TOSCA said,

Febbraio 12, 2009 @ 14:19

DOVE POSSO TROVARE QUESTO FILM?

Intervista a Paolo Benvenuti su Puccini e la fanciulla « lucaperetti said,

Febbraio 16, 2009 @ 11:00

[...] Pubblicato da lucaperetti su Febbraio 16, 2009 Tysm è una bella rivista online (e presto anche cartacea) che copre una marea di argomenti diversi. C’è anche una sezione cinema, dove è stata pubblicata una mia intervista a Paolo Benvenuti sul suo ultimo film, già uscita (leggermente diversa) su Alias il 26 gennaio. Non lo copio tutto perché è lunga e merita di essere letta nella grafica in cui l’ha inserita Marco Dotti di Tysm. Quindi, la trovate qui. Del film invece ho scritto anche per Zabriskiepoint e La Linea dell’occhio [...]

Luca Peretti said,

Febbraio 16, 2009 @ 11:04

a Lucca è stato proiettato sia al Circolo che Ezechiele. Se non sei di Lucca, tieni d’occhio se esce in qualche cineforum della tua città, se no prima o poi uscirà in DVD, ma chissà quando.

luca

roberto costa said,

Febbraio 26, 2009 @ 15:31

Per niente d’accordo sulla recensione. Palermo shooting non è certo all’altezza dei grandi film di Wenders, ma lo trovo comunque affascinante, una nuova tappa del viaggio dell’autore alla ricerca del rapporto tra l’Uomo e i Luoghi, abitati dalla vita e dalla morte (e dall’arte che continuamente li rappresenta e nello stesso tempo li fugge, inseguendoli ed essendone inseguita). L’altra faccia (più lugubre, visti anche i tempi) di Lisbon Story. Anche lì qualcuno metteva in guardia qualcun altro (il pubblico?!) contro i rischi della “moderna” mania di onnipotenza e onnipresenza dell’immagine…

roberto costa said,

Marzo 6, 2009 @ 12:42

Non a decostruire un mito tende il film di Sorrentino, ma piuttosto ad iconizzare un mostro, e secondo me a ragione, avendo l’Innominabile (e con lui la società e la politica e la recente storia italiane) non solo le sembianze, ma anche la sostanza più profonda, di un orribile tartufo, di un mostro quindi, ma non di quelli con tre teste o dieci code che popolano l’epoca dei Sogni, ma di quelli ben più temibili e orribili che infestano il pianeta nella realtà.
Al regista non interessa ritrarre il lato umano del mostro, semplicemente perché questo mostro è un blocco chiuso senza vie d’uscita, i lati umani sono soltanto riflessi o giochi di specchi, illusioni, fumo negli occhi degli italiani.
Resta il fatto che quello di Sorrentino non è un film completamente riuscito, perché la rappresentazione del mostruoso prende la forma di un lungo estenuante ballo di maschere (buona intuizione) che sconfina però nel grottesco, con il solito sterile gioco dell’imitazione, della (vero)somiglianza, e inoltre della nominazione di persone e fatti realmente accaduti. Non a caso il film si chiama “il divo”, cioè “il dio”, “attributo” che poco ha a che fare con il mito e con le sue derivazioni ed astrazioni.

roberto costa said,

Marzo 20, 2009 @ 10:38

Il cinema italiano invece si è arreso da un bel pezzo (con qualche eccezione naturalmente), così, per gustarsi due signori interpreti come Orlando e la Rohrwacher, ci tocca sorbirci questo prodottino confezionato bene, ma poi neanche troppo, se è vero che ogni tanto (troppo) sbucano dallo schermo preoccupanti personaggi quali Ezio Greggio e Serena Grandi (ma anche la Neri non scherza!) (si sa, il nostro è un cinema anche di grandi caratteristi…), che però (forse) paradossalmente ci fanno sperare per un attimo di aver sbagliato sala e che il cinema italiano stia da un’altra parte.

Andrea Marabotti said,

Marzo 21, 2009 @ 11:59

Scrivo per la prima volta su Fabrizio perché in questi dieci anni ho visto scrivere e sentito parlare troppo di lui, non sempre a proposito. Libri, tributi, documentari, non sempre tutto necessario, non sempre tutto all’altezza di tutto quel che di bello ci ha lasciato. Un esempio per tutti quello che doveva essere un bellissimo documentario, “Effedia”, in cui a un certo punto irrompe l’inutile Fiorello a spezzare definitivamente l’emozione, senza dire niente di fondamentale, se non che Fabrizio secondo lui era anche un “cazzaro”. Che torni a fare il karaoke! Oppure libri che cercavano tirare forzatamente le parole di Fabrizio dalla loro parte, che sia ecclesiastica (”Il Vangelo secondo De André”) o di sinistra (”Gli occhi della memoria”). Fabrizio era un anarchico, si devono rassegnare tutti.
Fabrizio se ne è andato dieci anni fa esatti, ma oltre a purtroppo non essere invecchiato lui, non invecchiano per niente le sue parole, a testimoniare che si tratta di una figura centrale non solo della musica ma della cultura italiana del novecento (e oltre, verso l’infinito…). Se volessi parlare approfonditamente di tutto ciò che è stato, è e sarà Fabrizio, ci passerei tutto il resto della mia vita, faccio solo alcuni esempi.
Fabrizio è uno che nel 1967, mentre l’Italia cercava di rimuovere il suicidio di Luigi Tenco e di reimmergersi in capolavori come “Io, tu e le rose” (e oggi purtroppo molta musica italiana discende più da quella roba lì che da Luigi e Fabrizio e il pubblico ne è colpevolmente soddisfatto), scriveva “Preghiera in gennaio” per ricordare l’amico morto e chiedere a Dio di accoglierlo fra le sue braccia anche se si trattava di un suicida (uno di quelli che “all’odio e all’ignoranza preferirono la morte”).
Fabrizio è uno che a ridosso del sessantotto riesce ad affrontare un tema come il cristianesimo e a scoprirne le istanze più moderne e attuali nel 1970 con “La buona novella”, concept album ispirato ai “Vangeli Apocrifi”.
Fabrizio è uno che con quello che secondo me è il capolavoro almeno della prima parte della sua opera, “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”, ha preso alcuni brani di un classico della letteratura, l’”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters, e li ha superati in profondità e riflessione esistenziali, facendoci capire con poche semplici parole che la vita, come lo è per il suonatore Jones, deve essere “ricordi tanti, e nemmeno un rimpianto”.
Fabrizio è uno che ha tentato di farci capire che “quello che non ho è quel che non mi manca”, e che nella semplicità della vita di popoli che nella storia sono spesso stati vittime di soprusi possiamo trovare qualcosa da imparare per la nostra esistenza.
Fabrizio è uno che ci fa capire che chi “sa di raccogliere in bocca il punto di vista di dio” è qualcuno in malafede che vuole conservare il suo potere e a cui torna comodo che popolazioni come quella rom vengano viste male dal popolo con un occhio troppo generalizzato, gonfiandosi sempre in cori di “vibrante protesta”, per poi, passato il telegiornale, concentrare le proprie attenzioni ed emozioni su cosa contenga il pacco del concorrente di turno ad “Affari tuoi” (cazzi loro).
Fabrizio è uno che un’esperienza terribile come quattro mesi di sequestro l’ha trasformata in altissima poesia in “Hotel Supramonte” (”e ora siedo sul letto del bosco che ormai ha il tuo nome, ora il tempo è un signore distratto, un bambino che dorme”).
E poi Fabrizio è uno che “non regalate terre promesse a chi non le mantiene”, “continuerai a farti scegliere o finalmente sceglierai”, “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”, “e non per un dio ma nemmeno per gioco: perché i ciliegi tornassero in fiore”, “per quanto voi vi crediate assolti siete lo stesso coinvolti”, “nella pietà che non cede al rancore, madre ho imparato l’amore”, “i vecchi quando accarezzano hanno il timore di far troppo forte”, “ho licenziato dio, gettato via un amore, per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuore”, “dai diamanti non nasce niente dal letame nascono i fior”, “se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”, “per la stessa ragione del viaggio viaggiare”, “cantami di questo tempo l’astio e il malcontento di chi è sottovento”, “la domenica delle salme fu una domenica come tante, il giorno dopo c’erano i segni di una pace terrificante”, “e in una berretta nera la tua foto da ragazza per potere baciare ancora Genova sulla tua bocca in naftalina”, “potrei attraversare litri e litri di corallo per raggiungere un posto che si chiamasse arrivederci (in alcune versioni live “arrivederci” diventa “anarchia”, n.d.L.K.)”, “e adesso aspetterò domani per avere nostalgia signora libertà signorina fantasia (in alcune versioni live “fantasia” diventa “anarchia”, n.d.L.K.)”, “addio Bocca di Rosa con te se ne parte la primavera”.
Grazie Fabrizio, per “mille anni ancora”.
Laszlo 11/01/2009

roberto costa said,

Marzo 23, 2009 @ 20:54

Di Victor Erice ho visto Lo spirito dell’alveare ed El sur, e non mi hanno favorevolmente impressionato. La cosa migliore di questi due film è probabilmente lo sguardo sensibile sul mondo dell’infanzia, sui misteri che nasconde e su quelli da cui è suggestionata. Complessivamente però mi sembrano opere non molto riuscite: El sur mi pare poco coerente, anche dal punto di vista stilistico, forse per le ragioni indicate da Quilici nel suo articolo; Lo spirito dell’alveare in effetti offre spunti poetici interessanti, ma trovo alcune soluzioni narrative un po’ forzate o pretestuose. Quanto alla pittura, è chiaramente uno dei principali punti di riferimento di Erice, ma i suoi quadri, sui quali si sofferma il ritmo prevalentemente contemplativo del montaggio, solo raramente palpitano di emozione e tensione, e i film alla fine risultano piuttosto noiosi. (Percepiamo un approccio artistico freddo, un po’ alla Straub-Huillet ma senza il loro rigore). Quello di Erice è uno sguardo originale, autoriale, ma ad un livello di visione (ancora!) acerbo. Un caso per certi versi simile a quello del nostro Silvano Agosti.

