“L’uomo del labirinto” di Donato Carrisi

nota di Gianni Quilici

Dovrei rivederlo due volte, ma già ho fatto fatica a vederlo una, ma penso che L’uomo del labirinto sia un film realizzato a freddo, sia pure con molta immaginazione, senza un senso che lo leghi ad una possibile verità o sentimento.

Lo scopo, consapevole o meno, mi è sembrato colpire psichicamente lo spettatore attraverso “colpi di scena, con personaggi diabolicamente bislacchi ( i conigli dall’occhio rosso rubino, la ragazza prostituta dal cuore d’oro, il ragazzo dalla faccia ustionata, il sagrestano sulla via del tramonto) con la grancassa della musica che sovraccarica artificialmente le situazioni e con una scenografia esasperata, che, in altro contesto, potrebbe avere un suo originale, inventivo fascino.

Ho l’impressione che la storia arzigogolata finisca per lasciare  deluso, o almeno perplesso, anche quello spettatore che va nella sala per passare “due ore bene”, perché nel film manca qualsiasi processo identificativo e d’altra parte non mi pare che, per la difficoltà a seguire gli eventi, possa interessargli tanto cercare di sciogliere il puzzle che il film presenta alla fine.

Bravi soprattutto  Toni Servillo, misurato nell’interpretare un investigatore determinato e disperato, e Dustin Hoffman nella sua paterna ambiguità.

L’UOMO DEL LABIRINTO

Regia di Donato Carrisi. Un film con Toni Servillo, Dustin Hoffman, Valentina Bellè, Vinicio Marchioni, Caterina Shulha.  Italia, 2019, durata 130 minuti.

” Sea Watch 3″ di Jonas Schreijag e Nadia Kailouli

di Gianni Quilici

Mentre vedevo Sea Watch 3, al Festival dei Popoli,  avrei desiderato, in certe sequenze, che ci fossero state in contrasto le parole e la faccia inflessibile e menzognera, insolente e oltraggiosa di Salvini  trattare le Ong come “un’organizzazione illegale e fuorilegge ”, che fa “sbarco di immigrati illegali da una nave illegale”, “pirata”, “ fuorilegge” sottolineando che i suoi appartenenti sarebbero “complici di scafisti e trafficanti!”, “delinquenti,  sequestratori di esseri umani” e Carole Rackete “sbruffoncella”, “fuorilegge”, “delinquente”, autrice di un atto “criminale”, responsabile di un tentato omicidio in quanto avrebbe “provato a ammazzare cinque militari italiani”, naturalmente “complice dei trafficanti di esseri umani” e così via.

Il film, girato dai giornalisti-registi Jonas Schreijag e Nadia Kailouli, ancora prima presenti a bordo dell’imbarcazione, racconta in diretta la successione degli eventi: dal salvataggio in mare di 53 migranti fino allo sbarco a Lampedusa. Assistiamo così alle scene palpitanti dei migranti sul barcone, ai momenti concitati del salvataggio, ai trasferimenti sulla Sea Watch, ai pianti, agli strazi e alle gioie di bambini, uomini e di donne.

E poi l’attesa, la lunga attesa: gli occhi che guardano verso un orizzonte sempre uguale, le riunioni dell’equipaggio per decidere il che fare, le telefonate con la capitaneria di Lampedusa, l’arrivo dei medici, della guardia di finanza, il malessere che cresce, l’acqua che inizia a mancare e, a volte, le testimonianze di stupri, di ragazzi uccisi, picchiati, bruciati vivi,  fino alla decisione, condivisa da tutti, di Carole Rackete:  l’entrata nelle acque territoriali, lo sbarco, l’accoglienza tra applausi e invettive, mentre Carole, come abbiamo visto centinaia di volte, viene accompagnata in stato d’arresto dalla polizia.

Informazioni risapute, ma poco viste e mai come racconto. Il doc-film ha, quindi, innanzitutto il merito di ricostruire dal vivo una vicenda politica importante, mostrando i fatti, senza giudicare. Sono i fatti, infatti, che parlano da soli.

In secondo luogo i due registi hanno dato un ritmo ai giorni con un montaggio intelligente, che alterna confronti e testimonianze con immagini silenziose, sullo sfondo di un mare che finisce per diventare “immagine inesorabile”.

