“Certi Bambini” di Andrea e Antonio Frazzi

di Gianni Quilici

L’inizio è folgorante. Veniamo subito investiti dalla violenza di una corsa di un branco di bambini-ragazzi, con la macchina da presa che sta loro addosso, mentre oltrepassano un canneto e salgono verso la collina su fino all’autostrada. Qui inizia la sfida: attraversare la strada, a rischio della vita, mentre le auto sfrecciano velocissime. Chi non ha il coraggio è considerato “nu ricchione”.

Li vediamo in questa gara insensata, ad uno ad uno, ne partecipiamo, in un alternarsi di soggettive ed oggettive, gli azzardi, le paure. Si pensa immediatàmente a Respiro per la violenza e la selvatichezza con cui i bambini si presentano sulla scena e per il dialetto molto stretto, a volte incomprensibile, con cui si esprimono.

Ma ci si potrebbe sbizzarrire su un cinema italiano (e su una letteratura), che comincia a scoprire gli adolescenti: da Respiro a L’isola, da lo non ho paura a Il miracolo, per citare soltanto le ultime pellicole, che hanno avuto anche una corrispondenza di pubblico.

Non va dimenticato, però, il film forse più vicino a Certi bambini, uno dei film più intensi e sconvolgenti degli anni ’90 in Italia, Vito e gli altri di Antonio Capuano, che, come questo, mostra una fotografia di come si diventa piccoli mafiosi, facendo vedere anche le cause, per così dire, strutturali.

È un film questo che sembra nascere dal concorso di molte intelligenze e sensibilità: il romanzo omonimo di Diego De Silva, che è partecipe anche della sceneggiatura, le musiche mediterranee e arabeggianti di Almamegretta, la fotografia di una Napoli a metà fra la metropoli anonima e la città degli scugnizzi e della camorra, la recitazione convincentemente neorealista di tutto il cast, attori professionisti o di strada, tra cui emerge il protagonista Gianluca Di Gennaro e la vecchia nonna di lui, una indimenticabile Nuccia Fumo.

Tutto concorre ad evitare il rischio del film di maniera, nonostante la materia a forti tinte drammatiche si presti perfettamente, perché non c’è enfatizzazione, né falsa commozione. C’è, invece, la verità scolpita nei luoghi, nei volti, nei corpi, nel loro linguaggio. Corpi che non recitano, che vivono. Sono soprattutto i bambini lasciati allo sbaraglio, che già da piccoli sono costretti a difendersi, ad imparare i codici della giungla di queste periferie partenopee: la prepotenza, la furbizia, il ladrocinio, l’ostentazione. Questa violenza è filtrata e rappresentata, soprattutto attraverso il vissuto d’un ragazzino 12enne, Rosario, che risulta un personaggio composito e credibile: in casa accudisce con affetto la nonna, simpatica arteriosclerotica; nella vita sociale, a soli 12 anni, diventa un assassino. Il film ti fa comprendere questo processo: come un ragazzo sensibile, premuroso e intelligente possa diventare un piccolo killer della camorra.

La vicenda si snoda attraverso un viaggio in metrò di Rosario verso il suo primo “incarico”, che diventa anche viaggio interiore.

I registi Antonio e Andrea Frazzi scelgono di narrarla attraverso flashback, veri e propri lampi associativi, che evitano il rischio della piattezza naturalistica e che ci permettono di capire e ricostruire progressivamente le motivazioni della storia, percorrendola insieme e al livello, in cui la sta vivendo il ragazzo.

da LaLinea dell’occhio n. 49

Certi bambini

I commenti sono chiusi.