“Carmen Story” di Carlos Saura

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di Gianni Quilici

Dopo il bellissimo “Nozze di sangue”, Carlos Saura e Antonio Gades ripropongono un nuovo film con al centro il flamenco, dove, però, i piani dell’allestimento teatrale finiscono per intrecciarsi ed alla fine per confondersi con la realtà della vita.

Un cenno sulla storia: il coreografo Antonio Gades durante la ricerca per l’allestimento della “Carmen” va ad assistere ai corsi di flamenco di Cristina Hoyos ed appena chiama un’allieva, che si chiama appunto Carmen, ne rimane ammaliato tanto che, dopo averla vista danzare, si convince che quella ragazza severa e sicura di sé nella sua indisciplina ha  il carattere sanguigno della vera Carmen . . .

E’ un film sul corpo, perché a parlare sono i corpi, i volti, le mani… a cominciare dalla bellissima, sensuale, enigmatica protagonista (Laura del Sol)

E’ un film sulla cultura andalusa e sul linguaggio di questa cultura a iniziare dalle musiche che accompagnano la danza, attinte in prevalenza alla cultura popolare e che spesso trovano i loro suoni dallo schiocco delle dita, dai battiti delle mani e soprattutto dei  tacchi

CARMEN STORY

di Carlos Saura. Con Antonio Gades, Cristina Hoyos, Laura Del Sol, Paco De Lucia, Juan Antonio Jimenez. durata 102 min. – Spagna 1983.

Festival dei Popoli. “This Film Is About Me” di Alexis Delgado Burdalo

di Gianni Quilici

Vedendo questo medio metraggio This Film is About Me viene da dirsi “peccato perché difficilmente sarà visto o rivisto” quando invece lo meriterebbe. Per due ragioni almeno.

Prima: Renata Soskey, la protagonista del film, confinata in un penitenziario per aver commesso un delitto di cui evita di parlare, è una donna vitalisticamente egocentrica, che esprime questo amore verso sé con una notevole capacità comunicativa, che diventa poesia, pensiero e si fa anche spettacolo, teatro, perché dà alla sua dimensione di donna ironia e profondità, fragilità e inventiva, invettiva e seduzione.

Seconda ragione: il regista, Alexis Delgado Burdalo, l’asseconda, ossia la capisce, le dà spazio, ma anche la dirige nel rapporto che istituisce, da ciò che si può intuire, con lei; che infine va oltre la testimonianza nell’utilizzo del linguaggio, alternando inquadrature di primissimi piani contemplativi a montaggi serrati con una musica azzeccata e un finale splendido.

This Film Is About Me di Alexis Delgado Burdalo. Un film con Renata Soskey. Spagna, 2019, durata 61 minuti.

Festival dei Popoli “Non è sogno! di Giovanni Cioni

di Maddalena Ferrari

Il film ci introduce in un set cinematografico, dove attori si alternano nelle prove di una recita, monologhi e battute  da Che cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini. Gli attori sono gli ospiti del carcere di Capanne ( Perugia ) e le loro performances si alternano a brani del dialogo fra Ninetto Davoli-Otello e Totò-Jago, che sono fuori dal contesto narrativo (la finzione) e rappresentano la realtà vera degli interpreti, a loro volta burattini: la cattiveria di Jago, che muove le fila di chi ( Otello ), uccide e di chi ( Desdemona) forse voleva essere uccisa, la verità, che è dentro di te, ma che non devi nominare, altrimenti svanisce.

Il nostro incontro con i protagonisti del film non è diretto, avviene mediante un filtro, che è quello di un comune lavoro intellettuale-artistico, della letteratura e della filosofia, attraverso i testi di Pasolini e Calderon de la Barca ( La vita è sogno ) .

Recitare la sceneggiatura di Pasolini è uscire da se stessi,confrontarsi con un vissuto che non è il proprio, che i prigionieri cercano di esorcizzare, ridendo, rimpicciolendosi, nascondendosi, tra tentativi di impegnarsi e cedimenti plateali. Tuttavia questo lavoro li porta, accompagnati dalla voce fuori campo del regista, che riprende le parole e la storia del principe Sigismondo del dramma spagnolo, ad affrontare la propria vicenda, a parlare di sé.

I carcerati danno, o rappresentano, i loro volti-corpi, le loro parole, con una serietà ed una convinzione via via maggiori; si avvicendano fra loro : chi rimane, chi esce, che viene trasferito.

Uno di loro occupa quasi tutto lo spazio finale del film, con i suoi grandi occhi aperti sul passato, sul presente e soprattutto su un futuro indecifrabile.