In terzo luogo il film presenta in azione Carole Rackete, divenuta suo malgrado famosa, attaccata, vilipesa, e anche sostenuta, amata. Carole colpisce, perché è comandante giovane, donna e determinata. La determinazione che viene non dal comando, ma da chi ha le idee chiare e può confrontarle senza alzare la voce con i suoi collaboratori. E’ gentile, ma non cerimoniosa, è scrupolosa, ma sa essere ironica. Lascia, infine, uno spazio di mistero.

Così, quando  penso all’uso spregevole che ha cercato di farne l’ex ministro dell’interno, mi auguro che ci sia presto un processo e che l’ex ministro paghi le colpe delle sue infamie, che vanno oltre la sua figura.

SEA WATCH 3

Regia di Jonas Schreijäg, Nadia Kailouli.. Genere Documentario – Germania, 2019. Durata 112 min.

“In piedi in cima ad un edificio: film 2008-2019″ mostra di Liam Gillick

di Mimmo Mastrangelo

Sin da suoi esordi  agli inizi degli anni novanta  venne salutato tra gli artisti più promettenti della sua generazione, nonché come uno dei  principali interpreti  dell’estetica relazionale (“Relational Aesthetics”), secondo la quale  il punto di partenza della  pratica artistica deve  considerare l’insieme delle relazioni umane e il  contesto sociale in cui si radicano.

Oggi Liam Gillick  è  sicuramente nel mondo un nome di punta dell’arte contemporanea,  dedito alla  strutturazione di un linguaggio  multimediale specifico  che include  sculture, testi, video, installazioni ed altro.

Grazie alla Fondazione Donnaregina   di Napoli  per prima volta viene presentata in Italia una retrospettiva del cinquantacinquenne artista inglese  da molti anni con studio a New York.

Per la curatela di Andrea Villani e Alberto Salvadori, al Museo Madre  poteva essere visitata  fino al prossimo 14 ottobre la mostra   “In piedi in cima ad un edificio: film 2008-2019”  con cui viene fatta una ricognizione del lavoro audiovisivo  dell’ultimo decennio  e affrontato il problema della percezione e fenomenologia  dello spazio, mediato  dai linguaggi succitati.

Ma attenzione, Gillick analizza, scorpora lo spazio innanzitutto dentro tematiche che possono essere  puramente politiche e  sociali. Stuzzica, provoca  lo spettatore per un confronto attivo  attraverso le creazioni di situazioni  formali e performative  che possono mettere  criticamente  in discussione alcuni parametri legati alla fruizione dell’arte.

A riguardo si possono considerare le installazioni  in metallo e plexiglas colorato denominate “Platform Sculptures”, ideate per coinvolgere in “ un’attiva comunicazione”  il visitatore che vive emozioni al contatto di un piano di  segni puri, astratti o minimalisti.  Gillick riconosce  che nel tracciato espositivo del Madre si manifestano   dislocazioni di suoni e immagini che solo apparentemente impediscono lo spettatore di essere coinvolto in un’esperienza unica, completa , ma in  realtà lo spingono ad andare a fondo, a  capire meglio ciò che vede, per cui <<quello che per lui può  sembrare  una manchevolezza, in realtà si svela  come un qualcosa in più di un’informazione critica>>.

I film di Gillick, inoltre,  ci spronano ad analizzare i rapporti  tra opera d’arte, realtà e sviluppo tecnologico in una società sempre  più contaminata dalla proliferazione  di immagini, ciò significa interrogarsi sullo stato delle cose, sul prossimo futuro, sulla responsabilità etica dell’artista il cui lavoro dovrebbe sempre fare da controcanto, argine all’  imbruttimento  morale  dell’uomo.

Con le immagini e dei propri testi il Gillick  concettuale  si interroga su cosa accade intorno a noi  nella politica, nella società, nell’economia,  e <<ci invita  - come afferma Andrea Villani  – ad andare alla ricerca di una verità che non è quella dell’artista,  ma la nostra, quella di cittadini responsabili>>.

“Maria Zef” di Vittorio Cottafavi

di Mimmo Mastrangelo

Ad un certo punto della sua carriera  Vittorio Cottafavi (Modena 1914 – Roma 1998), quasi come se avesse perso  fiducia nella produzione per il grande schermo,   iniziò a girare una serie di sceneggiati per la tv di altissima qualità oltre che seguitissimi dal pubblico,  tra questi si pensi alla versione italiana dei “Racconti di Padre Brown” con Renato Rascel nei panni del prete investigatore dell’omonima opera letteraria dell’inglese Gilbert Keith Chesterton.