roberto costa said,

Aprile 3, 2009 @ 11:47

Ricordo con affetto le lezioni di teoria e tecnica delle comunicazioni di massa di Pio Baldelli alla Facoltà di Magistero a Firenze, lezioni in cui spaziava a 360 gradi, dalla musica popolare alla politica. Memorabili le sue classificazioni dei vari politicastri italiani e il racconto del suo incontro, anzi scontro con Craxi nel transatlantico di Montecitorio, quando il tracotante pronunciò:”Baldelli me la pagherai!”. Per una volta almeno nella storia ha poi pagato invece chi doveva pagare davvero. E poi quel giorno – non mi ricordo quale delle infinite guerre era cominciata – Pio arrivò a lezione – per qualche problema facemmo lezione in corridoio! – e aprì leggendo una filastrocca di Gianni Rodari sui bambini del mondo…

roberto costa said,

Aprile 19, 2009 @ 21:03

Ho appena (ri)visto “Tutti a casa”, per la prima (e spero non ultima) volta in pellicola: se Comencini lo considerava uno dei suoi migliori film, noi lo possiamo senza dubbio considerare una delle più belle opere del cinema italiano, esempio straordinario (come “Il sorpasso” o “La grande guerra”) di commedia che riesce a raccontare la società e la storia con leggerezza e al tempo stesso con acutissimo sguardo. Comencini è qui semplicemente perfetto, riuscendo a calibrare l’esplosività di Sordi (una delle sue migliori interpretazioni, con il già citato di Monicelli e “Una vita difficile” di Risi), proponendo Serge Reggiani in un ruolo inedito e mettendo in scena situazioni di estrema drammaticità senza scivolare neanche un istante nel pietismo, nel sentimentalismo o nel moralismo. Molto di più di un buon lavoro di artigianato cinematografico.
Un altro film di Comencini a cui sono particolarmente affezionato è “La donna della domenica”, una commedia gialla tratta dal libro di Fruttero e Lucentini, che racconta Torino e il “torinesismo” con sorniona ironia, con un cast infallibile (impossibile dimenticare Lina Volonghi che partecipa alla retata di prostitute e Pino Caruso con il ventilatore tascabile!, oltre naturalmente all’ineffabile Marcello).
Da non trascurare che stiamo parlando di due film scritti (tra gli altri) da Age e Scarpelli…

silvana grippi said,

Aprile 29, 2009 @ 15:21

….Isabella è stata la sua dolce compagna fino alla fine dei suoi giorni.Chi come me ed altri (pochi amici) ha vissuto con lui negli ultimi anni della sua vita…conosce il problema della sua solitudine e come egli fu negato dalla storia fiorentina per non essere stato massone, autoreferenziale e tronfio come i suoi colleghi docenti. Pio Baldelli nella sua vita fu un docente emerito, grande critico cinematofico e disse sempre ciò che pensava: schietto, sincero e molto critico.
Ebbe tanti nemici ma anche molti amici.
Silvana Grippi

silvana grippi said,

Aprile 29, 2009 @ 15:26

Non sarà un capolavoro ma è una grande lezione di vita. Andrebbe fatto vedere ai ragazzi nelle scuole.
Silvana grippi

roberto costa said,

Giugno 20, 2009 @ 14:42

Psicanalisi, sociologia, antropologia. Raramente sullo schermo queste “discipline” riescono a compenetrarsi e a relazionarsi con efficacia ed equilibrio. Il film di Claudia Llosa è una piccola grande lezione di cinema nella quale asciuttezza e lucidità, poesia e simbolismo vanno a comporre il ritratto di una persona e di una società, senza dimenticare la tensione narrativa e la cura dell’immagine. Cinema sudamericano in grande spolvero negli ultimi anni, con nuovi registi assai interessanti, vedi Larrain, Martel, Trapero…

roberto costa said,

Luglio 6, 2009 @ 17:50

Finalmente un film storico-biografico italiano che si muove fuori dagli ormai putrefatti e terrificanti binari della fiction tv e di tutto quello che le somiglia. “Peccato” che a realizzarlo non sia un regista della nuova generazione ma un vecchio ed abile maestro del cinema! Uno dei tanti meriti di Bellocchio è l’aver saputo compiere delle efficaci ellissi spazio-temporali, le quali – grazie anche all’aiuto di uno splendido montaggio – fanno prendere a Vincere le distanze dalla noiosa e avvilente (spesso anche edulcorata o manipolata) “cronachistica” telenovellante, sempre più spiattellata senza alcun rispetto per il pubblico, non per forza destinato a diventare o a rimanere una massa informe priva di intelligenza storica e sensibilità artistica. L’attualità di Vincere sta forse proprio nel suo essere antidoto alla presente (e ahinoi futura) dilagante barbarie culturale e politica del paese.

roberto costa said,

Luglio 18, 2009 @ 20:03

Le circostanze della morte di Bertrand Morane vengono espressamente riprese da Polanski in Luna di fiele, dove il protagonista Oscar finisce in ospedale in seguito a un incidente simile. Lui però, anziché spirare nell’estremo protendersi verso (contro?) il suo feticcio, viene da esso semplicemente “gambizzato”, così da non poter più sfuggire alla passione, ogni volta sempre più infernalmente alimentata. Morirà più tardi, e solamente grazie ad una violenta e volontaria forzatura delle trame infinite del ‘fatale sentimento’ (solo così è possibile uscirne e Mathilde Bauchard, La signora della porta accanto, lo sa bene), nonché della trama “non finita” del romanzo di Bruckner da cui il film è tratto. Da una parte dunque un’assenza incolmabile che volendo fuggire il senso della morte si fa compulsiva e noiosa collezione (ma Truffaut è bravo assai nel non rendere noioso il film); dall’altra una presenza ineludibile che ti perseguita sempre e ovunque, bandendo noia, ripetitività, serialità e, giocando ogni istante con la morte e i suoi sensi, tutto ciò che di lei si annida nelle nostre vite quotidiane.

luca cavecchia said,

Agosto 11, 2009 @ 09:47

Complimenti a tutto lo staff, ma soprattutto ai registi, che hanno fatto rivivere quello che è successo in passato e che non possiamo MAI dimenticare!!
Un saluto a tutti Luca Cavecchia

roberto costa said,

Agosto 20, 2009 @ 09:33

Si rivede la mano felice di Ferrario (“La strada di Levi” ci era parso piuttosto pretestuoso) in una leggera ironica commistione di documentario, musical e commedia (forse su quest’ultimo fronte qualche sbavatura…), con vene di anticlericalismo e sperimentalismo. Carcere fisico e carcere mentale, e l’eterna lotta dell’Uomo contro i loro simboli e soprattutto i loro assurdi paladini.

roberto costa said,

Agosto 29, 2009 @ 11:22

Come ne “Il dolce e l’amaro “ di Porporati non male il ritratto d’ambiente della malavita, ma piuttosto carente quello del protagonista e del suo percorso psicologico, professionale, “affettivo”. In questo senso ha funzionato meglio “La siciliana ribelle” di Amenta, con un personaggio ben delineato e credibile, ma lì era il “contorno” che soffriva di televisismo. Certo “Gomorra” è lontano anni luce da questi film. Quando si dice il mettersi in gioco…

admin said,

Agosto 29, 2009 @ 14:12

Bellissimo articolo tra passione-competenza cinefila ed inchiesta giornalistica.
Gianni Quilici