Quale o quali verità ci comunicano? Tutto si mantiene sul filo dell’ambiguità: il regista, insieme ai suoi interpreti, ci fa capire che la vita fluttua tra teatro e rappresentazione di sé, tra realtà e sogno, ma, a differenza del titolo di Calderon, non è sogno.

Noi spettatori non possiamo non ammirare il lavoro fatto da Giovanni Cioni con queste persone e la scelta di filmarlo in corso d’opera; non siamo in grado di valutare le difficoltà nell’approccio, nelle riprese, nella selezione del girato e nel montaggio; però il film, così come lo recepiamo, ci coinvolge e ci convince, lo sentiamo parte di noi e speriamo che sia stato liberatorio per tutti quelli che sono stati coinvolti nella sua realizzazione, come del resto è risultato anche per noi.

Non è Sogno di Giovanni Cioni.  Documentario – Italia, 2019, durata 95 minuti.

“Festival dei Popoli: impressioni” di Gianni Quilici

Da quando scoprii il Festival dei Popoli, una decina di anni fa, sono stato sempre presente. Due, tre giorni, quattro  a volte. Mi sembra per le esperienze vissute uno dei Festival più necessari, ricchi, confortevoli e anche più sorprendenti.

Innanzitutto per quei film che ti mettono a confronto con il Pianeta, ti presentano scenari sconosciuti, ti pongono domande brucianti, ti coinvolgono, talvolta,  intimamente. In conclusione ti sommuovono sia nello spazio che nel linguaggio.

Da qui l’importanza degli incontri con registi-e sempre utili, soprattutto quando il film proiettato ha acceso curiosità o emozioni.

Infine le sale sono confortevoli: grande e spaziosa la Compagnia, raccolta l’Alfieri;  staff disponibile e gentile con quei dettagli ecologici ( acqua naturale gratuita,  borsetta naturale); il programma cartaceo graficamente ben fatto, con le note dei film sintetiche, che ne danno il senso, senza banalmente illustrarlo, e per ultimo il bar con l’ apericena.

L’insieme di tutto ciò può permettere, come ho sperimentato, di entrare alle 15 e di uscire, dopo l’ultimo film, intorno alle 23. Dal film di Kieslowski a “Cunningham”. Con poca fatica, molto piacere. E  quando esci si incontra Firenze con la sua bellezza se, superando il sovraffollamento turistico, la sai vedere.

“L’uomo del labirinto” di Donato Carrisi

nota di Gianni Quilici

Dovrei rivederlo due volte, ma già ho fatto fatica a vederlo una, ma penso che L’uomo del labirinto sia un film realizzato a freddo, sia pure con molta immaginazione, senza un senso che lo leghi ad una possibile verità o sentimento.

Lo scopo, consapevole o meno, mi è sembrato colpire psichicamente lo spettatore attraverso “colpi di scena, con personaggi diabolicamente bislacchi ( i conigli dall’occhio rosso rubino, la ragazza prostituta dal cuore d’oro, il ragazzo dalla faccia ustionata, il sagrestano sulla via del tramonto) con la grancassa della musica che sovraccarica artificialmente le situazioni e con una scenografia esasperata, che, in altro contesto, potrebbe avere un suo originale, inventivo fascino.

Ho l’impressione che la storia arzigogolata finisca per lasciare  deluso, o almeno perplesso, anche quello spettatore che va nella sala per passare “due ore bene”, perché nel film manca qualsiasi processo identificativo e d’altra parte non mi pare che, per la difficoltà a seguire gli eventi, possa interessargli tanto cercare di sciogliere il puzzle che il film presenta alla fine.

Bravi soprattutto  Toni Servillo, misurato nell’interpretare un investigatore determinato e disperato, e Dustin Hoffman nella sua paterna ambiguità.

L’UOMO DEL LABIRINTO

Regia di Donato Carrisi. Un film con Toni Servillo, Dustin Hoffman, Valentina Bellè, Vinicio Marchioni, Caterina Shulha.  Italia, 2019, durata 130 minuti.

