L”Happy End” secondo Michael Haneke* di Riccardo Dalle Luche

Torno  a parlare di Haneke dopo essermi occupato a suo tempo di uno dei suoi capolavori, “La pianista”**. Haneke è uno dei pochi grandi autori in circolazione, creatore di un linguaggio formale della narrazione cinematografica immediatamente individuabile e non imitabile. Ha studiato filosofia e psicologia e questa formazione è evidente nei suoi film. E’ affascinato dalla distruttività umana ed in particolare, fin dal suo primo film, “Il settimo continente” (1989), dalle famiglie che si autodistruggono o che sono pervase dal disagio psichico.

I film di Haneke si possono leggere anche come teoremi sociali e istantanee impietose e sul presente, in accordo ad una filosofia cinematografica rigorosamente anticonvenzionale e, ovviamente, anti-hollywoodiana..

“Happy End”  è un film del 2017 che, tra i molti del regista, ha l’aria di essere particolarmente costruito come un teorema, e forse per questo non è stato amato dai critici di professione e non ha ricevuto, contrariamente ad altre suo opere, alcun premio a Cannes. Qualcuno ha notato che potrebbe essere il proseguimento del precedente “Amour” (2012) in quanto il vecchio patriarca interpretato da Jean Louis Trintignant si è macchiato dello stesso delitto (uxoricidio pietoso della moglie malata di cancro) che conclude la storia d’amore tra i due anziani coniugi.

Il teorema “Happy End”  dice in sostanza che nel cinema di oggi come nella società di oggi, l’Happy End tradizionale, hollywoodiano è improponibile in tutti i campi: sentimentali, sociali, politici, economici; è impossibile nella vita (non solo umana) in genere. Si tratta di una visione largamente comprensibile e condivisibile, dopo anni e anni di crisi di ogni tipo: del capitalismo, del neocapitalismo, delle  morali , delle istituzioni, delle religioni, degli ideali politici. Haneke non fa che prenderne atto e mostrarcelo con l’occhio spietato e impietoso del suo cinema nato e cresciuto sotto il segno del sarcasmo beffardo e, talora, del vero e proprio sadismo.

L‘happy end del titolo di “Happy End”si riferisce al finale del film: un particolare che nessun critico ha colto: Charles (Jean Louis Trintignant) , il patriarca della famiglia altoborghese in disfacimento morale, relazionale e finanziario, sullo sfondo di una Calais piena di emigrati , di cui parla il film, vuole, questa volta suicidarsi. Cerca di suicidarsi in ogni modo ma non ci riesce. Dopo un incidente stradale autoprovocato é costretto su una sedia a rotelle e non ha un’autonomia sufficiente per giungere al mare e annegarsi; chiede ad alcuni immigrati africani sfaccendati e al proprio barbiere di fiducia di aiutarlo,  offrendogli dei soldi, ma neppure loro lo prendono in considerazione.

Solo la nipotina, che ha ucciso freddamente un criceto solo per filmarlo con lo smartphone, e successivamente ha facilitato il suicidio della madre depressa per lo stesso motivo, nella cena familiare del finale spinge la sedia a rotelle del nonno verso il mare ma poi si ferma a filmarlo col suo smartphone ed il vecchio, semisommerso nell’acqua, si salva. Possiamo considerare questo  un Happy End oppure Bad End (dalla prospettiva della coerente volontà suicida del patriarca Charles), oppure, contemporaneamente, un Happy/Bad End? E nel film precedente  l’uccisione del soffocamento della moglie malata terminale per soffocamento, si può considerare un Happy End o un Bad End?

Tutte le cose finiscono ormai né bene né male,  così così, in modo indecifrabile, ingiudicabile, sembra dirci Haneke, e il cinema contemporaneo (ed i nuovi devices che popolano il film come la nostra realtà) non possono che registrarli come tali senza partecipazione emotiva, e senza giudizi di alcun tipo. Non viviamo più né in un’epoca di grandi illusioni, di grandi miti, né in una vera epoca tragica (tanto che la tragedia dei migranti o quella dei disoccupati sono divenute solo un problema sociale, organizzativo e politico), né, neppure, in un’epoca allegra, spensierata.  Piuttosto in una strana epoca in cui una ricchezza di mezzi tecnologici  impressionante va di pari passo con una povertà finanziaria, etica, progettuale diffusa, tanto che forti sono le istanze regressive, la nostalgia per i tempi passati, la critica radicale a quelle che sono state considerate le conquiste sociali degli ultimi 40 anni. “Di diritti si vive, di diritti si muore”, ha detto, poco prima di morire, Marchionne, lasciandoci così un testamento spirituale ben diverso ad esempio dall’ottimistico “Stay foolish, stay hungry” di un altrettanto morente Steve Jobs.

La nostra è un’epoca in cui esiste ed è vero tutto e il contrario di tutto: ognuno può è pensarla come crede perché tanto la realtà è refrattaria ad ogni pensiero.

Per chiudere queste brevi note, caliamo la realtà di questo film nel contesto psichiatrico:   molti personaggi del film possono essere considerati malati: il nonno ha una depressione grave, fredda, distruttiva, con discontinui disturbi neurocognitivi, legata soprattutto alla scomparsa della moglie che lui ha facilitato, ma forse anche ad una certa consapevolezza dello sfacelo della sua famiglia. E’ l’unico ad intendersi con la nipotina che a sua volta ha facilitato la morte della madre depressa e che è l’unica a collaborare nel suo progetto suicida.  In diversi momenti della storia anche questa teen ager sembra depressa e destinata ad un destino psicopatologico: c’è da chiedersi se nel prossimo film Haneke ci dirà cosa ne sarà di lei.  Senza contare i vari disturbi di personalità (freddezze glaciali, opportunismo, narcisismo, distruttività), l’altro nipote, l’erede della dinastia imprenditoriale, è un grave borderline alcolista e provocatore, ed infatti verrà estromesso dalla sua stessa madre.

Il tempo dei grandi proclami sugli enormi miglioramenti dei trattamenti psichiatrici sono definitivamente finiti, appartengono, anch’essi, al passato: qui non c’è neppure l’ombra di un terapeuta e la realtà viene lasciata essere a se stessa.
Per Haneke la psicoanalisi non esiste più e gli psicofarmaci diventano solo un mezzo per uccidersi.
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*Testo dell’intervento al 48° Congresso della Società Italiana di Psichiatria,  Centro Lingotto Tornino, 14-17/10/2018
**DALLE LUCHE R.: Cinema e perversione: un esempio “La pianista” di Michael Haneke. Atti del Congresso psichiatria e Mass media, Roma 26-28/ 6/2002 CIC Ed. Roma, pp.136-40, 2002. §

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