Marianna De Palma said,

Settembre 15, 2009 @ 16:57

Bellissimo, davvero!
e complimenti per l’idea, l’intento e la realizzazione! Marianna

roberto costa said,

Ottobre 10, 2009 @ 19:42

E’ vero, una New York che sembra Parigi, tra caffeucci, bancarelle dell’usato e case sull’acqua. Più Woody Allen si addentra nella sua città, più la sua visione appare europea: filosofia leopardiana, anticonformismo, sguardo a 360° oltre gli stereotipi e distacco ironico che permette di essere attori e spettatori, fuori e dentro il film nello stesso tempo, vivi e morti, misantropi e simpatici, geniali e fragilissimi. Forse il miglior Woody Allen senza Woody Allen, che chissà se tornerà sullo schermo, sapendo di non poter più parlare con la voce di Oreste Lionello…

roberto costa said,

Ottobre 12, 2009 @ 21:12

Il limite del Grande Sogno è quello di aver creato una protagonista parallela, Laura. Il film sarebbe stato più efficace se il fulcro fosse rimasto il personaggio di Nicola, magari ancor più definito ed indagato, perché il suo è lo sguardo inizialmente estraneo (anzi in un certo senso nemico) al movimento del sessantotto, che clandestinamente lo penetra, diventandone gradualmente partecipe, a suo modo, con una presa di coscienza sulla situazione sociale e politica. Le parti più interessanti sono proprio quelle che rappresentano il rapporto tra il sempre più ex poliziotto e la realtà che lo circonda, in crescente fibrillazione: le scene dell’irruzione delle forze dell’ordine all’università, i dialoghi con i propri superiori, la relazione con la maestra di teatro e il mondo dell’accademia, anch’esso in evoluzione. Tutta la parte sulla famiglia di Laura mi sembra invece sviare il film, minarlo nella compattezza, annacquarlo.

Elisabetta Banti said,

Ottobre 21, 2009 @ 09:35

Salve, ieri sera a Firenze ho visto la proiezione del Film “Sopra le Nuvole”. Meraviglioso!!! spero proprio che possa essere visto da tante persone, i registi sono stati bravissimi, hanno fatto rividere quello che è successo durante la guerra a Cervarolo e Monchio, non lo dimentichiamo!!!
Grazie per quello che fate e un saluto a tutti voi. Ritornate a Firenze presto!

Elisabetta Banti

goffredo marcolini said,

Novembre 2, 2009 @ 12:25

saluti atutti ho visto il film “sopra le nuvole”bellissimo
siete stati bravissimi spero tanto che questo film faccia il giro del mondo dovrebbe essere presentato nelle grandi rassegne (venezia cannes ecc….)continuate cosi grazie
goffredo

Krzysiek said,

Novembre 11, 2009 @ 14:52

Mi scusi per mio italiano. tua recensione: è davvero grande, proprio come il film. Ho visto ieri e sono davvero impressionato. E ‘veramente sorprendente. Semplicemente, mi sentivo inamorata di questo e di altri film italiani (di recente ho visto “Anche libero va bene”) Ciao!

movie said,

Novembre 23, 2009 @ 04:54

bene blog :….. Norvegia cinematografico studente jacob

Marianne Ladi said,

Febbraio 14, 2010 @ 12:31

L’amore per Pasolini non può che crescere ancora leggendo questo scritto.. grazie Gianni

Mary said,

Marzo 1, 2010 @ 17:40

Grazie di queste interessanti riflessioni

Mi sembra molto attuale, purtroppo, la situazione di ragazzina con entusiasmo e trepidazione intrappolata da un assassino suadente…
Sarebbe forse da vedere anche solo per analizzare questo…
Mary

Chubby Drunk Slut said,

Marzo 4, 2010 @ 12:21

uh.. love this text.

Vittorio Toschi said,

Marzo 8, 2010 @ 11:02

Meno male l’Academy ti ha dato ragiore.
Neanche il tempio del cinema commerciale se l’è sentita di dare credibilità alla bufala mediatica di Avatar.

Vittorio Toschi said,

Marzo 8, 2010 @ 11:05

Eastwood (comunque sempre sopravvalutato) anche in questo film conferma il mistero del suo cinema: è monolitico, didascalico e un po’ superficiale, eppura fa piacere vederlo.

admin said,

Marzo 8, 2010 @ 14:30

Fa piacere vederlo, perché è un narratore, sa essere coinvolgente e trasmette comunque valori-ideologia, che creano identificazione o almeno partecipazione emotiva…

Paolo Rabassini said,

Marzo 9, 2010 @ 10:56

E’ un film buonista. Forse è per questo che molti sono rimasti
delusi, tanto più che Clint ci aveva abituato a films senza speranza. Però vi sono brutti film buonisti (i più umerosi) e bei film buonisti (rari). E questo è il caso di Invictus. Teniamo conto che, come in “Gran Torino”, Clint si rivolge al pubblico come un vecchio saggio che vede le contrapposizioni
inutili.

HAL 9001 said,

Marzo 12, 2010 @ 19:41

Il Paese delle Meraviglie ha rubato una L e Carroll è diventato Carrol.

...HAL 9001... said,

Marzo 12, 2010 @ 19:58

I puntini di sospensione si usano sempre nel numero di tre
(www.accademiadellacrusca.it)

admin said,

Marzo 15, 2010 @ 13:25

Corretto.Grazie, Hal 9001

Loredana Giannini said,

Marzo 16, 2010 @ 12:13

Un viaggio nelle “cavernità” dell’anima, immaginario e poetico come ce lo propone Tim Burton non può MAI avere il sapore di “minestra riscaldata” a meno che non sia visto con i soliti occhi dell’intellettualismo ottuso di una critica cinematografica che è il vero soggetto che veramente ci ha stancato e ci provoca noia!

Mary said,

Marzo 17, 2010 @ 01:03

Non molto da aggiungere a questa recensione così completa ed efficace.
Solo alcune sensazioni personali, durante e dopo la visione del film: angoscia, confusione, una certa paura; nonostante il “qualcosa di vecchio”… L’interpretazione di Di Caprio è davvero coinvolgente

LHA 1090 said,

Marzo 17, 2010 @ 19:15

Lieti ?!?

elena baroni said,

Marzo 21, 2010 @ 01:08

Concordo. Mi sono annoiata. Eppure, adorando il lavoro fin qui svolto da Tim Burton, avevo alte aspettative. E sono rimasta delusa.

vittoria celi said,

Aprile 22, 2010 @ 01:25

Ieri sera ho visto il film. E’una di quelle opere che scavano nell’animo silenziosamente, raccontando storie che ci mettono di fronte a quello che è stato. Un lavoro stupnendo, uno dei pochi lavori che possono ancora insegnare veramente qualcosa. Mi auguro che possa essere distribuito in più sale d’Italia.

mary said,

Maggio 12, 2010 @ 22:58

insomma, vale la pena di vederlo!

mary said,

Maggio 30, 2010 @ 13:10

L’ho visto: da vedere sicuramente!

mary said,

Maggio 30, 2010 @ 13:26

” la bellezza di un paesaggio selvaggio, solitario…”
questo mi attrae molto
Il film sì, probabilmente da vedere anche se a me dà una certa angoscia

Nino Muzzi said,

Giugno 6, 2010 @ 18:22

Gianni,
sei buono, come sempre. Ma questa volta forse troppo buono. I dialoghi di questo film compiono un miracolo: accoppiano pesantezza e banalita`, e le immagini sono morte. La Toscana e` morta, lo sappiamo, ma cosi` presentata e` ancora piu` morta: pensa alla faccia della sposina in attesa del suo turno per farsi fotografare sotto l’albero magico: la tristezza di una Madonna addolorata! E poi la tematica della copia e dell’orignale che appassiona dai tempi di Walter Benjamin dove finisce? Boh, non si sa, in quanto loro non sono copia di nessun originale, sono solo degl’improvvisatori su canovaccio dato. Un film su copia e originale dev’essere sempre un po’ misterioso e questo invece e` fastidiosamente didascalico. E poi non si affronta il clou della tematica “copia/originale”, e cioe` l’efficacia estetica della copia: i romani facevano fare copie su copie di sculture greche, si vedeva la differenza? Inoltre l’immagine al museo di Lucignano non puo` considerarsi una copia, ma un “rifacimento in stile di” che e` ben altra cosa rispetto alla copia, e` un falso “credibile” in quanto il pittore ha capito lo spirito della pittura di Ercolano e lo riproduce “liberamente”, non copia niente. Sul tema mi sembra che, dopo “F come falso” di Orson Welles, o si dicono cose piu` intelligenti o si debba tacere. Kiarostami, taci!

monica said,

Giugno 6, 2010 @ 22:15

Ho visto il film la settimana scorsa, sono uscita dalla sala piena di interrogativi: porsi delle domande dopotutto credo sia sempre una condizione positiva, anche se faticosa. Grazie per avermi fornito altro materiale di riflessione :-) soprattutto ho trovato interessante la recensione di Stefano Santoli

admin said,

Giugno 7, 2010 @ 18:49

Nino,
ti ringrazio perché hai portato argomenti più precisi alla tematica copia e originale, che rendono più chiaro l’approssimazione estetica e filosofica del film in sè e in realazione alla storia.
Non mi sembra però di essere stato buono, può darsi invece che tu sia troppo cattivo.
Mi spiego: mi attira la prima parte, perchè i “discorsi” non hanno ancora importanza, potrebbero essere appunto parlare per parlare, non sappiamo dove portano… mentre la mobilità della immagine, la sua ambiguità-misteriosità quella mi parla, mi coinvolge…

Gordiano Lupi said,

Giugno 13, 2010 @ 16:08

La nostra vita (2010)
di Daniele Luchetti
Un film sopravvalutato

Regia: Daniele Luchetti. Soggetto e Sceneggiatura: Daniele Luchetti, Sandro Petraglia, Stefano Rulli. Montaggio: Mirco Garrone. Fotografia: Claudio Collepiccolo. Musica: Franco Piersanti. Scenografia: Giancarlo Basili. Produzione: Daniele De Laurentiis, Marco Chimenz, Fabio Conversi, Giovanni Stabilini e Riccardo Tozzi. Interpreti: Elio Germano, Raoul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Stefania Montorsi, Giorgio Colangeli, Alina Madalina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly, Emiliano Campagnola. Commedia – 95 minuti – Italia, Francia 2010 – 01 Distribution.