” Sea Watch 3″ di Jonas Schreijag e Nadia Kailouli

di Gianni Quilici

Mentre vedevo Sea Watch 3, al Festival dei Popoli,  avrei desiderato, in certe sequenze, che ci fossero state in contrasto le parole e la faccia inflessibile e menzognera, insolente e oltraggiosa di Salvini  trattare le Ong come “un’organizzazione illegale e fuorilegge ”, che fa “sbarco di immigrati illegali da una nave illegale”, “pirata”, “ fuorilegge” sottolineando che i suoi appartenenti sarebbero “complici di scafisti e trafficanti!”, “delinquenti,  sequestratori di esseri umani” e Carole Rackete “sbruffoncella”, “fuorilegge”, “delinquente”, autrice di un atto “criminale”, responsabile di un tentato omicidio in quanto avrebbe “provato a ammazzare cinque militari italiani”, naturalmente “complice dei trafficanti di esseri umani” e così via.

Il film, girato dai giornalisti-registi Jonas Schreijag e Nadia Kailouli, ancora prima presenti a bordo dell’imbarcazione, racconta in diretta la successione degli eventi: dal salvataggio in mare di 53 migranti fino allo sbarco a Lampedusa. Assistiamo così alle scene palpitanti dei migranti sul barcone, ai momenti concitati del salvataggio, ai trasferimenti sulla Sea Watch, ai pianti, agli strazi e alle gioie di bambini, uomini e di donne.

E poi l’attesa, la lunga attesa: gli occhi che guardano verso un orizzonte sempre uguale, le riunioni dell’equipaggio per decidere il che fare, le telefonate con la capitaneria di Lampedusa, l’arrivo dei medici, della guardia di finanza, il malessere che cresce, l’acqua che inizia a mancare e, a volte, le testimonianze di stupri, di ragazzi uccisi, picchiati, bruciati vivi,  fino alla decisione, condivisa da tutti, di Carole Rackete:  l’entrata nelle acque territoriali, lo sbarco, l’accoglienza tra applausi e invettive, mentre Carole, come abbiamo visto centinaia di volte, viene accompagnata in stato d’arresto dalla polizia.

Informazioni risapute, ma poco viste e mai come racconto. Il doc-film ha, quindi, innanzitutto il merito di ricostruire dal vivo una vicenda politica importante, mostrando i fatti, senza giudicare. Sono i fatti, infatti, che parlano da soli.

In secondo luogo i due registi hanno dato un ritmo ai giorni con un montaggio intelligente, che alterna confronti e testimonianze con immagini silenziose, sullo sfondo di un mare che finisce per diventare “immagine inesorabile”.

In terzo luogo il film presenta in azione Carole Rackete, divenuta suo malgrado famosa, attaccata, vilipesa, e anche sostenuta, amata. Carole colpisce, perché è comandante giovane, donna e determinata. La determinazione che viene non dal comando, ma da chi ha le idee chiare e può confrontarle senza alzare la voce con i suoi collaboratori. E’ gentile, ma non cerimoniosa, è scrupolosa, ma sa essere ironica. Lascia, infine, uno spazio di mistero.

Così, quando  penso all’uso spregevole che ha cercato di farne l’ex ministro dell’interno, mi auguro che ci sia presto un processo e che l’ex ministro paghi le colpe delle sue infamie, che vanno oltre la sua figura.

SEA WATCH 3

Regia di Jonas Schreijäg, Nadia Kailouli.. Genere Documentario – Germania, 2019. Durata 112 min.

“In piedi in cima ad un edificio: film 2008-2019″ mostra di Liam Gillick

di Mimmo Mastrangelo

Sin da suoi esordi  agli inizi degli anni novanta  venne salutato tra gli artisti più promettenti della sua generazione, nonché come uno dei  principali interpreti  dell’estetica relazionale (“Relational Aesthetics”), secondo la quale  il punto di partenza della  pratica artistica deve  considerare l’insieme delle relazioni umane e il  contesto sociale in cui si radicano.

Oggi Liam Gillick  è  sicuramente nel mondo un nome di punta dell’arte contemporanea,  dedito alla  strutturazione di un linguaggio  multimediale specifico  che include  sculture, testi, video, installazioni ed altro.

Grazie alla Fondazione Donnaregina   di Napoli  per prima volta viene presentata in Italia una retrospettiva del cinquantacinquenne artista inglese  da molti anni con studio a New York.

Per la curatela di Andrea Villani e Alberto Salvadori, al Museo Madre  poteva essere visitata  fino al prossimo 14 ottobre la mostra   “In piedi in cima ad un edificio: film 2008-2019”  con cui viene fatta una ricognizione del lavoro audiovisivo  dell’ultimo decennio  e affrontato il problema della percezione e fenomenologia  dello spazio, mediato  dai linguaggi succitati.