Quasi a voler riprendere  una certa indagine sulla condizione femminile nella società italiana -  già  affrontata lungo una traiettoria  melodrammatica  trent’anni prima con  “Una donna ha ucciso” (1952) e poi  “Nel gorgo del peccato”( 1954) – Cottafavi  nel 1981 gira per Rai3 il film in due puntate “Maria Zef”.

Tratto dal romanzo omonimo della  scrittrice veneta  Paola Drigo   (1876- 1938) e da poco restaurato dal Museo  Nazionale del Cinema di Torino insieme alla Cineteca del Friuli, il film è stato presentato al Festival di Venezia nella sezione dei Classici ed appena qualche giorno fa l’hanno proiettato a Trieste alla XVIII edizione del  Festival Milleocchi.

Forte,  cruente quanto  alcune narrazioni di   Matilde Serao o Grazia Deledda, il romanzo della Frigo, vincitore del  “Premio Viareggio”  nel 1937,  si propone modernissimo per la condanna che rivolge al machismo che subordina la figura della donna.  E a Cottafavi va il merito di non essersi lasciato sviare  da tentazioni che  l’avrebbero fatto allontanare pure da quel senso di compassione e pietà che attraversa le pagine della Drigo . <<Una ragazza, una bambina, un giovanotto e uno zio – dirà in un’intervista il regista – sono sufficienti affinché un brandello di verità del mondo ci proponga l’interrogativo al quale forse non sappiamo dare una risposta se non attraverso il sentimento della pietà>>.

Con attori non professionisti,  dialoghi in stretto dialetto friulano  (per questo sono stati necessari i sottotitoli) e riprese fra Udine e i territori della Carnia (Forni di Sopra ed Arta Terme), “Maria Zef” è il dramma  di  una ragazza e della  sua sorellina che, morta la madre, vengono affidate ad uno zio (il poeta Siro Angeli, col regista firma pure la sceneggiatura) che abita in una baita di montagna. Sottomesse e schiavizzate le nipoti, l’uomo arriverà ad abusare di Maria (Renata Chiappino) la quale, ferita nel corpo e nella dignità, ucciderà il molestatore nel tentativo anche di ritrovare la propria  libertà e quella della sorella Rosute  (Anna Bellina).

Ultimo lavoro  nella carriera di Cottafavi, il “Maria Zef” cinematografico per il contesto sociale di povertà in cui sviluppa   può fa ricordare altri due toccanti film italiani, “Gli ultimi” (1963) di Vito Pandolfi e padre David Maria Turoldo e “L’albero degli zoccoli” (1978) di Ermanno Olmi,  ma la sua riuscita trova base d’appoggio sulla lucidità  di una regia  che ha saputo rivestire la storia di Maria e Rosute   di classica trasparenza e collocarla  <<sotto il segno di una profonda e controllata passione>>.

“Il segreto di una famiglia” di Pablo Trapero

di Gianni Quilici

Il segreto di una famiglia mi è sembrato, all’inizio, inutile. Uno di quei film ben confezionati, recitati, verosimili,  ma nel complesso incapace di suscitare emozioni, curiosità o sorprese stilistiche.

In realtà, come si evince dallo sviluppo del film, dentro La Quietud, (la quiete, titolo originale del film, ed anche  nome della grande tenuta,  che si distende nelle verdi pianure della pampa) vive una famiglia di agiati possidenti che, dietro una vita  apparentemente tranquilla, nasconde segreti inquietanti.

E’ con la morte del padre che il film cambia registro: dalla commedia al melodramma . La sequenza intorno alla bara del padre è forse la più efficace del film, perché, in una situazione che dovrebbe essere raccolta e silenziosa, esplodono sentimenti incontrollati e, a noi spettatori, non del tutto chiari

Emergono soprattutto il dolore e la rabbia di una delle protagoniste, la sorella minore, odiata  dalla madre, amata dal padre e contraddittoriamente dalla sorella maggiore, che le ha rubato il ragazzo, per ragioni che capiremo soltanto alla fine.

