“Le attrici di Rohmer” di Maddalena Ferrari

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Rohmer ama le donne e l’amore. Il suo sguardo coglie la sintesi e la singolarità del volto, del corpo.
E’ dallo sguardo che immaginativamente la figura femminile prende consistenza e acquista profondità.
L’occhio è quello di un uomo, sua la soggettività.
In questa prospettiva si manifesta, a volte, un certo disagio di fronte alla libertà dell’oggetto di amore: il disagio dell’innamorato possessivo, geloso e moralista (“Le notti della luna piena”). Ma l’uomo accetta anche di mettersi in gioco di fronte al mistero-donna, senza pretendere di comprenderlo interamente.
Egli è il cavaliere (“Perceval”), che cerca la sua strada in una foresta inestricabile di sentimenti, desideri, tentazioni; la donna è, già all’origine: bella, vitale, complicata, inafferrabile. L’amore nasce misterioso, come la donna, connotato da uno stravagante miscuglio di eros e sublimazione. La sua intensità è ingannatrice: non è eterno né assoluto. La donna riesce, imperscrutabilmente, a progettarlo. Non l’uomo, che, nonostante il suo potere seduttivo, non conosce le proprie passioni e ne ha sempre un po’ paura.
Le donne dei film di Rohmer sono così vere che siamo portati a chiederci se questi personaggi abbiano preso forma dalle attrici che li interpretano già nella fase della loro nascita nella mente del regista; oppure se le attrici entrino così bene in sintonia con il loro pigmalione da dare l’impressione di essere comunque se stesse.  In ogni caso Rohmer sa, e lo riconosce apertamente, di rubare sempre qualcosa alle sue interpreti; ma, dice Béatrice Romand (interprete de Il bel matrimonio nel 1982 e  di Racconto d’autunno), anche loro si appropriano del ruolo, lo “rubano” all’autore, facendolo diventare parte di sé e della propria autoconsapevolezza.

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