“La casa sul mare” di Robert Guédiguian

la 2di Silvia Chessa

“Fate attenzione, possono essere pericolosi..” avverte il militare al riguardo dei dispersi dal naufragio di un barcone con rotta Africa Mediterraneo. (quanta attualità in questo episodio)
“Pericolosi?” chiede Bérangère nella sua giovanile immediatezza.
“Sì” ribadisce il militare dell’esercito, preposto alla difesa dei cittadini e alla rigorosa ricerca del pericolo venuto dal mare…
Senonchè il pericolo si rivelerà una meravigliosa opportunità, per i tre fratelli riunitisi nell’occasione del precipitare dello stato di salute del loro padre, e ciascuno col proprio empasse, spleen e difficoltà di vivere, e i tre bambini arabi si riveleranno una inaspettata motivazione, sprone a riscuotersi dalle loro ombrosità..tornare a galla.

Il calanco di Méjean, fiabesca baia vicino Marsiglia, abitato da cittadini che nella loro armoniosa convivenza erano immersi in una arcadia, diventa teatro, con citazioni di Paul Claudel appositamente inserite, dove entrano in scena le principali tematiche care a Robert Guédiguian : nostalgia, disillusione, disgregazione familiare, e storico sociale, senso della politica che si intreccia al privato..
Il potere e la forza trainanti del teatro, capace di eternizzare un amore adolescenziale che si fa infinito, sono incarnate dal personaggio scoppiettante e Shakespeariano di Benjamin (interpretato dal francese Robinson Stévenin dal sorriso accattivante e giocoso), il quale sarà in grado di tornare a far vibrare il cuore inasprito di Angèle Barberini, suo antico e indimenticato amore.

Il senso del film è la ricerca di un equilibrio fra rimpianto del passato e accettazione del presente : una consapevolezza di ciò che non può tornare ma curiosa ed aperta al futuro, forte della ricucita coesione familiare. La temperatura emotiva è un inverno estivo, una poeticissima stagione dell’anima: infatti il film è girato in inverno, ma in giornate graziate da sprazzi di luce e sole emblematici, per la poetica del film.

la-villa-photo-2-agat-films-cie-france-3-cinema-2016-1600x900L’andamento dei dialoghi è vivace, spiritosamente lamentoso, stimolante nel suo tradursi in gergo privatamente politico (fra fratelli accade, ed è bene, ricordarsi di quando “il sentiero dei doganieri” era chiamato “dei contrabbandieri” , metafora di una utopia comunista che, già nel linguaggio, va tutelata dal rischio di assopirsi per sempre)Alla base di ogni individuo ci sta una visione della vita, si dice nell’esordio del film; e quella del regista sembra incarnarsi in Joseph (Jean-Pierre Darroussin): un intellettuale che è però anche il fiero figlio di un operaio, memore delle sue radici e nostalgico, un po’ depresso ma non arreso, o rassegnato, che non accetta di farsi dare del borghese, provoca i militari, li sfida al dibattito verbale, provoca anche la sua giovanissima compagna, mentre le ricorda di amarla e al contempo è consapevole che ne sarà presto abbandonato..critica severamente la decadenza urbana del borgo e del costume dei tempi che corrono.. soffre di una utopia che si sgretola sotto i suoi occhi e i suoi piedi, ma egli non sarà oggetto di pietà, neppure da parte della sua compagna. E questo lo salverà..lei lo saluterà dicendogli che saprà, semmai, dove ritrovarlo, nel piccolo calanco che lei chiama “il centro del mondo”, a significare che la periferia è solo abbandono e rassegnazione mentre laddove vi è pensiero, attività e altruismo la periferia diventa centro del mondo.
Il leit motiv è un dondolare fra rimpianti e curiosità verso il presente, l’inondazione ineluttabile della attualità nei destini dei protagonisti, intenti a rincorrere e ancorarsi al passato, alla storia, fatta di radici e valori che andranno, forse, come loro avvertono, dispersi e perduti..
Di tutti i sentimenti – nostalgia, autoironia, spleen, sensi di colpa di una madre, Angèle Barberini (la bravissima Ariane Ascaride), che ha perduto la piccola figlia e sensi di colpa, altresì, dei suoi parenti presenti all’incidente e frustrati per non averlo potuto impedire- l’unico che viene bandito è la pietà, la compassione penosa, e non calorosa e critica.

La coppia che se ne va via insieme, mano nella mano, non sceglie di suicidarsi per le difficoltà economiche, (quelle sarebbero state risolvibili con un aiuto del figlio che loro invece rifiutano categoricamente), bensì scelgono di non proseguire il loro viaggio terreno quasi a sancire che è finita un’epoca, che il loro cammino e la sua funzione si è portato al suo termine, come mutato radicalmente è il panorama urbano e umano intorno a loro…ma, soprattutto, che non vogliono barattare la dignità con la possibilità di sopravvivere.
Visioni della vita diverse corrispondono a generazioni differenti.
E loro non vogliono aiuti dal figlio, non vogliono beneficenza.

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E così è per il rapporto fra Joseph e la fidanzata Bérangère: “non voglio arrivare al punto di provare pietà per lui”, afferma Bérangère (Anaïs Demoustier) in una confidenza con Angèle, la sorella di lui. Fra affanni e cambiamenti epocali si rincorrono le immagini di respiri e annegamenti reali (la piccola figlia di Angèle) e dell’anima (Angèle stessa, che non si è ancora data pace e non concede tregue e perdono al padre gravemente malato, e ai suoi fratelli).
Dal mare arriva però nuova linfa, nella persona di tre bambini arabi, due dei quali, i più piccini, saldati da una stretta indissolubile delle loro manine…
La tenerezza e la loro necessità di cure (palesi nella loro condizione di orfaneità: umidi, congelati, affamati, sporchi e da lavare) è fonte di tale tenerezza e stupore che finisce per sciogliere i nodi, alleviare le pene di ciascuno…guarire le loro interiori lacerazioni.

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E dunque non importa se il borgo diverrà dozzinale meta di un turismo di massa, se il ristorante a prezzi modici sognato dal padre e l’ideale arcadico di tutta una generazione siano giunti al collasso, perché dal mare può giungere vita, speranza, rinnovamento.. ed un motivo per andare avanti, per tornare a galla, e forse persino per resuscitare un neocomunismo che non sia ottuso o risarcitorio compromesso col passato (ottuso come un militare che esegue ordini senza riflettere, o risarcitorio come il trattamento speciale nella eredità fra fratelli che invece Angèle rifiuta, con fierezza) bensì sia una scelta di accoglienza, integrazione e ridistribuzione più equa dei beni e delle ricchezze su questo pianeta e fra umani, la sola scelta possibile, l’unica forma, sensibile e concreta, di fare delle questioni sociali e delle disparità e contraddizioni del progresso delle tappe da cui ripartire, risolvendole con onestà e senza pietismi o enfasi retorica.

la 3GENERE: Drammatico
ANNO: 2017
REGIA: Robert Guédiguian
ATTORI: Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Jacques Boudet, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin
PAESE: Francia
DURATA: 107 Min
DISTRIBUZIONE: Parthénos

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