Da questo momento iniziano le sorprese, che riveleranno i segreti che i protagonisti nascondono.  Scontri feroci, risentimenti, nevrosi: sentimenti intimi, ma anche politici e sociali, che richiamano la dittatura argentina di fine anni ’70,  la cui ferocia è stata più volte raccontata sullo schermo.

Un rapporto politico-psicologico risolto troppo sbrigativamente. Con un finale  tanto sorprendente quanto debole, troppo frettoloso, troppo positivo, che chiude senza aver fatto i conti con la storia delle due protagoniste, interpretate da  Martina Gusman e Bérénice Bejo con acuta sensibilità.

L’INIZIO: Dopo lunghi anni di assenza, e a seguito della morte di suo padre, Eugenia ritorna a La Quietud, la tenuta di famiglia vicino a Buenos Aires, dove ritrova la madre e la sorella. Le tre donne sono costrette ad affrontare i traumi emotivi e gli oscuri segreti del passato che hanno condiviso sullo sfondo della dittatura militare. Emergono rancori sopiti da tempo e gelosie:

La Quietud di Pablo Trapero

Sceneggiatura: Pablo Trapero, Alberto Rojas Apel

Fotografia: Diego Dussuel

Montaggio: Pablo Trapero, Alejandro Brodersohn

Cast:Martina Gusman, Graciela Borges, Édgar Ramírez, Bérénice Bejo

Argentina, 2018, 117 min.

“Giorno della prima di Close Up” di Nanni Moretti

di Gianni Quilici

In questo corto Nanni Moretti risponde praticamente e poeticamente ad una domanda, che potrebbe essere: “Come dovrebbe essere una sala che ama il cinema e i suoi spettatori?”.

Moretti è l’esercente della “Nuova Sacher” -come nella realtà è- che consiglia la cassiera al telefono, controlla la qualità dei panini, l’ordine in cui sono disposti nella libreria i giovani scrittori italiani; è lo stesso che sale frettolosamente le scale fino alla saletta di proiezione per aggiustare “un capellino” la messa a fuoco; è  infine lo stesso che apre la tenda della sala e ci offre un’immagine di Close Up di Kiarostami, velocemente, ma abbastanza per rivelarci la sua struggente poesia.

Film sociologico e poetico. Pensoso e leggero. La leggerezza dell’(auto)ironia. E’ un film non solo sui film, ma sul cinema come produzione, distribuzione,esercizio. E’ una dichiarazione d’amore per il cinema di poesia contro il cinema commerciale. Un film, infine, in cui la leggerezza è pari alla sua profondità. Se non si coglie la profondità, però, non si apprezza la leggerezza.

Giorno della prima di Close Up di e con Nanni Moretti. Italia 1996. Dur: 7′.

“Il sindaco del rione sanità” di Mario Martone

di Laura Menesini

Mario Martone fa un lavoro eccellente, rispolvera un classico e lo aggiorna, mantenendo ben fermo il messaggio “no alla violenza, bisogna interrompere la catena delle vendette”.

Dopo un avvio di stampo gomorristico con la scena dei cani che sembra presa da altri lavori, il protagonista Antonio Barracano si presenta con la sua felpa e cappuccio da giovane moderno, rapper molti lo hanno definito, fa una colazione semplice e cura i suoi addominali facendo esercizi su una panca. Potrebbe sembrare un uomo  rude e camorrista, ma invece è l’uomo che cerca di dirimere con giustizia le controversie del quartiere, là dove le persone ignoranti non possono rivolgersi all’autorità perché non hanno i santi in paradiso, non hanno gli strumenti, sono ignoranti e … “l’astuzia si mangia l’ignoranza!”

In una regione passata sotto i più svariati regimi, dove il potere è sempre stato usato per sopraffare i semplici a proprio vantaggio, la fiducia nello stato o in qualsiasi ente ad esso collegato non può esistere.

Ecco che  un uomo come loro, un uomo comune che è riuscito a venirne fuori grazie alla sua intelligenza e astuzia, può rappresentare un’ancora di salvezza. A lui ci si rivolge quando non si sa più come comportarsi o quando si è disperati … e lui cerca di fare giustizia con le parole, non con la violenza.

È armato come tutti, ma tenta di migliorare il mondo senza far ricorso alla pistola, perché sa bene che sangue chiama sangue.

Ben recitato e realizzato, è sicuramente un film da non perdere.