Ma attenzione, Gillick analizza, scorpora lo spazio innanzitutto dentro tematiche che possono essere  puramente politiche e  sociali. Stuzzica, provoca  lo spettatore per un confronto attivo  attraverso le creazioni di situazioni  formali e performative  che possono mettere  criticamente  in discussione alcuni parametri legati alla fruizione dell’arte.

A riguardo si possono considerare le installazioni  in metallo e plexiglas colorato denominate “Platform Sculptures”, ideate per coinvolgere in “ un’attiva comunicazione”  il visitatore che vive emozioni al contatto di un piano di  segni puri, astratti o minimalisti.  Gillick riconosce  che nel tracciato espositivo del Madre si manifestano   dislocazioni di suoni e immagini che solo apparentemente impediscono lo spettatore di essere coinvolto in un’esperienza unica, completa , ma in  realtà lo spingono ad andare a fondo, a  capire meglio ciò che vede, per cui <<quello che per lui può  sembrare  una manchevolezza, in realtà si svela  come un qualcosa in più di un’informazione critica>>.

I film di Gillick, inoltre,  ci spronano ad analizzare i rapporti  tra opera d’arte, realtà e sviluppo tecnologico in una società sempre  più contaminata dalla proliferazione  di immagini, ciò significa interrogarsi sullo stato delle cose, sul prossimo futuro, sulla responsabilità etica dell’artista il cui lavoro dovrebbe sempre fare da controcanto, argine all’  imbruttimento  morale  dell’uomo.

Con le immagini e dei propri testi il Gillick  concettuale  si interroga su cosa accade intorno a noi  nella politica, nella società, nell’economia,  e <<ci invita  - come afferma Andrea Villani  – ad andare alla ricerca di una verità che non è quella dell’artista,  ma la nostra, quella di cittadini responsabili>>.

“Maria Zef” di Vittorio Cottafavi

di Mimmo Mastrangelo

Ad un certo punto della sua carriera  Vittorio Cottafavi (Modena 1914 – Roma 1998), quasi come se avesse perso  fiducia nella produzione per il grande schermo,   iniziò a girare una serie di sceneggiati per la tv di altissima qualità oltre che seguitissimi dal pubblico,  tra questi si pensi alla versione italiana dei “Racconti di Padre Brown” con Renato Rascel nei panni del prete investigatore dell’omonima opera letteraria dell’inglese Gilbert Keith Chesterton.

Quasi a voler riprendere  una certa indagine sulla condizione femminile nella società italiana -  già  affrontata lungo una traiettoria  melodrammatica  trent’anni prima con  “Una donna ha ucciso” (1952) e poi  “Nel gorgo del peccato”( 1954) – Cottafavi  nel 1981 gira per Rai3 il film in due puntate “Maria Zef”.

Tratto dal romanzo omonimo della  scrittrice veneta  Paola Drigo   (1876- 1938) e da poco restaurato dal Museo  Nazionale del Cinema di Torino insieme alla Cineteca del Friuli, il film è stato presentato al Festival di Venezia nella sezione dei Classici ed appena qualche giorno fa l’hanno proiettato a Trieste alla XVIII edizione del  Festival Milleocchi.

Forte,  cruente quanto  alcune narrazioni di   Matilde Serao o Grazia Deledda, il romanzo della Frigo, vincitore del  “Premio Viareggio”  nel 1937,  si propone modernissimo per la condanna che rivolge al machismo che subordina la figura della donna.  E a Cottafavi va il merito di non essersi lasciato sviare  da tentazioni che  l’avrebbero fatto allontanare pure da quel senso di compassione e pietà che attraversa le pagine della Drigo . <<Una ragazza, una bambina, un giovanotto e uno zio – dirà in un’intervista il regista – sono sufficienti affinché un brandello di verità del mondo ci proponga l’interrogativo al quale forse non sappiamo dare una risposta se non attraverso il sentimento della pietà>>.

Con attori non professionisti,  dialoghi in stretto dialetto friulano  (per questo sono stati necessari i sottotitoli) e riprese fra Udine e i territori della Carnia (Forni di Sopra ed Arta Terme), “Maria Zef” è il dramma  di  una ragazza e della  sua sorellina che, morta la madre, vengono affidate ad uno zio (il poeta Siro Angeli, col regista firma pure la sceneggiatura) che abita in una baita di montagna. Sottomesse e schiavizzate le nipoti, l’uomo arriverà ad abusare di Maria (Renata Chiappino) la quale, ferita nel corpo e nella dignità, ucciderà il molestatore nel tentativo anche di ritrovare la propria  libertà e quella della sorella Rosute  (Anna Bellina).

