“Appennino” di Emiliano Dante

appenninodi Gianni Quilici

Un diario come flusso di immagini, di narrazioni, di interpretazioni, ho pensato, che via via che scorrevano ho cercato di scomporle in riflessioni, che nel film naturalmente si intrecciano.  E così scrivo.

E’ un diario per la voce (giusta), fuori campo, tra l’oggettivo e il soggettivo dello stesso regista, Emiliano Dante, che dà un senso dentro e oltre le immagini

E’ narrativo, perché racconta una storia , che ha un inizio, uno sviluppo, senza avere una fine.

E’ filosofico, perché cerca di capire il senso esistenziale e cinematografico del fare cinema.

E’ politico, perché rappresenta sul campo una situazione sociale che parte dalla lenta ricostruzione dell’Aquila, la città del regista, e prosegue con il terremoto di Amatrice e Arquata del Tronto e infine con la vita in hotel, a San Benedetto del Tronto, dopo i terremoti di Norcia e di Montereale-Campotosto, denunciandone i limiti, le contraddizioni attraverso testimonianze e fatti.

E’ poetico, perché, a volte, riesce a toccare sentimenti profondi.

E’ cinematografico, perché va oltre il documentario di denuncia per le ragioni sopra dette, e anche  per l’uso efficace della musica e di vignette ironicamente affettuose, tutto frutto dello stesso regista, che per necessità e. per scelta si presenta come regista totale.

Appennino

Regia di Emiliano Dante. Con Giancarlo Cappelli, Stefano Cappelli, Paolo De Felice, Elena Pascolini, Enzo Rendina, Antonio Sforna.  Documentario – Italia, 2017, durata 66 minuti.


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