IL SINDACO DEL RIONE SANITA’

Regia: Mario Martone

Attori: Francesco Di Leva, Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Adriano Pantaleo, Ernesto Mahieux

Fotografia: Ferran Paredes Rubio.  Montaggio: Jacopo Quadri

Paese: Italia, Anno: 2019. Durata: 115 min

“Still Recording” di Saeed Al Batal, Ghiath Ayoub

“L’immagine è l’ultima linea di difesa contro il tempo.”

di Silvia Chessa

In questo docufilm, di Saeed Al Batal e Ghiath Ayoub (23 e 22 anni nel 2011, anno di inizio delle riprese del film), si fondono perfettamente la voglia di documentare la sopravvivenza della vita – anche artistica e creativa- e la guerra in Siria, a partire dalle prime rivolte del 2011 fino alla spaventosa escalation di violenza della dittatura sotto il regime di Assad:  l’orrore ma, al contempo, la vita che continua, anzi si rafforza, nel senso dell’amicizia, stretto, nella creatività e nella ricerca dei ragazzi che impugnano una videocamera come fosse un’arma, inoffensiva ma potente, di autodifesa e di costruzione di un futuro libero e migliore.

La verità della guerra, ripresa e documentata, non trasmette solo partecipazione e turbamento per le vittime innocenti, bensì lascia spazio al senso di tenerezza suscitato da tante piccole scene cariche di vita (penso alle carezze ad un gattino, alla magia purificatrice di una nevicata, al ballo e bacio dei giovani, alle battute, alla musica di un pianoforte che dolcemente avvolge e si infiltrerà, forse, perfino  fra i pertugi dei cecchini). Affiora, o almeno balugina da lungi, la speranza di una possibile risoluzione di pace in un dialogo tra un giovane soldato di Assad ed un ribelle che,  intercettata una linea di comunicazione col soldato del regime, mentre lo offende e lo provoca, cerca, al contempo, di sviluppare nell’altro domande e riflessioni che lo portino a capire come ciò che sta facendo, per il regime, non abbia senso… E magari, lentamente, in quelle comunicazioni intermittenti e travagliate, una possibilità esiste di illuminare le menti ottenebrate dalla propaganda e quasi emerge una compassione per l’ingenuità di quanti, senza strumenti adeguati, e troppo giovani, vengono  manipolati e assoldati dal tritacarne militare  dittatoriale…

Infine questo film – della durata ragguardevole ma non ridondante di 120 minuti -strizzati da 450 ore di girato e quindi sintesi di una lunga avventura- lancia come un guanto di sfida: una riflessione sul fare cinema, partendo, il film, proprio da una lezione sul cinema.

Ad esordio del film, studiando “Underworld”, un classico americano bello ma anche molto costoso (un budget che, sottolinea il prof. con amara ironia, basterebbe a costruire, in Siria, una trentina fra ospedali e scuole), si introducono elementi del sapere tecnico, come le regole dell’uomo vitruviano di Leonardo, la messa a  fuoco, la necessità di non spezzare le linee umane, il ritmo, l’armonia di una ripresa. Si mostra poi, successivamente, come tali regole vadano a cozzare con le riprese che lo stesso insegnante ha modo di fare per le strade insanguinate dai bombardamenti e dagli stermini dell’esercito: come a dire che teoria e perfezione estetica si sovvertono, trovando, di necessità, altri sbocchi, altre norme e diverse possibilità. V’è più bellezza, ad esempio, nella volontà di non inquadrare, per pudore, il volto di un amico morto in strada, o nell’idea di effettuare un giro di videocamera di 360°, usualmente insolito, e rappresentare come i corpi degli amici, nel sonno, si fondano quasi senza soluzione di continuità in una linea allegorica di naturalezza ed etica morale.

Uno dei messaggi, non ricercati ma spontanei, che ci regala Still recording è appunto il diritto alla sopravvivenza, alla fratellanza, alla fuga dall’insensatezza dello sterminio, andando, invece, verso la vita, la libertà, la difesa dei nostri basilari diritti umani.

Incluso quello, come dice uno dei ragazzi parlando con gli altri a telecamera accesa, di non dover scappare, improvvisamente, solo perché si è scesi in piazza: “Non vado alle manifestazioni perché non voglio dover scappare, e non posso non scappare, perché non voglio morire”.

