sue strategie recitative, la direzione della messa in scena, il controllo dei rapporti interpersonali, i conflitti che interagiscono con il set, le difficoltà a risolverli…

Più di un critico ha notato nel film una verbosità talvolta esasperante, un intellettualismo irritante, condito da frasi messe lì a casaccio come se fossero tratte da una rivista cinematografica.  Non ho avuto questa sensazione. Mi è sembrato un film compatto, una sorta di teatro delle crudeltà, dove la crudeltà sia il prezzo, che soprattutto la regista consapevolmente deve pagare per raggiungere gli attimi e, in questo film, l’attimo desiderato, quella (bellissima) scena, in cui la protagonista finalmente si abbandona e fa sentire al set e a noi stessi la verità di quella emozione.

Un film nel film dialettico e corporeo, che ricorda, per molti versi, Occhi di serpente di Abel Ferrara. La dialettica percorre tutto il film e scava sia i protagonisti che il farsi del film. La corporeità è nella bellezza fisica e psichica dei tre protagonisti principali: il sadismo del volto magnetico di Anne Parillaud, lo sguardo sotterraneamente seduttivo di Grégoire Colin, il disorientamento che poi si scioglie in un pianto catartico di Roxane Mesquida.

Sex is comedy

di Catherine Breillat. Con Anne Parillaud, Roxane Mesquida, Grégoire Colin, Ashley Wanninger Commedia, durata 92 min. – Francia, Portogallo 2002.