La nostra vita è un film che sconcerta e delude. Non si comprende perché è stato osannato dalla critica, perché è stato considerato il solo film degno di rappresentare l’Italia a Cannes e soprattutto per quale motivo abbia fruttato una Palma d’Oro a Elio Germano come miglior attore protagonista. Molta critica afferma che Daniele Luchetti racconta la nostra Italia, come siamo diventati, il rapporto tra sfruttatori e sfruttati, gli extracomunitari, la mancanza di sentimenti, l’eccessiva importanza conferita al denaro, all’apparenza e ai beni materiali. Il film racconta la storia di un operaio edile che lavora nei cantieri della periferia romana, vive con la moglie Elena e i due figli, in attesa del terzo. Un lavoratore e marito innamorato, presto sconvolto dalla morte della donna mentre partorisce il terzo figlio. A questo punto l’operaio escogita un’impresa più grande di lui che lo distrugge psicologicamente. Ricatta il suo datore di lavoro – dopo aver scoperto il cadavere di un rumeno caduto nella tromba di un ascensore – minaccia di denunciarlo se non gli affiderà la costruzione di una palazzina. Tramite un amico chiede un prestito a una banda di usurai per cominciare il lavoro, ma non riesce a restituirlo nei tempi e non ce la fa neppure a pagare i dipendenti che lavorano in nero. Per fortuna giunge in aiuto la famiglia ed evita che i guai diventino più seri.
Il film delude per un infinità di motivi. Non si comprende la definizione di commedia, ma è anche vero che ci troviamo di fronte a un ibrido indefinibile che fino a un certo punto è un cupo dramma, quindi viene incredibilmente indirizzato verso un lieto fine. Il rapporto familiare tra i protagonisti è descritto ricorrendo a un’infinità di luoghi comuni e di personaggi che non vanno oltre lo stereotipo. La recitazione di Elio Germano è impostata, sempre sopra le righe, con eccessi fastidiosi e indigeribili. Si pensi alla sequenza del funerale quando canta in chiesa la canzone preferita della moglie alzando le braccia al cielo. Raoul Bova, paragonato al giovane attore, sembra Marcello Mastroianni e fornisce un esempio di vera recitazione. Il regista lo impiega in una parte da fratello solitario e imbranato che non gli si confà al massimo, ma se la cava bene. La storia procede a scatti, molto confusa, pare girata da un dilettante con la camera a mano, piena zeppa di rumori di fondo, al punto che spesso si perdono le battute degli attori. Tutto voluto per conferire realismo, certo, ma l’effetto è fastidioso. Certe battute dei personaggi sono oltremodo didascaliche, come quando la ragazza rumena dice al protagonista che gli italiani pensano soltanto ai soldi e amano far vedere che li possiedono, ma hanno perso il valore dei sentimenti. Ancora peggio quando il figlio dell’operaio rumeno morto dice: “Tu pensi di sistemare tutto con il denaro, ma a me non mi sistemi. Tua moglie morta non la sistemi”. Non si piange in questo film, come ha detto qualche critico, non servono i fazzoletti. In questo film ci si irrita, ci si infastidisce. A un certo punto viene persino voglia di abbandonare la sala. Daniele Luchetti – ottimo allievo di Nani Moretti – in passato ha realizzato pellicole ottime come Il portaborse (1991) e La scuola (1995). Peccato che abbia perso una buona occasione per raccontare l’Italia con lucidità e freddezza.

Gordiano Lupi
http://www.infol.it/lupi

paola said,

Giugno 13, 2010 @ 18:25

uno squarcio di realtà sorprendente e vitalissimo, che grazie al coraggio di persone come questo regista abbiamo potuto conoscere anche noi in occidente, dove ci vogliono far credere altre cose sui paesi cosidetti islamici …

Paolo Rabassini said,

Giugno 15, 2010 @ 16:41

Mi dispiace, ma io sono più lapidario: dire che non mi è piaciuto sarebbe un eufemismo. Per me è un film molto brutto e non capisco come possa essere stato scelto per rappresentare l’Italia a Cannes. Brutta la fotografia, la recitazione e…anche la colonna sonora. Superficiale sotto l’aspetto itrospettivo nonostante che voglia apparire come film impegnato. La scena di lui che canta durante il funerale della moglie lo trovata di un fastidio insopportabile.

Rosalia De vecchi said,

Giugno 22, 2010 @ 21:53

molto puntuale e nel contempo suscitatrice di interesse questa presentazione, che mi sembra essere anche un commento equilibrato e sapiente. Io nutro da sempre una certa simpatia per questo giovane poeta romantico, che però non sento tanto sfortunato quanto piuttosto legato al destino dei suoi tempi di primo ottocento. Anzi, lui, come Novalis,per certi versi io reputo fortunati perchè capaci, come lo si era alla loro epoca di vero amore. Mi riservo di cparlarne ancora dopo la visione del film.

Rosalia De vecchi said,

Giugno 22, 2010 @ 22:14

molto ben calibrato questo commento-presentazione del film e molto ben idoneo a suscitare curiosità ed interesse nei suoi confronti. Io infatti, che peraltro nutro una certa simpatia per il giovane Keats, per il suo animo romantico ed il suo grande amore, sono ansiosa di vederlo e mi riservo di parlarne ancora dopo averlo “gustato”, perchè da questa introduzione deduco che me lo gusterò e non poco!!!!!

ettore montanelli said,

Giugno 23, 2010 @ 10:07

un film tutto da vedere!!!!

Vittorio Toschi said,

Giugno 28, 2010 @ 19:35

Regia impeccabile per una ricostruzione fedele e credibile, fotografia senza sbavature. Mi pare che manchi però il sogno.

villiam said,

Agosto 27, 2010 @ 20:27

film meraviglioso e toccante,sopratutto per chi ancora in quellevalli sente parlare di tutto ciò.

grazie continnuate cosi.

ELVIRA said,

Settembre 8, 2010 @ 06:39

Esempio di come una situazione drammatica risveglia un’aspirazione etica: grazie alla musica rende possibile il dialogo tra diversi nel dire che “non vogliono portare la pace ma la conoscenza attraverso l’azione”. Avere il coraggio delle propie azioni e rendere il linguaggio musicale una via per fare Cultura Spirituale.

mary said,

Settembre 13, 2010 @ 20:56

Grazie, sempre interessanti le recensioni!

iaia said,

Settembre 16, 2010 @ 20:05

Sono d’accordo con l’analisi
; aggiungerei un commento piu’ prosaico: Somewhere ovvero Anche i ricchi piangono.

mary said,

Settembre 17, 2010 @ 19:46

Attenta e sfaccettata la recensione, non ho visto il film e non ne sono entusiasta.

Thomas said,

Settembre 18, 2010 @ 14:19

Sono d’accordo con te e non con la maggior parte della critica positiva, a parte Crespi sull’Unità e pochissimi altri. Tu tratti anche troppo bene un film che mi è sembrato più un compitino lineare e banale svolto sufficientemente che non certo un’opera degna dell’attenzione e tanto meno di un Leone d’oro (sorprendente davvero!). A chi come me ama quella cinematografia minimalista, sensibile, delicata non necessariamente narrativa consigliamo senz’altro di rivedere piuttosto Rohmer, Jarmusch e, come giustamente citi, Wenders.

Vittorio Toschi said,

Ottobre 3, 2010 @ 19:44

D’accordo con te. Visto a Venezia perché ne giravano giudizi entusiasti, ma il film mi é parso di poca sostanza. Si salva solo qualche momento divertente e le parodie di Guzzanti.