Come dargli torto? Considerando, oltretutto, che questi giovani hanno, da poco, non-festeggiato, sotto le macerie siriane, i loro vent’anni.

Chiamasi democrazia quel semplice ed elementare diritto alla parola per il quale ci si immola in paesi come la Siria (ma anche altrove) e dovrebbe essere garantito universalmente, protetto e difeso da tutte le democrazie mondiali. Le quali invece tacciono, corresponsabili di una carneficina che dura da otto anni.

STILL RECORDING

Titolo originale: Lissa ammetsajjel

Regia: Saeed Al Batal, Ghiath Ayoub

Siria-Libano-Qatar-Francia-Germania, 2018, 120′

Fotografia: Saeed Al Batal, Raafat Bayram, Milad Amin, Ghiath Beram, Abdel Rahman Najjar

Montaggio: Raya Yamisha, Qutaiba Barhamji

Produzione: Mohammad Ali Atassi – Bidayyat for Audiovisual Art

Distribuzione: Reading Bloom, Isola Edipo, Kama Productions, Sindacato Italiano Critici Cinematogr

“Prime visioni Altre visioni” a cura del Circolo del cinema di Lucca

Cinema Centrale

PER RENDERE MIGLIORE

Per rendere migliore e più gradevole la visione dei film ai soci del Circolo  e nell’intento di riavvicinare i giovani alla sala cinematografica, Vi elenchiamo alcune modifiche che saranno applicate nella prossima  stagione 2019/20 .

1. Inizio proiezioni  ore 21,15 a seguito del risultato del sondaggio che ha visto, in percentuale, prevalere  l’ orario anticipato

2. TESSERA YONG per i nati dopo il 1 gennaio 1997 riavvicinare i giovani alla sala cinematografica. Tale tessera, dal costo di 10 Euro, darà la possibilità ai sottoscrittori di partecipare a tutte le proiezioni (Centrale e S. Micheletto) gratuitamente. Naturalmente la tessera sarà strettamente personale, non cedibile e dovrà essere SEMPRE accompagnata da un documento di riconoscimento.

3. TESSERA SOCIO SOSTENITORE al costo di 100 euro. La suddetta tessera darà l’ accesso a tutte le proiezioni della stagione 2019/20.

4. TESSERA SOCIO ORDINARIO avrà un costo di 10 Euro, ma i sottoscrittori, la sera della iscrizione, avranno diritto all’ingresso gratuito.

5. PROIEZIONI DI 1 O 2 FILM IN VERSIONE ORIGINALE, a ciclo,  con sottotitoli in italiano come richiesto da diversi soci.

Prime visioni Altre visioni

Iniziamo questa nuova stagione con le novità che vi abbiamo anticipato: un nuovo orario e nuove tessere. Novità che pensiamo siano di vostro gradimento, come pure questo nuovo ciclo di prime visioni, vario nelle tematiche e nello stile dei singoli autori.

Vediamoli. Un horror rock, ecologista e leggero di Jim Jarmush e i segreti morbosi di una famiglia, in un film sovraccarico di colpi di scena; la delicatezza profonda de L’ospite con la presenza in sala del regista stesso, Duccio Chiarini e  un grande film, Tesnota, di un giovanissimo talentuoso regista;  Al Pacino, regista e attore, che si confronta con la Salomè di Oscar Wilde e “Anna”, fotoreporter, che scopre la violenza dei bassifondi thailandesi in un film ad alta tensione.

Giovedì 26 settembre 2019

I morti non muoiono  di  Jim Jarmusch Acon Bill Murray, Adam Driver, Tilda Swinton,  Steve Buscemi. USA, 2019, durata 103 minuti.

La pacifica città di Centerville si trova a combattere un’orda di zombie, mentre i morti iniziano a sorgere dalle loro tombe. Diretto da Jim Jarmusch, una commedia dall’ironia irresistibile, che spiazza lo spettatore e rivela uno stile che si fa morale e insieme visione del mondo.

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Giovedì 3 ottobre 2019

Il segreto di una famiglia di Pablo Trapero con Martina Gusman, Bérénice Bejo, Edgar Ramirez, Joaquín Furriel. Argentina, Francia, 2018, durata 112 minuti.