Ultimo lavoro  nella carriera di Cottafavi, il “Maria Zef” cinematografico per il contesto sociale di povertà in cui sviluppa   può fa ricordare altri due toccanti film italiani, “Gli ultimi” (1963) di Vito Pandolfi e padre David Maria Turoldo e “L’albero degli zoccoli” (1978) di Ermanno Olmi,  ma la sua riuscita trova base d’appoggio sulla lucidità  di una regia  che ha saputo rivestire la storia di Maria e Rosute   di classica trasparenza e collocarla  <<sotto il segno di una profonda e controllata passione>>.

“Il segreto di una famiglia” di Pablo Trapero

di Gianni Quilici

Il segreto di una famiglia mi è sembrato, all’inizio, inutile. Uno di quei film ben confezionati, recitati, verosimili,  ma nel complesso incapace di suscitare emozioni, curiosità o sorprese stilistiche.

In realtà, come si evince dallo sviluppo del film, dentro La Quietud, (la quiete, titolo originale del film, ed anche  nome della grande tenuta,  che si distende nelle verdi pianure della pampa) vive una famiglia di agiati possidenti che, dietro una vita  apparentemente tranquilla, nasconde segreti inquietanti.

E’ con la morte del padre che il film cambia registro: dalla commedia al melodramma . La sequenza intorno alla bara del padre è forse la più efficace del film, perché, in una situazione che dovrebbe essere raccolta e silenziosa, esplodono sentimenti incontrollati e, a noi spettatori, non del tutto chiari

Emergono soprattutto il dolore e la rabbia di una delle protagoniste, la sorella minore, odiata  dalla madre, amata dal padre e contraddittoriamente dalla sorella maggiore, che le ha rubato il ragazzo, per ragioni che capiremo soltanto alla fine.

Da questo momento iniziano le sorprese, che riveleranno i segreti che i protagonisti nascondono.  Scontri feroci, risentimenti, nevrosi: sentimenti intimi, ma anche politici e sociali, che richiamano la dittatura argentina di fine anni ’70,  la cui ferocia è stata più volte raccontata sullo schermo.

Un rapporto politico-psicologico risolto troppo sbrigativamente. Con un finale  tanto sorprendente quanto debole, troppo frettoloso, troppo positivo, che chiude senza aver fatto i conti con la storia delle due protagoniste, interpretate da  Martina Gusman e Bérénice Bejo con acuta sensibilità.

L’INIZIO: Dopo lunghi anni di assenza, e a seguito della morte di suo padre, Eugenia ritorna a La Quietud, la tenuta di famiglia vicino a Buenos Aires, dove ritrova la madre e la sorella. Le tre donne sono costrette ad affrontare i traumi emotivi e gli oscuri segreti del passato che hanno condiviso sullo sfondo della dittatura militare. Emergono rancori sopiti da tempo e gelosie:

La Quietud di Pablo Trapero

Sceneggiatura: Pablo Trapero, Alberto Rojas Apel

Fotografia: Diego Dussuel

Montaggio: Pablo Trapero, Alejandro Brodersohn

Cast:Martina Gusman, Graciela Borges, Édgar Ramírez, Bérénice Bejo

Argentina, 2018, 117 min.

“Giorno della prima di Close Up” di Nanni Moretti

di Gianni Quilici

In questo corto Nanni Moretti risponde praticamente e poeticamente ad una domanda, che potrebbe essere: “Come dovrebbe essere una sala che ama il cinema e i suoi spettatori?”.

Moretti è l’esercente della “Nuova Sacher” -come nella realtà è- che consiglia la cassiera al telefono, controlla la qualità dei panini, l’ordine in cui sono disposti nella libreria i giovani scrittori italiani; è lo stesso che sale frettolosamente le scale fino alla saletta di proiezione per aggiustare “un capellino” la messa a fuoco; è  infine lo stesso che apre la tenda della sala e ci offre un’immagine di Close Up di Kiarostami, velocemente, ma abbastanza per rivelarci la sua struggente poesia.

Film sociologico e poetico. Pensoso e leggero. La leggerezza dell’(auto)ironia. E’ un film non solo sui film, ma sul cinema come produzione, distribuzione,esercizio. E’ una dichiarazione d’amore per il cinema di poesia contro il cinema commerciale. Un film, infine, in cui la leggerezza è pari alla sua profondità. Se non si coglie la profondità, però, non si apprezza la leggerezza.

Giorno della prima di Close Up di e con Nanni Moretti. Italia 1996. Dur: 7′.