Mario Rocchi said,

Ottobre 3, 2010 @ 21:29

Non sono del tutto d’accordo. Biaogna prenderlo come è. D’altra parte Mazzacurati anche ne “Le Notti bianche” e “Il toro” non fece granchè. Il pregio del film è che è divertente e se non fosse per il finale abborracciato e prevedibile, sarebbe qualcosa di più. Ma ti pare nulla un film divertente che non scada nel banale e volgare come i cinepanettoni? E poi Guzzanti è “forte” e Silvio Orlando sublime. Si sente parlare bene di Invictus (mi dirai, non c’entra niente) che è un film retorico e banalmente agiografico, come fosse un capolavoro, si può salvare anche La passione. Con le dovute distanze. E poi non merita mica un’analisi così accurata alla Ghezzi!

Giuseppe Marciano said,

Ottobre 4, 2010 @ 12:56

Sono perfettamente d’accordo con la recensione. Non basta un bravo attore a fare un buon film. Il soggetto non è certo originale e il racconto procede stentamente, intervallato da lunghe pause di pura noia. Infine “Le notti bianche ” non è un film di Visconti (1956) ? Ciao Giuseppe

ema said,

Ottobre 6, 2010 @ 19:16

Il contenuto mi è parso interessante sotto i vari aspetti.
Di buona comprensione nonostante non condivida appieno tutte le scelte stilistiche di scrittura…
War is over. If you want.
Ema

Mary said,

Ottobre 12, 2010 @ 23:58

Ho appena visto il film
Concordo, in particolare su ciò che dici del bambino
Palpitante

LofAgori-online said,

Ottobre 17, 2010 @ 20:11

Si, probabilmente lo e

Vittorio Toschi said,

Ottobre 21, 2010 @ 00:24

Non ho visto il film ma sono molto curioso ed interessato. A Lucca sarà la prima proiezione del prossimo ciclio del Circolo del Cinema il 18 novembre.

matt said,

Novembre 17, 2010 @ 16:41

sweet

Romano House Catania said,

Novembre 24, 2010 @ 17:36

Il prossimo appuntamento si terrà al Romano House Hotel di Catania:

Bye baby suite
Pagina Evento Facebook: http://www.facebook.com/event.php?eid=133614886691796&ref=mf

http://www.romanohouse.it

Cuccu'ssétte said,

Novembre 24, 2010 @ 23:14

scrivo per la rivista ezine che se volete cedete dall’url. Mi piacerebbe poter vedere erecensire un film così particolare: come procurarselo ?
grazie d’ogni aiuto,

mirko said,

Novembre 25, 2010 @ 00:52

chi e quella nella foto?

Gordiano Lupi said,

Novembre 25, 2010 @ 20:11

Fano la prima a Manfredonia il 28 dicembre, mi pare. In ogni caso la mail del regista è: Stefano Simone . Credo che – come tutti i debuttanti – cerchi critici interessati a vedere le sue opere. Grazie per l’attenzione.

Stefano Simone said,

Novembre 26, 2010 @ 01:02

Salve, sono il regista del film. GRazie per l’interessamento. Può scrivere a questa mail: unavitanelmistero@libero.it e ne parliamo.

Stefano Simone

nurse anesthetist said,

Novembre 26, 2010 @ 09:03

nice post. thanks.

admin said,

Novembre 26, 2010 @ 14:54

E’ Lina Leandersson, la ragazzina protagonista.

marcantonio said,

Novembre 26, 2010 @ 15:57

condivido pienamente la tua lettura … è uno dei pochi casi di osservazione documentaristica e finzione associati che mi restituiscono uno star bene e un vero e proprio viaggio nella tradizione. Bravo Frammartino

Cristina said,

Novembre 26, 2010 @ 16:30

Ho visto il film. In effetti Fincher poteva osare di più.. abbastanza avvincente il” divenire” di Mark.. atmosfere veloci; nel complesso, secondo me, il film appare povero specie nella parte finale…

O no??

Giuseppe Marciano said,

Novembre 27, 2010 @ 16:00

The Social Network è un film noioso. Si assiste per lunghi tratti ad una controversia legale di cui non ce ne importa niente. Tutto è parlato anzi urlato fra ragazzini che si sentono geni, perché conoscono qualche algoritmo in più degli altri. Condivido in pieno il giudizio di Maurizio Porro che gli ha affibiato 5, anzi è stato troppo generoso io gli avrei dato 4 – Questo non è cinema ma un messaggio pubblicitario che dura due ore di troppo. Un vecchio cinefilo Giuseppe

fosca sensi said,

Dicembre 3, 2010 @ 15:01

era l’allegria, toscana forse e necessaria, che prende a volte le persone che soffrono e d’intelligenza buona per vivere

Mary said,

Dicembre 3, 2010 @ 17:30

” Speriamo che sia femmina”: sì, inserito in un contesto che permetteva finalmente di intendere il titolo come uno slogan, cmq un film per me indimenticabile

small business grants said,

Dicembre 5, 2010 @ 20:21

My cousin recommended this blog and she was totally right keep up the fantastic work!

Mary said,

Dicembre 6, 2010 @ 00:16

grazie per la recensione davvero scritta con sensibilità e intelligenza

admin said,

Dicembre 26, 2010 @ 00:52

A me il film di Guadagnino non è piaciuto per niente, anzi mi ha irritato.
Nulla mi sembra vero, plausibile. Ne’ la protagonista che si innamora del giovane cuoco e lo confessa al marito, ne’ lo scontato cinismo del marito, ne’ la figura del figlio, buono, impotente e vittima con quella morte un po’ ridicola, ne’ le figure di secondo piano.
C’è un dramma confezionato, non approfondito, senza un sottotesto che faccia capire quali siano davvero i rapporti tra i protagonisti.
C’è una bellezza fotografica che diventa compiacimento estetico, perché esterna al tessuto della storia.
C’è la musica di John Adams in sè originale, che viene utilizzata spesso, come nota Simona Cappellini, per cercare l’identificazione emotiva dello spettatore.

Vittorio Toschi said,

Dicembre 26, 2010 @ 02:55

Un soggetto banale per uno dei migliori, a mio avviso, film italiani dell’anno, e non solo. Guadagnino crea un mondo e un’atmosfera, una partitura che scorre e che funziona bene al di là delle incongruenze narrative. Un film da vedere e un regista da seguire.

jim said,

Gennaio 13, 2011 @ 14:02

like me

Werner said,

Gennaio 20, 2011 @ 13:11

molto intellettuale e un po pesante

Simone said,

Gennaio 24, 2011 @ 17:19

Uno dei film più belli dell’anno e una magistrale recensione! Complimenti!

Stefano said,

Gennaio 24, 2011 @ 20:09

Il film l’ho visto proprio ier sera e m’è piaciuto molto. Il taglio su cui fa perno la sceneggiatura è questo “osservare” la situazione sia dal punto di vista soggettivo ed emozionale, sia da quello più oggettivo e razionale. Non sono d’accordo sulla sbandierata impossibilità intellettiva e sensitiva di percepire il “dopo”. Non è solo appannaggio delle religioni e dell’ambito spirituale poter disquisire su questa tematica, anche la scienza, la fisica quantistica, gli studi che mettono in relazione le capacità cognitive e le emozioni, stanno arrivando a far dei passi da giganti. Il merito di Clint Eastwood è quello di far riflettere le persone, non di buttare là una storia originale o peggio ancora di mettersi nei panni del professore e spiegare che…. Sono uscito dal cinema non con una verità in mano ma con il piacere di pormi delle domande nuove, di ribaltare la prospettiva del mio sguardo. Questo non è cinema in quanto abilità di gestire la tecnica, è arte in quanto propone relazioni tra le persone, tra la sfera emotiva e razionale.
Applausi

Mary said,

Gennaio 25, 2011 @ 00:56

…ma anche dal film stesso, in cui niente c’è di più determinato e simpatico, di fantasioso e di vivo, di Cetto La Qualunque…

non ho visto il film ma questa osservazione è importante secondo me.
Cmq poi tutto sta alla capacità critica del pubblico, no?

Autoverzekering berekenen said,

Gennaio 26, 2011 @ 21:41

good text

Roberta Spinelli said,

Gennaio 30, 2011 @ 20:17

Condivido tutto. Anche il riievo finale sulla mancata contestualizzazione sociologica. Che però non ritengo un limite, ma solo una precisa scelta stilistica. Solo così si poteva garantire quel serratissimo ritmo narrativo che tiene in tensione – e in attenzione – lo spettatore per quasi due ore.

Loredana said,

Gennaio 31, 2011 @ 21:32

Un film che mi è rimasto addosso e che – come dice chi mi precede – mi ha lasciato la voglia di approfondire, di interrogarmi, di fare esperienze. Un film che definirei “asciutto” nel senso che non è mai scaduto nel magico o nell’esoterico facile tentazione.
Un film “moralmente” BELLO perchè mette l’accento sulle RELAZIONI tra gli esseri umani che:
a volte vivono assieme ma sono distanti (vedi la giornalista ed il suo amante, il sensitivo e suo fratello, la famiglia di affidamento del bambino…)
altre volte invece anche se morti – preferirei dire viventi in altra dimensione – sono molto più vicini e riescono a trasmettersi affetti ed emozioni.
Non si tratta di dare risposte religiose ad una questione che avrà risposte soltanto personali ed interiori ma si tratta bensì di riuscire a LASCIARSI ANDARE A… senza giudizi e soprattutto senza pre-giudizi, ma capisco che MOLLARE le proprie certezze per “TRASCENDERE” le possibilità intellettive non è cosa che tutti oggi sono disposti a fare.