Due sorelle, una madre inquieta, un padre malato e una tenuta in campagna dove ritrovarsi tutti insieme. I rapporti stretti, persino morbosi, esplodono. E lasciano emergere segreti inconfessabili e frustrazioni a lungo sopite: l’indicibile, il proibito, l’osceno. Materia incandescente, che Trapero gestisce con autorevolezza,  aiutato anche dalla sensualità abbacinante delle due attrici Bérénice Bejo e Martina Gusman.  Con doppiofondo a sorpresa.

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Giovedì 10 ottobre 2019

L’ospite di Duccio Chiarinicon Daniele Parisi, Silvia D’Amico, Anna Bellato, Sergio Pierattini.  Italia, Francia, 2018, durata 94 minuti.

Sarà presente il regista Duccio Chiarini.

Guido pensava di avere una vita tranquilla  quando, in un pomeriggio d’inverno,  sotto alle lenzuola,  un imprevisto turba la sua relazione con la fidanzata Chiara…Sorprendente  commedia su un precariato anzitutto sentimentale, con un ritmo da strisce a fumetti, leggero e, al contempo, profondo.

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Giovedì 17 ottobre 2019

Tesnota di Kantemir Balagov con Atrem Cipin, Olga Dragunova, Veniamin Kac. Francia, 2017, durata 110 minuti

Alla fine degli anni Novanta, due giovani fidanzati vengono rapiti. Non volendo rivolgersi alla polizia, la sorella Ilana esplora strade alternative … Premiato a Cannes 2017,Tesnota è lo straordinario e sorprendente film di Kantemir Balagov, ventisei anni,  allievo di Sokurov e destinato a far parlare di sé a lungo. Un film  risolto, calibrato,  e perfettamente orchestrato. Ogni gesto, ogni volto (che attori!), ogni dettaglio, fossero anche le pozzanghere o i tristi edifici sovietici , sfiora e insieme sfida l’elegia.. Per chi ancora cerca un cinema diverso, da non perdere.

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Giovedì 24 ottobre 2019

Wilde Salome di  Al Pacino. con Al Pacino, Jessica Chastain, Kevin Anderson, Roxanne Hart. USA, 2010, durata 87 min.

Alla Mostra di Venezia 2011, venne, alla fine e a ragione, travolto dagli applausi. La terza prova dietro la macchina da presa di Al Pacino ripesca  Oscar Wilde e ne fa materia d’artista,  una riflessione sull’ossessione per la bellezza. Non un film pesante, bensì un film pensante, una riflessione sul cinema, sul teatro e sull’arte/amore portati alle estreme conseguenze. Sorprendente.

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Lunedì 28 ottobre 2019

Anna  di Charles-Olivier Michaud.con Anna Mouglalis, Pierre-Yves Cardinal, Pascale Bussières. Canada, Thailandia, 2015, durata 107 min.

Anna, nota fotoreporter, si trova in Asia per un reportage sulle giovani donne vittime della tratta di esseri umani  in Thailandia. Spintasi troppo oltre, viene rapita . . . Una forte storia di violenza e rinascita. Un film dominato da un’altissima tensione che prende lo spettatore dall’inizio alla fine con una straordinaria Anna Mouglalis nei panni di Anna.

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“Paradiso”, di Alessandro Negrini

di Silvia Chessa

Nel Fountain, quartiere chiave della città di Derry (Derry per i cattolici, ma Londonderry per i protestanti), Irlanda del Nord, negli anni 60, si viveva felici, in solidarietà ed armonia. Spesso le ragazze andavano a ballare al mitico The Mem -famosa sala da ballo protestante, ma, in primis, centro della vita culturale e sociale del Fountain – dove speravano incontrare il cavaliere danzante dei loro sogni. Punto di riferimento musicale era anche il pub Paradiso, piccolo luogo di evasione di città, rimasto indelebile nella mente degli abitanti come un “Paradiso perduto”, mentre il gruppo più acclamato erano i Signetts, una band di 5 elementi fortissimi.

Tutto ciò accadeva prima che, nel 1969, fosse eretta la barricata a dividere le due fazioni, protestanti e cattolici, inizio di una triste stagione di conflitti civili.

A raccontarci di questo idilliaco passato sono, nell’esordio del film, Katherine e May, due irresistibili sorelle, soprannominate all’epoca d’oro, del Fountain e di loro due, “le bamboline del The Mem”.