Mary said,

Febbraio 1, 2011 @ 01:09

Ho appena visto il film, questa recensione dà voce , in modo più organico, alle mie impressioni.

“…ho il lato oscuro più pronunciato…” così dichiara a radio popolare e poi va verso la sua cattura.

Mi è rimasta una domanda sull’uomo Vallanzasca: perchè dopo più di 30 anni di cardere duro, isolamento, neppure la cocessione del lavoro esterno?

Simona Cappellini said,

Febbraio 8, 2011 @ 11:00

L’ho trovato un percorso superficiale e senza un ordine, che tende a sottolineare solo l’aspetto leggero e gioioso – sicuramente vivo, ma sicuramente non unico – di una Napoli un pò stereotipata. Un abbozzo sulla tavoletta, colorito e istintivo, ma che non da adito a riflessioni.

Mary said,

Febbraio 8, 2011 @ 21:13

mmmm
non l’ho visto, sinceramente in questo momento un altro film su napoli, per di più col musicol con sceneggiata/e…non mi “appassiona”

Mary said,

Febbraio 8, 2011 @ 21:22

concordo pienamente con le osservazioni e le argomentazioni espresse nella recensione

Mary said,

Febbraio 8, 2011 @ 21:26

Non l’ho visto, grazie per la recensione, penso che lo vedrò

Mary said,

Febbraio 8, 2011 @ 21:30

bella recensione!

Mario said,

Febbraio 9, 2011 @ 01:16

Sono d’accordo. Io che malauguratamente ho vissuto, anche se per poco, la Napoli degli inizi ‘5o, mi sono emozionato tantissimo da percepire le lacrime agli occhi. Ho ritrovato lo spirito di quella città che probabilmente oggi è sparito. Mi ero innamorato di Napoli da rimanere emozionato quando transitavo in quei meandri pittoreschi e ambigui. Probabilmente era un film tutto sommato facile, ma per me Torturro ha raggiunto il suo scopo.

Vittorio Toschi said,

Febbraio 12, 2011 @ 00:47

Un piccolo capolavoro fuori da ogni tempo.

Vittorio Toschi said,

Febbraio 12, 2011 @ 00:52

Come Simona, l’ho trovato pieno di ovvietà e stereotipi, ma sopattutto noioso. Certoa molti è piaciuto molto e va bene così: viva la diversità.

Vittorio Toschi said,

Febbraio 12, 2011 @ 00:54

Un film che si vede senza fatica, il tempo passa veloce e la storia si dipana senza difficoltà, però alla fine resta davvero poco.

Vittorio Toschi said,

Febbraio 12, 2011 @ 00:57

Personalmente non amo troppo i film documento, ma qui è il caso di fare un’eccezione. Un Ferrara terribilmente ispirato ed a proprio agio ci porta davvero dentro a una storia altrimenti così lontana, eppure così vicina.

Carine said,

Febbraio 12, 2011 @ 04:25

Brava Simona..

scritto proprio BENE !!! Condivido pienamente..

“L’illusionista” mi ha lasciato una grande tenerezza..

..per me è stato un film meraviglioso.Proprio BELLO.

Mary said,

Febbraio 20, 2011 @ 19:21

La recensione mi piace e cercherò di vedere il film perchè mi è sembrato interessante…

Mario said,

Febbraio 20, 2011 @ 23:47

Sono d’accordo sulla bellezza del film. Di limiti non ne trovo tanti. Forse un po’ pesante. E poi non hai fatto risaltare secondo me una cosa importante: l’atteggiamento spudoratemente felice della coppia anziana, che appare così in contrasto alla tristezza degli altri. Fondamentale credo, la frase che Gerri dice in fondo a Mary e che rivela l’egoismo di fondo che si ciba di buonismo della coppia “felice”: prova ad andare dallo psicologo. Chiave del film come la scena finale del primo piano di Mary riassume il senso dell’opera che è un inno alla solitudine umana.

admin said,

Febbraio 21, 2011 @ 19:20

Per una volta sono d’accordo con te, Mario.
Se tu leggi bene, scrivo, infatti, che il limite del film è la coppia: buonista e poco acuta.

Marcantonio Lunardi said,

Febbraio 22, 2011 @ 18:12

bell’articolo .. condivido l’impressione su John Wayne … forse questa immagine troppo “morbida” era uno dei segni distintivi del suo modo di recitare ormai troppo aderente alla sua “pelle” di attore.

Mario said,

Febbraio 22, 2011 @ 18:14

Il Grinta, a mio avviso, aldilà delle ottime intepretazioni, cosa del resto consueta nei film americani, non è che un buon film western e basta. Ce ne corre dall’umanità di “Non è un paese per vecchi”!

Mary said,

Febbraio 22, 2011 @ 23:44

Forse non mi piacerà il film, ma perchè siamo ossessionati dall’invecchiare?

Mary said,

Febbraio 23, 2011 @ 21:00

Il personaggio della ragazzina mi sembra sia interessante, forse lo vedrei essenzialmente per questo,
e per gli spazi sconfinati!

Mary said,

Febbraio 23, 2011 @ 21:05

ma davvero non impressiona la vicenda umana ?
in un italia dove la giustizia “sarebbe una bella idea”

Mario said,

Febbraio 24, 2011 @ 00:53

Non sono d’accordo. E’ un western buono ma niente più. Eppoi il finale antiretorico? Semmai retorico.Mattie uscirà temprata? Ma se era un’improbabile ragazzina col cervello di adulta! Era più probabile che lei temprasse gli altri. No, questa volta i Cohen hanno toppato, e non è la prima.

Junglepablo said,

Marzo 28, 2011 @ 12:17

Non è Lina quella nella foto. Eccola: http://it.wikipedia.org/wiki/Lina_Leandersson

rosalia de vecchi said,

Marzo 29, 2011 @ 17:56

mi paice questo commento che, ancor p’rima di vedere il film , me lo fa entrare nell’anima!….

Mary said,

Marzo 29, 2011 @ 20:10

Sì, anche secondo me il film presenta diversi spunti d’interesse

Mary said,

Marzo 29, 2011 @ 20:15

Tra tanta miseria, delinquenza mafiosa…risulta credibile una diciassettenne che riesce a farcela da sola, con tanta determinazione ?

Cmq un bel personaggio in un contesto terribile

Mary said,

Marzo 29, 2011 @ 20:16

Penso che lo vedrò…Grazie

Mary said,

Marzo 30, 2011 @ 00:10

sicuramente che c’è un gran senso di “normalizzazione” di tutto
“spuntando ogni aspetto critico verso la società etero-maschilista”.Aggiungerei borghese.
C’è però una sensibilità diversa nel rapporto con i figli verso i quali l’ascolto e il dialogo sono aperti davvero.
L’Arte: è un discorso complesso!

Carine said,

Marzo 30, 2011 @ 14:18

…cavolo … come scrivi bene Simoooo !!!!!!! Non avendo visto il film (PURTROPPO !!), riesco comunque a capire bene i “sentimenti” che trasmette ..grazie al tuo scrivere cosi intenso !!!

d.a. said,

Aprile 18, 2011 @ 11:33

Mentre si sta per chiudere da noi la prima edizione di “Film-Ambiente-Territori”
*********
cosa si intende per “da noi”? a potenza? a matera? a casa tua? un po’ ovunque lungo l’appennino? e quando si è svolto?

Mary said,

Aprile 28, 2011 @ 19:26

forse interessante…l’articolo è interessante!

perso già di suo said,

Maggio 1, 2011 @ 15:25

è un’ottima notizia il fatto che un film d’autore, oserei dire di nicchia visto che lo stile è tutt’altro che accomodante, venga distribuito come un blockbuster anche se dubito che possa piacere a chi lo vada a vedere solo per curiosità. Comunque bravo Moretti, capace di fare opere davvero autoriali e provocatorie nel senso positivo del termine.

perso già di suo said,

Maggio 1, 2011 @ 15:34

interessante riflessione. Nonostante l’etichetta di film indipendente questo è un film assolutamente convenzionale che normalizza pure la coppia omosessuale, rendendola uguale a una eterosessuale per dimostrare in fondo che le coppie sono tutte uguali. Questo credo che sia il messaggio più importante e l’intento lodevole di un film discreto.

annarita said,

Maggio 8, 2011 @ 17:35

è bellissimo!!! sto vedendo il DVD in classe!!!! e poi io suono anche il piano

annarita said,

Maggio 8, 2011 @ 17:49

straordinaria è la passione che mette il direttore d’orchestra D.Barenboim ai ragazzi. E grazie a questa bellissima iniziativa, due popoli storicamente in conflitto, hanno ripreso a “dialogare” attraverso le note musicali…

Carine said,

Maggio 11, 2011 @ 00:31

Il film in effetti mi ha trasmesso un certo “disagio”..
grande interpretazione di Sam Riley…

silvana albasini said,

Luglio 2, 2011 @ 18:10

Dedico questo meraviglioso film di Patrizio Guzmàn alla memoria del nostro caro cugino e nipote Gino Bianchi Albasini tragicamente deceduto in una gara motociclistica nel deserto di Atacama il 29 giugno appena trascorso. Il destino ha voluto che in concomitanza dei suoi funerali in Cile, la televisione Italiana trasmettesse sulla terza rete nazionale questo documentario, che per l’ironia della sorte mi ha fatto sentire più vicino a lui e ai miei cari in questo triste momento della sua dipartita, ora lui corre tra le dune sabbiose del deserto in sella alla sua amata moto per raggiungere le stelle tanto vicine e splendenti come in nessun’altro luogo della terra, e noi rimasti vediamo da lassù la sua luce che ci illumina. Con nostalgia. Dimaro (Trento) Italia, Copiapò (Atacama) Cile 02 luglio 2011

Carolina said,

Agosto 15, 2011 @ 02:02

ma il nome dell’autore di questa recensione non è lo stesso che compare subito sotto, sulla locandina del film? questo fa pensare che l’autore dell’articolo, avendo collaborato al film, potrebbe non essere del tutto obiettivo nel recensirlo, peraltro così positivamente. non resta che vedere il film per sapere la verità!

Mario Rocchi said,

Settembre 9, 2011 @ 21:52

Se avevo dei dubbi su Malick, questo film me li ha fugati.Ho sempre avuto in antipatia, perché insinceri, gli pseudoartisti che si macinano dentro prima di “espellere” la loro opera d’arte, anche questo fra virgolette. Malick è uno di questi. Il fatto che non accetta interviste, che non si pone a cospetto della gente e dei telespettatori,non è buon segno. Tradisce un atteggiamento strano, da superiore, che può essere anche furbo. Aldilà di questo il film è stato la conferma di quello che pensavo. Speriamo che mi sbagli, ma non credo. E’ un’opera che, oltre ad essere pallossissima, è tutto sommato banale. Banali sono gli effetti computerizzati per far vedere l’amalgama del mondo, che non c’entrava nulla, banale è quella voce fuori campo che non fa altro che inviare massaggi idioti. Una voce che vorrebbe rappresentare quella interiore e pertanto dice le così che più retoriche non si può.E’ troppo facile, caro Malick, volersi esprimere con le parole dimenticandosi che il cinema è arte figurativa,come diceva il buon Carlo Ludovico Ragghianti. Perciò deve esprimersi soprattutto con le immagini. Quello che Malick non fa. Insomma parafrasando Fantozzi, il film è una grande cagata. Basterebbe la conversione al buono del padre Brad Pitt macchietta, così incomprensibile e affrettata. E la figura, anche questa macchietta, di Sean Penn. Insomma non lasciamoci suggestionare dalla persona schiva che essendo complessata, non è mai sincera. Vale più un prolifico Woody Allen, che fra tanti film ne azzecca uno ottimo, che un falsamente melanconico palloso Malick. Non è detto che il tempo giochi a favore della qualità, anzi. Mario Rocchi

Cheri said,

Settembre 16, 2011 @ 15:22

Mettendo a confronto Terraferma e Respiro mi è piaciuto Terraferma molto di più. È stupendo.

Simona Cappellini said,

Settembre 20, 2011 @ 10:36

Ottime osservazioni Gianni, soprattutto la domanda finale…

Mary said,

Settembre 27, 2011 @ 20:16

“normale mostruosità” purtroppo mi sembra un’angosciante metafora del tempo che noi viviamo; non basta riconoscerla, rappresentarla, quello che serve è cercare come andare oltre

Mary said,

Ottobre 13, 2011 @ 23:04

La recensione è molto bella, la condivido pienamente, aggiungo solo “da vedere”

Mary said,

Ottobre 31, 2011 @ 00:26

miha angosciato…
“il cerchio magico” mi è piaciuto molto!

Mary said,

Novembre 2, 2011 @ 01:36

Complimenti !

Ho visto solo alcuni dei film segnalati e per ognuno concordo

lighting wholesale said,

Novembre 24, 2011 @ 18:30

Di solito non leggo questo genere di cose , ma questo è stato veramente interessante !

Fidenziano said,

Novembre 30, 2011 @ 04:56

Ottimo!

Mary said,

Dicembre 2, 2011 @ 01:41

sembra interessante, grazie

Mary said,

Dicembre 12, 2011 @ 18:59

Come ci hai raccontato e commentato questo film non può che farci desiderare di poterlo vedere
Grazie

Mary said,

Dicembre 14, 2011 @ 02:02

Non conosco S.Daney, capisco il fascino di una lettura per associazioni e collegamenti…

Mary said,

Dicembre 21, 2011 @ 00:58

Tutto così intenso!

Paolo Turchi said,

Gennaio 9, 2012 @ 21:01

Sono stato uno studente dell’Accademia di Belle Arti di Firenze dal 1972 al 1976 e in quegli anni Pio Baldelli teneva un corso di “Comunicazioni di massa”. Un professore di quelli rari, lucido, puntuale, che ti proponeva una lettura delle opere difficilmente confutabile, “rivoluzionario” in ciò che sosteneva e nei modi in cui lo faceva; sempre dalla parte di chi era in difficoltà. Lo seguivamo anche alle lezioni che teneva a Magistero: affollatissime; “Il settimo sigillo”, “Ossessione”, “Il grido”, “Il cinema sperimentale”… poi te lo ritrovavi di fianco alle manifestazione studentesche. Era il professore che diventava anche maestro.

Mary said,

Gennaio 12, 2012 @ 01:48

Complimenti!
E Buon sessantacinquesimo al Circolo del cinema!
Lucca sarà grata di questa attività e io vorrei essere lì, considerando anche la bellezza della Toscana.

Auguri!

Andrea said,

Gennaio 12, 2012 @ 13:36

Che c’entra la Kurylenko con lasciami entrare?

Dafne Visconti said,

Gennaio 28, 2012 @ 15:29

Mi fa molto piacere conoscere registi così sensibili e raffinati. Ho scritto un commento sul mio blog: http://libriearte.posterous.com/film-io-sono-li-di-andrea-segre

Dafne

nino muzzi said,

Febbraio 8, 2012 @ 13:01

Cra Maddalena,
la cosa che mi sembra più significativa, prima di ogni altra, è che l’opera d’arte si struttura secondo le premesse. Se qualcuno pensava che il muto o il bianco e nero fossero tramontati, eccolo deluso. Niente tramonta, siamo noi che tramontiamo rispetto all’opera. Se riusciamo a “rinascere” in altre premesse allora possiamo anche comprendere un poema epico o un graffito sulla roccia, un’opera lirica o …un film muto. Si tratta di accetare le premesse, ma non tutti gli autori riescono a fartele accettare. C’è sempre un personaggio (una figura economica, il produttore) che vuole essere moderno, perché vuole vendere il prodotto. In Silent Movie di Mel Brooks c’è un produttore e dall’altra parte c’è l’artista che lo sfida a tornare alla gag del muto e mentre il produttore risponde: “L’epoca della gag è finita!” gli parte di sotto la sedia su cui stava seduto e tutta la platea si mette a ridere.
Il segreto sta tutto nel far accettare al pubblico le premesse e nel caso di Silent Movie la premessa era una promessa di tante gag, mentre in The Artist la premessa è il volto del protagonista, il suo sorriso che ti riporta per forza ad un’altra epoca. Se parlasse romperebbe l’incantesimo, quell’incantesimo che il pubblico vuole accettare. La bravura del regista consiste tutta nel far firmare questo contratto al proprio pubblico, e il pubblico lo ha firmato senza batter ciglio!

Ciao

Nino

elisa said,

Febbraio 8, 2012 @ 18:41

il Cinema ci ha salvato ancora una volta:

http://www.quartermag.org/issue01/un-film/

giuseppe marciano said,

Febbraio 16, 2012 @ 15:40

Ma lei non ha riconosciuto un acitazione da un film di Renoir, La bete humaine ? In ogni modo come divertisemnt lo trovo più riuscito di The Artist

Mary said,

Febbraio 25, 2012 @ 21:14

bella recensione, io non l’ho visto ( ancora, per lo meno )

Mary said,

Marzo 18, 2012 @ 16:50

“siamo sempre artefici e troppo spesso carnefici della nostra e dell’altrui felicità, che l’unica via è prendere atto della realtà e ripartire da lì, chi primo lo fa prima ricomincia a camminare.”
“a salvarci, se lo vogliamo, sono spesso i nostri figli, che hanno bisogno sempre e comunque di noi, peccatori o santi che si sia.”
Ho visto il film, concordo pienamente.
Ho provato una grande antipatia per il personaggio dell’immobiliarista…

Mary said,

Marzo 18, 2012 @ 16:58

molto interessante!