Ed è proprio il loro passo, lieve e brioso, a dare il passo, e non solo d’apertura, a questo docufilm, il loro stile, composto ma dalle frequenti accensioni (appena si capta nell’aria una nota di tango), rispecchia lo stile di “Paradiso” ed infine la loro indissolubile sorellanza e frizzante complicità dà la misura di quest’opera: poetica, ironica.

Dopo Katherine e May, conosciamo Roy Arbuckle, musicista indomito dei Signetts.

Roy spiega l’importanza della storia della città di Derry: per i protestanti simbolo della sopravvivenza in terra ostile, per i cattolici simbolo di colonizzazione e repressione.

Ma non è sulla guerra, né sul passato, in generale, che ristagna la trama del film.

Capiamo così, fiutando posto e personaggi vari, che il Genius loci è ancora la musica, la musica in se stessa e la musica come fonte del ballo, ed essa ancora non può dirsi spenta, o sconfitta.

Se un muro di sicurezza è una medaglia a doppia faccia, generatore di paure e tensioni, ma anche di false e vischiose sicurezze, alle quali, alla lunga, ci si rassegna e poi financo affeziona, allora l’idea di una serata danzante, all’insegna della riappacificazione, può fare il miracolo, che inizia precisamente da quando qualcuno comincia a sperare nell’impossibile.

E così a Roy Arbuckle viene l’idea di riunire, dopo 40 anni, tutta la sua band ed organizzare una serata danzante proprio al Mem, all’insegna della riappacificazione, per rinsaldare quel bel tessuto sociale strappato dal muro. Suonare e far ballare tutti, protestanti e cattolici, aprendo senza restrizioni la sala del Mem.

L’ardimentosa avventura galvanizza tutti, solo che riunire una band di ultrasettantenni – anche se molto rock e vivaci- non è impresa scontata.

Infatti sorgono, accanto a piccoli e momentanei malumori, anche ostacoli materiali: il sassofonista non si presenta per i primi giorni, il chitarrista soffre problemi di salute (qualcuno, sarcastico, suggerisce di sostituirlo con un cartonato, che nessuno capirà la differenza), e, da ultimo, la sera della vigilia, risulta la drammatica evidenza della vendita di soli 40 biglietti!

Anche l’ottimismo invitto degli organizzatori inizia a vacillare..ma il sogno avviato non può arrestarsi.

E dunque arriva il giorno e arriva la gente, tanta gente, anche le donne del Creggan, perfino da Belfast e da Galway, da tutta la città, a riempire ed animare la sala. L’inimmaginabile è avvenuto.

La sala scintilla, come se il tempo non fosse trascorso (bellissime le foto d’epoca in bianco e nero che si intrecciano a quelle attuali), e i Signetts suonano, conquistano il pubblico di varia provenienza.

Per una sera, quella che poteva sembrare una idea folle si rivela una soluzione praticabile e addirittura geniale: la musica e il ballo abbattono davvero le barricate.

E se è stato possibile per una volta, tutto è possibile e tutto può cambiare, in ogni tempo.

“Paradiso” di Alessandro Negrini è, a conti fatti, un nuovo genere di film: una docu-favola (autenticamente documentario e ineluttabilmente favola), un racconto minimo, ma di grande rilievo e di congenita portata metaforica.

Andrebbe non solo visto, per piacere cinefilo, ma anche studiato ai tavoli dove si disegnano scenari politici poveri di speranza, sordi alla musica della pace, dimentichi del potere, sconfinato, dei sogni, temperati sul fuoco dell’intelligenza e della buona volontà.

Paradiso

Regia, soggetto e sceneggiatura: Alessandro Negrini

Interpreti: Roy Arbuckle, May Hamilton, Kathleen Mckane, The Signetts Showband

Fotografia (HD, colore): Oddgei Saether; Fonici: Kevin McCarthy, Eamon McKenna, Christine Barker; Colonna sonora originale a cura di: Roy Arbuckle, John Trotter;

Montaggio: Luca Benetti, Claire O’Neill; Mixer doppiaggio: Paul Maynes
Online editor: David Gray ; Produttore: Margo Harkin; Produttore associato: Colomba Damiani; Direttore di produzione: Edel Harkin; Produttore esecutivo: Fergus Keeling (BBC)

Prima proiezione pubblica: Slow Film Festival, Eger (Ungheria) e Arcipelago Rome Film Festival, 2011Anno: 2010; Durata: 59’.