Maja Gudnadottir said,

Aprile 16, 2012 @ 16:21

…Very nice!! :-) Please write some more on this soon. Have a nice day!

Nino Muzzi said,

Aprile 19, 2012 @ 09:58

Attenzione, Mary,

non è quello il problema, cioè l’ossessione dell’invecchiamento in generale. Il problema è che il cinema utilizza la persona in carne ed ossa per rappresentare un personaggio, mettiamo il personaggio di Marlowe. Mentre nei vari romanzi Marlowe non invecchia, nel film sì (ammesso che si usi lo stesso attore) e allora ecco che lo spettatore soffre, lo vorrebbe sempre giovane, come noi vorremmo sempre giovane Alain Delon…O ti piace anche vecchio!

Nino Muzzi said,

Aprile 21, 2012 @ 10:43

C’era nel suo sguardo qualcosa di timido e indagatore. Nelle “Scene da un matrimonio” le sue bugie lo annullano: divenne all’epoca un’icona dell’autodistruzione maschile.
Il suo modo di porsi sullo schermo dava spazio ai coprotagonisti. Una donna con lui accanto diventava splendida, come lo fu Liv Ullmann.
Nino Muzzi

manganaro patrizia said,

Gennaio 9, 2013 @ 12:27

era un artista colto e illuminato…ha avuto l’intuito della morte prossima…come capita a pochi…è vissuto di eccessi con la consapevolezza di non avere nulla da perdere..e ha trascinato con se la fretta del vivere e del non farsi sfuggire nulla…la fretta del vivere affiancato alla morte…non risparmiandosi per il pubblico che lo ha seguito nel suo tempo e per il pubblico che per questione di età non ha potuto,come me,ma che vorrebbe conoscere la sua opera densa e rapida.Questa rassegna potrebbe essere diffusa oltre il Circolo del Cinema di Lucca,sarebbe da augurarselo per conoscenza collettiva.Grazie per l’interessante operato.

mary madda said,

Gennaio 9, 2013 @ 19:19

Grazie, una splendida recensione

GIOVAN SERGIO BENEDETTI said,

Gennaio 29, 2013 @ 12:15

la corazzata Potemkin, rivoluzionario

manganaro patrizia said,

Gennaio 29, 2013 @ 21:12

Ma non è ”Com’era verde la mia valle” ?

GIOVAN SERGIO BENEDETTI said,

Gennaio 31, 2013 @ 13:35

“il grande freddo”, triste

admin said,

Gennaio 31, 2013 @ 18:55

Grazie Patrizia, corretto titolo…

Paolo Rabassini said,

Giugno 1, 2013 @ 22:01

Mi dispiace essere , come al solito, fuori dal coro, ma questo film l’ho intitolerei: “ La grande tristezza”, o, più semplicemente: “ un gratuito esercizio di stile”. Ho l’impressione che Sorrentino è molto esperto di zoom, carrelli, dolly, gru, droni, ma molto meno di sceneggiature. Ha detto che non esiste alcuna relazione fra la “Dolce Vita” e il suo film”. Ci mancava! La mancanza di relazione consiste proprio nell’inconsistenza dell’ultimo rispetto al primo! Tra virtuosismi estetici vari il regista si rifugia nelle rassicuranti citazioni letterarie che non possono riempire il vuoto lasciato da dialoghi scadenti. “La grande bellezza”, oltre a mostrare cadute di stile (vedi la volgarissima presenza di marche di alcolici), è un film a cui manca la profondità dei contenuti e dei caratteri, la spontaneità dei dialoghi, il sussulto delle emozioni, la speranza che fa da contrappeso alla disperazione

Simone Bigongiari said,

Ottobre 3, 2013 @ 15:03

Concordo pienamente. Aggiungerei che l’ho trovato uno schiaffo all’arte cinematografica. in quanto ogni fotogramma è puramente estetizzante senza vita né sostanza. Albe e tramonti messi lì per caso con l’effetto irritante e datato del criss cross fotografico. Il montaggio poi nel suo essere “libero e danzante” stanca dopo i primi 10 minuti e fa sembrare il tutto un preludio di qualcosa che deve sempre iniziare…

e. said,

Novembre 16, 2013 @ 13:40

mi sa che hai invertito le attrici!

admin said,

Novembre 16, 2013 @ 14:55

Grazie della segnalazione…

paola said,

Gennaio 20, 2014 @ 00:01

Bel film,bravi gli attori, soprattutto Bentivoglio e la Bruni Tedeschi…ciao :)

Nino Muzzi said,

Gennaio 20, 2014 @ 12:19

Caro Gianni,
mi sembra che da Match point in qua W. Allen persegua una sorta di gioco con il fato, con il caso o se vuoi con il caos. L’ascesa (o declino) sociale, l’occasione vantaggiosa (o svantaggiosa) che di volta in volta si presenta al protagonista tende a prescindere dai suoi sforzi, dalle sue ricerche, dai suoi tentativi (spesso goffi o improbabili) per migliorare la propria vita. Più che di un senso tragico mi pare si tratti nei suoi ultimi film di un pessimismo noir che può anche talvolta addirittura approdare al lieto fine, ma ad un lieto fine che nessuno ha meritato.

Nicola Borrelli said,

Febbraio 5, 2014 @ 17:36

Specifico che in foto ci sono Peter Greenaway e l’amico Edoardo Marazita di Metropolis Produzioni.

sessuologo comportamentale said,

Aprile 14, 2014 @ 08:11

molte sono le donne che, per vari motivi, pensano di essere “ninfomani”. Tuttavia determinate condotte eccessive sono foriere di una valutazione clinica completa (anche sessuologica se agite in ambito sessuale) presso un capace psicoterapeuta allo scopo di diagnosticare chiaramente il problema (o i problemi), individuarne eventuali cause e capire infine che cosa poter fare per risolvere definitivamente. Sulla ninfomania poi si può vedere, in dettaglio, almeno nel pagine 282, 324 e 329 del “Il manuale pratico del benessere”, un percorso di auto aiuto psicologico patrocinato dal Club UNESCO, dove si propongono anche esercizi guidati, consigli concreti, prescrizioni salutiste nutrizionali e fitoterapiche, autovalutazioni e test psicologici per una crescita personale.

Enrique Irazoqui said,

Ottobre 7, 2014 @ 19:04

Una molto bella sintesi. Grazie, Gianni. È stato un piacere conoscerti a Lucca.

Nino Muzzi said,

Novembre 4, 2014 @ 19:39

Quel volto sembrava non appartenere a questo mondo e anche tutto il corpo nella sua tunica bianca aveva la leggerezza di un fantasma, di un fantasma sferzante,però,grazie alla voce di Salerno che col suo leggero accento del Nord poneva la figura di Cristo in mezzo a voci meridionali, arcaizzanti, che uscivano da corpi gonfi di potere, come Erode Antipa, e ricordava (penso consapevolmente) il “vento del Nord”, la voce della Resistenza e dell’antifascismo. Era la voce di Pasolini.

Nino Muzzi said,

Dicembre 30, 2014 @ 20:35

Tutto vero, però va notato che mancano elementi propulsori più dinamici. Ognuno è statico nel suo ruolo e questo è anche il risultato del pessimismo di Loach, che si configura sempre di più come un grande cantore della sconfitta.

Gloria said,

Gennaio 12, 2015 @ 00:12

Non mi chiederei se Clint Eastowood è di destra o di sinistra, è il CE dei suoi ultimi film ,regista grandioso che riesce a mettere in evidenza aspetti dell’animo anche i più impercettibili. Ci avvicina ad un personaggio ingenuo che crede di fare del bene ammazzando altri esseri umani in fondo “onora la sua patria” questi americani così patriottici !E’ una storia vera e Clint non da giudizi ci mostra lo sguardo del protagonista . A contrasto della guerra c’è l’amore, la donna che cerca di renderlo consapevole della sua follia , la guerra come una droga ,la violenza che ha bisogno di esprimersi. Senza troppa psicanalisi ci fa vedere come un uomo semplice possa reagire agli orrori della guerra. Quanti sono tornati dal Vietman completamente devastati.
Ho visto il film oggi e mi ha entusiasmato . La diatriba se Clint Eastwood sia di destra o di sinistra è andata avanti per anni, da quando Clint interpretava l’ispettore Callaghan. Ora credo che questo non abbia più ragione di essere considerando la sua opera come regista dove ha dimostrato il suo sguardo lucido su problemi sociali e sensibilità nel raccontare l’essere umano nei molteplici aspetti

Marco said,

Maggio 17, 2016 @ 19:11

Sono pienamente in accordo con la recensione, sentiremo parlare di Andrea Filardi

angelo carchidi said,

Maggio 27, 2016 @ 09:25

Condivido tutto. Mi sono molto stupito però nel vedere le reazioni estremamente positive delle persone attorno a me (mia moglie ha pianto per mezz’ora!). Forse l’essere psichiatri ci fa vedere il film con altri occhi.

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